Dell’accampamento di Totila a Campo Merlo si torna a parlare nell’anno 669. Da un documento ecclesiastico apprendiamo che vi è stata edificata una chiesina intitolata a San Pietro, la Ecclesia Sancti Petri Via Portuensi in Campum Meruli. Vi abita un anziano eremita – il futuro Papa Adeodato II -, che offre compassionevole rifugio ai pellegrini della Via Portuense-Campana.
669. Il restauro di Campo Merlo
Il toponimo Campus Meruli è nominato per la prima volta in un documento ecclesiastico del 669 d.C.
Il Liber Pontificalis riporta che in quell’anno un anziano monaco di Sant’Erasmo al Celio restaura la chiesa campestre di San Pietro in Campo Merlo, ricominciando ad officiarvi messa: “Hic Ecclesiam S. Petri, quæ est Via Portuensi in Campum Meruli, ut decuit restauravit atque dedicavit”.
Da eremita a papa: Adeodato II e il silenzio di Campo Merlo
L’anziano monaco avrà un destino fortunato: tre anni dopo sarà papa, con il nome di Adeodato II.
Papa Adeodato è un pontefice generoso, compassionevole verso i pellegrini e benevolo verso il clero.
È ricordato per aver aumentato l’indennità elargita in occasione della morte del pontefice, ma anche per il fatto che il clero romano, contro ogni previsione, dovrà aspettare a lungo prima di incassarla: Papa Adeodato morirà infatti nel lontano anno 676.
Dopo Papa Adeodato, della chiesina di Campo Merlo si perderanno le tracce.
Il restauro di Adeodato II è uno dei pochi dati sicuri sul piccolo edificio: le fonti pontificie ricordano espressamente l’intervento sulla chiesa di San Pietro in Campo Merlo lungo la Via Portuense. Dopo il VII secolo la documentazione si fa più rada, ma il toponimo Campus Meruli continua a indicare per secoli una vasta unità fondiaria della campagna. Ancora nel Quattrocento Flavio Biondo poteva ricordare, lungo la Portuense, le rovine della chiesa attribuita ad Adeodato. Più che una scomparsa improvvisa, si delinea dunque una lunga perdita di funzione: il luogo sacro sopravvive nella memoria topografica quando l’edificio è ormai ridotto a rudere. Campo Merlo mostra così come nel suburbio medievale un nome possa durare molto più a lungo della struttura che lo aveva reso riconoscibile.
Leone II trasferisce le reliquie da Generosa a Roma
I pellegrini, per arrivare a Roma via mare, affrontano mille peripezie. E adesso si aggiunge una nuova minaccia: i Saraceni, feroci pirati nel nome dell’Islam.
I Saraceni compiono continue estenuanti incursioni sulle coste, che costringono Papa Leone II a evacuare i santuari più esposti alle razzie. Nel 682 il pontefice manda una squadra di manovali alle catacombe di Generosa, per prelevare le reliquie dei Martiri Portuensi e portarle al sicuro in città. Tuttavia, mentre i manovali praticano dei fori nelle cripte martiriali, qualcosa va storto: si sentono prima sinistri scricchiolii; poi alcune rocce si distaccano dalle volte, finché le gallerie catacombali si riempiono di polvere. I manovali fanno appena in tempo a tirar fuori le reliquie e a puntellare le gallerie con rozzi muri di sostruzione. Quando dodici secoli dopo, nel 1868, l’archeologo de Rossi riscoprirà le catacombe, vi troverà ancora i resti di quel maldestro cantiere.
Le reliquie dei Martiri Portuensi finiscono alla chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino, in un’arca di marmo con l’epigrafe “Martyres Simplicius et Faustinus […] in Cimiterium Generoses”. Poco dopo le sacre spoglie iniziano a frazionarsi: una parte va a San Nicola in Carcere, un’altra in un santuario delle Marche, un’altra, tempo dopo, finirà a Madrid nel palazzo dell’Escorial. Oggi rimane l’arca vuota, conservata a Santa Maria Maggiore.
682. L’evacuazione dei santuari
Dunque, in queste alterne vicende di abbandoni e riconquiste il mondo non è finito; ma la millenaria storia di Roma quella fatalmente sì. Il paesello di Roma, immiserito e umiliato, sopravvive chiudendosi a riccio dentro le Mura. Riporta il Liber Pontificalis che Papa Leone II (682-683) ordina come misura emergenziale di evacuare tutti i santuari delle campagne intorno a Roma, portando le reliquie in essi contenute “intra muros”, cioè nelle chiese dentro le Mura.
Santa Bibiana accoglie i Martiri mentre Generosa tace
In quell’occasione Leone II fa praticare un foro alla base dell’affresco Coronatio Martyrum, nella parete che cela le sepolture di Simplicio e Faustino, e un altro nella parete di sinistra, per quelle degli altri confratelli. Qualcosa però va storto, e si odono sinistri scricchiolii, cadono calcinacci. I manovali di Leone II edificano in fretta e furia una parete di rinforzo sulla destra, e un’altra sulla spalla sinistra della Tomba di Generosa, temendo imminenti crolli. Questo frettoloso e maldestro intervento è anche l’ultimo eseguito in Antico. Non risulta che le catacombe siano state aperte per i successivi 1200 anni.
Le reliquie dei Martiri Portuensi finiscono nel 682 nella chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino, e di lì iniziano un turbinoso tour che le disperderà nei santuari di mezza Europa.
La traslazione porta con sé anche materiali locali di reimpiego.
682. Traslazione delle reliquie e abbandono della Basilica Damasiana
La basilica rimane in uso per tre secoli esatti, fino al 682 d.C., anno in cui, sotto la spinta delle invasioni gotiche che rendono insicura l’area, le reliquie dei Martiri vengono traslate dentro le Mura di Roma. Dell’abbandono dell’area basilicale esiste anche un’evidenza archeologica: gli archeologi francesi che dal 1980 hanno indagato il sito non hanno ritrovato nell’area monete o ceramiche che andassero oltre il VII secolo
Da allora “per oltre milleduecento anni su questa piccola altura della Magliana ci è silenzio”, scrive lo studioso locale Emilio Venditti. “Il tempo ha cancellato tutto”.
(articolo aggiornato il 9 Settembre 2026)



