— Malaria e abbandono cambiano il destino della tenuta papale

A partire dal XVI secolo si rintraccia una buona documentazione relativa alla tenuta di Casetta Mattei, una vasta proprietà rurale situata nel territorio portuense subito oltre il limite del Suburbio. Ed è proprio di questa tenuta, mantenutasi in gran parte ancora oggi, che intendiamo approfondire alcuni aspetti storici e paesaggistici.

Come per le altre tenute dell’Agro Romano appare verosimile ipotizzare anzitutto che la sua estensione territoriale ed i suoi confini si siano formati in epoca imperiale e poi – per l’inerzia delle trasformazioni dell’Agro Romano – si siano conservati integri nei secoli successivi, fino al Cinquecento.

L’ultima notizia documentale del Trullo risale al 1547. Nella Mappa della campagna romana del cartografo Eufrosino della Volpaia il luogo è citato solamente con il nome di Turlone.

Dopo Sisto V c’è il brevissimo intermezzo di Urbano VII (papa per appena 13 giorni nel 1590), cui succede Gregorio XIV (1590-1591), il cui nome secolare è Niccolò Sfondrati, che ricordiamo soprattutto per essere stato affidatario della Magliana nel quinquennio precedente, dal 1585 al 1590 ma non sembra volle tornarvi una volta divenuto pontefice.

È in quegli anni che alla Magliana insorge la malaria: nessun pontefice trova più salutare farvi visita, e il castello viene declassato a casale agricolo.

Lasciamo che sia l’erudito Gruyer a descrivercene il contesto:

Da Clemente VIII in poi la tenuta comincia anche ad essere trascurata dal punto di vista agricolo. Meno di un secolo dopo l’abbandono è completo. Così completo che la Camera Apostolica ne aliena la proprietà alle Monache di Santa Cecilia. E da allora la rovina regna sovrana. La Magliana, divenuta per il Convento d’Oltretevere una comune proprietà di campagna, è consegnata ai fattori, che non si danno alcuna cura dei beni improduttivi. La decadenza si consuma senza destare la benché minima preoccupazione. Il Seicento, aprendo al Papato un’era di declino e di sudditanza politica, relega il Castello della Magliana in un ruolo di maggiore austerità. I papi, impossibilitati ormai a fare la guerra, smisero di colpo anche di andare a caccia! In breve, la Magliana non ha più ragione di esistere.

La cronologia degli affidatari secenteschi ci consegna ancora nomi e date: Paolo Camillo Sfondrati fino al 1618, Giambattista Leni fino al 1627, Federico Baldissera Bartolomeo Cornaro nei due anni successivi, Giovanni Domenico Spinola fino al 1646, e ancora: Michele Mazzarino (fino al 1648), Gaspare Mattei (1650), Francesco Angelo Rapaccioli (1657), Ottavio Acquaviva d’Aragona (1674), Philip Thomas Howard di Norfolk (1679), Giambattista Spinola (1696), Celestino Sfondrato (pochi mesi nel 1696).

— 1607: Villa Koch compare sulla collina di Montecucco e cambia il paesaggio

Acquistano anzi grande fama nel Rinascimento le “mozzatore”, ragazze bellissime che prestano il loro lavoro stagionale per il taglio dell’uva dalle viti in tempo di vendemmia. Come noto, a settembre avanzato alcune viti cominciano a fermentare già sui campi, e uno stato generale di ebrezza pervade l’aria e le mozzatore: celebre è tra queste moderne baccanti l’attitudine al canto, al sorriso, alla licenziosa spensieratezza, e a chiacchiere leggere e persino a comporre e declamare versi di poesie popolari. La fama spensierata e licenziosa del Monte Testaccio è insomma tale che il massimo autore della letteratura spagnola, Miguel de Cervantes, nel 1613 scrive:

¿Qué me queréis, muchachos, porfiados como moscas, sucios como chinches, atrevidos como pulgas? ¿Soy yo, por ventura, el monte Testacho de Roma, para que me tiréis tantos tiestos y tejas? [Cosa volete da me, ragazzini? Siete fastidiosi come mosche, sporchi come scarafaggi, saltate lontano come pulci. Sono forse io il Monte Testaccio a Roma che mi gettate contro cocci e tegole?]

Nel Seicento nella tenuta della Magliana dilagano le febbri malariche: i pontefici se ne tengono volentieri alla larga. L’ultimo porporato a mettervi piede pare sia stato, nel 1611, il cardinal Ferdinando Gonzaga, amante delle cacce a cavallo e per questo incurante dei morsi della zanzara anopheles. Nella tenuta accanto, a Pian Due Torri, sembra esserci invece ancora una discreta efficienza agraria: lo testimoniano le taxæ, pagate più o meno regolarmente, dalle due arciconfraternite del Gonfalone e Sancta Sanctorum.

Il percorso lungo la Via Ostiense ci porta al Sepolcreto Ostiense, sotto lo sperone di roccia da cui si origina via delle Sette chiese. Nel XVI secolo questa via diviene percorso giubilare, con la funzione di drenare i viandanti dalle consolari Appia e Ardeatina alla tomba di S. Paolo. Sullo sperone sorge un’osteria, la cui proprietaria è rinomata per la caritatevole accoglienza offerta ai pellegrini, al punto che la locuzione “alla garbata ostella” finisce per rappresentare, con l’immagine di un’ostessa gentile, l’intero toponimo. Ancora oggi un moderno bassorilievo in piazza Bonomelli ricorda la Garbata ostella, mentre mostra il seno scoperto per rallegrare la via.

Come ogni leggenda questa storia mischia insieme fantasia e verità. E ci riporta a campagne allora insicure, dove le Sette chiese costituivano un presidio abitato di agevole attraversamento. Non mancano in effetti sulla via importanti testimonianze architettoniche, alcune delle quali risalgono all’Età romana: come le Catacombe di Commodilla, con la piccola basilica ipogea di fine IV secolo, affrescata con scene bibliche e le effigi dei Martiri Felice e Adautto. Nibby riporta che poco distante, verso l’Anno 500, sorsero i bagni termali Papa Simmaco, e in effetti il nome Contrade della Bagnaia rimase in uso almeno fino al XII secolo, quando l’area è di proprietà del Monastero di Sant’Alessio all’Aventino. In epoca successiva qui sorse anche la “Chiesoletta” dei santi Isidoro ed Eurosia. Nell’Ottocento Monsignor Alessandro Nicolai, ministro dell’Agricoltura di Gregorio XVI, coltivava qui pregiati vitigni con la tecnica “a garbata”, cioè addossando le viti ad alberi vivi di acero o olmo, in modo che le viti traessero da questa simbiosi linfa e inconfondibile gusto. Pare sia questa in effetti l’origine più verosimile del toponimo Garbatella.

Le grotte riemergono in un contratto del 14 novembre 1451: Paluzzi Ponziani e Ceccolella vi registrano la vendita di «sette cavallate di mosto» in località «Grotte del Trullo dei Massimi». È un indizio concreto della loro funzione nel paesaggio vitivinicolo: nel Quattrocento il sottosuolo di Montecucco serve anche alla conservazione e allo stoccaggio del mosto.

Venditti racconta l’impianto di un pregiato vitigno spagnolo sulle colline di Montecucco a inizio del Cinquecento, in sostituzione delle uve locali. Il promotore di questa iniziativa sarebbe stato Papa Leone X dei Medici, “toscano e raffinato intenditore del buon vino, anche se malaticcio e sofferente di stomaco” (Venditti).

Nell’anno 1547 ritroviamo le grotte citate nella carta topografica di Eufrosino della Volpaia. In essa è scritto, e persino disegnato, il toponimo “Grotte delle Fate”. Nel suggestivo nome rimane traccia di un’area magica di questo luogo, che si portava forse appresso dall’apoca del dio Marte Silvano.

Sappiamo inoltre che intorno alle grotte sorge un casale, la cui traccia è stata individuata dal Tomassetti. Tuttavia a fine Cinquecento, del “Casale della Grotta delle Fate” non vi è più traccia, e il al suo posto il latifondo è indicato con un generico “hoggi vigna”.

— 1608: Santa Passera torna al centro della ricerca di reliquie

Il 1435 è un altro anno importante nella vita della chiesina sulle rive del Tevere: essa infatti passa di mano, diventando proprietà della chiesa di S. Maria in Via Lata, i cui canonici sono legati al culto di Abbaciro. Da questo momento in poi Prassede passa, anche se momentaneamente, in secondo piano. La festa annuale della chiesia in questo periodo si celebra al 31 gennaio, dies natalis (giorno del martirio e quindi di rinascita) di Abbaciro e Giovanni.

Villa Koch è una dimora signorile nella collina di Montecucco, datata attraverso un’epigrafe al 1607.

Annesso a Villa Koch si trova un corpo longitudinale più basso, è indicato nelle mappe locali come Vaccheria Prosperi. Per quanto noto, la proprietà degli edifici è privata (è in corso un passaggio per compensazione al Comune di Roma). L’edificio storico è parzialmente crollato, mentre la Vaccheria ha perduto il tetto e presenta forti elementi di degrado.

Il Piano d’assetto della Riserva Valle dei Casali prevede il recupero del corpo della Vaccheria. Prevede inoltre, poco distante, la realizzazione di un polo agro-ambientale e turistico-rurale, con la risistemazione dell’area intorno viale Isacco Newton, che dovrà diventare un giardino pubblico con zone di sosta collegate da un percorso ciclabile.

La chiesina torna a suscitare interesse nell’anno 1608, ma la ragione non è certo né devozionale né artistica. In quell’anno viene fatto un buco nella controparete della cripta, e viene indagato lo spazio retrostante, alla ricerca delle reliquie di Abbaciro e Giovanni. Il motivo è estremamente pratico: si cercano reliquie di antichi martiri, per utilizzarle per consacrare nuove chiese a Roma. Documenti dell’epoca, tuttavia, ci testimoniano che quella ricerca è infruttuosa.

Il primo restauratore moderno della Via Portuense è l’architetto papale Giuliano da Sangallo. I committenti pontifici sono in realtà interessati, più che al recupero funzionale della via, all’edificazione di vedette semaforiche per la sua vigilanza militare. Ma gli interventi, pur essendo condotti da uno dei talenti dell’epoca, avranno scarso successo. Succede infatti che, a distanza di pochi anni, altre due piene eccezionali del Tevere – quella del 1530 e quella del 1557 – ricoprono definitivamente di fanghi l’antica arteria stradale, che si perde nuovamente. A ricordare l’antica percorrenza rimangono le sole torri semaforiche a distanza regolare. Nel 1660 un agrimensore, incaricato di descrivere l’area delle Saline nel Catasto Alessandrino, annota che la palude si è ormai consolidata in un bacino lacustre, in cui si elevano suggestive le arcate superstiti della strada romana, ormai non più percorribile. E in didascalia al numero XXVIII l’agrimensore annota sconsolato: “ponte rotto, che segue passato Ponte Galera”.

— Viabilità, vigneti e manodopera raccontano la campagna del primo Seicento

Già dal Rinascimento tuttavia, accanto all’asse viario della via Portuense, si consolidano delle percorrenze interne e dei collegamenti esterni, verso la consolare Aurelia e verso il mare. Queste percorrenze attraversano per lo più grandi tenute del tempo, e da queste prendono il loro nome. Ad esempio nella Tenuta della Casetta, di proprietà della Famiglia Mattei, si viene a creare via della Casetta dei Mattei, che dalla Portuense si stacca verso Bravetta, e di lì si ricongiunge con la consolare Aurelia. Nella stessa tenuta, in località Quarto della Pisana, si origina via della Pisana, con andamento parallelo alla Portuense in direzione mare. Un’altra tenuta, quella di Ponte Galeria, origina l’omonima via di Ponte Galeria, che dalla confluenza tra via della Magliana e Portuense si distacca con andamento obliquo, anch’essa in direzione del mare. Infine, via di Affogalasino (oggi via del Trullo) svolge funzione di raccordo tra la Portuense e via della Magliana, e prosegue oltre, su via del Casaletto, in direzione di Monteverde.

Queste quattro vie – della Casetta Mattei, della Pisana, di Ponte Galeria e del Trullo – costituiscono ancora oggi l’ossatura della viabilità secondaria, chiamata anche “viabilità dipartimentale”. Il nome dipartimentale è mutuato dal linguaggio amministrativo e deriva dal fatto che la loro cura e manutenzione fa carico non alla municipalità ma ai dipartimenti cittadini, cioè al Comune: il loro buon funzionamento non è infatti un interesse locale ma di tutta la città.

Siamo arrivati – nel 1586 – ad un successore di quel pontefice: Papa Sisto V. A lui si deve di aver riorganizzato la città, suddividendola in 14 rioni, proprio come le antiche 14 regiones di epoca augustea. Trastevere allora è numerato come XIII rione, ed includeva anche gli attuali rioni Borgo (oggi Stato Città del Vaticano) e, sulla sponda opposta, il rione Ripa.

(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)