Proca, re di Alba Longa, invecchia. Alla sua morte la corona dovrebbe passare a Numitore, ma il fratello Amulio prende il potere e tenta di spezzarne la discendenza: elimina i nipoti maschi e costringe Rea Silvia, figlia di Numitore, a diventare vestale. La tradizione racconta che Marte si unisca a lei e che da quell’incontro nascano Romolo e Remo (Livio, Ab Urbe condita, I-3).
Amulio ordina di far sparire i neonati. I servi li depongono in una cesta e li affidano alla piena del Tevere. La corrente li trascina verso il Velabro; la cesta si arena presso il ficus ruminalis e una lupa li allatta. Livio conosce anche l’altra lupa, quella umana: Acca Larentia, moglie del pastore Faustolo (Livio, Ab Urbe condita, I-4).
Acca possiede però una seconda storia, già affiorata presso il tempio di Ercole. Lo straniero che aveva vinto ai dadi e ottenuto la sua compagnia rivela il proprio nome: Ercole. La libera dal vincolo sacro e le ordina di seguire il primo uomo incontrato. Sarà Faustolo. È una tradizione distinta da quella liviana, conservata da altre fonti classiche (Plutarco, Vita di Romolo, 5; Macrobio, Saturnalia, I-10).
Faustolo raccoglie i gemelli lungo il fiume e li porta ad Acca, nella capanna sul Palatino. Le due immagini della salvezza finiscono per sovrapporsi: la lupa animale che offre il latte, la “lupa” umana che offre una casa. Perfino l’etimologia discussa che accosta Roma all’etrusco ruma, mammella, sembra nascere dallo stesso intreccio di nutrimento, adozione e passaggi fra mondi diversi.
Il Palatino custodisce un’altra eco della leggenda: il Lupercale, la grotta della lupa. Una cavità individuata nel 2006-2007 presso l’area del tempio di Apollo è stata proposta come possibile identificazione del luogo sacro. L’ipotesi resta discussa; il suo fascino sta altrove, nella tenacia con cui Roma ha cercato un paesaggio reale per la propria memoria fondativa.
Acca, ormai Larentia nella memoria romana, viene legata a dodici figli. Lo stesso numero riapparirà nella fraternità arvale. La genealogia appartiene al mito, e proprio il mito costruisce il ponte: dalla cesta salvata dalle acque alla terra che dovrà nutrire la città futura. Intanto i due bambini crescono senza sapere ancora chi siano.

Dai pascoli ad Alba Longa: i gemelli scoprono la propria origine
Romolo e Remo crescono fra pascoli, boscaglie e capanne intorno al Palatino. Frequentano il guado dell’Isola Tiberina e il mercato del Foro Boario, cacciano, radunano mandrie, difendono i pascoli. Presto diventano capi carismatici di bande giovanili. La loro forza è evidente; l’origine, perfino a loro stessi, rimane nascosta.
Durante una razzia Remo viene catturato e condotto davanti a Numitore. Il vecchio re ascolta: un gemello, una cesta sul fiume, una famiglia di pastori. I dettagli riaprono una ferita che credeva sepolta. Gli emissari di Faustolo completano il quadro e il sospetto diventa riconoscimento: i figli di Rea Silvia sono sopravvissuti.
Romolo raduna i compagni, raggiunge Alba Longa e libera il fratello. La rivolta travolge Amulio; Numitore torna sul trono. Per i gemelli sarebbe il momento più semplice per fermarsi, accettare il rango ritrovato e vivere da principi albani. Scelgono invece il luogo della loro salvezza.
Il ritorno verso il Tevere è una seconda nascita. Con loro si muove un piccolo seguito; Palatino, Aventino e Velabro tornano a essere il centro del mondo. I fratelli convocano uomini e clan, promettono terra e autonomia, trasformano la memoria della cesta in un progetto di comunità.
Alba restituisce ai gemelli un nome, ma non trattiene il loro destino. La città madre rimane alle spalle. Davanti c’è un paesaggio ancora senza forma politica, fatto di colli, guadi e pascoli. Per trasformarlo in Roma servirà un gesto capace di separare lo spazio comune dallo spazio sacro.

Gli auspici, il solco e il sangue: la fondazione di Roma
Prima viene la scelta del colle. Remo sale sull’Aventino, Romolo sul Palatino: il primo avvista sei avvoltoi, il secondo dodici. Gli auspici, segni attraverso i quali si cerca la volontà divina, invece di sciogliere la rivalità la accendono (Livio, Ab Urbe condita, I-6–7).
Secondo la tradizione è il 21 aprile, giorno dei Parilia. Romolo prende l’aratro e incide il solco sacro; nei punti destinati alle porte il vomere viene sollevato. Il pomerium, il confine religioso della città, e il mundus, la fossa rituale legata alla fondazione, appartengono al vocabolario con cui Roma racconterà la propria nascita.
Il rito precipita nel sangue quando Remo oltrepassa il solco. Il gesto diventa violazione sacrilega e la contesa fra i fratelli esplode. Le versioni divergono sull’autore materiale del colpo, ma concordano sull’esito: Remo cade e la prima frontiera di Roma viene segnata insieme dalla terra smossa e dal fratricidio.
Anche il commiato di Acca Larentia appartiene alla trama tradizionale: il figlio adottivo viene avvolto in un sudario e sepolto ai piedi dell’Aventino. Intorno al solco la memoria colloca capanne e una comunità fragile, la Roma quadrata. Qui l’archeologia offre un appiglio reale: sul Palatino esisteva davvero un abitato nell’VIII secolo a.C.
Quelle capanne rendono sorprendentemente credibile lo scenario materiale del mito: tetti di frasche, terreno battuto, animali, fumo, sentieri fra le alture. La loro evidenza riguarda il paesaggio; il fondatore può restare nella leggenda mentre il mondo che lo circonda acquista consistenza.
I Parilia rafforzano la stessa sovrapposizione. Il 21 aprile appartiene al calendario pastorale e alla purificazione delle greggi; la memoria civica vi innesta il giorno della fondazione. Politica, agricoltura e religione finiscono così sulla stessa data, come se la città nascesse dentro il ritmo dei campi.
Il solco dice infine qualcosa di più di una semplice origine. Per entrare in città bisogna riconoscere un limite; per violarlo si paga un prezzo. Roma comincia con una linea tracciata nella terra. Il passo successivo sarà riempire quella linea di uomini, istituzioni e differenze.

Dall’asilo ai Quiriti: la prima civitas romana prende forma
Romolo è re, ma una città vuota avrebbe vita breve. Sul Palatino arrivano compagni, profughi, fuggiaschi e uomini senza patria. L’asilo offre protezione e appartenenza: una popolazione eterogenea comincia a riconoscersi dentro lo stesso spazio.
La tradizione attribuisce al fondatore una prima architettura civica: tribù, curie, un Senato di patres e i Comitia Curiata, l’assemblea organizzata per curie (Livio, Ab Urbe condita, I-8). Le fonti disegnano sulle origini un ordine probabilmente maturato in tempi più lunghi; nel mito, quella geometria rende immediatamente visibile il passaggio dal villaggio alla civitas.
Resta una fragilità concreta: mancano donne e quindi famiglie capaci di dare futuro alla comunità. Le città vicine rifiutano matrimoni; la tradizione colloca allora il ratto delle Sabine durante i Ludi Consuales. La festa si trasforma in frattura politica e apre la strada alla guerra.
Tito Tazio porta i Sabini fin dentro Roma. Tarpeia apre l’accesso, gli eserciti si affrontano e le donne rapite, ormai mogli e madri, si pongono fra i due schieramenti. Sono loro a interrompere la battaglia e a imporre una soluzione che nessun guerriero era riuscito a costruire (Livio, Ab Urbe condita, I-11–13).
Roma e Cures si fondono, Tazio affianca Romolo sul trono e i cittadini assumono il nome di Quiriti. Latini, Sabini ed elementi etruschi entrano nella stessa comunità. Il solco fondativo aveva separato; la civitas cresce ora incorporando differenze.
Ramnes, Tities e Luceres, trenta curie e cento patres appartengono alla precisa geometria istituzionale che la memoria romana attribuisce al primo re. Il loro valore, in questa fase, sta nella forma che danno alla città immaginata dai Romani: un corpo politico ordinato, capace di accogliere e gerarchizzare.
Anche la guerra entra presto in questo orizzonte. Caenina, Fidenae e Veio compaiono nella tradizione romulea; le spolia opima dedicate a Giove Feretrio uniscono vittoria e culto. Veio resta ancora sull’altra riva, vicina e potente. Prima dello scontro, Roma deve però imparare a legare la propria sopravvivenza a qualcosa di più antico delle mura: la fertilità della terra.

In copertina:
ROMA PRIMA DELLA CITTÀ DI PIETRA. Poche capanne sul Palatino, attività quotidiane e un paesaggio ancora aperto restituiscono il mondo materiale nel quale la memoria romana colloca Romolo e Remo. La copertina unisce mito e archeologia senza confondere leggenda e prova storica (ricostruzione AI supervisionata).
(articolo aggiornato il 29 Agosto 2026)



