La morte di Leone X, il 1° dicembre 1521, chiude senza gradualità la stagione medicea della Magliana. Il castello perde il suo padrone più assiduo e Roma entra in un tempo incerto. Il pontefice lascia dietro di sé una corte splendida ma costosa, una frattura religiosa ormai aperta in Germania e un equilibrio politico italiano sempre più dipendente dalle grandi monarchie europee. Per la Magliana la cesura è immediata: la residenza che fino a pochi mesi prima ospitava cacce, feste e decisioni di governo smette di essere il centro di un mondo e torna a dipendere dal ritmo instabile delle successioni pontificie.

Nei sei anni successivi il soglio di Pietro rimane vacante tre volte. In queste pause acquistano visibilità famiglie capaci di trasformare l’incertezza in funzione pubblica. Fra esse emergono i Mattei, antico casato trasteverino investito della custodia dei ponti e delle ripe durante la Sede apostolica vacante. Alla morte di un papa il capofamiglia deve reclutare cento uomini, vestirli con la tradizionale giubba scarlatta e presidiare gli accessi al Vaticano affinché il conclave si svolga senza disordini. Non è un semplice privilegio araldico: significa disporre di uomini, reti di fedeltà e capacità organizzativa proprio quando l’autorità ordinaria si interrompe.

Nel 1521 il compito tocca a Ciriaco Mattei, già conservatore dell’Urbe. Mentre Roma attende il nuovo pontefice, i “soldati rossi” rendono visibile nel paesaggio urbano il peso raggiunto dalla famiglia. I Mattei non sono soltanto proprietari o banchieri: commercio, credito, carriere ecclesiastiche e presenza nelle magistrature cittadine si rafforzano a vicenda. È questa solidità a prepararli, pochi anni dopo, a investire anche nelle grandi proprietà della campagna portuense.

Il conclave porta al soglio Adriano VI, estraneo alla cultura mondana della Roma medicea. Il nuovo papa tenta di riportare disciplina nella Curia e di affrontare la crisi luterana riconoscendo la necessità di una riforma. Il suo stile austero contrasta con quello di Leone X e rende ancora più evidente il cambio d’epoca. Anche la Magliana, privata del suo animatore, non trova nel nuovo pontefice un successore disposto a ricreare la stessa vita di corte.

Il pontificato dura però pochissimo. Nel settembre 1523 Roma torna in conclave e i cento uomini di Ciriaco Mattei riprendono servizio. La rapidità delle successioni mostra quanto fragile sia ormai il sistema lasciato da Leone X. In appena due anni la Magliana è passata da residenza di governo a bene periferico di una corte che cambia volto; allo stesso tempo, i Mattei hanno consolidato la posizione da cui entreranno direttamente nella storia della tenuta dopo il trauma del 1527.

1523–1527: Clemente VII e la guerra che arriva a Roma

Nel conclave del 1523 prevale Giulio de’ Medici, cugino di Leone X, che assume il nome di Clemente VII. Con lui torna sul trono pontificio un uomo della stessa famiglia, ma non torna la sicurezza politica del decennio precedente. Il nuovo papa eredita la frattura religiosa tedesca e soprattutto la competizione fra Carlo V e Francesco I, che trasforma l’Italia nel principale campo di confronto fra Impero e Francia. Clemente prova a muoversi fra le due potenze per difendere l’autonomia della Chiesa e l’equilibrio italiano, ma ogni scelta lo espone a una reazione più grande delle risorse di cui dispone.

La situazione precipita dopo la battaglia di Pavia del 1525 e la cattura di Francesco I. Temendo una supremazia imperiale ormai senza contrappesi, Clemente promuove nel maggio 1526 la Lega di Cognac insieme con Francia, Venezia, Milano e Firenze. La decisione vuole contenere Carlo V, ma rende Roma un bersaglio. Già nel settembre 1526 i Colonna, schierati sul fronte imperiale, irrompono nella città e saccheggiano Borgo e Vaticano, costringendo il papa a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo. È un’avvisaglia che dimostra quanto le mura e la diplomazia pontificia siano diventate vulnerabili.

La guerra intanto si avvicina. Le truppe imperiali stanziate nell’Italia settentrionale sono male pagate e sempre più difficili da controllare. Nel loro movimento verso sud convergono soldati spagnoli, italiani e migliaia di lanzichenecchi tedeschi, molti dei quali luterani. Il contestabile Carlo III di Borbone assume il comando di una massa armata che vive anche della prospettiva del bottino. Le forze della Lega non riescono a sbarrarle la strada e l’esercito passa l’Appennino puntando direttamente verso Roma.

Nella capitale il panico cresce già nel marzo 1527. I cardinali cercano rifugio nelle proprietà suburbane e Franciotto Orsini ottiene il castello della Magliana. La villa papale, che sotto Leone X era stata teatro di una corte sicura di sé, torna improvvisamente utile nella sua funzione più elementare: luogo separato dalla città e potenziale riparo. Ma neppure la campagna può proteggere a lungo un sistema politico ormai investito dalla guerra europea.

Il 5 maggio le truppe imperiali sono sotto le mura. Clemente VII, che aveva immaginato di restaurare l’autonomia politica del papato attraverso le alleanze, deve ora difendere la propria capitale con forze insufficienti. Il conflitto fra dinastie e potenze diventa, in poche ore, una minaccia concreta per case, chiese, botteghe e persone. La mattina seguente Roma entrerà nella più traumatica cesura del suo Cinquecento.

6 maggio 1527: il Sacco spezza la Roma rinascimentale

L’assalto comincia la mattina del 6 maggio nel settore delle Mura di Borgo, fra il Gianicolo e il Vaticano. Carlo III di Borbone vuole guidare personalmente la scalata, ma il suo abito lo rende riconoscibile e viene colpito mortalmente da un’arma da fuoco. La perdita del comandante non ferma l’attacco. Al contrario, priva la massa imperiale di uno dei pochi vertici capaci di contenerla, mentre il comando passa a Filiberto di Chalons, principe d’Orange. Le truppe entrano in città e l’azione militare si trasforma rapidamente in saccheggio.

I lanzichenecchi tedeschi, affiancati da contingenti spagnoli e italiani, sono in larga parte senza paga. Roma rappresenta insieme un obiettivo politico, religioso e materiale: la capitale del papa, ma anche una concentrazione eccezionale di denaro, argenti, opere d’arte e beni ecclesiastici. Case patrizie, conventi e palazzi vengono violati; persone e comunità cercano di salvarsi pagando riscatti. Ciò che non può essere portato via viene spesso distrutto. La violenza non è un incidente marginale dell’operazione: diventa per settimane il modo stesso con cui l’esercito si mantiene.

Clemente VII riesce a raggiungere Castel Sant’Angelo attraverso il passaggio fortificato che collega il Vaticano alla fortezza. Con lui trovano rifugio cardinali e uomini della corte, mentre nella città aperta crolla la normale gerarchia delle protezioni. L’esperienza del Sacco produce anche una diaspora di artisti, artigiani, funzionari e letterati: la Roma che aveva attirato talenti durante i pontificati di Giulio II e Leone X perde in pochi giorni una parte importante della propria popolazione qualificata.

La frattura demografica è impressionante. Le ricostruzioni storiche indicano che la popolazione romana, già colpita dalla violenza, dalla fame e dalle epidemie, si riduce drasticamente nel corso dell’occupazione. Ma il danno più profondo è simbolico: l’Urbe che aveva celebrato la magnificenza del Rinascimento scopre di non essere inviolabile. Il papato resta una grande potenza religiosa, ma il modello politico della corte rinascimentale esce dal 1527 irrimediabilmente indebolito.

Anche la campagna portuense cambia significato. Le tenute non sono più soltanto scenari di caccia e di rappresentanza: diventano riserve patrimoniali, luoghi di rifugio, beni da mettere a reddito o da alienare. Il Sacco spezza quindi non soltanto la storia urbana di Roma ma anche quella della Magliana. La luce della corte di Leone X si rovescia nella necessità di amministrare un territorio impoverito, e proprio da questa necessità nascerà il passaggio della Casetta ai Mattei.

1527–1529: il riscatto e la nuova Casetta Mattei

Clemente VII rimane chiuso a Castel Sant’Angelo per quasi un mese, mentre nella città continua il saccheggio. All’inizio di giugno accetta una capitolazione durissima: deve garantire pagamenti enormi, consegnare ostaggi e cedere o impegnare posizioni strategiche dello Stato pontificio. La sua prigionia non equivale a una vera Sede vacante, perché il papa è vivo e resta formalmente sovrano; nella pratica, però, il governo della Chiesa è paralizzato e ogni decisione è subordinata alla presenza dell’esercito imperiale.

Il problema immediato diventa trovare denaro. Il tesoro pontificio non basta e vengono mobilitati crediti, prestiti, argenti e proprietà. Le trattative proseguono per mesi: nell’autunno si definiscono nuove condizioni, mentre Roma continua a pagare il costo dell’occupazione. Il 6 dicembre 1527 Clemente riesce infine a lasciare la città e a riparare a Orvieto. Gli imperiali abbandoneranno Roma soltanto nei primi mesi del 1528, lasciando dietro di sé un’economia devastata e un patrimonio immobiliare profondamente scosso.

È in questo contesto che le grandi proprietà ecclesiastiche intorno a Roma acquistano un valore finanziario decisivo. Vendere o trasferire terreni significa trasformare beni immobili in liquidità e, nello stesso tempo, premiare famiglie del patriziato capaci di anticipare capitali. La crisi accelera così un processo di redistribuzione fondiaria che nei tempi normali avrebbe richiesto passaggi più lenti. La campagna diventa una delle casse di compensazione della catastrofe urbana.

La famiglia Mattei dispone proprio allora dei mezzi necessari. Ciriaco è ormai anziano, ma il giovane Pietr’Antonio rappresenta una generazione pronta a trasformare la forza finanziaria del casato in patrimonio terriero. La grande tenuta della Casetta passa ai Mattei per acquisto nel quadro delle alienazioni successive al Sacco e prende stabilmente il loro nome. Nasce così Casetta Mattei: non un semplice cambio di proprietario, ma il segno territoriale di un riequilibrio fra patrimonio ecclesiastico e aristocrazia romana.

La soluzione politica arriva nel 1529 con il riavvicinamento fra Clemente VII e Carlo V e la Pace di Barcellona. Il papa recupera margini di governo, ma Roma non torna quella di prima. Per la Magliana la cesura è altrettanto definitiva: la residenza papale sopravvive, ma la lunga stagione delle feste medicee è ormai alle spalle. Il decennio si chiude con una nuova geografia di proprietari, un papato più prudente e una campagna destinata a contare sempre di più come spazio amministrato.

(articolo aggiornato il 13 Settembre 2026)