A ovest di Roma, fra la via Aurelia e la via Boccea, la Polledrara di Cecanibbio conserva una scena ancora umida. Circa 325.000 anni fa scorrono acque e si formano zone fangose. Il deposito cambia nel tempo: prima fluviale, poi palustre. Elefanti e altri mammiferi finiscono nei bacini; attorno si accumulano ossa di cervidi, ippopotami, rinoceronti, bovidi e carnivori (Cerilli et al., 2023).

La Polledrara può essere immaginata, in alcuni momenti, come una grande trappola naturale. Il fango trattiene un animale pesante; un altro episodio si sovrappone. Ricorda i “cimiteri degli elefanti”, dove gli animali sarebbero andati a morire insieme. La natura può creare qualcosa di simile senza rito: una pozza insidiosa o una riva cedevole raccolgono più corpi nello stesso punto. Il celebre scheletro articolato di elefante appartiene a questa storia di fiume e palude.

La tafonomìa, lo studio di ciò che accade ai resti dalla morte alla scoperta, permette di separare gli episodi. Ossa, strumenti, tracce d’uso e pezzi che tornano a combaciare mostrano un incontro diretto fra uomini ed elefanti. Una carcassa di Palaeoloxodon antiquus offre la prova più nitida: carne e grasso vengono recuperati, l’osso diventa materia prima (Cerilli et al., 2023) (Fig. 1). È una finestra certa dentro una scena che può essersi ripetuta.

Immaginiamola. Un elefante resta nel fango. Forse muore lì, forse gli uomini lo raggiungono già a terra. Arrivano pietre lavorate, mani, colpi, ossa aperte. Le tracce illuminano alcuni gesti; intorno resta lo spazio del possibile che trasforma il reperto in scena.

Gli scavi sistematici, iniziati negli anni Ottanta, hanno interessato oltre 1.200 metri quadrati. Ambiente, animali e attività umane si sono depositati uno sull’altro. L’archeologia riesce quasi a sorprendere quelle persone al lavoro.

Ominino deposita schegge di selce presso una zanna di elefante alla Polledrara di Cecanibbio
Fig. 1 – UNA RISERVA ACCANTO ALLA ZANNA. Accanto allo scheletro scarnificato di un Palaeoloxodon, un ominino raccoglie schegge e un piccolo nucleo di selce presso la zanna. Il gesto suggerisce che allo sfruttamento della preda segue la capacità di conservare strumenti: un’immagine generata da AI con supervisione umana.

Un dente nel fango: gli abitanti senza nome del Pleistocene medio

Chi erano quelle persone?

Per anni il nome Homo heidelbergènsis ha indicato diverse popolazioni europee del Pleistocene medio. Oggi il quadro appare più ramificato: gruppi differenti mostrano caratteristiche che conducono verso la linea neandertaliana (Roksandic et al., 2022; Delson & Stringer, 2022). Cambiano le etichette; restano le persone che hanno abitato quei paesaggi.

Bifacciali, schegge e ossa lavorate raccontano individui capaci di scegliere materie prime e costruire strumenti. Un gesto viene imparato, ripetuto, forse mostrato a qualcun altro. Prima dei nomi delle specie, sono le mani a lasciare memoria.

Alla Polledrara questa memoria diventa intima. Fra migliaia di resti animali è comparso un solo dente umano: un secondo molare deciduo superiore sinistro (Fig. 2). “Secondo” indica la posizione nella dentatura, non un secondo reperto: è il secondo molare da latte dell’arcata superiore sinistra. Era già caduto naturalmente dalla bocca di un giovane di circa dieci-dodici anni (Bondioli et al., 2022).

Un dente.

È pochissimo, ed è enorme. Quel dente ha morso e masticato dentro una bocca. Per un istante gli autori degli strumenti smettono di essere una popolazione senza volto: uno di loro è stato bambino, poi ragazzo, e ha attraversato davvero quel paesaggio. Di quella vita è ignoto quasi tutto; quel piccolo reperto la rende improvvisamente più vicina.

Il tempo continua. I tratti cambiano. Qualcuno sta per entrare in scena.

Entrano i Neandertàl.

I Neanderthal sono una delle grandi presenze della preistoria europea: uomini dell’Eurasia occidentale vissuti per centinaia di migliaia di anni. Hanno corpo robusto, torace largo, arti inferiori relativamente corti; cranio lungo e basso, arcate sopraccigliari marcate, volto proiettato e grande apertura nasale. Camminano eretti, costruiscono tecnologie sofisticate, cacciano e affrontano climi severi. Nelle valli di Roma hanno lasciato due volti straordinari.

Molare deciduo umano nel limo della Polledrara di Cecanibbio
Fig. 2 – TRACCIA DI UNA VITA. Un piccolo molare deciduo, consumato e con le radici quasi riassorbite, riposa nel limo della Polledrara. È caduto dalla bocca di un giovane: una presenza minima che trasforma gli autori degli strumenti in una persona passata davvero di qui (ricostruzione AI supervisionata).

Saccopastore e Torre in Pietra: incontrare i Neanderthal di Roma

Lungo l’Aniene, a Saccopastore (nell’immagine di copertina), nell’odierno Municipio III di Roma, il sottosuolo ha restituito due dei più celebri crani neandertaliani d’Italia. Per decenni sono stati collocati intorno a 125-130.000 anni fa. Poi la geologia ha spostato indietro l’orologio: la successione risale a circa 250.000 anni fa (Marra et al., 2015).

Per arrivare a quella datazione è stato decisivo anche il metodo argon-argon: alcuni minerali vulcanici funzionano come orologi grazie agli isotopi dell’argon. Datando livelli collegati alla successione, i geologi hanno rimesso in ordine le terrazze dell’Aniene. Saccopastore appartiene così al MIS 7, Marine Isotope Stage 7, una grande fase climatica riconosciuta attraverso gli isotopi dell’ossigeno nei sedimenti marini. Due crani cambiano posto nella storia senza muoversi.

Poi una frattura ci costringe a fermarci. Prima c’è un corpo vivo. Forse una caduta, un urto, un incidente durante uno spostamento o una caccia: l’osso non conserva la scena. In una di quelle possibilità il trauma poteva essere la fine. La ferita si infetta, il corpo non regge, la storia si interrompe lì.

Ma non è successo.

L’osso è guarito. Ed ecco la sorpresa: quella persona è sopravvissuta abbastanza a lungo perché il corpo riparasse la frattura. Forse qualcuno l’ha aiutata, forse è riuscita a cavarsela da sola. Il dato che resta è il tempo dopo il trauma: giorni, settimane, forse mesi vissuti oltre quel punto.

A Torre in Pietra la trasformazione si vede soprattutto negli strumenti. I livelli distinguono una fase acheuleana più antica e una del Paleolitico medio, databile approssimativamente fra 270.000 e 240.000 anni fa. Compare il metodo Levallois: l’artigiano prepara il nucleo di pietra perché il colpo finale produca una scheggia dalla forma prevista (Villa et al., 2016; Soriano & Villa, 2017) (Fig. 3).

È tecnologia pensata in anticipo. L’oggetto esiste già, in parte, nella mente e nelle mani dell’artefice. Saccopastore offre i corpi; Torre in Pietra un progetto tecnico. Insieme mostrano la formazione del mondo neandertaliano nella Campagna Romana.

Castel Malnome è legato a un enigma irrisolto. Il sito ha restituito migliaia di manufatti del Paleolitico medio, in gran parte mustèriani, cioè appartenenti alla cultura materiale più spesso associata ai Neanderthal di questa fase (Taschini, 1961; Ceruleo et al., 2021).

Per anni Castel Malnome ha fatto sognare gli studiosi. Vecchie segnalazioni di accumuli di pietre hanno suggerito che sotto quegli ammassi potessero trovarsi sepolture, quasi un piccolo cimitero neandertaliano. Era un’ipotesi capace di spalancare una storia. Poi è arrivato il momento di guardare sotto le pietre. Nessun corpo neandertaliano è comparso.

Sogno e metodo possono stare insieme. L’archeologo può formulare ipotesi ambiziose, ma deve misurarle sulle prove. A Castel Malnome l’ipotesi funeraria ha aperto una possibilità memorabile; le verifiche l’hanno esclusa. Rimane un importante sito paleolitico all’aperto, ricco di strumenti, mentre il cimitero neandertaliano resta una storia immaginata e non dimostrata.

Il tempo porta verso Neanderthal sempre più riconoscibili. Il quadro si sposta sul promontorio del Circeo, dove la loro presenza emerge nel pieno della sua storia.

Ominino lavora un nucleo Levallois a Torre in Pietra
Fig. 3 – IL PROGETTO PRIMA DEL COLPO. Un ominino accovacciato trattiene un piccolo nucleo di selce e conclude una percussione controllata; accanto compare la scheggia appena staccata. La tecnica Levallois rende visibile una mente capace di preparare la forma prima di produrla (ricostruzione AI supervisionata).

Gli ultimi Neanderthal: scomparire senza sparire

Grotta Guattari è uno dei luoghi simbolo della preistoria italiana. Quando nel 1939 è stato scoperto un cranio neandertaliano, la posizione dei resti ha acceso una storia scura: manipolazioni rituali del corpo, perfino cannibalismo. Per decenni quell’immagine ha dominato il racconto.

Poi qualcosa cambia.

La grotta viene interrogata di nuovo e risponde in modo inatteso. Nuovi scavi e analisi tafonomiche mostrano il ruolo decisivo delle iene nell’accumulo di molte ossa umane e animali (Fig. 4). Denti, rosicchiature e distribuzione dei resti aprono un’altra scena: una tana di predatori, uomini e grandi carnivori nello stesso paesaggio, episodi sovrapposti intorno a 66-65 mila anni fa (Rolfo et al., 2023). Il rovesciamento è completo: il mistero non scompare, cambia natura.

I Neanderthal del Pleistocene superiore attraversano oscillazioni climatiche profonde e sviluppano strategie tecniche articolate. In molti siti europei emergono cooperazione, cura, uso di pigmenti e comportamenti simbolici. Ogni grotta ne conserva un frammento.

Poi arriva la morte.

Intorno a 40.000 anni fa i Neanderthal cessano di esistere come popolazione distinta in Europa. Dopo centinaia di migliaia di anni il loro spazio si restringe, i gruppi diventano più fragili e una linea umana intera smette di avere un futuro autonomo.

Perché? Le ipotesi principali sono tre. La prima guarda al clima: habitat e risorse cambiano e gli spazi adatti ai Neanderthal si contraggono. Seconda: la demografia. Popolazioni piccole e frammentate sono vulnerabili; anche una lieve riduzione persistente della natalità può condurre al collasso, specie se i gruppi di Homo sapiens crescono più rapidamente. Terza: il successo biologico e culturale di Sapiens. Reti più vaste, scambi e innovazioni possono averlo favorito mentre i Neanderthal arretravano (Degioanni et al., 2019; Yaworsky et al., 2024).

In passato è stata immaginata anche una scena estrema: una sorta di “genocidio neandertaliano”, una guerra preistorica nella quale Sapiens avrebbe eliminato l’altra umanità. Mancano però prove archeologiche di una guerra sistematica. La scomparsa appare più probabilmente come l’effetto di fattori intrecciati: clima, demografia, competizione, isolamento e incontro.

Ed è proprio qui che arriva l’ultima sorpresa.

La genòmica, lo studio del patrimonio genetico, ha mostrato che Neanderthal e Homo sapiens si sono incrociati. Frammenti di DNA neandertaliano sono entrati nelle popolazioni successive e sono ancora presenti in molti esseri umani di oggi (Hajdinjak et al., 2021). La linea apparentemente obbligata devia: i Neanderthal cessano di esistere come popolazione autonoma; una parte della loro storia biologica continua dentro altri uomini.

Homo sapiens avanza verso il Lazio. E nel territorio portuense accadrà finalmente qualcosa che agli studiosi era mancato a Castel Malnome: il ritrovamento di un individuo intero, deposto nella terra con oggetti scelti per accompagnarlo nella morte.

Iena delle caverne rosicchia un femore umano nella Grotta Guattari
Fig. 4 – I SEGNI CHE CAMBIANO LA STORIA. Nella Grotta Guattari una iena delle caverne rosicchia l’estremità di un femore umano fra pochi resti di ungulati. La scena restituisce la causa materiale delle tracce tafonomiche e rovescia l’antica lettura rituale dei resti (ricostruzione AI supervisionata).

In copertina:

UN ISTANTE SULL’ANIENE. A Saccopastore, circa 250 mila anni fa, un Neanderthal accovacciato sulla riva rialza il capo dopo aver bevuto con la mano. Acqua, ghiaia e vegetazione ripariale fanno da sfondo a un gesto quotidiano: dalle tracce emerge finalmente un individuo riconoscibile (ricostruzione AI supervisionata).


(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)