La tregua dopo Fidenæ è finita. Fra il 406 e il 405 a.C., secondo la cronologia tradizionale, Roma porta la guerra direttamente contro Veio. Le campagne di frontiera non bastano più: per piegare una città forte, protetta dall’altura e dalle mura, occorre restare (nell’immagine di copertina ).
La parola che cambia la guerra è stipendium, la paga versata ai soldati dall’Erario, la cassa pubblica dello Stato romano. Fino ad allora, nel ritmo delle campagne descritto da Livio, l’esercito combatte nella stagione favorevole e con l’inverno torna a casa: i cittadini-soldati devono rientrare ai campi e alle famiglie. La paga permette invece di trattenerli più a lungo. Con gli accampamenti invernali davanti a Veio la novità diventa evidente: la guerra smette di seguire le stagioni e comincia a occupare l’anno intero (Livio, Ab Urbe condita, IV, 59-60; V, 2) ( Fig. 1 ).
Questo mutamento pesa sui corpi. Restare significa dormire lontano da casa, scavare, montare guardie, sopportare freddo e fango. La fatica diventa strategia: Roma può consumare tempo, mentre Veio deve resistere senza sapere quando finirà.
Il conflitto si allarga verso Capena e Falerii. I concili etruschi e le rivalità interne non producono una mobilitazione generale. Veio resta sempre più sola, e Roma può concentrare su di lei uomini, denaro e tempo.
Nel 396 a.C. entra in primo piano Marco Furio Camillo, aristocratico e comandante romano destinato a diventare uno dei grandi personaggi della Repubblica. Nominato dittatore, affida il ruolo di magister equitum, il principale collaboratore militare, a Publio Cornelio Scipione. Prima affronta Falisci e Capenati nel territorio di Nèpete, poi torna davanti a Veio e stringe la disciplina dell’assedio (Livio, V, 19).
A quel punto la guerra cambia direzione. Non sale: scende.
Il cuniculus è un tunnel scavato per raggiungere la rocca dal sottosuolo. Livio descrive il lavoro come continuo e massacrante: sei squadre si alternano in turni di 6 ore, giorno e notte. Picconi, terra da rimuovere, aria pesante, spazio stretto. Chi scava non vede la città che sta cercando di conquistare; sente soltanto la parete davanti a sé e continua ad aprirla.
Quel tunnel non è stato identificato con certezza in una galleria archeologica oggi percorribile. Nel racconto liviano, però, ha una funzione decisiva: mentre Veio sorveglia le mura, Roma tenta di arrivarle sotto i piedi.

Sotto le mura, dentro il tempio: così cade la Veio etrusca
Nel 396 a.C. Camillo prepara l’assalto finale. L’esercito attacca da più punti e richiama i difensori sulle mura; intanto uomini scelti avanzano nel cunicolo. La fortificazione smette di essere un ostacolo da superare: i Romani cercano di comparire oltre di essa (Livio, V, 21).
Nel tempio della rocca il re veiente sacrifica. Un aruspice pronuncia parole di vittoria. Sotto il pavimento, nascosti nella terra, i soldati romani ascoltano. Poi irrompono. La profezia destinata a Veio sembra passare materialmente nelle mani di Roma.
Prima dell’attacco, il tempo rallenta. Camillo deve compiere l’evocatio ( Fig. 2 ).
È un rito di guerra, ma per qualche istante la guerra cambia linguaggio. Il comandante si rivolge alla divinità tutelare della città nemica e le offre una nuova sede e nuovi onori presso i vincitori. Giunone Regina viene chiamata per nome. Veio è ancora in piedi, ma Roma parla già alla dea come a una potenza capace di scegliere dove abitare. L’evocatio tenta di sottrarre al nemico la protezione divina prima ancora di sottrargli la città.
La tradizione porta il rito fino al prodigio. Quando il simulacro viene sollevato, Giunone sembra assentire. La statua partirà per Roma e il culto troverà sede sull’Aventino. Il trasferimento religioso accompagna quello politico: mentre Veio perde l’autonomia, la sua dea entra nello spazio sacro della vincitrice (Livio, V, 21-23).
Poi la città cede.
Per chi è dentro, la conquista significa paura, ferite, case violate, famiglie disperse nel saccheggio. Quel dolore fisico misura il passaggio di potere: la violenza entra nelle strade e trasforma una comunità indipendente in popolazione vinta. Il trionfo romano coincide, dall’altra parte, con la perdita di sicurezza, autonomia e futuro.
Il bottino apre subito un secondo conflitto. Camillo aveva promesso ad Apollo la decima della preda; quando la divisione è già avvenuta, recuperarla diventa difficile e alimenta risentimenti. Una parte del valore viene infine trasformata in un dono d’oro destinato a Delfi (Livio, V, 25).
Poi il fragore si spegne. Le armi tacciono, il bottino è già nelle mani dei vincitori, e la città conquistata resta lì, enorme e vicinissima.
È allora che la politica scatta in avanti. Alcuni tribuni propongono di trasferirvi una parte dei cittadini romani. L’idea è vertiginosa: Veio potrebbe diventare una seconda sede della Repubblica. La proposta non vince, ma cambia la domanda. Roma non deve più chiedersi come battere Veio. Deve decidere che cosa farsene.

La vittoria diventa terra: Roma ridisegna l’Ager di Veio
La risposta arriva poco alla volta. L’Ager Veientanus, il territorio appartenuto a Veio, non viene trasformato in una notte. Campi, villaggi, famiglie e percorsi continuano a esistere mentre il potere politico cambia padrone.
L’archeologo Paolo Liverani ha sottolineato come la conquista non sembri cancellare immediatamente l’assetto insediativo etrusco e come una parte della popolazione possa essere rimasta sul territorio (Liverani, 1984). La vittoria, vista da terra, appare quindi meno simile a una tabula rasa e più a una lenta sovrapposizione.
Nel 393 a.C., secondo la cronologia varroniana, il Senato decide di distribuire alla plebe lotti di 7 iugeri ciascuno, circa 1,75 ettari, tenendo conto anche dei figli presenti nella famiglia (Livio, V, 30). È un passaggio enorme: la conquista esterna viene usata per allentare una tensione interna. La terra di Veio entra nella politica sociale di Roma ( Fig. 3 ).
Il processo continua. Nel 389 a.C. ricevono cittadinanza e terre uomini di Veio, Capena e Falerii che durante le guerre erano passati dalla parte romana. Nel 387 vengono create quattro nuove tribù: Stellatina, Tromentina, Sabatina e Arnensis (Livio, VI, 4-5). La frontiera militare si trasforma così in appartenenza civica.
Il paesaggio, però, non viene ridisegnato con il righello. Le ricognizioni nell’Ager Veientanus non mostrano una centuriazione immediata capace di imporre ovunque una griglia regolare. Strade, insediamenti e usi precedenti continuano a pesare.
Negli anni successivi Camillo combatte ancora contro Capena e Falerii. A Falerii un maestro conduce nel campo romano i figli dei notabili, convinto di offrire con loro la città. Camillo rifiuta il tradimento e rimanda indietro i ragazzi. La vittoria, nel gesto, deve avere un limite: conquistare un nemico non autorizza a usare qualunque mezzo.
La gloria di Veio non lo protegge. Le polemiche sul bottino si accumulano e la tradizione le collega al suo esilio. Il vincitore lascia Roma mentre la conquista comincia a mettere radici. È un rovesciamento amaro: l’uomo può essere espulso dalla città, il territorio che ha conquistato ormai no (Livio, V, 27; V, 32).

Sotto Montecucco: grotte, cave e memorie di una frontiera
Veio perde l’indipendenza, ma una parte del suo mondo entra nella città vincitrice. Giunone Regina è il segno più visibile. Il simulacro evocato durante l’assalto viene portato a Roma e il culto trova sede sull’Aventino. La dea della città sconfitta non viene cancellata: cambia città e continua a ricevere onori (Livio, V, 21-23; V, 31).
Dalla grande frontiera Roma-Veio il fuoco ora si stringe sul Territorio Portuense, dove quella relazione antica incontra una geografia più minuta e concreta: il sottosuolo di Montecucco ( Fig. 4 ).
Nel paper del 2021 La storia e le cavità sotterranee nei Monti del Trullo (Roma): la Grotta delle fate del ministro Baccelli, Antonello Anappo e la geologa Stefania Nisio ricostruiscono la trama ipogea dell’area. In corrispondenza dell’area in cui, molto tempo dopo, sarà edificata Villa Baccelli, descrivono un sistema di gallerie con pozzi riferibile all’età romana, interpretato soprattutto come cava di tufo e poi riutilizzato anche come cantina. Un secondo reticolo, più ampio, penetra nel versante occidentale: pozzi, camere e passaggi raccontano secoli di estrazione e riuso (Anappo e Nisio, 2021).
Coincidono con le Grotte delle Fate? È una possibilità, non una certezza. Il nome, però, ha una storia documentaria profonda. L’archeologo e topografo britannico Thomas Ashby registra una vigna “in luogo detto le Grotte” in un atto del 1451 e un “Casale le Grotte delle Fate” nel 1569; la carta della Campagna Romana di Eufrosino della Volpaia è del 1547 (Ashby, 1914). Il salto di secoli non spezza il filo: mostra quanto a lungo il sottosuolo continui a dare un nome al paesaggio.
Nel mondo romano Silvanus protegge boschi, campi e margini; nell’orizzonte etrusco Selvans occupa uno spazio vicino. Le due figure appartengono davvero a mondi religiosi che conoscono boschi, confini e passaggi. A Montecucco, però, le tracce si separano: il loro nome non emerge dalle evidenze note delle Grotte delle Fate. Il legame resta una suggestione, non un culto documentato.
Fra Veio e Montecucco il sottosuolo assume così due ruoli. Durante la conquista è il cunicolo che apre una città chiusa. Nel Territorio Portuense è un’infrastruttura scavata, trasformata e riusata. La relazione globale-locale passa sotto terra: la grande storia di Roma e Veio incontra cavità reali che continuano a modificare la lettura del paesaggio.
Pochi anni dopo la conquista di Veio, da nord arriverà una minaccia capace di mettere Roma stessa in ginocchio. Veio è caduta; la sicurezza che sembra aver restituito a Roma durerà pochissimo.

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(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



