Fra il 1899 e i primi anni del Novecento la Piana di Pietra Papa cambia funzione. Le fornaci della Società Prodotti chimici, colle & concimi vengono trasformate in un impianto moderno su progetto dell’ingegner Giulio Filippucci. La posizione è ideale: il raccordo ferroviario permette di ricevere gli scarti del Mattatoio di Testaccio e il Tevere offre una direttrice naturale verso gli altri poli industriali del quadrante.
La fabbrica utilizza residui della macellazione come materia prima. Ossa, grassi e altri scarti organici vengono trattati per ricavare fertilizzanti, colle e prodotti chimici. È un passaggio decisivo nella nuova economia urbana: ciò che nel mattatoio è rifiuto diventa, pochi chilometri più a valle, materiale industriale.
I primi edifici disegnano un complesso articolato di corpi rettangolari, tetti a falda, depositi e locali di lavorazione. La fabbrica si affianca alle vecchie attività agricole senza cancellarle immediatamente. Pietra Papa mostra così la sovrapposizione tipica del Portuense di fine secolo: vigne, pascoli, ferrovia e industria convivono nello stesso paesaggio.
L’impianto continuerà a trasformarsi negli anni successivi, ma già entro i primi anni del Novecento è evidente la nuova direzione: il Tevere meridionale sta diventando una fascia produttiva continua, legata al Mattatoio, agli scali e alle infrastrutture della città.
Il progetto presentato nel 1899 segna il passaggio dalle fornaci a un vero stabilimento chimico. Gli edifici si specializzano secondo le fasi della lavorazione e il raccordo ferroviario rende possibile un approvvigionamento continuo. La vicinanza al Mattatoio riduce inoltre i costi di una materia prima che altrimenti sarebbe soltanto un problema di smaltimento.
Questa industria mostra un tratto tipico della città moderna: i cicli produttivi cominciano a collegarsi fra loro. Il Mattatoio genera scarti, la ferrovia li trasferisce, Pietra Papa li trasforma e l’agricoltura può riutilizzare parte dei prodotti ottenuti. Il Portuense diventa il luogo materiale di questa circolazione.
Baccelli incontra la lunga storia di Montecucco
Sulla Collina di Montecucco si lega al territorio una delle figure centrali della medicina italiana dell’Ottocento: Guido Baccelli. Nato nel 1830, clinico del Santo Spirito e docente universitario, costruisce la propria fama sugli studi cardiaci e polmonari e sulla capacità di unire osservazione anatomica e pratica terapeutica. Fra i suoi interessi più costanti c’è la malaria: studia il rapporto fra infezione e sangue, sperimenta la somministrazione endovenosa del chinino e porta il problema sanitario dell’Agro romano dentro la discussione politica nazionale. Per lui la lotta alla malaria non può limitarsi alla cura del singolo malato, ma richiede trasformazione dell’ambiente, istruzione sanitaria e interventi sulle campagne.
Montecucco, però, non comincia con Baccelli. La collina conserva una stratificazione secolare: nel 1451 le «Grotte del Trullo dei Massimi» sono ricordate in un contratto legato allo stoccaggio del vino; la carta di Eufrosino della Volpaia del 1547 registra le «Grotte delle Fate»; nel 1607 un’epigrafe segnala Villa Koch, mentre vigne, casali e cavità continuano a occupare il crinale. Anche l’Ottocento lascia una traccia archeologica precisa: nel 1885, nella moderna vigna Koch, vengono scavati alcuni sepolcri descritti dal De Feis (cfr. TG, 1899, p. 471, nota 2).
È dentro questo paesaggio già costruito che, nella seconda metà degli anni Ottanta, Baccelli acquista e trasforma la casa padronale. Accanto alla villa vengono sistemati un annesso e una piccola cappella; intorno prende forma un parco servito da un grande bacino quadrato per la raccolta dell’acqua piovana, destinata all’irrigazione. Verde, acqua, agricoltura e proprietà privata si tengono così nello stesso sistema: la residenza non cancella la campagna storica, ma la riorganizza secondo esigenze produttive e di cura del fondo.
La carriera politica di Baccelli amplifica questa prospettiva. Da ragazzo aveva cercato di partecipare ai moti del 1849; sotto il governo pontificio costruisce poi la propria carriera scientifica e, dopo Porta Pia, inizialmente guardato con sospetto, si afferma come medico di fama nazionale e figura del nuovo establishment liberale. Deputato dal 1874 e più volte ministro della Pubblica istruzione, sostiene istituti scientifici, riforme universitarie e progetti sanitari; nel 1883 pubblica «Policlinico e Palazzo delle Scienze in Roma». Il prestigio clinico, fondato anche sugli studi del cuore, dei versamenti pleurici e delle malattie infettive, dà peso alla sua battaglia contro la malaria. Negli anni Novanta torna al governo e affianca alla scuola una crescente attenzione per archeologia, paesaggio e verde urbano. La villa di Montecucco rende concreta questa traiettoria: è immersa proprio nell’Agro in cui malaria, bonifica e condizioni dei lavoratori rurali sono problemi quotidiani.
La vasca quadrata per le acque piovane sintetizza bene il rapporto fra la sistemazione privata e i temi della politica pubblica. È un manufatto semplice, in parte fuori terra e in parte scavato, impermeabilizzato per raccogliere l’acqua destinata al giardino e alle colture. Non occorre trasformare Montecucco in un laboratorio programmatico di Baccelli: basta osservare la coincidenza fra una proprietà organizzata attorno a verde, acqua e agricoltura e l’attenzione che il medico e ministro dedica, negli stessi anni, alla bonifica, alla salute rurale e alla cura del territorio. La collina conserva così gli strati precedenti mentre entra, senza soluzione di continuità, nella modernità del Portuense.
Bonifica dell’Agro e politica rurale cambiano il rapporto con l’acqua
Alla fine dell’Ottocento la bonifica non significa soltanto prosciugare paludi. Nel bacino del Rio Galeria e nelle piane vicine al Tevere prende forma un sistema di collettori, canalizzazioni e idrovore che riduce i ristagni e rende più controllabile il deflusso delle acque. I lavori impiegano numerosi braccianti, fra cui molti lavoratori provenienti dalla Romagna.
Il Rio Galeria, lungo oltre trentotto chilometri e alimentato da un bacino molto esteso, è uno dei nodi principali di questa trasformazione. La regimazione modifica progressivamente un territorio segnato da fossi, aree umide e piene stagionali, creando superfici più regolari e utilizzabili dall’agricoltura moderna. La bonifica cambia insieme paesaggio, lavoro e salute.
Quando nel 1901 Baccelli assume l’interim del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, porta con sé questa attenzione. Promuove il risanamento dell’Agro romano, incoraggia i campicelli scolastici e istituisce la Festa degli alberi, collegando educazione, agricoltura e tutela del territorio. La politica rurale diventa un’estensione della battaglia sanitaria.
Nel 1903 Baccelli lascia definitivamente gli incarichi ministeriali. Alla soglia del nuovo secolo, tuttavia, il principio è ormai affermato: la campagna attorno a Roma non è un vuoto esterno alla città, ma uno spazio che lo Stato e il Comune possono trasformare con opere idrauliche, scuola, prevenzione sanitaria e nuove infrastrutture.
Il controllo delle acque modifica anche la forma della pianura. Fossi irregolari e zone di ristagno vengono collegati a una rete artificiale; le idrovore permettono di governare quote e deflussi che in precedenza dipendevano quasi interamente dalle stagioni. La campagna diventa più produttiva, ma soprattutto più prevedibile.
Alla dimensione tecnica si aggiunge quella sociale. I lavori di bonifica attirano manodopera, introducono nuove competenze e mettono in contatto comunità locali e lavoratori provenienti da altre regioni. La lotta alla malaria passa così attraverso cantieri, disciplina delle acque, distribuzione del chinino e istruzione: medicina e trasformazione territoriale procedono insieme.
1896: Lamberto De Marchi e il sottosuolo di Ponziano
Nel 1896 il sottosuolo di Monteverde entra direttamente nel campo dell’amministrazione mineraria. Lamberto De Marchi, direttore del distretto minerario di Roma, redige una relazione tecnica sui lavori della cava di ghiaia aperta nelle immediate vicinanze della necropoli e trasforma così la catacomba di Ponziano in un problema insieme archeologico, geologico e territoriale: «Osservazioni sulle catacombe di San Pancrazio e su quella di Abdon e Sennen dette anche di San Ponziano, in relazione ai lavori di una cava di ghiaia», in «Rivista Servizio Minerario», Roma 1896, p. 263 sgg.
Il quadro geologico aveva già un antecedente importante. G. Marchi, nei Monumenti delle arti cristiane primitive nella metropoli del cristianesimo (Roma 1844, p. 7), osservava che il cimitero non poteva essere nato come cava di pietra o di rena: non vi si trovavano né pietre da costruzione né pozzolana, ma un «ammasso disordinato di ciottoli silicei e calcarei avvolti in un cemento di fina rena silicea e calcarea argillosa», mescolato a corpi animali e vegetali terrestri, fluviali o marini. La cava moderna e il cimitero antico sono dunque contigui, ma non geologicamente equivalenti.
De Marchi colloca l’ingresso delle «catacombe di Abdon e Sennen dette anche di S. Ponziano» sopra la stazione di Trastevere, a m. 65,00 sul mare. La tradizione testuale raccolta da Tomassetti conserva qui un dato problematico: stampa «circa m. 11,00» di distanza in linea retta dalla chiesa di S. Pancrazio, mentre poche righe dopo, richiamando G. De Angelis D’Ossat, indica in m. 1.000 la distanza fra i due cimiteri e segnala fra essi una piccola valle. Il contrasto va conservato come tale, senza normalizzare silenziosamente la misura.
La descrizione del terreno consente però un’argomentazione tecnica molto più solida. I cunicoli di Ponziano si sviluppano soprattutto sul versante orientale del Gianicolo, verso la stazione e il Tevere, e sono quasi ovunque conclusi superiormente da un banco di arenaria. Proprio questa stratigrafia permette all’Ufficio Minerario di respingere l’ipotesi, avanzata dal Ministero della Pubblica istruzione, di una comunicazione sotterranea fra Ponziano e San Pancrazio: i due complessi risultano scavati in materiali differenti. De Angelis D’Ossat aggiunge la distanza di circa un chilometro e la valle interposta, il cui superamento avrebbe richiesto profondità mai raggiunte negli ipogei.
Il rapporto del 1896 registra infine la fragilità materiale del cimitero. La scarsa coerenza della roccia, la devastazione prodotta dall’uomo e l’allargamento eccessivo delle gallerie hanno provocato distacchi laterali e un continuo pericolo di frane. A fine Ottocento Ponziano non è più soltanto un luogo della tradizione antiquaria: cave, stratigrafia, stabilità dei vuoti e trasformazione del versante lo consegnano alla modernità tecnica del territorio.
(articolo aggiornato il 16 Settembre 2026)



