— Belli burocrate osserva da vicino la città quotidiana del papa-re

Roma, 7 settembre 1791. In una capitale d’antico regime – fra palazzi cardinalizi, conventi e piazze polverose – nasce Giuseppe Gioachino Belli. La famiglia conosce prima un benessere modesto, poi la discesa: crisi, occupazioni straniere e tasse erodono rendite e sicurezze. Alla morte dei genitori il ragazzo scivola verso il basso: lascia il Collegio Romano, rientra in una città più dura, vive “da ospite” in via del Corso e si arrangia con impieghi minimi.

Con la Restaurazione del 1815 Roma torna sotto il pieno controllo del papa-re: è una città di carrozze lente, processioni, uffici. Belli entra negli ingranaggi: computista presso i Rospigliosi, poi all’Azienda della Reverenda Camera degli Spogli, quindi segretario del principe Poniatowski. Nel 1816 sposa Maria Conti, ricca vedova; il matrimonio lo porta a Palazzo Poli e a uno stipendio sicuro all’Amministrazione del Bollo e del Registro. Dalle finestre vede la Fontana di Trevi e, poco distante, la folla attorno agli sportelli delle gabelle.

Di giorno è un impiegato rispettabile: scrive in un italiano corretto, frequenta accademie, cura un’immagine “classica” di sé. Ma la città gli parla in un’altra lingua. Nei vicoli dietro il Corso, a Campo de’ Fiori, lungo via della Lungaretta, ascolta venditori ambulanti, vetturini, popolane, preti. Impara il ritmo di una plebe che alterna rosari e bestemmie, devozione e truffe, fame e feste patronali. La Roma papalina è una macchina teocratica che distribuisce privilegi e sussidi ma lascia molti ai margini.

Nel 1826 Belli viene “collocato in riposo” con lo stesso salario: un pensionamento anticipato che apre un’altra fase. Viaggia in Italia, soprattutto al Nord. A Milano conosce l’opera di Carlo Porta e capisce che il dialetto può reggere satira, filosofia morale, politica. Ogni ritorno a Roma è uno choc: la distanza fra le città industriali e l’Urbe immobile si fa sempre più evidente. Nel 1841 rientra nell’amministrazione come impiegato alla Direzione del Debito pubblico; fino al 1845 resta legato allo Stato pontificio, poi un nuovo “giubilamento” lo libera dagli obblighi quotidiani. Intanto Roma continua a vivere tra sagrestie e gabelle: città di pellegrini e mendicanti, di cardinali e lazzaroni. Belli la attraversa come uno spettatore bilingue: dall’alto dei palazzi nobiliari e dal basso delle osterie.

Nel 1846 l’elezione di Pio IX accende entusiasmi: amnistie, qualche riforma amministrativa, speranze di un pontefice “liberale”. Anche Belli osserva con curiosità, ma senza abbandonare la sua diffidenza. Le strade mormorano, i caffè discutono di costituzioni, si parla di ferrovie e d’Italia. Nel 1848, quando gli eventi precipitano, l’osservatore disincantato della Roma del papa-re vede aprirsi sotto i suoi piedi una voragine politica e morale che metterà alla prova anche la sua scrittura.

Belli, “padre nobile” del dialetto romano, ci ha lasciato un corpus che sfiora i 2300 sonetti; il grande blocco dei Sonetti romaneschi – compatto, quasi clandestino – è composto da 2279 testi scritti e datati uno per uno tra il 1830 e il 1847. Belli li tiene nel cassetto mentre in pubblico resta un impiegato devoto allo Stato pontificio: in una città dove la censura vigila su libri e spettacoli, quei sonetti sono dinamite. Le edizioni saranno tutte postume.

La scelta del romanesco non nasce come folclore, ma come progetto. Negli anni Trenta la Roma di Belli è ancora capitale papalina: i palazzi cardinalizi dominano le piazze; nelle osterie di Trastevere si canta fino a tardi; al Monte di Pietà la gente fa la fila con in mano l’unico bene impegnabile. In questo teatro, nel 1830, Belli abbandona l’italiano solenne dei poemetti e sceglie la parlata della plebe. L’esempio di Carlo Porta lo incoraggia: il dialetto può dire l’ingiustizia, la politica, la filosofia. Belli si dà un programma: lasciare “un monumento” della plebe romana, dei suoi gesti, del suo vocabolario. Non vuole trascrivere un vernacolo pittoresco; vuole creare una lingua letteraria nuova, e le dà un nome preciso: “romanesco”, distinta sia dall’italiano sia dal “parlà ciovile”, cioè la lingua amministrativa affine all’italiano allora in uso nella Corte papale. Lo dichiara senza infingimenti:

— I Sonetti scelgono il romanesco come lingua della realtà

“Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante […], col concorso di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca” (introduzione ai Sonetti).

Tra 1830 e 1835 compone a ritmo vertiginoso quasi 1700 sonetti; dopo una pausa riprende tra 1842 e 1847 fino a completare il corpus di 2279 testi. Li copia con cura in quaderni, li conserva gelosamente. Il sonetto – forma nobile e chiusa – diventa una piccola stanza teatrale. Ogni testo ospita una micro-scena: un litigio in una bottega dietro Piazza Navona, una processione che intasa via del Corso, un presunto miracolo annunciato in una chiesa di rione, una gravidanza inattesa commentata sulle scale. L’io poetico arretra: a parlare sono popolane, vetturini, artigiani, preti, funzionari, mendicanti.

Belli raccoglie frasi nei mercati di Campo de’ Fiori e piazza Montanara, nelle chiese affollate, nelle code agli sportelli del fisco e del Monte di Pietà. Assorbe la logica della plebe – furba, fatalista, feroce e pietosa insieme – e la restituisce in endecasillabi di precisione chirurgica. In italiano, nelle prose ufficiali, si allinea al potere; in romanesco lo smonta pezzo per pezzo. La città che emerge non è quella delle vedute pittoresche, ma quella degli sfratti, delle messe “co’ pochi bajocchi”, delle reliquie esibite come amuleti, delle minacce dell’Inquisizione. Il romanesco diventa lente deformante: parodia il latino della Messa, storpia formule amministrative, imita e sabota la lingua del potere. Ogni storpiatura è un piccolo atto sovversivo.

In Er giorno der giudizzio quattro “angioloni co’ le tromme in bocca” annunciano il Giudizio universale a una folla che esce dalle fosse “come purcini attorno de la bbiocca”: dogma da catechismo, tono da piazza. In Li soprani der monno vecchio un sovrano sintetizza l’ordine gerarchico in una battuta che diventa proverbio: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo”. In Er caffettiere filosofo “l’ommini de sto monno sò l’istesso / che vaghi de caffè ner macinino”: metafisica domestica, a uso di bottega.

Tutto ciò che l’italiano decoroso tende a espellere entra in scena: corpi, malattie, sessualità, fame, escrementi. La comicità non cancella l’angoscia: la rende più tagliente. Dietro la risata resta una domanda sul senso della vita, sull’ingiustizia sociale, sul silenzio di Dio. Alla fine Belli costruisce un enorme archivio segreto della Roma papalina: una “romanità monella” e insieme percorsa da un profondo senso religioso e da un’idea ruvida di giustizia sociale.

Quando Belli scrive i Sonetti, tra il 1830 e il 1847, non si limita a usare il romanesco: ne costruisce la grammatica moderna. Nell’Introduzione ai sonetti romaneschi dichiara di voler fissare “le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttodì” e cavarne “una regola dal caso e una grammatica dall’uso”. Il suo laboratorio è la città intera: dal centro ai rioni popolari, fino alle osterie campagnole lungo la Portuense.

La prima rivoluzione è grafica. Belli vuole che chi legge “senta” Roma parlare. Scrive “fijji” per figli, trasformando il gruppo gl in jj; Magliana diventa “Majana”; dissemina apostrofi e troncamenti; l’incitamento “daje!” sembra saltare fuori dalla carta. La s tende a suonare come z – “er zole, er zordato” – mentre il raddoppio fonosintattico resta spesso sottinteso: “qualcheccosa” dietro “quarche cosa”, “c’ho” per “ciò ho”. Altre doppie cadono: “ucello, davero, matina”.

— Morfologia e sintassi costruiscono la voce della romanità monella

Le vocali si spostano. La r si indebolisce, la vocale si allunga: terra diventa “tēra”, chitarra “chitāra”, fino al proverbiale “Se dice ēre, sinna ērore”. Le elisioni sono sistematiche: con e per diventano “co” e “pe”; i possessivi slittano dopo il nome – “mi padre, l’amico mio” – e i dimostrativi si accorciano in “sto, sta, sti, ste”: “st’arbero”, “sta mano”. I “signori” si abbassano in “sor” e “sora”, e un’espressione come “sti cazzi” liquida con brutalità ironica ciò che non merita attenzione.

Dentro questa cornice sonora si organizza la morfologia: gli articoli “er, la, li, le”, i pronomi “je, ce, se” in catene come “je lo dico”, “me ne vado”, il plurale “loro so”, i verbi tronchi – “amà, vedé, sentì” – segnano subito la distanza dall’italiano standard. La desinenza “-eno” unifica molte terze persone plurali: “péscheno, dìcheno, pàgheno”, spesso con una h di appoggio per mantenere il suono duro. Il condizionale ospita forme come “io sarebbi, noi sarebbimo”, tracce di una lingua parlata in movimento.

Sul piano sintattico lo schema di base resta soggetto-verbo-oggetto, ma Belli lo piega alle esigenze del parlato. Il tema della frase balza spesso in testa: “‘Sto Cristo che je vojono fa’?” mette il personaggio subito al centro. La negazione si rafforza con ripetizioni: “nun ce sta gnente, manco uno”, “nun vòjo vedé nessuno, proprio gnente”. La paratassi domina: frasi per colpi brevi, coordinati, come se rimbalzassero da una voce all’altra in un vicolo affollato. Le subordinate si appoggiano a un “che” onnivoro: “dice che piove”, “pare che viene”, “se vede che è tardi”. Il discorso diretto entra spesso monco, appoggiato al contesto: “io, gnente”; “lui, manco morto”; “questi, tutti chiacchiere”.

Su questo impianto Belli innesta una mescolanza fittissima di registri: latino ecclesiastico deformato fino alla caricatura, burocratese delle “reverende camere”, italiano letterario. Un formulario solenne, infilato nella sintassi romanesca, perde gravità e si rivela maschera: la lingua del potere, trattata come stoffa di seconda mano, viene tagliata e riutilizzata.

Alla fine dell’Ottocento Tito Morino pubblica una Grammatica del dialetto romanesco secondo i sonetti di G. G. Belli, usando il corpus belliano come campionario normativo. Nel Novecento il romanesco di Cesare Pascarella, Trilussa e Giggi Zanazzo – il “piccolo Belli” amato da Pasolini – si muove dentro quella stessa gabbia di forme, imitandola e forzandola. Dopo la stagione 1830-1847, nessuno che scriva in romanesco può ignorare quella morfologia e quella sintassi: in quei suoni storpiati continua a risuonare il modo in cui una comunità pensa, giudica, si ribella e si rassegna.

A ridurre le distanze con l’italiano ci si mette poi un fatto storico. Dal 1870 Roma è capitale d’Italia, e la città conosce un primo significativo afflusso migratorio che inevitabilmente incide sul dialetto. Il vocabolario si arricchisce con le nuove parole piemontesi, e la cadenza complessivamente si ammorbidisce, riducendo la distanza con l’italiano. Due grandi autori – Cesare Pascarella (1858-1940) e Mariano Salustri, meglio noto come Trilussa (1871-1950) – saranno interpreti di questa nuova fase del dialetto, che strizza prepotentemente l’occhio all’italiano. A Trilussa si deve un’importante semplificazione del dialetto scritto: sfronda le consonanti doppie del Belli e omologa l’ortografia del romanesco con quella italiana, portando il romanesco fuori dai confini regionali.

Il 24 novembre 1848 Roma è una polveriera. Dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi, la città ribolle: barricate improvvisate, assemblee nei caffè, Guardia civica inquieta. Dal centro ai casali lungo la via Portuense circola la stessa voce: il papa è in pericolo, il trono di Pietro vacilla.

Nella notte Pio IX decide. Indossa abiti borghesi, si confonde con un piccolo seguito, lascia il Quirinale non come sovrano, ma come fuggiasco. Una carrozza di copertura attira gli sguardi; quella vera, dell’ambasciatore bavarese Spaur, lo porta via verso i Castelli, poi lungo la costa tirrenica, infine a Gaeta, nel Regno delle Due Sicilie, sotto la protezione di Ferdinando II. Il papa-re scivola fuori da Roma come un prete qualsiasi, protetto dal buio.

— Gaeta, paura e rivoluzione chiudono il mondo romano raccontato da Belli

Il grande ciclo dei sonetti è già chiuso dal 1847: i testi del 1848-49 sono pochi, scosse residue. Belli vive quegli eventi con terrore fisico: teme saccheggi, fucilazioni, vendette. Nelle lettere all’amica Cencia Costanzi descrive una Roma attraversata da “miserie universali”, materiali e morali. Non si lascia sedurre dalla Repubblica: come molti moderati vede nella rivoluzione più il caos che la liberazione. Intanto pensa al futuro del figlio Ciro, avviato alla carriera di magistrato nello Stato pontificio: i quaderni dei sonetti, se scoperti, possono compromettere ogni cosa. Belli allora li chiude, li corregge, li sbarra; elimina i pezzi più feroci, attenua le invettive anticlericali, diventa censore di sé stesso. All’esterno si presenta come un leale servitore del regime.

Nel 1850 assume la presidenza dell’Accademia Tiberina, voce autorevole della cultura ufficiale romana. Tra il 1852 e il 1853 è censore teatrale per la “morale politica”: giudica melodrammi, vigila su Shakespeare, stronca ciò che può sembrare sovversivo. L’uomo che ha messo in bocca alla plebe le frasi più corrosive di Roma impugna ora la penna che decide cosa può andare in scena.

Quando muore a Roma nel 1863, colpito da apoplessia e sepolto al Verano, appare come un pensionato rispettabile dello Stato del papa, cattolico almeno esteriormente riconciliato con il regime. Nel testamento chiede che i sonetti siano distrutti; il figlio Ciro, invece, li conserva e li affida a pochi amici fidati. Inizia una storia sotterranea di copie, selezioni, edizioni parziali.

Nel Novecento quella voce esplode: Gabriele D’Annunzio lo celebra come gigante della lingua; Benedetto Croce lo legge come moralista travestito da comico; Pier Paolo Pasolini ne fa un “documento linguistico e antropologico sulla plebe romana e sul potere clericale”. Critici e storici usano i sonetti come una macchina del tempo: la Roma della fuga di Pio IX – con la carrozza mimetizzata che scivola fuori dal Quirinale – rivive nei dialoghi degli osti, nei pettegolezzi delle comari, nelle bestemmie dei carrettieri.

Così la storia si richiude: nei versi in cui la plebe commenta papi, cardinali, gendarmi e rivoluzionari, la “romanità monella” costruita da Belli dimostra che la grammatica di un dialetto non è un dettaglio folcloristico, ma il luogo in cui una società pensa, giudica, si ribella e si arrende. Sullo sfondo, dietro ogni battuta romanesca, continua a passare la stessa immagine: un papa in fuga nella notte e una città che, da allora, non smette di parlarne.

(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)