La storia comincia 3,6 milioni di anni fa, in una Roma irriconoscibile. È il Pliocene. Dove oggi si distendono quartieri, strade e argini, il margine tirrenico dell’Italia centrale è ancora un mosaico di ambienti marini e costieri (Fig. 1). La costa avanza e arretra; rilievi emergono fra acque basse e pianure; da est arriva l’antenato del Tevere, trascinando sabbie, ghiaie e sedimenti verso il mare. Per milioni di anni acqua, tettonica e vulcani costruiscono il terreno sul quale sorgerà la città (Marra et al., 2017).

Circa 2,6 milioni di anni fa comincia il Pleistocène e il clima entra in una lunga stagione di oscillazioni. Fasi fredde e temperate si alternano, il mare sale e scende, la vegetazione cambia e i fiumi ridisegnano le pianure. Anche il Paleo-Tevere muta corso e forma. Nel sottosuolo di Roma antichi letti fluviali, sabbie e sedimenti del delta si sovrappongono come pagine. Gli studiosi ricostruiscono così le grandi trasformazioni del fiume, senza poter disegnare per ogni epoca un alveo preciso sovrapponibile alle strade di oggi (Florindo et al., 2024; Marra et al., 2017).

Il primo incontro con quel mondo avviene a Fontignano, nell’area di Ponte Galeria. Qui ha lavorato Tassos Kotsakis (Atene, 1945), paleontologo dei vertebrati, già professore di Paleontologia a Roma Tre e noto per gli studi sui mammiferi fossili italiani. I livelli hanno restituito piccoli roditori come Prolagurus pannonicus e un’arvicola accostata al genere Predicrostonyx. La loro associazione rimanda a condizioni relativamente fredde (Kotsakis et al., 1992; Marra et al., 2014).

Quei fossili non portano tutti il cartellino “780.000 anni”. Appartengono a una successione formata in tempi diversi: circa 780.000 anni è un riferimento importante per la storia geologica della zona, non la data unica di ogni piccolo animale rinvenuto lì.

I primi protagonisti riconoscibili stanno in denti e ossa piccolissimi. Eppure aprono una porta enorme: prima degli uomini, il Territorio Portuense possiede già fauna, clima e una storia sepolta nel terreno. Poi la scala cambia di colpo.

Prima degli uomini: quando Roma era mare, fiume e pianura
Fig. 1 – TRECENTO METRI SOTTO LA SUPERFICIE. A circa 300 metri di profondità, argille grigio-azzurre e piccoli organismi compongono il mare pliocenico dell’area di Monte Mario. Da questo fondale comincia il tempo profondo del racconto, prima dell’emersione: un’immagine generata da AI con supervisione umana.

Elefanti, ippopotami e lupi nella grande Valle Galeria

Arrivano gli animali giganteschi. Tra la fine del Pleistocene inferiore e il Pleistocene medio la Valle Galeria diventa teatro di una straordinaria successione di faune. Intorno a 780.000 anni fa avviene la transizione geomagnètica Brunhes-Matuyama: il campo magnetico terrestre inverte la polarità e i minerali nelle rocce ne conservano la direzione, come minuscole bussole. Per i geologi è un segnale utile a datare gli strati. Il paesaggio cambia invece con clima, livello del mare e corsi dei fiumi (Petronio & Sardella, 1999; Florindo et al., 2024).

Da Ponte Galeria deriva il nome Galeriano, usato nella biocronologìa dei mammiferi pleistocenici italiani: una cronologia costruita osservando quando certe specie fossili compaiono, convivono o scompaiono. È una piccola vertigine geografica: la periferia occidentale di Roma presta il proprio toponimo alla misura del tempo profondo.

Fra i protagonisti compare Palaeoloxodon antiquus, il grande elefante dalle zanne dritte, oggi estinto, tipico soprattutto delle fasi temperate europee. Accanto a lui appare Mammuthus trogontherii, il mammut delle steppe, oggi estinto, uno dei grandi antenati europei del mammut lanoso. Con loro vivono ippopotami, rinoceronti, bisonti, cervidi, equidi e bovidi. Le cave della Valle Galeria conservano versioni diverse di questi paesaggi, separate anche da centinaia di migliaia di anni (Marra et al., 2014).

Alla Cava Arnolfi, lungo la via Portuense, gli scavi avviati negli anni Sessanta hanno restituito numerosi resti di grandi mammiferi. Alcuni fossili classificati allora sono stati poi riesaminati con confronti anatomici più precisi e oggi vengono riconosciuti in modo diverso.

La vicina Cava Alibrandi ha restituito, fra gli altri, ippopotami, bovidi ed equidi (Marra et al., 2014).

Nell’area di Ponte Galeria entra in scena anche Hemibos galerianus, un grande bovino estinto di una linea di origine asiatica, rarissimo in Europa. La forma del cranio e delle corna ne ha permesso il riconoscimento e ne fa uno dei fossili caratteristici delle faune del passaggio fra Pleistocene inferiore e medio (Martínez-Navarro & Palombo, 2004).

Tra questi erbivori si muovono i predatori. Da Ponte Galeria proviene un cranio parziale di Canis lupus (Fig. 2) datato a 406,5 ± 2,4 mila anni fa, interpretato come la più antica occorrenza europea affidabile del lupo moderno. Materiali vulcanici conservati nelle cavità del cranio hanno permesso di precisarne la cronologia: un fossile senza registrazione stratigrafica perfetta ha ritrovato, grazie alla geologia, il proprio posto nel tempo (Iurino et al., 2022).

La Valle Galeria assomiglia a un archivio sepolto. Ogni strato apre una finestra; ogni specie racconta clima, ambiente, passaggio. Poi, fra zanne, zoccoli e ossa, compaiono segni più discreti: una pietra scheggiata, un osso lavorato, la traccia di un gesto intenzionale. Gli uomini sono entrati nella scena.

Elefanti, ippopotami e lupi nella grande Valle Galeria
Fig. 2 – UNA TRACCIA NELLA SABBIA. Un lupo grigio-bruno avanza lungo un canale di Ponte Galeria, circa 406 mila anni fa, tra rive umide e vegetazione rada. La sua presenza rende concreta una fauna della Valle Galeria e lega un singolo fossile alla storia del paesaggio (ricostruzione AI supervisionata).

Out of Africa: la lunga strada degli ominini verso il Lazio

L’uscita dall’Africa non è una marcia unica. Gruppi differenti si muovono in tempi diversi: alcune dispersioni si fermano, altre proseguono o lasciano discendenti che si spostano ancora. Gli ominìni arrivano in Eurasia molto prima delle testimonianze più ricche del Pleistocene medio romano. Per molti reperti non è possibile tracciare una strada continua fino al Lazio né assegnare ogni presenza a una sola popolazione: il quadro somiglia a una rete di movimenti successivi, non a una freccia sulla carta.

Gli strumenti raccontano spesso più dei nomi di specie. Un bifacciàle è una pietra lavorata su entrambe le facce; molti esemplari acheuleani hanno un profilo a mandorla e vengono chiamati anche amigdale, dal nome della mandorla. Per ottenerne uno bisogna scegliere la pietra, staccare schegge sui due lati e controllare forma e tagliente (Fig. 3). La mano biologica può sfuggirci; la sequenza dei colpi resta.

Castel di Guido è il grande riferimento. Gli scavi hanno restituito migliaia di resti faunistici, una vasta industria litica — l’insieme degli strumenti di pietra, dei nuclei e delle schegge prodotti durante la lavorazione — e resti umani la cui classificazione è cambiata con il progresso degli studi. I bifacciali acheuleani sono oggetti versatili, usati anche nella lavorazione delle carcasse.

A Castel di Guido la pietra convive con qualcosa di ancora più sorprendente. Una revisione recente ha riconosciuto 98 strumenti ossei intenzionalmente lavorati, molti ricavati da ossa di elefante (nell’immagine di copertina). In passato ne erano stati contati molti di più: trattenere i pezzi con segni di lavorazione più sicuri riduce il numero, ma rende il dato più affidabile (Villa et al., 2021).

La scena si avvicina. Una carcassa offre carne e materia prima; pietra e osso passano di mano; un colpo riuscito viene ripetuto, una forma utile riconosciuta, una procedura appresa. Famiglia e gerarchie di quei gruppi restano irricostruibili, ma la regolarità di certe tecniche mostra memoria, apprendimento e trasmissione fra persone.

Zone umide, pianure alluvionali, acqua e grandi mammiferi attirano ripetutamente gli ominini nella Valle Tiberina occidentale. Generazioni diverse tornano negli stessi sistemi di risorse, li percorrono, li riconoscono. Il territorio diventa uno dei luoghi nei quali la presenza umana dura abbastanza da lasciare una fitta costellazione di attività.

Out of Africa: la lunga strada degli ominini verso il Lazio
Fig. 3 – IL PRIMO COLPO. A Castel di Guido un ominino prova un ciottolo di selce e osserva la scheggia appena staccata. Nel gesto entrano scelta della materia prima, controllo della frattura e memoria tecnica: pochi movimenti rendono visibile una presenza umana nel territorio (ricostruzione AI supervisionata).

Pietra, osso e carcasse: imparare a vivere nella Valle Tiberina

Tra circa 500.000 e 400.000 anni fa le tracce diventano così numerose da permettere di seguire alcuni gesti quasi da vicino. A Castel di Guido e in altri siti della Campagna Romana le ossa mostrano fratture legate al recupero di carne, midollo — il tessuto grasso e nutriente racchiuso soprattutto nelle ossa lunghe — e materia prima. Gli strumenti accompagnano la lavorazione dell’osso; quando le stesse sequenze tecniche ricompaiono, diventa plausibile che esperienza e competenze siano passate da una persona all’altra (Villa et al., 2021).

Le ossa raccontano bene ciò che accade dopo che una carcassa è disponibile; meno bene come l’animale sia morto. In alcuni casi gli uomini possono aver cacciato attivamente. In altri possono aver sfruttato opportunisticamente un animale morto, ferito, intrappolato o abbandonato da altri predatori. Ogni sito va giudicato sulle proprie tracce. Il dato più saldo è la competenza con cui carne, midollo e osso vengono recuperati.

Anche il fuoco entra lentamente nell’orizzonte. In Europa il suo uso abituale diventa più visibile soprattutto fra circa 400.000 e 300.000 anni fa, con evidenze diverse da sito a sito (Roebroeks & Villa, 2011). Una traccia di combustione dimostra che il fuoco è passato di lì; da sola non dice se sia servito per cuocere, difendersi dai predatori o riunirsi. Sono possibilità concrete, ma ciascuna richiede indizi propri.

A Capanna Murata sono stati segnalati numerosi utensili di pietra e più rare lavorazioni ossee. Radici e altri vegetali erano risorse possibili per gruppi onnivori, ma manca una prova specifica capace di trasformare questa possibilità in una scena documentata.

Quarto della Vipera aggiunge altre tracce di frequentazione allo stesso settore (Fig. 4). L’insieme non ci consegna il menu quotidiano di chi viveva qui, ma mostra ritorni ripetuti in un territorio ricco di acqua, fauna e materie prime.

È forse questa la traccia più umana lasciata da quei gruppi: una conoscenza incorporata nei gesti. Dove trovare la pietra adatta. Come spezzare un osso. Come lavorare una carcassa. Quali luoghi tornare a frequentare. Sono azioni semplici soltanto in apparenza: ciascuna presuppone memoria, scelta, esperienza. Generazione dopo generazione, il paesaggio diventa una mappa imparata con il corpo.

Milioni di anni prima della città, la Valle Tiberina possiede già le sue vie, le sue risorse e una memoria custodita nelle mani. Poco più avanti nel tempo, alla Polledrara di Cecanibbio, fango, ossa e strumenti conserveranno questo mondo con una precisione eccezionale. Lì, fra i resti degli animali, comparirà perfino una rarissima traccia umana diretta.

Pietra, osso e carcasse: imparare a vivere nella Valle Tiberina
Fig. 4 – UN UTENSILE CHE CONTINUA. A Quarto della Vipera un ominino ritocca il margine consumato di un bifacciale tra ciottoli ed erbe rade. La manutenzione dell’oggetto trasforma un gesto minimo in traccia di esperienza, mobilità e ritorno consapevole nei luoghi conosciuti (ricostruzione AI supervisionata).

In copertina:

LE OSSA DIVENTANO TECNICA. A Castel di Guido, circa 400 mila anni fa, un ominino percuote un frammento di osso d’elefante mentre un secondo seleziona altro materiale. La scena concentra il passaggio dalle carcasse alla capacità umana di trasformare l’osso in strumento (ricostruzione AI supervisionata).


(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)