Nel 1923, mentre la borgata cresce e nuovi progetti ridisegnano il territorio, la Parrocchietta compie un gesto rivolto in direzione opposta: torna ai morti della Grande guerra. Sono passati cinque anni dall’armistizio, ma il ritorno alla vita civile non ha cancellato le assenze. Reduci, invalidi e famiglie portano ancora nella quotidianità le conseguenze del fronte; quaranta uomini della comunità non sono tornati affatto.
A raccoglierne i nomi è un piccolo monumento ai Caduti. La lapide distingue sette graduati e trentatré soldati semplici. In testa compaiono il capitano Leonello Mazzantini, il sottotenente Valerio Urbani, l’aiutante di battaglia Federico Agolini, il maresciallo maggiore Rodolfo Tronti, i sergenti maggiori Giuseppe Rughia ed Enrico Consorti e il caporale Attilio Mengarelli. Dietro i gradi militari si intravedono famiglie del territorio: tra i soldati ricorrono anche cognomi appartenenti allo stesso nucleo familiare.
Il numero quaranta trasforma una perdita nazionale in una misura locale. La guerra, raccontata nelle grandi battaglie e nei comunicati degli eserciti, qui assume la dimensione di una borgata: quaranta posti vuoti nelle case, nei campi, nelle officine, nelle strade. Il memoriale non prova a ricostruire la biografia di ciascuno; fa qualcosa di diverso, li dispone insieme e restituisce alla comunità un elenco nel quale riconoscere il proprio lutto.
È questo passaggio dalla perdita privata alla memoria pubblica a dare senso al sacrario. I morti non appartengono più soltanto alle famiglie che li hanno attesi invano. I loro nomi vengono affidati a uno spazio comune, perché la borgata che sta costruendo il proprio futuro scelga di portare con sé anche chi non è tornato.
Torquato Tamagnini modella una Vittoria dolente che non esulta
Sopra la lapide non compare un soldato armato né una figura trionfante. Il monumento si alza su un basamento di blocchi irregolari di tufo, pensati come richiamo alle rocce e alle asperità del fronte montano. Su quella base Torquato Tamagnini colloca una figura femminile in bronzo: una Vittoria dolente.
Tamagnini, nato nel 1886 e autore di numerosi monumenti e sacrari ai Caduti, costruisce la scena su un contrasto semplice. La donna porta nella mano sinistra l’alloro, simbolo tradizionale della vittoria; con la destra, però, depone un ramo sulla roccia. Il gesto non cancella la vittoria militare, ma la costringe a chinarsi davanti al prezzo umano pagato per ottenerla.
È per questo che la statua può essere chiamata Victoria dolens. La figura conserva i segni della vittoria e nello stesso tempo li svuota di ogni esultanza. Non alza l’alloro come un trofeo, non guarda verso un nemico sconfitto, non celebra la forza delle armi. Il centro della composizione è l’atto di deporre: un gesto di pietà rivolto ai morti.
Nel paesaggio della Parrocchietta questa scelta assume un valore particolare. La guerra è finita, i reduci sono tornati, le fabbriche hanno ripreso produzioni civili e la borgata continua a costruire case e infrastrutture. Il monumento non nega questo ritorno alla normalità. Ricorda però che la normalità del dopoguerra poggia anche su un’assenza, e che la vittoria può essere ricordata soltanto insieme al dolore.
Il sacrario della Parrocchietta trasforma i Caduti in memoria pubblica
Il piccolo sacrario viene inaugurato nel 1923. Sul basamento la lapide reca le date della guerra, 1915-1918, e l’anno di apposizione. L’epigrafe affida al “popolo della Parrocchietta e della Magliana” il compito di consacrare nel marmo i nomi dei propri Caduti e chiede che essi vivano “nella luce della gloria”. La formula solenne non parla a una comunità astratta: nomina insieme Parrocchietta e Magliana, legando il monumento direttamente al territorio che lo ha voluto.
La disposizione dei nomi mantiene i gradi militari, ma l’effetto complessivo è quello di ricomporre una comunità. Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati semplici finiscono sulla stessa lapide. Alcuni cognomi ritornano, segno che la guerra ha attraversato più volte le stesse famiglie. La gerarchia dell’esercito rimane leggibile, ma il memoriale la inserisce dentro un lutto condiviso.
Accanto al sacrario altre iscrizioni funerarie conservano una memoria più minuta. Compaiono la campagna di Libia e i nomi di Plava, del Falzarego e del Monte San Michele; si ricordano feriti, reduci invalidi, uomini morti lontano e famiglie che hanno aspettato il ritorno. Le grandi coordinate della guerra entrano così nel lessico quotidiano del territorio: luoghi distanti centinaia di chilometri diventano parole incise sulle tombe della Magliana.
La forza del monumento sta proprio in questa doppia scala. Da una parte c’è la storia nazionale della Grande guerra, con le sue date, i gradi e i luoghi di battaglia. Dall’altra ci sono quaranta nomi e una comunità concreta che li pronuncia. Il sacrario tiene insieme le due dimensioni e trasforma un conflitto lontano in memoria civica.
Anche il monumento continuerà a seguire le trasformazioni della città. Nel 1992 verrà spostato dal luogo originario per la costruzione del tratto in viadotto della Via Portuense e collocato in un distacco di via del Casaletto, indicato anche come via Palmieri. Nel 2006 sarà restaurato dalla Provincia di Roma sotto la direzione della Sovrintendenza Capitolina. Sono vicende molto posteriori, ma mostrano che quella memoria del 1923 non è rimasta immobile: ha dovuto trovare posto, ancora una volta, dentro una città cambiata.
Mentre ricorda i morti, la borgata continua a costruire il futuro
La Victoria viene inaugurata in un luogo che non ha smesso di cambiare. La prima borgata rurale era nata prima della guerra e nel tempo si erano aggiunti servizi come la condotta medica, la stazione dei Carabinieri e la scuola dedicata a Giovanni Pascoli. Il dopoguerra non parte quindi da zero: riprende un processo già avviato e tenta di spingerlo più in alto, sulle pendici di Monte delle Piche.
Il programma di ampliamento avviato nel 1921 continua intanto a tradursi in opere destinate ai vivi. Il contrasto non è una contraddizione: è il modo concreto in cui il territorio attraversa il dopoguerra, conservando il dolore e nello stesso tempo ricominciando a costruire.
Sul Monte delle Piche, una strada a tornanti, oggi via di Generosa, sale verso la sommità; sulla parte alta corre la strada panoramica della Borgata Magliana, oggi via Fulda, e si apre lo spazio dell’attuale largo dell’Oratorio Damasiano. Qui vengono completati i primi otto fabbricati rurali: edifici rettangolari a due livelli, con tetto a capanna e servizi esterni. Non sono architetture monumentali, ma case pensate per rendere stabile l’insediamento sul versante.
Proprio quelle prime otto case mostrano però quanto il futuro sia ancora fragile. Nel 1922 l’utile dominio della tenuta passa a Gaetano Maccaferri e il contratto del 15 marzo 1923 gli affida la prosecuzione dei lavori; quando i tecnici verificano gli edifici già ultimati, rilevano gravi carenze costruttive. Muri perimetrali troppo sottili e assenza di intonaco esterno producono problemi di umidità e perfino di stabilità, tanto da imporre una revisione completa del progetto. La relazione è severa: le opere “non rispondevano né ai prezzi preventivati, né alla tecnica costruttiva, né alle norme igieniche e alle esigenze della borgata”. Costruire il futuro, qui, significa anche accorgersi che le prime case non bastano e ricominciare meglio.
Anche l’acqua entra nel nuovo paesaggio. Una sorgente viene intercettata sulla collina e alimenta un breve acquedotto con un terminale sulla spianata e una testata verso vicolo dell’Imbarco. A valle un fontanile pubblico con vasca porta il nome della famiglia promotrice, “Acqua Pino-Lecce”. Case, strada, acquedotto e fontana raccontano un futuro molto concreto: abitare, muoversi, coltivare, disporre di servizi.
È in questo paesaggio in costruzione, irregolare e tutt’altro che lineare, che la Vittoria dolente trova il proprio significato più pieno. Il bronzo custodisce i morti senza trasformare il lutto in immobilità; attorno, la borgata continua a salire sul monte, ad aprire strade e a portare acqua alle case, correggendo anche gli errori dei primi cantieri. Tra il sacrario e i nuovi fabbricati la Magliana entra negli anni Venti tenendo insieme le due forze del primo dopoguerra: il dolore per ciò che è stato perduto e la volontà di costruire, con fatica, ciò che ancora non esiste.
(articolo aggiornato il 30 Agosto 2026)



