Il 27 agosto 1921 il disastro ferroviario colpisce una Magliana che non è più soltanto una distesa di casali sparsi lungo la campagna. Il censimento di quell’anno registra 1.167 abitanti nella borgata rurale, comprendendo anche l’area a ridosso della stazione. È un numero ancora piccolo rispetto alla Roma compatta, ma sufficiente a descrivere una comunità ormai riconoscibile: famiglie, coloni, operai e addetti ai servizi vivono tra la via della Magliana, il fondovalle ferroviario e le prime case che risalgono verso il Monte delle Piche.
Quel dato demografico ha alle spalle una trasformazione già lunga. Nel 1909 un primo piano per la Magliana prevedeva, su circa venti ettari, venti fabbricati destinati agli operai agricoli delle tenute circostanti, molti dei quali vivevano ancora in capanne e ricoveri di fortuna. Il progetto venne poi ripensato: nel 1911 fu autorizzato un nuovo centro rurale e alla marchesa Elisa Lecce fu concesso un credito per venticinque fabbricati a due piani, con stalle e forni, un edificio per servizi collettivi, strade interne, acqua potabile e alberature. Nel giro di poco più di un decennio la borgata comincia così a tradurre in case e servizi una popolazione che prima era dispersa nella campagna.
La crescita non significa però prosperità. I terreni rimangono difficili da lavorare e l’agricoltura offre rendimenti modesti. Un’indagine richiamata da Nicoletta Campanella mostra che i coloni della borgata non utilizzano i mutui agrari disponibili per la miglioria fondiaria; una parte consistente dei terreni viene lasciata al pascolo. Il dato demografico e quello economico raccontano quindi due realtà contemporanee: la Magliana si è stabilizzata come insediamento, ma il progetto di trasformare la campagna in una colonia agricola redditizia è ancora lontano dall’essere compiuto.
La spinta non si arresta nel dopoguerra. Nell’aprile 1921 un mutuo suppletivo di 600.000 lire finanzia un nuovo ampliamento a Monte delle Piche: diciotto case, strade, fognature e acqua potabile. La borgata non cresce soltanto per numero di abitanti; cerca di dotarsi delle opere che rendono stabile la vita quotidiana. Il paesaggio resta rurale, ma sempre più case e servizi lo avvicinano alla città.
Il censimento fotografa dunque una soglia. La Magliana del 1921 è ancora campagna, eppure possiede una popolazione stabile e chiede opere che appartengono già alla vita urbana. Nello stesso anno in cui il territorio viene ferito dal disastro ferroviario, attorno alla stazione e sulle pendici vicine continuano a crescere case e servizi. Il lutto non interrompe questa trasformazione: la rende soltanto più visibile, perché colpisce un luogo che ha già smesso di essere periferia senza volto.
Autobus e ferrovia accorciano la distanza quotidiana con Roma
La distanza dal centro si misura soprattutto nei tempi di viaggio. Per chi abita alla Magliana la ferrovia Roma-Civitavecchia resta la grande infrastruttura di riferimento, ma non è l’unico collegamento. Già durante la guerra la popolazione del quadrante portuense cerca una forma di trasporto più capillare, capace di raggiungere le case e le strade che non si trovano lungo i binari.
Dal 1915 è attivo un servizio automobilistico fra la Stazione Trastevere e la Parrocchietta, esercitato dalla Società anonima per i servizi pubblici a trazione animale e meccanica con cinque coppie di corse al giorno. L’iniziativa nasce da una cooperativa di abitanti del Portuense e di San Pancrazio. Prima ancora che il collegamento diventi una normale voce della rete cittadina, quindi, sono gli abitanti della periferia a organizzarsi perché la distanza da Roma possa essere percorsa con regolarità.
Nel 1919 il Comune inserisce la direttrice Stazione Trastevere-Parrocchietta fra cinque linee automobilistiche previste per la gestione municipale; nel 1921 il servizio è ancora attivo mentre Roma sta costruendo la propria rete su gomma. Nel 1922 quel percorso compare tra le linee private con il numero 6: Stazione Trastevere, via Orti di Cesare nell’odierno Marconi, via Portuense, Parrocchietta. Dietro un numero di linea c’è ormai un corridoio quotidiano fra la borgata e una delle principali porte ferroviarie della città.
La ferrovia e l’autobus svolgono funzioni diverse ma convergenti. Il treno consente di raggiungere Roma in meno di un’ora e, nella direzione opposta, il litorale; l’autobus raccoglie invece la mobilità lungo la via Portuense e la porta alla Stazione Trastevere. La Magliana resta esterna alla città costruita, ma non è isolata: il suo futuro urbano dipende anche da questa possibilità sempre più ordinaria di muoversi ogni giorno fra campagna e Roma.
20 agosto 1921: nasce il nuovo Quartiere Gianicolense
Sette giorni prima del disastro ferroviario, il 20 agosto 1921, Roma compie un altro passo destinato a cambiare la geografia amministrativa di questo quadrante. Una delibera comunale istituisce il dodicesimo quartiere, il Q. XII Gianicolense. Il suo cardine è la parte alta di Monteverde, ma il territorio assegnato al nuovo quartiere è molto più ampio: circa 7,57 chilometri quadrati, distesi su aree che oggi appartengono soprattutto al Municipio XII e, per una parte minore, al Municipio XI.
L’urbanizzazione era stata preparata già dal Piano regolatore del 1909, che prevedeva sulla parte più elevata del monte, verso le Mura Gianicolensi, un tessuto di villini con giardino. È il nucleo che nel linguaggio comune sarà chiamato Monteverde Vecchio. La distinzione fra Monteverde Vecchio e Monteverde Nuovo diventerà familiare ai romani, ma non corrisponde a due quartieri amministrativi differenti: l’intera zona appartiene al Gianicolense.
Nel 1921, tuttavia, la carta anticipa ancora largamente la città costruita. Fuori dal nucleo dei villini, l’urbanizzazione è scarsa. Il Ponte Bianco segnala la presenza della ferrovia; sulla collina è aperto il cantiere dell’Ospedale della Vittoria, avviato nel 1919 e destinato a una storia lunga e tormentata. Intorno, vaste porzioni del nuovo quartiere conservano un aspetto rurale. La decisione del Comune non certifica quindi una trasformazione già compiuta: disegna il perimetro entro il quale Roma si prepara a espandersi.
Per la Magliana il nuovo Gianicolense è un segnale importante. La borgata rimane separata dal tessuto compatto della città, ma si trova ormai accanto a un quadrante che Roma ha deciso di organizzare, edificare e dotare di servizi. Le denominazioni amministrative non costruiscono da sole strade e case; indicano però la direzione del movimento. Nel giro di pochi anni la campagna portuense sarà sempre più attraversata da progetti urbani, infrastrutture e nuove proprietà.
1923: Pian Due Torri passa a Bonelli, la bonifica è alle porte
La crescita non procede dappertutto allo stesso ritmo. A sud del nuovo Gianicolense, Pian Due Torri rimane ancora una distesa difficile, segnata dall’acqua e da terreni il cui valore è molto inferiore a quello delle campagne agricole migliori. Proprio questa debolezza prepara una trasformazione diversa da quella di Monteverde: non l’espansione per villini, ma una grande operazione di bonifica e riorganizzazione fondiaria.
Nel 1923 la tenuta passa a Michele Angelo Bonelli, ingegnere e agronomo piemontese interessato proprio ai terreni che l’agricoltura ordinaria considera meno promettenti. Nella trattativa con Carlotta Ricci, vedova di Luigi Bianchi, il prezzo discusso è di appena 0,20-0,25 lire al metro quadrato, contro valori molto più alti attribuiti alla buona terra coltivabile. Il divario misura meglio di qualsiasi descrizione lo stato del luogo: Pian Due Torri vale poco perché è ancora un problema prima che una risorsa.
La compravendita non è però lineare. Una striscia di terreno compresa tra la via della Magliana e il Collettore di destra, conosciuta come Tenuta Casetta Rossa per un piccolo casale in cortina di mattoni, viene riservata al figlio della proprietaria. Anche questo dettaglio mostra una campagna già suddivisa in proprietà, diritti e progetti differenti, sulla quale ogni trasformazione dovrà necessariamente misurarsi.
Il passaggio del 1923 apre immediatamente una fase nuova. Bonelli guarda a quella pianura acquitrinosa come al terreno su cui tentare una trasformazione agricola che l’agricoltura ordinaria considera poco promettente. Il paesaggio che fino a quel momento valeva poco perché era difficile da coltivare diventa così un progetto. Pian Due Torri entra negli anni Venti non più come margine inerte della borgata, ma come uno dei luoghi nei quali il futuro del territorio sta per essere messo alla prova.
(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)



