Inaugurato nel 1979, ed oggi ancora inagibile, custodisce le chiglie di cinque delle sette navi romane che vennero ritrovate tra il 1958 e il 1965. I reperti più importanti sono: una barca da pesca con ‘vivaio’ e ben quattro relitti più grandi di tipo commerciale, da classificare come imbarcazioni per il piccolo cabotaggio ed il traffico fluviale (navis caudicariæ). Nel museo si trova un’esposizione di materiali vari, trovati nell’area dell’antico bacino di Claudio, che si riferiscono al mondo delle marineria ( immagine di copertina ).

Nelle immediate adiacenze del Museo delle Navi, sorge la piccola collina di Monte Giulio corrispondente ad una antica banchina sulla quale sorgono degli edifici, forse uffici di controllo del Porto di Claudio (la ‘capitaneria’) con depositi e un impianto termale.

L’Urbe è in movimento. Già con Traiano (98-117) arriva a Roma un archistar, l’architetto Apollodoro di Damasco.

Traiano gli commissiona, alle spalle del porto di Claudio, la costruzione del Porto interno, un nuovo bacino artificiale a forma di esagono, allacciato al Tevere con un canale.

Apollodoro ci mette dodici anni per completare l’opera, ma l’esagono è così ben fatto che si conserva ancora oggi: è un lago e si trova nella proprietà Sforza-Cesarini, al chilometro 9,100 della via Portuense.

I resti in pietra emersi durante lo scavo non risalgono comunque alla fase arcaica della Via Campana ma ai rifacimenti in pietra di Epoca traianea, cioè tra fine del I secolo e inizio del II secolo d.C. Questi interventi, a loro volta, sono sovrapposti agli interventi dell’Imperatore Claudio di mezzo secolo precedenti ( Fig. 1 ).

Agrimensori e operai costruiscono il bacino esagonale di Portus.
FIG. 1 – NASCE IL BACINO ESAGONALE. Tra il 100 e il 112 d.C., agrimensori e squadre di cantiere allineano le murature lungo il nuovo bacino con attrezzature lignee e strumenti manuali. La scena rende visibile la costruzione senza separarla dal paesaggio di Portus (ricostruzione AI generata con supervisione umana)

La nuova Via Portuensis serve il porto e il traffico pesante

In questo settore l’antica via si sviluppa da nord-est a sud-ovest, con un tracciato e una direzione diversi dalla Via Portuense moderna, che segue un asse da est a ovest. L’angolo tra le due vie è di circa 35°. Questo aspetto ha messo in crisi il luogo comune che vuole il percorso antico, se non proprio sovrapponibile quantomeno parallelo al percorso moderno.

Gli scavi archeologici hanno premesso così di ricostruire l’aspetto della strada in quel tratto. L’asse viario antico è costruito in elevato, come un moderno viadotto, sorretto da una sequenza di ponti. Il viadotto è sostenuto da due muri di contenimento laterali in materiale cementizio, con paramento in opera reticolata con cubilia di tufo, in alcuni casi di diverso colore. I muri di contenimento sono muniti di contrafforti esterni, posti a circa 4 metri e mezzo di distanza l’uno dall’altro.

L’impalcato stradale è largo 5 metri e 30 centimetri.

Il tracciato interseca in vari punti le depressioni idrotermali del paleo-suolo.

In corrispondenza delle depressioni la via adotta la soluzione ingegneristica del ponte, a campata unica, oppure a doppio fornice con pilone centrale. Ne sono stati complessivamente individuati 13.

La Via Portuensis (Via Portuense) nasce ad appena cinquant’anni di distanza dagli interventi di Claudio sulla Via Campana. Al tempo regnava l’Imperatore Traiano, che mette in cantiere il rifacimento della bretella interna di Claudio. Alla fine del I secolo d.C. infatti anche il porto di Claudio è diventato insufficiente ad approvvigionare l’Urbe, la città più famelica del mondo antico. Così Traiano interviene sul porto esistente e avvia la costruzione di un nuovo bacino portuale, questa volta non direttamente in mare, ma scavando un nuovo bacino interno, collegato attraverso canali al Porto di Claudio e al Tevere. Tutt’intorno fioriscono magazzini di stoccaggio merci e il porto diviene una vera e propria cittadella mercantile, che prende il nome di Portus.

La sede stradale subisce, probabilmente in epoca medievale, una spoliazione della originaria pavimentazione in basoli di selce; della pavimentazione rimangono quindi soprattutto i livelli di preparazione, cioè strati di terra alternati a strati di ghiaia ( Fig. 2 ).

Carri pesanti percorrono la Via Portuensis verso Portus.
FIG. 2 – LA VIA PORTUENSIS DELLE MERCI. All’inizio del II secolo d.C., carri pesanti trainati da buoi e animali da soma percorrono la strada verso Portus, fra campagna e grandi opere viarie. La scena restituisce il ruolo terrestre della rete logistica tra Roma e il porto (ricostruzione AI supervisionata)

Il porto esagonale: banchine, magazzini e organizzazione dei flussi

In questa fase la bretella rettilinea di Claudio diventa la percorrenza principale delle merci, al punto che bisogna ora attrezzarla per sostenere anche il traffico pesante: è in questa fase che la bretella viene allargata e lastricata con resistentissi basoli di pietra lavica, come quelli della Via Appia. La nuova via assume il nome di Via Portuensis, in onore della sua destinazione: la cittadella di Portus.

Il Portus Traiani è inoltre dotato di un articolato sistema di magazzini e depositi per permettere lo stoccaggio delle merci e, mediante alcuni accorgimenti tecnici, per garantire una miglior conservazione delle derrate alimentari.

Lo scalo sostituì in breve tempo quello di Pozzuoli ed un collegamento viario diretto con Roma è assicurato dalla via Portuense. Le costruzioni principali si concentrano sul lato nord-ovest del bacino mentre la ‘Darsena’ costituiva il canale d’ingresso al porto interno dotato di banchine attrezzate, dove avviene il carico e lo smistamento verso Roma delle imbarcazioni di medio e piccolo tonnellaggio capaci di risalire il Tevere. Lungo il canale d’imbocco al Porto si ergevano i ‘Magazzini Severiani’ (in realtà di epoca adrianea-antonina) adibiti a stoccaggio delle mercanzie.

Nei secoli successivi i tratti in viadotto sopraelevato, circondati dalle acque, sono soggetti a continui crolli e vengono rattoppati con interventi di qualità sempre più modesta. In epoca medievale, quando non si possiedono più nemmeno le cognizioni di base per ricostruire le parti cedute, i punti di rottura vengono aggirati mediante viottoli di servizio che scendono dalle arcate e risalgono all’arcata successiva. Durante il Medioevo la strada resta così transitabile soprattutto nella buona stagione, mentre sotto il viadotto permane la palude ( Fig. 3 ).

Facchini e imbarcazioni operano tra banchine e magazzini di Portus.
FIG. 3 – BANCHINE, MAGAZZINI E FLUSSI. Sulle banchine di Portus, piccoli navigli, porte di magazzino, anfore accatastate e squadre di facchini compongono una scena di lavoro. L’immagine mostra scarico, deposito e smistamento come parti coordinate della stessa macchina portuale (ricostruzione AI supervisionata)

Portus e Tevere: la grande macchina logistica dell’Impero

La nuova Via Portuensis

Perché si verifichino altri accadimenti rilevanti nella Silva Mœsia occorre attendere sino alla fine del I secolo d.C., quando le maestranze romane tracciano, all’interno della selva, una strada carrabile: la Via Portuensis. Questa via collega l’Urbe con il nuovo porto voluto dall’Imperatore Claudio alla foce del Tevere, per sopperire alle crescenti esigenze di approvvigionare l’Urbe con cibo e mercanzie. La nuova strada si innesta sulla precedente Via Campana, dalla quale si discosta, tra Pozzo Pantaleo e Ponte Galeria, con un nuovo tracciato rettilineo. Le ragioni di questo nuovo tratto rettilineo sono ragioni di economia di percorso: la vecchia Via Campana segue l’andamento di valle, assecondando i tortuosi meandri del Tevere, mentre la nuova Via Portuensis taglia dritto proprio all’interno della Silva Mœsia, seguendo per lo più linee di crinale.

In quegli stessi decenni la pressione sul paesaggio cresce rapidamente. L’aumento della popolazione e dei cantieri moltiplica la domanda di legname: la Silva Mœsia, ancora percepibile in età pre-imperiale come una fascia boschiva continua tra Roma e il mare, viene progressivamente intaccata. Sul declinare del I secolo la copertura forestale è ormai molto ridotta.

Il disboscamento non è un episodio isolato ma accompagna la trasformazione complessiva del territorio: tagli, cave e nuove percorrenze aprono la selva e la convertono in un corridoio sempre più infrastrutturato. Le residue aree verdi della Valle dei Casali e della Tenuta dei Massimi, protette in età contemporanea, aiutano oggi a leggere per contrasto la portata di questa lunga trasformazione ambientale.

Ab Janiculo ad Mare

Esistono anche altre definizioni culturali, meno note ma egualmente appropriate per descrivere il Territorio portuense nel suo complesso. Al poeta latino Ovidio si deve la formula “Ripa Suburbana Tiberis”, che troviamo nei Fasti del 24 giugno. Ripa Tiberis indica la fascia rivierasca del Tevere, posta a valle di Roma. L’aggettivo suburbana indica la posizione meridionale – sub – rispetto all’Urbe. Con l’uso questa definizione si contrasse in “Suburbium” (circondario a valle dell’Urbe), e diviene al tempo di Augusto la denominazione della Regio XIV, quando Roma è divisa in regiones, per indicare la porzione extra-urbana compresa fra il Gianicolo e il mare. Proprio al legame con il mare si rifà l’ultima delle definizioni classiche: “Ab Janiculo ad mare”, cioè territorio fra il Gianicolo e il mare. Essa compare per la prima volta nello storiografo Svetonio, che ne fa menzione al capitolo 1 della Vita di Vespasiano.

Il tratto finale di questa via, quello tra Ponte Galeria e le Saline, è quello dalla gestione più laboriosa: richiede infatti continue manutenzioni per la presenza di paludi. Nel tempo la qualità delle manutenzioni si fa sempre più scadente, man mano che i fasti dell’Impero lasciano il posto alla decadenza del Tardo Antico e poi al lungo sonno dell’Età di mezzo.

L’opera traianea, portata avanti anche dai suoi successori, si presenta come il maggior complesso portuale del mondo antico. Inoltre, per consentire uno sfogo delle acque del Tevere verso il mare, liberando quindi Roma dal flagello ricorrente delle inondazioni, vennero aperte delle fosse tra cui la ‘Fossa Traiana’ odierno canale di Fiumicino.

Non lontano da questi sorge un vasto complesso edilizio denominato già nell’ottocento ‘Palazzo ImperialÈ, in realtà un ricco edificio di rappresentanza per viaggiatori di alto rango ( Fig. 4 ).

Chiatte trasferiscono merci da Portus verso il Tevere.
FIG. 4 – DA PORTUS AL TEVERE. Chiatte cariche lasciano il sistema portuale lungo un canale, mentre uomini sulle rive coordinano il passaggio dalle navi marittime al trasporto fluviale. La composizione segue in continuità il percorso che collega il porto alla risalita verso Roma (ricostruzione AI supervisionata)

In copertina:

Tecnici e maestranze lavorano alle banchine del nuovo porto traianeo di Portus.
PORTUS, IL NUOVO BACINO DI TRAIANO. All’inizio del II secolo d.C., maestranze e tecnici lavorano lungo una grande banchina del sistema portuale, mentre sullo sfondo il traffico continua. La scena introduce l’ampliamento traianeo come trasformazione unitaria del paesaggio della foce (ricostruzione AI supervisionata)


(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)