Roma occupata vive per più di un anno in una sovranità doppia e instabile. Gli uffici pontifici continuano a funzionare, ma intorno a loro crescono controlli, requisizioni e interferenze francesi. Alessandro Mattei, come pro-datario, lavora dentro questa contraddizione. Ogni beneficio ecclesiastico e ogni grazia amministrativa passano per una struttura che il papa considera ancora propria e che l’Impero tende ormai a trattare come un residuo. Mattei non è un tribuno e non cerca lo scontro teatrale: la sua resistenza nasce precisamente dal rifiuto di confondere l’obbedienza amministrativa con il riconoscimento politico.

Nel marzo 1809 opta per la sede suburbicaria di Porto e Santa Rufina e diventa sottodecano del Sacro Collegio. Il legame con Porto gli restituisce anche una responsabilità territoriale concreta, proprio mentre Roma perde il controllo del proprio territorio. Il 17 maggio Napoleone firma a Schönbrunn il decreto che annette gli Stati Pontifici all’Impero. Roma viene inserita nei nuovi dipartimenti; il potere temporale del papa viene dichiarato abolito. Pio VII risponde con la scomunica contro gli autori dell’annessione. La crisi smette di essere un contenzioso fra governi e diventa per i cardinali una questione di coscienza.

Le autorità imperiali colpiscono rapidamente la Curia. Alessandro viene espulso e avviato verso la Francia insieme ad altri porporati considerati inaffidabili. La stessa famiglia paga il prezzo della fedeltà pontificia: Giuseppe Mattei, che aveva rifiutato di deporre i segni del servizio papale, viene arrestato a Castel Sant’Angelo e muore nel gennaio 1809. Con lui si chiude formalmente la linea maschile dei Mattei di Giove; Marianna eredita il centro materiale del patrimonio. Per Alessandro l’anno è dunque una doppia amputazione: perde Roma come spazio di governo e vede il proprio casato passare definitivamente in un’altra linea dinastica.

Nella notte fra il 5 e il 6 luglio il conflitto arriva al Quirinale. Il generale Radet penetra nel palazzo, Pio VII viene prelevato e condotto fuori Roma con il cardinale Pacca. All’alba la città è senza papa. Per Mattei, già espulso, la notizia conferma che la scelta compiuta non riguarda più la difesa di prerogative astratte: la Chiesa stessa è stata separata dal suo centro. Il cardinale che pochi anni prima aveva tentato di riformare una tenuta dell’Agro si trova ora privo della città dalla quale quella campagna era amministrata. La parabola passa dal riformare al resistere.

1810: senza porpora nasce il “Cardinale nero”

La prova simbolica arriva il 2 aprile 1810. Napoleone celebra a Parigi le nozze con Maria Luisa d’Asburgo e pretende la presenza dei cardinali. Il precedente matrimonio con Giuseppina e l’assenza del papa rendono la cerimonia, agli occhi di alcuni porporati, canonicamente problematica. Alessandro Mattei decide di non comparire. Non è solo: altri dodici cardinali compiono la stessa scelta. Il gesto è silenzioso ma pubblico, perché in una corte fondata sulla rappresentazione l’assenza diventa un atto politico.

Napoleone reagisce privando i tredici dell’abito rosso. I porporati devono vestire di scuro e da quel momento vengono chiamati “cardinali neri”. Alessandro porta così sul corpo la conseguenza della propria decisione: non un titolo scelto, ma una punizione trasformata in identità. L’Impero tenta di cancellare un colore e produce un simbolo. A Roma il soprannome circola come prova di fedeltà al pontefice; in Francia Mattei è sorvegliato, spostato, tenuto lontano dai centri nei quali potrebbe esercitare influenza.

Viene inviato a Rethel, in Champagne, in una condizione che non è il carcere ma ne possiede molte caratteristiche: movimenti controllati, corrispondenza sorvegliata, relazioni limitate. La sua resistenza assume qui una forma opposta a quella della giovinezza diplomatica. Nel 1796 aveva negoziato con Bonaparte per guadagnare tempo e condizioni; ora non c’è più quasi nulla da negoziare. Resta la capacità di non trasformare la prudenza in acquiescenza. Il “nero” non indica dunque radicalismo, ma il punto oltre il quale Mattei ritiene impossibile cedere.

Il papa vive una prigionia parallela. Da Savona a Fontainebleau Pio VII rifiuta di concedere all’Impero un controllo pieno sulle nomine episcopali. Nel gennaio 1813 firma un concordato sotto una pressione enorme e poco dopo lo ritratta. La vicenda del pontefice e quella dei cardinali senza porpora procedono come due linee dello stesso conflitto: Napoleone può trasferire le persone, ma non riesce a ottenere una legittimazione religiosa stabile. Alessandro Mattei diventa uno dei volti di questa impossibilità.

Galeria e Spadolino: la guerra dell’Impero scende nella campagna

Mentre Mattei è lontano, il territorio romano mostra l’altra faccia dell’occupazione. Galeria antica è ormai quasi una città fantasma. Un documento ecclesiastico del 1809 descrive un abbandono segnato dalla paura dell’epidemia: case vuote, morti non sepolti, la chiesa stessa trasformata in luogo d’emergenza. I superstiti si spostano verso Santa Maria in Celsano e mantengono con la città morta un rapporto ambiguo, abbastanza vicino da non perdere i campi e abbastanza lontano da credere di essersi sottratti al contagio. La disgregazione di una comunità rurale avviene negli stessi anni in cui l’Impero pretende di razionalizzare il territorio.

Su questo vuoto si innesta la leggenda di Spadolino. La memoria popolare lo vuole brigante per amore: una donna convertita, un matrimonio impedito, la fuga nelle boscaglie e una banda nella quale avrebbero militato anche donne. Braccato dalle forze napoleoniche, avrebbe usato i ruderi di Galeria come rifugio. Le stalle, le cantine e perfino la chiesa di San Nicola diventano così il controcampo delle prefetture e dei catasti imperiali. Dove l’amministrazione vede un territorio da controllare, il brigantaggio trova anfratti, sentieri, rovine e complicità.

La parabola di Spadolino termina a Roma il 10 marzo 1812, con la fucilazione alla Bocca della Verità. La tradizione gli attribuisce perfino il gesto di impartire l’ordine di fuoco al plotone. Che il racconto sia stato ampliato dal mito importa meno della funzione che assume dentro questi anni: l’occupazione francese non è soltanto una questione di decreti fra Napoleone e il papa. Nelle campagne significa pattuglie, ricercati, requisizioni, controllo delle strade e trasformazione del bandito in figura politica. La lontananza di Mattei dalla città e la presenza dei soldati nei territori appartengono allo stesso sistema.

Per questo Galeria non è una deviazione rispetto al protagonista. Mostra ciò che accade al mondo che Alessandro aveva cercato di governare e riformare. La tenuta, il borgo, la diocesi e la strada consolare non sono spazi neutrali: cambiano quando cambia la sovranità. Il cardinale resiste in Francia perché non riconosce all’Impero il diritto di assorbire la Chiesa; nella campagna, intanto, la stessa pretesa imperiale si traduce in un controllo che incontra malattia, fuga e violenza. Le due scale appartengono così a un unico processo, ma ne mostrano conseguenze diverse.

1813–1814: la piena, il fallimento della Colonìa e la fine dell’esilio

Un documento del 1812 fissa il paesaggio produttivo immediatamente prima della crisi. Al Vicolo Imbrecciato il marchese Camillo Zacchia Rondanini possiede una vigna confinante con la strada della Magliana, la marrana di Fogalasino, la vigna di Lorenzo Taglieri e lo stesso vicolo Imbrecciato (AST., Disegni e mappe, collez. I, cart. 96, n. 891). Vigna, strada, corso d’acqua e percorso poderale compongono in poche righe una geografia concreta: un territorio coltivato e attraversato, ma esposto precisamente all’acqua che l’anno seguente ne mostrerà la fragilità.

Nel 1813 il Tevere ricorda a tutti che nessun progetto politico o agrario controlla davvero il territorio. Una piena invade Pian Due Torri, deposita fango sui campi e rende quasi inutilizzabili le colture. L’agrimensore Pietro Sardi misura i danni per le arciconfraternite proprietarie. Il Gonfalone vorrebbe rimuovere i sedimenti e costruire difese; il Sancta Sanctorum interpreta invece la calamità come un limite contro il quale l’intervento umano può poco. L’accordo non arriva. Il disastro diventa così una piccola parabola amministrativa: sapere misurare non significa ancora sapere decidere.

Poco più a ovest anche la Colonìa Leopardi mostra i propri limiti. Le vendite di legname non bastano, il vigneto rende poco, la malaria consuma uomini e capitali. L’esperimento nato nel 1802 nella camera di Alessandro Mattei sopravvive a fatica proprio mentre l’ordine politico che lo aveva favorito è stato travolto. La riforma era stata reale, ma non onnipotente: natura, economia e guerra impongono costi che nessun contratto può cancellare.

Intanto l’Impero cede. Nel gennaio 1814 Mattei viene trasferito da Rethel ad Alais, nel sud della Francia; il 2 aprile, mentre l’Impero ormai vacilla e l’abdicazione di Napoleone è imminente, riacquista la libertà. Nel maggio può ricongiungersi a Pio VII lungo il viaggio di ritorno. La talare rossa può essere indossata di nuovo, ma il soprannome nato dalla punizione napoleonica resta ormai incollato alla sua figura. In pochi anni Mattei è passato dalla Dataria all’esilio, dalla porpora al nero e infine alla liberazione: una sequenza che lo trasforma da amministratore della riforma in testimone vivente della resistenza della Chiesa.

Il 24 maggio 1814 Alessandro entra a Roma insieme al papa. Le campane, i drappi e le folle celebrano il ritorno come una vittoria morale, ma il paesaggio che li accoglie non è quello del 1808. La Curia deve essere ricostruita, le proprietà hanno cambiato mani, la Colonìa della Casetta è esausta, le amministrazioni hanno imparato pratiche nuove durante l’occupazione. Mattei ritorna dunque non al punto di partenza, ma a una città che porta dentro di sé l’esperienza dell’Impero: finisce la resistenza e comincia il problema, più difficile, di restaurare senza poter davvero cancellare ciò che è accaduto.

(articolo aggiornato il 15 Settembre 2026)