Contrariamente alle previsioni, il mondo non è finito. Ma la fase che segue è inevitabilmente un tempo di miserie, spopolamento, allucinazione collettiva.

Dopo la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente, l’Italia rimane sotto Odoacre fino all’arrivo di Teodorico. Il re degli Ostrogoti, cresciuto anche alla corte di Costantinopoli, scende nella penisola per incarico dell’imperatore Zenone e sconfigge Odoacre. Nel 493 diventa padrone dell’Italia. Roma non torna capitale politica, ma conserva Senato, amministrazione civile, monumenti e prestigio religioso. Il nuovo regno non cancella d’un tratto le strutture romane: prova piuttosto a governarle insieme a un’aristocrazia che continua a parlare il linguaggio dell’Impero.

Il regno di Teodorico cerca un equilibrio fra due società. Gli Ostrogoti costituiscono soprattutto la forza militare; ai Romani rimangono molti incarichi dell’amministrazione civile. Il sovrano interviene su edifici, strade e opere pubbliche e mantiene rapporti con il Senato. ( Fig. 1 ) Anche sul piano religioso la convivenza è inizialmente prudente: Teodorico è ariano, mentre la maggioranza romana e il papato sono cattolici. Questa stabilità non elimina le differenze, ma per alcuni decenni evita che la fine dell’Impero d’Occidente coincida con la scomparsa immediata delle sue forme di governo e di vita urbana.

Q21 C61 B1 — restauri urbani sotto Teodorico
Fig. 1 – RIPARARE ROMA. Intorno al 500, muratori intervengono su un edificio pubblico tardo-romano sotto controllo civile, mentre guardie ostrogote sorvegliano. Il cantiere rende visibile la politica di Teodorico verso le strutture urbane. Archivio Magnifici 5, ID0339: ricostruzione AI generata con supervisione umana.

La crisi dell’equilibrio ostrogoto dopo Teodorico

Negli ultimi anni del regno la politica di conciliazione si indebolisce. I rapporti con l’Oriente diventano più tesi e il sospetto di complotti coinvolge esponenti dell’aristocrazia romana. Boezio e Simmaco vengono condannati, mentre papa Giovanni I è inviato a Costantinopoli e, al ritorno, imprigionato. Teodorico muore nel 526. Lascia un regno ancora integro, ma privo di un erede adulto capace di controllare le tensioni fra Goti, Romani e Impero d’Oriente.

Alla morte di Teodorico il trono passa formalmente al giovane Atalarico. A governare è soprattutto sua madre Amalasunta, figlia del re, educata nella cultura romana e favorevole a una politica di equilibrio con l’aristocrazia latina e con Costantinopoli. ( Fig. 2 ) La successione mostra subito quanto il sistema teodoriciano dipendesse dalla persona del sovrano: l’accordo fra le componenti del regno rimane possibile, ma è ormai fragile. Questa instabilità conduce direttamente alla crisi dinastica che offrirà a Giustiniano il pretesto per intervenire in Italia.

Q21 C61 B2 — élite e governo nella Roma ostrogota
Fig. 2 – UN REGNO SENZA TEODORICO. Nel 526, una donna di cultura romana presiede un consiglio accanto al giovane erede, mentre ufficiali goti e amministratori romani ascoltano. La scena restituisce la fragile reggenza di Amalasunta per Atalarico. Archivio Magnifici 5, ID0340 (ricostruzione AI supervisionata).

Gelasio, eresie e donne ai margini del sacro

Uno dei primi papi medievali, Gelasio (492-496), vede nemici di Dio ovunque. È tenacemente impegnato nella caccia agli eretici e tutto il suo pontificato è pervaso da una feroce misoginia. Papa Gelasio avversa le donne, che ritiene creature spiritualmente deboli e per questo facile preda delle tentazioni del Demonio. Con un colpo solo, nell’anno 494, espelle tutte le donne dal corpo della Chiesa, con un decreto che vieta il sacerdozio femminile: da allora e per sempre. ( Fig. 3 ) È così ancora oggi.

Le donne che si avvicinano al trascendente sono allora considerate donne malefiche – “maleficæ” in latino -, sono streghe da eliminare. Lo dice la Bibbia (Esodo 22, 18): “Maleficas non patïeris vivere”, non permetterai che le streghe sopravvivano.

La condanna di Papa Gelasio ha effetti anche alla Magliana, nella chiesina sulla riva del Tevere intitolata a Prassede e Pudenziana, le due sacerdotesse che al prezzo della vita hanno fondato e retto le prime comunità cristiane di Roma. Da allora il loro culto inevitabilmente si comprime, mentre di pari passo cresce la devozione per Abbas-Kyros e il suo discepolo Giovanni.

Abbas-Kyros è popolarissimo: è ritenuto capace di compiere miracoli a profusione e guarire gli indemoniati. Sulla sua tomba arrivano i primi pellegrini, confidando in un’intercessione rapida e portentosa. ( nell’immagine di copertina )

Di queste doti salvifiche Roma ha ora un estremo bisogno, con il fiato sul collo delle invasioni barbariche. I barbari calano a ondate ravvicinate. Particolarmente dura è l’occupazione del re dei Goti, Vitige, nell’anno 535. Per sloggiarlo da Roma il generale bizantino Belisario dovrà faticare non poco.

Su Papa Gelasio

Esattamente come l’oratorio di Prassede e Pudenziana, anche la cripta di Abate Ciro e Giovanni nasce dal reimpiego di una preesistente tomba romana: quello che cambia però sono le dimensioni. Se alle martiri romane è toccata la tomba più ampia del circondario, le spoglie dei martiri alessandrini sono state collocate in un minuscolo stanzino ipogeo, che si restringe ancora di più quando, per proteggere le sante reliquie, viene realizzata all’interno dell’ipogeo una controparete in muratura. Questa differenza di spazi è all’origine di due modalità di fruizione assai diverse: nella cripta di Abate Ciro non si celebrano adunanze eucaristiche, come avviene nell’oratorio di Prassede, ma la tomba dei martiri alessandrini è semplicemente la mèta di un viaggio, il punto di arrivo di un pellegrinaggio. I pellegrini, una volta raggiunta a piedi la tomba, si raccoglievano in preghiera sopra di essa, chiedendo l’intercessione dei due santi taumaturghi, che si sapeva essere rapida e portentosa. I due culti dunque – Prassede nell’oratorio, Abate Ciro nella cripta – sono dunque sin dall’origine assai diversi.

Tra l’oratorio di Prassede e la cripta di Abate Ciro passa in linea d’aria meno di un metro di distanza, con in mezzo uno dei tanti viottoli di servizio dell’antica necropoli. Inoltre Prassede si trovava in alto, nell’aula superiore della prima tomba, mentre Abate Ciro è sotto terra, nella seconda. L’ipotesi che si fa è che, almeno in questo scorcio di V secolo tra i due culti sia esistito un rapporto di buon vicinato. sono cioè due culti completamente autonomi, sebbene celebrati a distanza ravvicinata. Tra l’altro i due culti si rivolgevano a due diverse comunità di fedeli: la comunità di lingua latina prediligeva senz’altro le due martiri romane, mentre la comunità di origine greca è devota soprattutto ai martiri orientali. Infine il primo (Prassede e Pudenziana) è un culto marcatamente locale, legato alla comunità cristiana delle origini; il secondo invece presenta caratteri esotici e miracolistici e attirava pellegrini a frotte, provenienti dai luoghi più disparati.

A ben vedere il solo elemento in comune tra i due culti è la forza del loro radicamento, che finisce per garantire sopravvivenza e autonomia a entrambi. Se Abate Ciro, il santo dei miracoli, gode di una popoloarità via via crescente, Prassede e Pudenziana possono contare invece su un culto consolidato, e da maggior tempo. Le due sante sorelle sono infatti considerate un pilastro della comunità cristiana di Roma: esse hanno ricoperto entrambe la carica di diaconesse, cioè sacerdoti-donne, e hanno dedicato la loro intera vita ad amministrare il sacramento del battesimo, creando centinaia di nuovi cristiani. Molti cristiani di Roma si considerano loro figli nella fede.

La domanda spontanea, a questo punto, è se, nella primitiva comunità cristiana di Roma, le sacerdoti-donna siano un fatto eccezionale oppure relativamente diffuso. La vicenda di Prassede e Pudenziana sembra descriverci il sacerdozio femminile come un fatto normale. Le diaconesse a Roma possono anche diventare capo di comunità, come effettivamente lo è Pudenziana. E, quando questa è arrestata e uccisa, il ruolo di guida viene preso dalla sorella Prassede. Della presenza di diaconesse a Roma abbiamo tra l’altro anche un testimone illustre, sia pur indiretto e involontario. Si tratta dell’apostolo San Paolo, che concludendo la Lettera ai Romani (16, 1), fa un lungo elenco dei capi delle comunità cristiane allora presenti nell’Urbe: un terzo dei nomi citati da S. Paolo sono nomi femminili. Fino all’inizio del IV secolo infatti la Chiesa avrà un numero limitato di regole interne, e più di tutto valeva la consuetudine: là dove in epoca pagana il sacerdozio femminile è ammesso (ad esempio a Roma), si continua a fare altrettanto anche nella prima comunità cristiana.

Q21 C61 B3 — clero e fedeli in una chiesa tardoantica
Fig. 3 – LA SOGLIA DEL SACRO. Nel 494, il clero discute presso il santuario mentre le donne restano nello spazio pubblico della chiesa. La scena visualizza con prudenza il conflitto disciplinare dell’età di Gelasio, senza farne un decreto illustrato. Archivio Magnifici 5, ID0341 (ricostruzione AI supervisionata).

Prassede e Abbas Kyros: il culto taumaturgico alla Magliana

Sul finire del V secolo, tuttavia, le cose cambiano, perché sulla questione del sacerdozio femminile è maturata una disputa dottrinale piuttosto spinosa. è una delle tante accese dispute dottrinali del tempo, e questa non è sicuramente tra le più importanti; comunque nell’anno 494 Papa Gelasio interviene sulla questione del sacerdozio femminile, vietandolo espressamente, da allora e per sempre. È così ancora oggi. Le argomentazioni di Papa Gelasio, rilette oggi, potrebbero persino farci sorridere, ma vale la pena ricordarle. Poiché né la Bibbia né i Vangeli dicono nulla riguardo il sacerdozio femminile, Papa Gelasio si risolve che la risposta va cercata “attraverso l’esempio” delle Sacre scritture: se, quando Cristo conferì ai 12 apostoli il mandato di continuare la sua missione terrena, scelse 12 uomini e nessuna donna, questa deve essere l’inequivocabile volontà divina. Una donna che, da allora in poi, abbia scelto la via del sacerdozio, sarebbe stata quindi necessariamente un’eretica o peggio ancora: una strega.

Sant’Appaciro e Santa Passère: coinquilini per forza

Lo zelo di Papa Gelasio contro le diaconesse – e si badi bene, a quel tempo Papa Gelasio ha a che fare con tantissime altre eresie: arianesimo, manicheismo, monofisismo e nestorianesimo, tanto per citare le maggiori – si limita a fissare una regola sul sacerdozio valida per l’avvenire, ma non va a bollare retroattivamente col marchio ereticale le tante eroiche donne che hanno fondato e retto le prime comunità cristiane di Roma. Papa Gelasio sapeva bene che, il più delle volte, esse lo hanno fatto al prezzo della loro stessa vita.

Il culto delle due sante sacerdotesse Prassede e Pudenziana risulta quindi da allora in qualche misura compresso o non più apertamente incoraggiato, ma non viene comunque proibito. D’altronde, di fronte alle folte schiere di eretici che a quel tempo flagellano la Chiesa,la difformità di genere delle due sacerdotesse appariva un peccato veniale.

Piuttosto, le ragioni della concomitante ascesa del culto di Abate Ciro, molto banalmente, vanno ricercate nella speranza di salvezza connessa alle sue doti taumaturgiche, di cui Roma, ormai impoverita e resa insicura dall’imminente fine dell’Impero d’Occidente, cominciava ad avere strenuamente bisogno. ( Fig. 4 ) All’inizio del VII secolo Roma, di motivi per votarsi ad Appaciro e ai suoi interventi salvifici ne ha davvero parecchi: l’Urbe cominciava a sentire il fiato sul collo delle invasioni barbariche, come ci narra con dovizia di particolari lo storiografo Procopio di Cesarea nel suo de Bello Gothico.

Q21 C61 B4 — devozione presso un santuario suburbano
Fig. 4 – PELLEGRINI AD ABBAS KYROS. Tra V e VI secolo, fedeli scendono in una piccola camera funeraria romana riutilizzata e pregano presso il sepolcro associato a Kyros e Giovanni. La scena rende il pellegrinaggio taumaturgico senza raffigurare miracoli. Archivio Magnifici 5, ID0342 (ricostruzione AI supervisionata).

In copertina:

SUL LIMITARE DEL CULTO. Intorno al 500, fedeli della Magliana raggiungono un modesto edificio tardoantico ancora in uso, mentre un addetto cura una lampada all’ingresso. Muri riparati e spazi sobri raccontano la continuità dei culti suburbani ostrogoti. Archivio Magnifici 5, ID0338 (ricostruzione AI supervisionata).


(articolo aggiornato il 10 Settembre 2026)