— Dalle indulgenze la protesta di Lutero arriva fino a Roma

Eppure, nuvole basse e sinistre cominciano ad addensarsi sull’orizzonte. Per fare soldi facili Leone si è accordato con l’arcivescovo di Magdeburgo e il banchiere Fugger, per vendere le indulgenze nel territorio tedesco. Qualcuno storce il naso. Qualcuno protesta. Un monaco agostiniano di nome Martin Lutero intraprende radicali predicazioni, contro gli eccessi e l’avidità del papato.

Da colto umanista, Papa Medici sa comprendere le ragioni del monaco; può persino ammirarne la tenacia. Ma non si capacita dell’impossibilità di trovare un compromesso.

Lo scontro, però, non nasce in un solo giorno. Nel 1518 Leone affida al cardinale Gaetano de Vio il tentativo di ricondurre Lutero all’obbedienza e fa chiarire da Roma la dottrina delle indulgenze. La richiesta di ritrattazione fallisce. Da quel momento la controversia smette di riguardare soltanto il modo in cui si predicano e si amministrano le indulgenze: diventa una questione di autorità, perché Lutero contesta il diritto stesso di Roma di imporre il silenzio alle sue tesi. La distanza fra il monaco sassone e il pontefice mediceo si allarga mentre pamphlet, prediche e fogli a stampa trasformano una disputa teologica locale in un caso europeo.

— Exsurge Domine e Decet Romanum Pontificem: la rottura con Lutero

Nel giugno 1520 gli manda un avviso, con la bolla Exsurge Domine. Nella bolla c’è una frase – che si usa ancora oggi per additare con eleganza un seccatore – che evoca gli ameni paesaggi della Magliana: “Surrexerunt vulpes, quærentes demoliri Vineam”. Ovvero: “E arrivarono le volpi, a devastare la vigna del Signore”.

Lutero legge la bolla e la brucia. Giusto il tempo che la staffetta porti la notizia alla Magliana e il 3 gennaio 1521 Leone lo scomunica, con la bolla Decet Romanum Pontificem.

Exsurge Domine condanna quarantuno proposizioni attribuite a Lutero e prova ancora a chiudere la crisi attraverso una ritrattazione. Il gesto pubblico con cui il monaco brucia la bolla rende invece la rottura irreversibile. Quando il 3 gennaio 1521 arriva Decet Romanum Pontificem, Roma non sta più aprendo una trattativa: prende atto che il tentativo di ricondurre Lutero dentro l’obbedienza pontificia è fallito. Per Leone X è una sconfitta diversa da quelle militari: non si può risolvere con un esercito, una fortezza o una nuova alleanza diplomatica.

— Nel 1521 la Magliana diventa l’ultima residenza di governo di Leone X

Leone trascorre l’ultimo anno di vita alla Magliana, impegnato in opere bucoliche, lontano dalle questioni spirituali. Tutta la tenuta è interessata da migliorie agrarie. Il nuovo giardino all’italiana è una delizia: nel corso del 1521 vi vengono piantati gelsi, fichi, more e limoni.

La villa non è però un rifugio fuori dalla politica. Nel 1521 Leone è impegnato anche sul fronte italiano, dove l’alleanza pontificio-imperiale combatte i Francesi. In novembre le truppe alleate entrano a Milano e Parma e Piacenza tornano alla Sede apostolica. La notizia raggiunge il papa mentre la Magliana continua a funzionare come sua residenza prediletta: il paesaggio di cacce, giardini e acque convive ormai con dispacci militari, ambasciatori e decisioni di governo.

Il 25 novembre Leone lascia la villa e rientra a Roma per celebrare la vittoria. È un ingresso trionfale, quasi l’ultima rappresentazione della magnificenza medicea: la folla acclama il pontefice, mentre nessuno immagina che gli resti meno di una settimana di vita. La Magliana, che per otto anni aveva ospitato il lato più privato e festoso del suo pontificato, diventa così anche il luogo da cui Leone X parte per l’ultima volta verso Roma.

— Una vittoria politica precede di pochi giorni la morte del papa

Gli ultimi giorni Leone li passa amareggiato dalle cattive notizie: Lutero sta organizzando lo scisma della Chiesa tedesca; e l’imperatore Carlo V d’Asburgo non lo sostiene, ma neppure lo contrasta. Alla Magliana scende il gelo. Leone passa ore solitarie nella loggia a scrutare l’orizzonte, nell’attesa che la staffetta porti notizie dalla Germania. Forse prova rimorso per aver scomunicato quel monaco dalla profonda spiritualità.

La staffetta arriva, si inginocchia deferente in piazza d’armi. Leone lo benedice e ascolta. “No, Lutero non si è pentito”, riferisce. Al rientro nei sacri alloggi Leone trema. Accorrono a sostenerlo. Lo trasportano in Vaticano, al consulto di gran dottori. Ha una banale infreddatura, gli dicono: tutta colpa del clima infelice della Magliana.

La realtà è che ad appena 46 anni la sua vita, magnifica e bulimica, l’ha già interamente consumato. Si spegne il primo dicembre 1521.

E si spegne anche l’epoca d’oro della Magliana. Inizia il tempo delle orde lanzichenecche.

La morte arriva il 1° dicembre 1521, a quarantasei anni. Il successo militare appena celebrato non basta a nascondere la fragilità del sistema che Leone lascia dietro di sé: la protesta di Lutero è ormai una frattura aperta, le finanze pontificie sono provate e l’equilibrio politico italiano resta esposto alle grandi potenze europee. Solo pochi anni più tardi il Sacco di Roma trasformerà quella fragilità in catastrofe. Per la Magliana la morte di Leone chiude davvero una stagione: finisce la corte del “papa Medici” e comincia un tempo molto più duro.

(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)