All’inizio del Novecento la bonifica dell’Agro romano non coincide più soltanto con il prosciugamento delle aree umide. Gli interventi sui fossi, sui collettori e sulle campagne portuensi hanno già mostrato che il controllo dell’acqua deve essere accompagnato da strade, assistenza sanitaria, scuola e insediamenti stabili. La politica rurale entra così in una fase nuova: rendere abitabile la campagna diventa importante quanto renderla coltivabile.

Nel 1905 il Regno riordina questa materia nel Regio decreto 10 novembre n. 647. Il testo unico non inventa le borgate rurali, ma mette a sistema provvedimenti precedenti e rafforza l’idea che la trasformazione agraria debba produrre anche una nuova geografia sociale. Per l’Agro romano prevede condotte mediche, stazioni sanitarie e scuole nelle frazioni o borgate quando popolazione e distanza dalla città lo rendano necessario.

In questo quadro assume un significato preciso l’appoderamento dei grandi fondi. Il latifondo può essere suddiviso in poderi più piccoli, affidati a famiglie contadine e collegati a servizi comuni. La campagna cessa di essere pensata come una successione di tenute isolate e comincia a essere organizzata per nuclei permanenti. L’esperienza della bonifica di fine Ottocento confluisce così in una politica di colonizzazione rurale.

La Magliana offre condizioni particolarmente favorevoli: la strada mette in rapporto i fondi con Roma, la ferrovia riduce l’isolamento e il Tevere resta una presenza economica e ambientale decisiva. Proprio qui la nuova idea di Agro abitato trova una delle sue applicazioni più precoci.

Il provvedimento del 1905 interviene su un territorio che negli anni precedenti ha già conosciuto lavori di regimazione e campagne contro la malaria. La novità sta nell’unire più chiaramente le opere idrauliche alla vita delle persone: il successo di una bonifica non dipende soltanto dalla qualità dei terreni recuperati, ma dalla possibilità che una famiglia possa restare sul posto tutto l’anno.

Strade e ferrovia diventano quindi parte della politica agraria. Una colonia rurale priva di collegamenti, cure o scuola rischia di rimanere un semplice esperimento fondiario; una borgata dotata di servizi può invece trasformarsi in insediamento durevole. È questo il passaggio che collega le bonifiche di fine Ottocento alla colonizzazione della Magliana.

Elisa Pino-Lecce sceglie la Magliana come insediamento pilota

La protagonista locale è Elisa Lecce, moglie del marchese Filippo Pino, ricordata come marchesa Pino-Lecce. La famiglia ha riunito terreni dell’ex vigna Ceccarelli e proprietà vicine al Monte delle Piche, in una posizione che combina campagna, strada e ferrovia. La scelta non è casuale: un villaggio agricolo può stabilizzarsi soltanto se rimane in rapporto continuo con la città.

Il progetto prende forma fra 1908 e 1909. Davanti alla stazione viene posata la prima pietra di una chiesa dedicata alla Madonna di Pompei; nel gennaio 1909 arriva la licenza per i primi venti fabbricati rurali, ciascuno associato a un podere di circa un ettaro. Casa colonica e piccolo appezzamento diventano l’unità elementare del nuovo insediamento.

La marchesa non costruisce semplicemente abitazioni sparse. Il frazionamento del fondo richiede accessi, fossi, percorsi e un centro condiviso. L’obiettivo è dare continuità alla presenza delle famiglie, trasformando un territorio di casali e colture in un nucleo riconoscibile.

Le fonti locali permettono di precisare anche la genesi materiale della borgata. Augusto Jandolo distingue la Magliana Vecchia dalla Magliana Nuova e ricorda sul crinale le abitazioni del nucleo detto Pino Lecce, dal nome dei proprietari (Augusto Jandolo, La Magliana, in «Capitolium», 1947, p. 51 sgg.). Fra il 1909 e il 1910 Elisa Pino Lecce acquistò da diversi proprietari appezzamenti contigui presso la stazione ferroviaria della Magliana e affidò all’ingegnere Guido Franceschetti il piano della nuova borgata: la rete viaria prevedeva circa cinque chilometri di viali alberati in dolce pendio (Leopoldo Silli, La Magliana e le sue memorie, Roma 1923, p. 54). Lungo le tre strade principali furono poi costruite cinquanta casette con relativo terreno coltivabile, oltre ad altre piccole costruzioni agricole.

Anche la rete familiare pesa sull’operazione. Teresa Lecce, sorella di Elisa e moglie Koch, possiede terreni nella vicina valle di Affogalasino. Le proprietà delle due sorelle compongono un piccolo sistema fondiario sul margine occidentale di Roma, mentre la stazione della Magliana costituisce il punto di aggancio più moderno di questo paesaggio.

La presenza della stazione ferroviaria rende il progetto particolarmente moderno. Le famiglie possono vivere e lavorare nei poderi senza essere completamente separate dai mercati e dai servizi urbani. Il treno riduce la distanza economica fra la nuova borgata e Roma, mentre la Via della Magliana mantiene il collegamento tradizionale su strada.

Il nuovo insediamento nasce dunque dall’incontro fra iniziativa privata e quadro pubblico. La marchesa organizza il fondo e costruisce; lo Stato definisce gli standard generali della bonifica; ferrovia e strada assicurano l’accessibilità. Nessuno di questi elementi, da solo, sarebbe sufficiente a produrre un villaggio stabile.

Poderi e case coloniche compongono il nuovo villaggio agricolo

I venti poderi modificano materialmente la campagna. Al posto di una grande proprietà compaiono appezzamenti più piccoli, ognuno riconoscibile per la casa colonica e per lo spazio coltivato. La differenza rispetto al casale isolato dell’Agro tradizionale è sostanziale: le famiglie lavorano nello stesso territorio e sono destinate a condividere un centro e alcuni servizi.

Ogni podere di circa un ettaro è abbastanza piccolo da dipendere direttamente dal lavoro familiare e abbastanza grande da richiedere una gestione continua. Il valore del fondo non si misura più soltanto nella sua estensione complessiva, ma nella capacità di organizzare colture, accessi, fabbricati e infrastrutture comuni.

La chiesa assume fin dall’inizio una funzione spaziale. L’ingresso guarda la piazza della nascente borgata, mentre il fianco più monumentale in tufo si offre verso la Via della Magliana e il Tevere. L’edificio religioso raccoglie la comunità e, nello stesso tempo, segnala da lontano l’esistenza del nuovo nucleo.

La borgata rurale nasce quindi da un gesto insieme agricolo e urbanistico: dividere la terra, costruire case e creare un luogo comune. La ferrovia rende questo esperimento diverso da molte colonie più isolate, perché chi arriva da Roma incontra ormai un insediamento stabile e non più soltanto una fermata in mezzo ai campi.

La maglia dei poderi produce anche una nuova toponografia quotidiana. Percorsi, confini e accessi devono essere riconoscibili, e la piazza della chiesa offre un punto comune a famiglie che altrimenti rimarrebbero disperse nei campi. L’insediamento rurale assume così una forma leggibile prima ancora di diventare pienamente urbano.

Le opere comuni previste dalla legislazione – scuola, assistenza sanitaria, viabilità – non sono ancora tutte realizzate, ma entrano fin dall’inizio nell’orizzonte del progetto. La casa colonica smette di essere un edificio autonomo e diventa parte di un sistema di servizi e relazioni.

1908–1911: chiesa, case e servizi consolidano il centro della borgata

Fra 1908 e 1909 chiesa, piazza e prime case formano il centro ancora incompleto dell’abitato. La chiesina ha una sola navata, tetto a doppio spiovente e un’abside quadrangolare a scarsella: un’architettura semplice, adatta a una comunità rurale appena nata. I fabbricati autorizzati nel 1909 danno consistenza al progetto di appoderamento.

La crescita prosegue rapidamente. Nel dicembre 1911 Elisa Pino-Lecce ottiene il permesso per altri cinque fabbricati, insieme a stalle e forni, e accede a un consistente mutuo agrario. Il villaggio supera così la fase sperimentale e comincia a dotarsi delle strutture necessarie a una presenza agricola permanente.

Nello stesso processo acquistano importanza la futura condotta medica, la scuola e gli altri servizi che la legislazione di bonifica considera essenziali. Viene inoltre ristrutturata per la famiglia Pino-Lecce un’antica torre semaforica quadrangolare, inglobata in un villino che introduce nel paesaggio rurale forme architettoniche ormai novecentesche.

Alla vigilia del 1912 la Magliana vecchia possiede già i caratteri fondamentali di un piccolo centro: terra frazionata, case, ferrovia, strada, chiesa e servizi in formazione. La colonizzazione rurale non ha cancellato la campagna; l’ha resa più fitta, stabile e riconoscibile.

La facciata laterale della chiesa, più elaborata e rivolta verso la strada e il fiume, mostra quanto fosse importante rendere visibile il nuovo centro anche a chi attraversava il territorio. La piazza e l’edificio religioso costituiscono il primo vero spazio pubblico della borgata.

L’espansione del 1911 conferma che il progetto non è rimasto sulla carta. Nuovi fabbricati, stalle e forni rispondono alle necessità concrete delle famiglie e delle attività agricole; il mutuo agrario permette di sostenere una crescita ormai superiore alla prima fase sperimentale.

(articolo aggiornato il 16 Settembre 2026)