— 1871: una commissione studia la quarta cerchia difensiva di Roma
Ripercorriamone, con brevità, la storia. Secondo la tradizione le prime fortificazioni risalgono a Romolo, le Mura quadrate del Palatino, che i suoi successori estendono ai Sette colli. Nel 270 d.C. l’imperatore Aureliano edifica la seconda cintura difensiva, lunga 19 km, che peraltro non fermerà né i Vandali né i Goti. Sotto la pressione dei Saraceni i Papi fanno importanti restauri, e Leone IV aggiunge alle mura la Cittadella del Vaticano. La terza cerchia muraria viene progettata nel 1527, su progetto dell’architetto Antonio da Sangallo. Si aggiungono i nuovi tratti bastionati Aventino e Ardeatino, e, successivamente, arriverà anche la Cinta Gianicolense (1633). Ma i francesi prima (1849) e i Bersaglieri poi (1870), dimostrano che questo frammentario sistema di difese è ormai obsoleto, e nulla può contro moderne artiglierie.
E così, appena dieci giorni dopo la proclamazione di Roma capitale, tra l’euforia per il sogno realizzato e la paura che non durerà, si insedia la Commissione per la Difesa generale, con il compito di costituire Roma “in una grande piazza di guerra, munita delle più potenti difese, e sottratta ad ogni qualunque pericolo di bombardamento, capace percia della più ostinata e durevole resistenza”.
Già dalla riunione dell’11 luglio 1871 i burocrati piemontesi riprendono in mano un progetto francese del 1867, proposto invano a Pio IX, di edificare intorno Roma la quarta cerchia di mura. Questo progetto, con pochi adattamenti, diventerà il Piano generale di difesa di Roma.
Lo storico militare Michele Carcani ne descrive così le caratteristiche: “La Commissione, penetrandosi dell’importanza eccezionale che la conservazione di Roma riveste per l’Italia, e penetrandosi ad un tempo dei manifesti pericoli a cui per la sua vicinanza al mare questa Capitale tròvasi esposta, ha riconosciuto l’assoluta indispensabilità di difendere colla più efficace energia l’accesso a qualunque avversario, [con] lo scopo di coprire e difendere la Capitale da un colpo di mano che un nemico, di noi più potente sul mare, potesse tentare, mediante uno sbarco sopra uno dei tanti punti indifesi e di facile approdo del Litorale Tirreno”.
— Progetti costosi e soluzioni mobili rallentano la decisione
La quarta cerchia non è una cintura muraria continua, così come lo erano le precedenti tre. Si tratta di una linea poligonale di trincee scavate nel terreno, che a distanze regolari di tre chilometri presenta dei peculiari arroccamenti difensivi e offensivi: i “forti corazzati”.
Il progetto iniziale prevede una cittadella militare a Monte Mario e 21 forti corazzati. I forti sono divisi in due categorie: sette forti sono “di primo ordine”, cioè i più grandi, e sono quelli che proteggono il fronte marino (Monte Mario, Casale Braschi, Boccea, Aurelio, Troiani-Bravetta, Portuense, Appio) e 16 sono “di secondo ordine”, più piccoli, nel versante interno.
Il progetto è curato per l’aspetto architettonico da Luigi Garavaglia, mentre il Ministero della Guerra e la Direzione del Genio militare di Roma curano gli aspetti militari e realizzativi.
Il Piano generale di difesa, dal costo stimato in 42 milioni di lire, si arena subito, di fronte alla freddezza del Parlamento. La Legge per le spese militari del 1871 infatti non stanzia nulla per le difese di Roma.
Nel 1873 viene elaborato il nuovo “Progetto in economia”, che prevede dieci o 12 forti da fare subito e tutto il resto rimandato a tempi migliori. Occorrono soltanto dieci milioni di lire, non più 42. Anche questo progetto, tuttavia, non viene finanziato.
Passano due anni, siamo nel 1875, e anche il Progetto in economia viene accantonato, in favore del “Progetto di fortificazioni mobili”. Si tratta di materiali trasportabili, da montare all’occorreza direttamente sul teatro delle operazioni belliche, non appena avuto notizia di uno sbarco dal mare. Il finanziamento questa volta arriva, con la legge sui “Mezzi per approvvigionarsi di materiale del genio e di artiglieria”, ma il Campo trincerato, in questo gioco al ribasso, in pratica non esiste più. E per beffa neanche il Progetto di fortificazioni mobili viene reso esecutivo.
— Depretis riapre il dossier durante la crisi con la Francia
Dopo cinque anni di infruttuosi dibattiti, è tutto fermo al punto di partenza.
Sarà una improvvisa crisi diplomatica tra Italia e Francia, nel 1876, e il timore che i francesi sbarcheranno per davvero, a sbloccare la situazione e raccimolare i finanziamenti necessari.
Un improvviso “terremoto politico” riapre la partita della costruzione dei forti militari di Roma. Le elezioni parlamentari del 1876 sono state infatti dirompenti e hanno rotto tutti gli equilibri tradizionali: la Destra storica – espressione dell’aristocrazia conservatrice, legata a filo doppio alle masse rurali e proletarie di città – esce sconfitta dallo schieramento emergente di Sinistra di Agostino Depretis – espressione della borghesia urbana -. Per la prima volta l’aristocrazia che ha voluto l’Italia unita è fuori dal governo. E il fatto è inedito e destabilizzante. La Francia intende approfittarne, e la spedizione navale su Roma comincia a prepararla per davvero.
Gli informatori avvertono Depretis che l’anziano ma non rassegnato Pio IX è pronto, per la terza volta, a salire sul trono di Roma.
Ma Depretis non ha paura di Pio IX, ha paura invece della plebe di Roma, fumantina per definizione e in gran parte ancora favorevole al Papa Re e ostile ai Savoia: i rivoltosi potrebbe saldarsi a un esercito straniero e fare scacco matto.
Il vecchio Piano generale di difesa del 1871 è ciò che fa al caso suo: tiene separate masse urbane e stranieri in armi. E soprattutto Depretis, non facendo nulla per tenere segreta ai Francesi la sua intenzione di fortificare Roma secondo schemi militari anch’essi francesi, gioca una sottile arma psicologica: i francesi, se sbarcheranno a Roma, troveranno ad attenderli le loro stesse tecnologie militari.
— 12 agosto 1877: il Regno autorizza i primi forti della capitale
In un testo a ampia tiratura lo studioso Michele Carcani sbandiera ai quattro venti le caratteristiche militari del Campo trincerato e la sua funzione. Con enfasi risorgimentale, scrive: “Un nuovo aggressore, da qualunque parte si avvicinasse, troverebbe oggi non quelle sole mura che seppero resistere ad Alarico, Genserico, Vitige e a quanti altri barbari antichi e moderni […] si attentano di violare il sacro ruolo della eterna Città”.
Depretis trova in Parlamento le risorse finanziarie e il piano operativo è già pronto a inizio 1877: prevede dieci forti e 4 batterie. E il Re, per dare maggior celerità al tutto, con il decreto del 12 agosto 1877, “Costruzione di fortificazioni a difesa di Roma”, autorizza da subito la cittadella di Monte Mario e i primi 6 forti: Portuense, Troiani (oggi Bravetta), Aurelio, Boccea, Braschi e, sul versante interno, Forte Appio.
Il progetto di massima è compilato dal generale del genio Giovanni Battista Bruzzo, allora comandante della Divisione militare territoriale di Roma, con l’approvazione del ministro della Guerra, generale Mezzacapo. Il progetto prevede “opere permanenti in muro e terra” secondo il modello tedesco o prussiano, collegate da una linea poligonale di trincee lunga 40 km.
I forti sono disposti “a cavaliere delle strade e degli sbocchi principali che dominano le più importanti vallate”. Le “località più acconce” vengono scelte sulla corona di colli intorno Roma, con distanza reciproca fra ogni forte di 2-3 km nel settore rivolto al mare (è maggiore nel versante interno), mentre la distanza tra ogni forte e le mura urbane è di 3-4 km.
(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)



