Nel 69/68 a.C. i pirati arrivano fino al porto di Ostia. Cassio Dione racconta che entrano nel porto, incendiano le navi e saccheggiano; Cicerone ricorderà a sua volta l’attacco come una ferita clamorosa al prestigio romano. Nel 67 a.C. la lex Gabinia affida a Pompeo Magno un comando straordinario contro la pirateria. In pochi mesi il Mediterraneo torna sotto controllo romano, ma l’incursione ostiense ha mostrato quanto il litorale della capitale sia esposto ( immagine di copertina).
La risposta urbanistica arriva pochi anni dopo. Nel 63 a.C., durante il consolato di Marco Tullio Cicerone, il Senato e il popolo romano dispongono la costruzione delle mura e delle porte della colonia. L’iscrizione ricostruita della Porta Romana attribuisce a Cicerone l’avvio e l’appalto dell’opera; nel 58 a.C. Publio Clodio Pulcro, ormai tribuno della plebe e avversario politico di Cicerone, ne completa e approva i lavori ( Fig. 1 ).
La nuova cinta amplia radicalmente la scala della città e racchiude circa 69 ettari. Sul lato settentrionale il Tevere continua a funzionare come margine e via di traffico; le difese terrestri proteggono invece i principali accessi. La Porta Romana guarda alla via Ostiense, la Porta Laurentina apre verso sud e la Porta Marina verso il litorale: tre varchi che trasformano la fortificazione in una nuova struttura urbana.
La Porta Romana, fiancheggiata da torri quadrate, conserva nella propria iscrizione la memoria politica dell’opera. Cicerone e Clodio, nemici nella vita pubblica, finiscono così associati nello stesso testo monumentale. In età domizianea la porta verrà ricostruita e monumentalizzata con rivestimenti marmorei, ma l’iscrizione continuerà a ricordare l’origine repubblicana delle mura.
Il 63 a.C., anno del consolato di Cicerone, resta celebre anche per la congiura di Catilina. Lucio Sergio Catilina, escluso dal consolato, progetta un colpo di Stato. Cicerone, grazie a informatori, smaschera la trama e davanti al Senato pronuncia le celebri Catilinarie. Catilina fugge da Roma e morirà in battaglia contro le truppe consolari.
Negli anni seguenti Cicerone rimane uno dei protagonisti della lotta politica repubblicana. I suoi rapporti con Giulio Cesare oscillano fra opposizione, rispetto e diffidenza; intanto la competizione fra comandanti, Senato e assemblee popolari rende sempre più difficile ricondurre il conflitto entro le vecchie regole.
Ostia non diventa la città di Cicerone, né il console può essere trasformato in un comandante che scaccia personalmente i pirati. Il suo ruolo documentato è diverso e più preciso: come console cura l’avvio delle mura decise dal Senato, lasciando sulla Porta Romana una traccia epigrafica destinata a sopravvivere alla stessa Repubblica.

Il dado è tratto: Cesare, il Rubicone e i cavalli del presagio
Il primo triumvirato assicura a Gaio Giulio Cesare il consolato nel 59 a.C. e, subito dopo, il comando delle province galliche. Da lì parte la lunga campagna che tra il 58 e il 50 a.C. porta alla conquista della Gallia fino all’Atlantico e al Reno. I Commentarii de Bello Gallico diffondono a Roma la fama del condottiero, celebrato come invincibile e amatissimo dai suoi legionari.
Ma l’alleanza politica si sgretola. Nel 53 a.C. Crasso muore a Carre e il rapporto fra Cesare e Pompeo si rompe definitivamente. Pompeo si avvicina al Senato e nel 52 a.C. viene nominato console senza collega, mentre a Roma la violenza politica rende sempre più fragile il compromesso repubblicano.
Quando nel 50 a.C. la crisi arriva al punto di rottura, il Senato pretende che Cesare deponga il comando. Nella notte fra il 10 e l’11 gennaio 49 a.C. Cesare raggiunge il Rubicone, limite della sua provincia, esita e poi attraversa con le truppe. Svetonio lega a quel momento la celebre formula del dado gettato: oltre il piccolo fiume la contesa politica diventa guerra civile.
La marcia è rapidissima. Pompeo e molti senatori abbandonano Roma e si dirigono verso Brindisi; Cesare attraversa l’Italia, tenta invano di impedirne l’imbarco e poi torna verso la capitale prima di affrontare le forze pompeiane in Spagna. Il Rubicone non è soltanto un confine geografico: diventa il simbolo di una decisione irreversibile.
A quel passaggio Svetonio collega anche una tradizione sui cavalli di Cesare. Il dittatore avrebbe consacrato al fiume Rubicone alcune mandrie e le avrebbe lasciate libere senza custode; poco prima delle Idi di marzo, anni dopo, quegli animali avrebbero rifiutato il cibo e pianto, trasformandosi nella memoria biografica in un presagio della sua morte ( Fig. 2 ).
È un racconto diverso dalla storia degli Horti Caesaris e non va fuso con essa. Le fonti non attestano che Cesare acquistasse nel 49 a.C. i giardini sul Tevere per ricoverarvi i cavalli della guerra, né che li consacrasse a Marte lasciandoli a disposizione dell’esercito. Il nucleo documentato è il rapporto simbolico fra Cesare, il Rubicone e gli animali consacrati al fiume.
Svetonio ricorda inoltre il celebre cavallo personale di Cesare, nato nella sua proprietà con zoccoli insolitamente fessi e interpretato dagli indovini come presagio di dominio. Cesare lo allevò con cura e più tardi ne fece collocare una statua davanti al tempio di Venere Genitrice. Anche qui il cavallo appartiene alla costruzione pubblica del carisma del comandante, non a una cavalleria nascosta negli Horti.

Fors Fortuna accompagna viaggiatori e culti lungo l’antica via Campana
Mentre Cesare trasforma la guerra civile in potere personale, cresce Gaio Ottavio, il futuro Augusto. La tradizione biografica circonda la sua giovinezza di presagi e segni favorevoli: non prove di un destino già scritto, ma il linguaggio con cui l’età imperiale ricostruirà retrospettivamente l’ascesa del nuovo principe.
Uno di questi prodigi appartiene direttamente al paesaggio portuense. Svetonio racconta che, mentre Ottavio pranza in un bosco al quarto miglio della via Campana, un’aquila gli strappa improvvisamente il pane di mano, vola in alto e poi torna a restituirglielo con delicatezza. Non ci sono formaggio, oggetti sacri o marce militari: il segno è più semplice e proprio per questo più potente.
La via Campana attraversa un territorio nel quale il culto di Fors Fortuna è molto più antico di Augusto. Le tradizioni romane collegano alla riva destra del Tevere santuari della dea attribuiti a Servio Tullio e a fondazioni repubblicane successive; il 24 giugno la festa richiama la plebe lungo il fiume, anche in barca, intrecciando culto, viaggio e paesaggio fluviale ( Fig. 3 ).
Dentro questo quadro si collocano gli Horti Caesaris sulla riva destra del Tevere, lungo la via Portuensis e la Campana. I loro limiti esatti non sono noti, ma Cesare li possiede e li lascia per testamento al popolo romano. Dopo la sua morte Plutarco li ricorderà come i giardini “dove ora sorge un tempio di Fortuna”: una formula che non autorizza a trasformare Cesare nel costruttore del santuario.
Tacito registra infatti la dedicazione di un tempio a Fors Fortuna negli Horti Caesaris in età tiberiana. Il dato certo è quindi una monumentalizzazione del culto entro i giardini ormai pubblici; resta aperta la relazione con santuari più antichi della stessa area. L’ipotesi che il tempio tiberiano abbia raccolto o monumentalizzato una precedente memoria cultuale è plausibile, ma non è dimostrata dalle fonti letterarie.
Anche le identificazioni archeologiche proposte nell’area di Pietra Papa vanno lette con questa cautela. Il paesaggio conserva una lunga continuità di culto di Fors Fortuna, ma culto antico, eventuale sacello precedente, presenza in età cesariana e tempio dedicato sotto Tiberio sono quattro livelli distinti. Proprio questa stratificazione rende la via Campana una soglia narrativa efficace verso la Roma di Cesare senza forzare una paternità che le fonti non attestano.

Da Alessandria al Tevere: Ostia appare davanti alla nave di Cleopatra
Nel 48 a.C. la guerra civile si sposta oltre il mare. A Farsalo Cesare sconfigge Pompeo, che fugge in Egitto e viene ucciso; Cesare lo segue fino ad Alessandria e resta coinvolto nella lotta dinastica dei Tolomei. Cleopatra torna al potere con il suo sostegno e il rapporto fra i due lega ormai l’Egitto alla nuova stagione politica romana.
Negli anni successivi Cleopatra raggiunge Roma. Cassio Dione la ricorda nella città insieme al fratello e consorte, ospite della sfera privata di Cesare; altre testimonianze collegano la regina agli Horti Caesaris sulla riva destra del Tevere. Il soggiorno romano è attestato, mentre le fonti non indicano quale porto abbia accolto la nave né quale rotta abbia seguito nell’ultimo tratto del viaggio ( Fig. 4 ).
Per questo Ostia non può diventare uno sbarco documentato. Può però restare sulla soglia del racconto: la nave lascia Alessandria, attraversa il Mediterraneo e raggiunge la costa laziale; davanti alla foce del Tevere, Ostia appare in lontananza come immagine plausibile, non come tappa attestata. Lo sbarco è ormai prossimo. Oltre quella linea di costa comincia la Roma di Cesare.

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(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



