Il racconto del X secolo romano, il sæculum obscurum, non nasce da un vuoto di storia ma da una documentazione diseguale. Dopo il processo postumo di Formoso, le grandi narrazioni diventano intermittenti e spesso polemiche; per ricostruire la città occorre incrociare cronache, regesti monastici, atti patrimoniali, genealogie e documenti pontifici. Proprio questa asimmetria spiega perché il periodo sia stato a lungo raccontato attraverso immagini estreme: decadenza, violenza, papato asservito, donne onnipotenti.
Le cronache ostili possono essere lette come testimonianze della lotta politica, mentre gli atti notarili mostrano ciò che la polemica lascia sullo sfondo: patrimoni, uffici, alleanze, chiese, vigne e fondi. Il sæculum obscurum appare così, nel Territorio Portuense, anche come il momento in cui la campagna torna lentamente visibile attraverso la scrittura e in cui la grande aristocrazia romana trasforma il possesso fondiario in una delle basi del proprio potere.
Cronache polemiche e documenti patrimoniali restituiscono quindi due facce complementari della stessa stagione. Da una parte emergono conflitti, accuse e memorie deformate; dall’altra prende forma una rete familiare capace di governare Roma per decenni attraverso uffici, patrimoni, alleanze e relazioni con il papato.
Teofilatto costruisce il potere della famiglia
Teofilatto compare nelle fonti all’inizio del X secolo. Un placito del 901 lo registra come iudex; pochi anni dopo una lettera indirizzata a lui e alla moglie Teodora gli attribuisce titoli che riuniscono funzioni di corte, amministrazione e comando: dux, magister militum e vestararius. Il ventaglio delle qualifiche suggerisce una posizione eccezionale dentro il sistema pontificio, ma non richiede di immaginare una monarchia privata: è più plausibile pensare a un primato esercitato attraverso gli uffici, la nobiltà cittadina e il controllo delle relazioni con il Laterano.
Il titolo di vestararius non indica soltanto prestigio cerimoniale. Il titolare opera nel cuore dell’amministrazione del palazzo pontificio; insieme al comando militare e alla dignità senatoriale, questa funzione consente a Teofilatto di tenere collegati finanze, difesa e politica. La famiglia diventa così un nodo capace di orientare le elezioni pontificie e di negoziare con poteri esterni senza cancellare formalmente le istituzioni romane.
L’elezione di Giovanni X nel 914 si colloca dentro questa rete. Liutprando trasformerà il rapporto fra il futuro papa e Teodora in una storia amorosa; altre fonti permettono una lettura più sobria, fondata su alleanze e appartenenze di partito. Ciò che appare solido è il legame politico fra Giovanni X e il gruppo di Teofilatto. Nel 915 la coalizione romana partecipa alla grande offensiva contro i Saraceni del Garigliano: il successo rafforza insieme il pontefice e l’aristocrazia che lo sostiene.
Da qui nasce il principio dinastico che caratterizzerà la prima metà del secolo. Non è una successione lineare di padre in figlio: la continuità passa soprattutto attraverso matrimoni, figlie, clientele e patrimoni. È proprio questa elasticità a spiegare perché il sistema sopravviva ai singoli protagonisti.
Teodora Senatrix al centro della Roma aristocratica
Teodora entra nelle fonti con il titolo di vestaratrix e con una visibilità insolita per una donna dell’epoca. La sua autorità è attestata dal fatto stesso che documenti e corrispondenze la trattino come interlocutrice della grande politica romana. Questo non consente di attribuirle automaticamente decisioni autonome o un governo personale, ma rende plausibile un ruolo attivo nella rete di patronato, parentela e mediazione costruita con Teofilatto.
Le testimonianze sono divergenti in modo quasi esemplare. Liutprando da Cremona la trasforma nella protagonista di una Roma dominata dalla sessualità e dall’intrigo; Eugenio Vulgario, vicino ad ambienti romani di segno opposto, la tratta invece con rispetto e ne propone un’immagine virtuosa. La contraddizione non obbliga a scegliere uno dei due ritratti: potrebbe riflettere le fratture politiche lasciate dalle lotte intorno a Formoso e Sergio III.
I titoli di Senatrix e vestaratrix collocano Teodora al centro di un gruppo familiare che controlla risorse e relazioni. La sua forza potrebbe essere stata meno quella di una sovrana isolata e più quella di una grande mediatrice aristocratica, capace di connettere il palazzo pontificio, le famiglie romane e i patrimoni ecclesiastici.
È anche attraverso Teodora che il potere dei Teofilatti acquista una continuità femminile. La figlia Marozia e la seconda Teodora erediteranno non soltanto un nome, ma una posizione nella gerarchia cittadina. La straordinaria visibilità di queste donne diventerà, nei secoli, uno dei materiali più facilmente trasformabili in leggenda.
La morte di Teodora: resta il sistema di potere
La data di morte di Teodora non è fissata con sicurezza dalle fonti. Una tradizione biografica la colloca nel 916, mentre ricostruzioni moderne più prudenti situano la scomparsa di Teodora, Teofilatto e Alberico di Spoleto nei primi anni Venti del X secolo. In ogni caso, in un arco relativamente breve vengono meno i fondatori del sistema e si apre uno spazio che la generazione di Marozia è pronta a occupare.
La fine dei protagonisti non coincide con la fine del modello politico. Restano i patrimoni, gli uffici, le clientele, le relazioni con il papato e le alleanze matrimoniali. Il potere dei Teofilatti potrebbe quindi essere letto come una struttura di rete più che come una signoria personale: proprio per questo sopravvive alla morte di chi l’ha costruito.
La transizione verso Marozia è anche un cambio di scala. Con Teofilatto e Teodora il gruppo familiare ha imparato a condizionare la città; con la figlia tenterà di trasformare quella influenza in una signoria più visibile e più direttamente legata alla successione dei pontefici. La nuova fase nasce dunque dalla precedente, ma ne porta all’estremo le possibilità e le contraddizioni.
(articolo aggiornato il 9 Settembre 2026)



