Corviale dal VI al XII secolo

Le guerre gotiche del VI secolo segnano il definitivo spopolamento della campagna romana. Un lungo conflitto della durata di vent’anni oppone sulla penisola italiana l’Impero bizantino, intenzionato a riconquistare i territori dell’Impero romano d’Occidente, alla popolazione barbarica degli Ostrogoti, consolidatasi in Italia sotto la guida di Teodorico. L’episodio culminante per l’Urbe è senza dubbio l’assedio che la città subì, dal marzo 537 al marzo 538.

Questo passaggio segna l’abbandono delle ville rustiche di epoca romana, e il restringersi della fascia coltivata ad una corta cintura a ridosso della mura urbane. Si deve al professor Amilcare Fracchia, che insegna Tecnica agraria alla Sapienza nel Primo Novecento, di aver ricostruito questo scenario, per molti versi apocalittico. L’agricoltura, come detto, è praticata solo nelle zone più vicine alle mura cittadine: questa fascia circolare è chiamata dal professor Fracchia “prima zona periurbana”, ed è caratterizzata da un particellare agrario assai frammentato, in cui orti, vigneti e frutteti sono spesso difesi da recinzioni murarie. Lo studioso Mauro Martini ipotizza che in epoca altomedievale questa fascia periurbana non potesse estendersi oltre l’attuale via delle Vigne.

Al di là si trova l’antica “seconda zona periurbana”, quella delle ville rustiche, che in epoca altomedievale viene riconquistata dalle paludi e dalle zanzare anopheles, mentre la “terza zona periurbana”, quella dei prati a pascolo, è completamente priva di antropizzazione.

Cimitero di superficie alle Catacombe di Generosa

Philippe Pergola, durante gli scavi dell’École Française del 1980-1986, elabora un’ipotesi che si rivela corretta. Se la catacomba (400 metri quadri) è usata per un periodo relativamente breve – circa ottant’anni dal 303 al 382 – e l’Oratorio (300 metri quadri) per i successivi tre secoli fino al 682, ad un certo punto la pavimentazione della basilica deve essersi rivelata insufficienti per ospitare tutti i morti della comunità rurale della Magliana nell’arco di 300 anni. deve essere probabile, quindi, un utilizzo cimiteriale anche dello spazio esterno, attiguo all’Oratorio.

La campagna di scavo di Pergola effettua dei sondaggi a campione nella porzione di terreno antistante l’Oratorio e l’attuale ingresso del cimitero di Generosa. I sondaggi confermano tutti, ad un metro di profondità rispetto al piano di campagna, la presenza di tombe con scheletri, risalenti probabilmente ad un periodo compreso fra il V e il VII secolo

Ponziano, Testaccio e le sopravvivenze della città ridotta

Trattandosi di umili sepolture, Pergola ritenne di non proseguire oltre lo scavo, lasciando dormire in pace i defunti di 12 secoli fa. Di diverso avviso lo storico locale Venditti: “È auspicabile che nell’area cimiteriale esterna possano proseguire questi scavi e ricerche, che potrebbero rivelarsi ancora ricchi di interessanti sorprese e ridare alla luce qualche scritta utile per allargare le pochissime notizie che abbiamo sulla vita dell’esterno cimitero e del l’attigua basilichetta fino al Medio Evo”.

Alle Catacombe di Ponziano è presente un “battistero sommerso”, realizzato in epoca successiva (tra VI e VII sec.). Consiste in una piscina sotterranea di forma quasi quadrata, con acqua naturale e pareti affrescate. La decorazione pittorica principale, nella parete di fondo, raffigura il Battesimo di Cristo: in esso compaiono le figure di Giovanni Battista e di una colomba (immagine dello Spirito Santo), di un angelo e di una cerva che si disseta all’acqua (immagine allegorica del credente che si avvicina al messaggio cristiano). Al di sotto è raffigurata una croce gemmata, da cui spuntano fiori di rosa.

L’altra decorazione, nella parete di sinistra, raffigura la Coronatio di Abdon e Sennen, con la figura di Cristo che attribuisce la “corona del martirio” (cioè il premio finale della Resurrezione della carne). Abdon e Sennen sono raffigurati con le braccia rivolte al cielo; mentre accanto a loro compaiono altre due figure di martiri, i cui nomi sono Milex e Vincenzo, la cui biografia è sconosciuta.

Infine, nella volta della scala che dà accesso al battistero sommerso, è raffigurato un Cristo pantocratore, in stile bizantino.

Il battistero è stato riscoperto nel 1602 da Antonio Bosio,

650 circa. Nascita di Testaccio

Una certa vivacità, accompagnata peraltro da pessima fama, durante il Medioevo la ha l’area del Monte dei Cocci. La prima traccia del nome Mons Testaceum compare in un’iscrizione del VII secolo d.C., oggi conservata in Santa Maria in Cosmedin. Alla base del Monte dei Cocci, per tutta la sua circonferenza, si cominciano a scavare dei “grottini”, molti dei quali sopravvivono ancora oggi. Nei grottini, a causa delle proprietà isolanti della terracotta, è agevole conservare grandi quantità di vino, e non solo: ne nacquero cantine, stalle, osterie, e di lì un vivace sobborgo a pianta circolare che correva tutto intorno al Monte, caratterizzato da un’umanità marginale, legata direttamente a Roma ma senza sentirne il peso di una storia così importante.

Gregorio Magno, monaci ed eremiti nella Roma ferita

Gregorio sale al pontificato nel 590, dopo aver conosciuto la vita amministrativa e quella monastica. Roma è una città impoverita, esposta alle pressioni longobarde e alle difficoltà dei rifornimenti. Il papa deve quindi esercitare insieme funzioni religiose, assistenziali e pratiche: organizza aiuti, amministra patrimoni ecclesiastici e tratta quando necessario con i poteri militari. Nel suo pontificato la Chiesa romana diventa sempre più una rete capace di sostenere una città nella quale le antiche strutture pubbliche funzionano con crescente difficoltà.

La cultura monastica è centrale nell’esperienza di Gregorio. Monasteri, piccoli santuari e comunità religiose non sono soltanto luoghi di preghiera: lungo le vie di accesso a Roma possono offrire ospitalità, assistenza e continuità del culto in un territorio più rarefatto. Nella campagna portuense questa funzione aiuta a leggere la sopravvivenza di chiesine, tombe venerate e punti di sosta. Il paesaggio non è più quello fitto delle ville imperiali, ma una rete discontinua di luoghi abitati e sacri che mantiene aperto il rapporto fra Roma, il Tevere e la strada del mare.

Il Tevere e i Dialoghi custodiscono la memoria della crisi

C’è addirittura un episodio che sembra sfiorare proprio la Magliana, non lontano dalla nostra chiesina. Procopio narra che sotto il pontificato di Papa Gregorio (590-604, il celebre San Gregorio Magno) si è cercato, come meglio si poteva, di mettere i tesori dell’Urbe al riparo dal rischio di razzìe, allestendo una sorta di arca galleggiante carica di tesori, che Papa Gregorio teneva ormeggiata sulle rive del Tevere, pronta a partire verso il mare alle prime avvisaglie di pericolo. E non si tratta di tesoretti di poco conto: secondo una tradizione cara alla comunità ebraica di Roma pare che addirittura, a bordo del barcone, vi fosse la Menorah, il sacro candelabro a sette bracci giunto a Roma nel 70 d.C., oggi perduto (e che vediamo raffigurato nel bassorilievo dell’arco di Tito accanto al Colosseo).

Non è chiaro però cosa successe a questo barcone: quello che si sa è che quando i barbari arrivano e le cose si misero male, il barcone effettivamente si mise in viaggio lungo il Tevere. Pare però che al mare questo barcone non sia mai arrivato. A un certo punto del tragitto fa naufragio (o forse è affondato deliberatamente), più o meno all’altezza della Magliana. Il suo carico di tesori rimase da allora, e per sempre, custodito dalle acque del Tevere. Un illustre cercatore di tesori dei nostri tempi, l’archeologo subaqueo Claudio Mocchegiani-Carpano, sin dal 1986 ha esplorato a più riprese l’alveo del fiume Tevere di fronte a Santa Passera. Purtroppo però, davanti alla chiesina, non è rinvenuto nulla di significativo.

Con le cronache di Procopio si incrocia un’altra fonte letteraria, di carattere religioso: San Gregorio Magno, che scrive mezzo secolo dopo. San Gregorio non è testimone diretto, ma gode comunque ancora di informazioni relativamente fresche. Nei Dialoghi (4, 3) racconta in latino di un evento miracoloso che si sarebbe verificato dentro il campo di Totila, e traduce il toponimo greco Αλγηδών con la perifrasi “locum qui ab octavo hujus Urbis milliario Merulis dicitur”. Ovvero: luogo all’ottavo miglio della Portuense (via della Magliana) detto “di Merula”. I Merula sono un’antica famiglia romana, che evidentemente è proprietaria di quei terreni prima che Totila li facesse suoi. Ancora oggi tra l’altro, quel toponimo si chiama Campo Merlo ed è attraversato da un fiumiciattolo: il fosso di Campo Merlo. Procopio e San Gregorio sembrano insomma darci testimonianze sovrapponibili.


(articolo aggiornato il 9 Settembre 2026)