— Pio VII prigioniero e i cardinali senza porpora sfidano Napoleone
Nella notte tra il 5 e il 6 luglio 1809 Roma trattiene il respiro. Al Quirinale le scale della gendarmeria imperiale si appoggiano alle mura; il barone Étienne Radet sfonda porte, irrompe negli appartamenti pontifici, sveglia Pio VII ancora in talare e gli intima di seguirlo. Il papa ha poche ore per prepararsi, poi, con il cardinale Pacca, viene portato via nel buio. All’alba i romani scoprono che il pontefice non c’è più: l’Urbe è diventata “dipartimento del Tevere”, inglobata nell’Impero napoleonico.
Dietro al rapimento c’è un passaggio già consumato sulla carta. Il decreto del 17 maggio 1809 ha abolito il potere temporale del papa; il breve pontificio risponde con la scomunica. Da quel momento la scelta non è più solo politica: è una linea di coscienza. Roma vive un paradosso: formalmente papale ma senza papa, governata da funzionari francesi. Gli uffici vengono riorganizzati in dipartimenti, le carte si moltiplicano, arrivano requisizioni, tassazione pesante, arruolamenti obbligatori. Sotto questa superficie ordinata serpeggia una resistenza discreta, fatta di scelte personali e di fedeltà che non si piegano.
In questo scenario si muove Alessandro Mattei, pro datario di Pio VII fino all’annessione. Sa che ogni grazia e ogni beneficio passano ormai sotto l’ombra dell’aquila imperiale. Ha accettato la funzione, non il ricatto. L’espulsione e la deportazione in Francia diventano il prezzo della sua lealtà.
Intanto l’esilio di Pio VII si trasforma in prigionia esemplare. Trascinato a tappe forzate a Savona, rifiuta di investire i vescovi nominati da Napoleone e di annullare il matrimonio con Giuseppina. Nel 1812 viene trasferito a Fontainebleau; il 25 gennaio 1813 firma, stremato, un concordato che limita le sue nomine, ma poco dopo lo ritratta. Il prigioniero diventa simbolo di resistenza.
Mattei, nel frattempo, è in territorio francese sotto sorveglianza. Il 2 aprile 1810, per le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Asburgo, l’imperatore vuole i cardinali accanto a sé. Il papa è prigioniero, e il precedente matrimonio con Giuseppina è canonicamente incerto: per Mattei non è una formalità ma una questione di coscienza. Rifiuta di partecipare alle celebrazioni, non si presenta in chiesa. Con lui altri dodici porporati scelgono l’assenza.
La reazione di Napoleone è secca: ai tredici ribelli viene proibito di indossare l’abito rosso. Privati del colore che li distingue, sono costretti a vestire di scuro: nascono così i “cardinali neri”. Alessandro Mattei cammina in talare semplice, figura che l’Impero vorrebbe domata e che per molti, a Roma, diventa simbolo di fedeltà al papa prigioniero. Giudicato troppo influente a Parigi, viene mandato a Rethel, in Champagne: una prigione travestita da residenza, tra controlli e lettere censurate.
Nel gennaio 1814, mentre l’Impero vacilla, le autorità decidono di disperdere ancora i porporati più vicini a Pio VII: il 27 gennaio Mattei è inviato ad Alais, nel sud della Francia. Lì attende, in una provincia lontana, che la storia dell’Impero si esaurisca e inizi quella del ritorno.
Mentre i grandi si affrontano nelle capitali europee, la campagna romana vive drammi in scala ridotta ma altrettanto intensi. A nord-ovest di Roma, tra forre profonde e boscaglie, Galeria antica giace come una città sospesa: case sventrate, la chiesa di San Nicola, il castello in rovina. Tutto parla di una fuga improvvisa. Un documento ecclesiastico del 1809 racconta un abbandono spaventato: cadaveri lasciati nelle case e perfino frettolosamente accumulati in cataste nella chiesa. L’epidemia che colpisce il borgo deve avere una virulenza “straordinaria e terrorizzante”, “paragonabile ad un maleficio”.
— Spadolino porta il brigantaggio nella leggenda di Galeria
Lo stesso documento dice che ci vorrà più di mezzo secolo perché i fuggiaschi trovino il coraggio di tornare. E quando rientrano lo fanno soltanto per pochi giorni, per un voto: dare una degna sepoltura ai morti abbandonati. Poi Galeria ricade nel silenzio.
I superstiti, intanto, fondano il borgo agrario di Santa Maria in Celsano, a meno di un chilometro di distanza. Rimane l’enigma: se la causa dell’abbandono è un’epidemia, perché stabilirsi “a tiro di schioppo” dalla zona infetta? Non si conosce la risposta. Forse abbastanza vicino da non perdere i campi, abbastanza lontano per credere di avere chiuso con la paura.
Su questo sfondo, la memoria popolare consegna una figura diversa: il brigante Spadolino. Profondamente religioso, conosce una donna di origine turca e, intenzionato a sposarla, la converte al cristianesimo. Quando però l’autorità ecclesiastica vieta le nozze, nasce la frase-leggenda: “per la sposa si fe’ brigante”. Fuggendo con lei nelle boscaglie, diventa capo di una banda composta in gran parte di donne: una delle “figure romantiche” del brigantaggio romano.
Braccato dalle truppe napoleoniche, si racconta che Spadolino e le sue brigantesse trovino rifugio proprio nella città morta di Galeria: stalle e cantine delle case abbandonate, fuochi accesi nei ruderi del castello, perfino la chiesa di San Nicola come riparo notturno. Per le autorità francesi è un bandito da eliminare; per molti romani resta una figura ambigua, insieme violenta e ribelle. Più tardi il cinema raccoglierà l’eco del mito: Mario Monicelli ne trarrà ispirazione per Don Bastiano nel film Il Marchese del Grillo.
La parabola si chiude nel cuore di Roma. Catturato dalle truppe napoleoniche, Spadolino viene fucilato il 10 marzo 1812 alla Bocca della Verità. La tradizione vuole che affronti la morte con spavalderia, impartendo lui stesso l’ordine di fare fuoco al plotone francese. Di quell’episodio rimane un’incisione ad acquaforte di Bartolomeo Pinelli. Davanti a quella grande maschera di marmo che, secondo la tradizione, “mangia la mano ai bugiardi”, la storia personale di un innamorato si incastra nella durezza di un’occupazione militare.
L’ultima notizia effettiva sull’antica Galeria risale al 1837, quando un documento autorizza gli abitanti di Santa Maria a recarsi alla città morta per lo spoglio di marmi e pietre da costruzione: il borgo abbandonato diventa cava di sé stesso. Oggi Galeria è ancora una città fantasma, ma tutelata: dal 1999 è un’area regionale protetta di 32 ettari; altrove viene ricordata come “circa quaranta ettari”, segno che anche le misure, come le memorie, cambiano prospettiva col tempo.
Intanto, lontano dalle navate di San Pietro, il Tevere continua a imporre la sua legge. Nel 1813, sul territorio della Magliana lungo la Portuense, il fiume si ingrossa e rompe gli argini. L’acqua invade campi e casali: la tenuta di Pian Due Torri scompare sotto uno spesso strato di fango. Quando la piena si ritira, i filari sono sepolti, le stalle colme di limo.
— La piena del 1813 travolge campi, bonifiche e speranze della campagna
Sul terreno devastato arrivano i rappresentanti delle arciconfraternite del Gonfalone e del Sancta Sanctorum, proprietarie della tenuta, con l’agrimensore Pietro Sardi. Misura e annota, calcola l’altezza dei depositi: la sua perizia dice che Pian Due Torri è quasi perduta. Ma la diagnosi non produce una cura condivisa. Il Gonfalone vorrebbe spalare via il fango e attrezzare un argine, in previsione di future piene; il Sancta Sanctorum legge invece l’alluvione come un segno dell’imperscrutabile volontà di Dio, contro la quale è inutile opporsi. Non si trova l’accordo: la tenuta rimarrà sepolta per anni.
Il contrasto brucia ancora di più perché “nei paraggi le altre tenute prosperano”. Al monte delle Piche il Collegio Inglese ha costruito stalle e fienili. Il crinale dell’Imbrecciato è disseminato di floridi casali che prosperano grazie all’evasione fiscale: hanno traforato la collina con un dedalo di grotte e cantine per nascondervi le botti di vino; e quando arriva l’esattore delle imposte, piangono miseria e dicono che la vigna non ha prodotto nulla.
Più a ovest, nella tenuta della Casetta Mattei, un altro esperimento tenta la modernità agricola e ne mostra la fragilità. È la Colonìa Leopardi, affidata a Basilio Salvi e legata alla famiglia del conte Monaldo. L’obiettivo è bonificare, strappare terre alla malaria, impiantare un’agricoltura più razionale. All’inizio ci si regge sulla vendita del legname ricavato dal disboscamento, poi su un vigneto che rende poco. Le estati sono febbrili, gli inverni fangosi, le fughe dei coloni continue. Chi può se ne va; Salvi rincorre gli uomini per riportarli al lavoro, nel tentativo di salvare l’impresa.
In breve però Salvi deve arrendersi all’evidenza del fallimento, aggravato dal mutamento di stagione politica: la caduta di Napoleone e il ritorno del vendicativo Pio VII spostano l’attenzione del governo pontificio verso la ricostruzione amministrativa, le grandi cerimonie, la diplomazia internazionale. La piccola colonia agricola del Portuense scivola ai margini delle priorità. La bonifica è fallita, ma almeno ci ha provato.
Nel 1815 l’Ospedale Santo Spirito rileva in blocco i terreni della Colonìa Leopardi, iniziandone la vendita frazionata. All’inizio del Novecento la tenuta risulterà ancora divisa fra sette proprietari privati. La particella più fortunata è quella denominata La Contea, efficiente fino a tempi recenti. Tra fango, malaria, cantine e progetti incompiuti, la piena del 1813 e il fallimento della Colonìa Leopardi raccontano il lato fragile dei tentativi di modernizzare il territorio Portuense all’inizio dell’Ottocento: un equilibrio instabile tra natura e ingegneria umana, finito nel limo delle piene.
Aprile 1814. Napoleone abdica, l’occupazione francese su Roma si allenta. In città si attende una sola cosa: il ritorno del papa. Il 2 aprile Alessandro Mattei, cardinale “nero” relegato ad Alais, riacquista la libertà. Nel maggio 1814 si ricongiunge a Pio VII in viaggio; il 24 maggio entra con lui a Roma, tra drappi alle finestre e campane a festa. Il papa prigioniero diventa papa martire, simbolo di una Chiesa che ha resistito all’Impero. La talare scura può tornare rossa, ma il soprannome di “cardinale nero” resta.
— Il ritorno del papa chiude l’età napoleonica del territorio
Subito dopo il rientro Pio VII proclama una vasta amnistia, che tocca anche alcuni briganti del Lazio, e allontana i funzionari francesi. I dicasteri si riaprono, le congregazioni riprendono a riunirsi, le insegne papali tornano sui palazzi: lo Stato pontificio si rimette in piedi.
In questo quadro Mattei torna al centro. Il 26 settembre 1814 opta per la sede suburbicaria di Ostia e Velletri e diventa decano del Sacro Collegio, il “primo tra i cardinali”, incaricato di aprire i conclavi e custodire la memoria del collegio dopo gli anni napoleonici. Nel 1815, dopo i Cento Giorni e Waterloo, il Congresso di Vienna ridisegna l’Europa. Il cardinale Consalvi ottiene il quasi totale ripristino dello Stato pontificio. Roma, provata ma ancora centrale, torna capitale di un piccolo Stato che affida alla diplomazia la propria sopravvivenza.
Su questo palcoscenico Mattei entra nella sua ultima stagione. Pio VII gli affida la macchina simbolica della Chiesa: lo nomina prefetto della Congregazione per le Cerimonie, arciprete della Basilica Vaticana e, dal 1817, presidente della Fabbrica di San Pietro. Nelle grandi liturgie romane controlla gesti e precedenze, veglia sui cortei che attraversano la navata, decide chi siede dove: è il regista di un rituale che vuole suturare le ferite aperte da rivoluzioni, annessioni ed esili.
Nel 1819 arriva anche un riconoscimento politico: l’imperatore d’Austria gli conferisce la Gran Croce dell’Ordine reale di Santo Stefano d’Ungheria, per il valore e l’equilibrio mostrati negli anni dell’occupazione francese. L’ex “cardinale nero” è ora onorato da una monarchia cattolica che vede in lui un punto fermo tra estremismi opposti.
Negli ultimi anni Mattei si percepisce come custode: custode di una Roma rituale che deve sopravvivere alle potenze, e di una condotta in cui la fermezza non si separa dalla misura. In lui si concentra anche l’eredità di una grande casata romana, i Mattei, che tra Settecento e primo Ottocento hanno intrecciato destini nobiliari e curiali.
È il 14 aprile 1820. In San Pietro, durante la messa, il vecchio cardinale si sente male e si piega alla mensa che ha presieduto per anni. Muore pochi giorni dopo, il 20 aprile, a settantasei anni. Roma lo veglia a San Marcello al Corso, poi lo riporta nella cappella di famiglia in Santa Maria in Aracoeli, sul Campidoglio. Il decano del Sacro Collegio torna cardinale “di casa”, nel cuore della città che con lui ha attraversato rivoluzioni, imperi e restaurazioni.
(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)



