— 30 giugno: Oudinot ordina l’assalto generale al Vascello

Nella notte fra il 29 e il 30 giugno Oudinot decide di chiudere l’assedio. L’artiglieria francese ha già martellato per giorni il sistema difensivo del Gianicolo e le posizioni repubblicane sono ridotte allo stremo. Poco dopo le due del mattino comincia l’assalto generale: i francesi attaccano le ville e i capisaldi che ancora proteggono l’accesso a Porta San Pancrazio, cercando di spezzare definitivamente la linea garibaldina. Il combattimento prosegue dall’oscurità fino al giorno pieno, fra case sventrate, giardini trasformati in trincee e contrattacchi ravvicinati.

Il Vascello rimane il simbolo della resistenza, ma l’intero settore è ormai sotto pressione. Le posizioni di Villa Spada e delle ville vicine passano di mano o vengono investite dal fuoco francese. Nelle ultime ore cadono uomini che hanno dato un volto alla difesa: Luciano Manara, comandante dei bersaglieri lombardi, viene mortalmente ferito; Andrés Aguyar, compagno sudamericano di Garibaldi, muore anch’egli il 30 giugno. La battaglia non è più per respingere l’assedio: è per guadagnare tempo e impedire che il crollo militare diventi una rotta.

La superiorità francese deriva anche dal lavoro degli zappatori, che durante l’assedio hanno avvicinato progressivamente trincee e batterie alle posizioni romane. Quando scatta l’attacco finale, la distanza da percorrere è ormai ridotta e le difese sono logorate. Ogni villa del Gianicolo è diventata un piccolo forte: perderne una significa offrire all’avversario un nuovo riparo da cui colpire quella successiva, fino a comprimere i repubblicani contro Porta San Pancrazio.

— Il Vascello cade e Garibaldi perde la battaglia decisiva

Nel corso della giornata il cerchio intorno al Vascello si stringe. La villa, colpita ripetutamente dalle artiglierie, è ormai un ammasso di muri spezzati, stanze aperte e macerie. Garibaldi continua a organizzare contrattacchi e sortite, ma il rapporto di forze è diventato insostenibile: i francesi dispongono di uomini freschi, artiglieria pesante e posizioni sempre più vicine; i repubblicani hanno reparti decimati e quasi nessuno spazio in cui arretrare senza scoprire la città.

Gli scontri sono sanguinosi e il prezzo umano dell’assalto è pesante, ma la documentazione disponibile non consente di trasformare quelle ore in una contabilità spettacolare di migliaia di morti concentrate in pochi minuti. Il dato storico essenziale è un altro: il 30 giugno la difesa del Gianicolo perde i suoi ultimi capisaldi efficaci e la prosecuzione della battaglia non può più cambiare l’esito militare. Il Vascello resta un emblema, non più una posizione capace di fermare Oudinot. Garibaldi comprende che l’ultima battaglia combattuta dentro Roma è ormai perduta. La superiorità francese si misura ormai nella continuità del fuoco, nella disponibilità di riserve e nella progressiva compressione delle posizioni repubblicane verso le mura.

Il valore del Vascello è soprattutto topografico. La villa controlla l’accesso alla porta e offre un ultimo schermo esterno alle mura; finché resiste, costringe i francesi a combattere fra edifici e giardini invece di presentarsi direttamente davanti alla città. Ma alla fine di giugno quel vantaggio è quasi consumato: i muri non proteggono più, gli uomini sono esausti e le riserve non bastano a ricostituire i reparti. La difesa resta eroica, ma non è più militarmente sostenibile.

— L’Assemblea decide di non trasformare Roma in un campo di battaglia

La crisi militare arriva immediatamente in Campidoglio. Il 30 giugno e nelle ore successive l’Assemblea discute se trasformare Roma in un campo di battaglia strada per strada oppure riconoscere che la difesa organizzata non è più possibile. Mazzini continua a difendere il significato politico della Repubblica, ma la maggioranza non vuole sacrificare la città in una lotta senza sbocco. La scelta è dolorosa: cessare la resistenza militare significa consegnare Roma ai francesi, ma evita una battaglia dentro i rioni popolati.

— Garibaldi lascia Roma e conduce la colonna repubblicana in ritirata

Garibaldi propone una terza via: non arrendersi come esercito, ma uscire da Roma e continuare la guerra altrove. La sera del 2 luglio lascia la città con alcune migliaia di volontari, avviando quella ritirata che lo porterà verso l’Italia centrale e poi all’Adriatico. La formula attribuitagli in quelle ore, ‘dovunque saremo, colà sarà Roma’, riassume bene il passaggio dalla difesa di una città alla prosecuzione ideale della causa nazionale. Il 3 luglio, mentre i francesi entrano nella capitale, viene promulgata la Costituzione della Repubblica: un ultimo atto politico destinato a sopravvivere alla sconfitta militare.

Garibaldi non parte da solo. Al suo appello rispondono circa quattromila uomini, una colonna eterogenea che comprende volontari, ufficiali e civili decisi a non deporre le armi. È l’inizio di una ritirata durissima, inseguita dagli eserciti nemici e destinata a diventare un’altra pagina del mito garibaldino. A Roma, invece, resta l’eredità politica della Repubblica: una costituzione approvata quando la sconfitta è già certa, quasi a separare deliberatamente la durata delle idee dalla durata del governo che le ha formulate.

(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)