Dopo la partenza di Ferdinando de’ Medici la Magliana non trova un nuovo protagonista capace di restituirle la funzione di corte. Niccolò Sfondrati, futuro Gregorio XIV, è affidatario della tenuta fra il 1585 e il 1590, ma il rapporto con il luogo non produce una nuova stagione residenziale. Il castello continua a esistere dentro il patrimonio pontificio, mentre le ragioni che avevano attirato Leone X e Ferdinando — caccia, isolamento, paesaggio — vengono progressivamente superate dai problemi ambientali e dalle nuove abitudini della corte.

Il deterioramento non nasce all’improvviso. Il territorio della Magliana è esposto da decenni alle piene del Tevere e al ristagno delle acque. Le grandi inondazioni del 1530 e soprattutto del 1557 avevano già lasciato zone acquitrinose; altre piene si succedono nel 1567 e nel 1572. Nel 1589 un nuovo episodio alluvionale colpisce la valle proprio mentre Sisto V tenta altrove di dimostrare che paludi, agricoltura e salute possono essere governate con grandi opere di bonifica. Alla Magliana, invece, il rapporto fra acqua e insediamento diventa sempre più sfavorevole.

Quando Sisto V muore nel 1590, il conclave apre una fase rapidissima. Urbano VII regna appena tredici giorni; gli succede Niccolò Sfondrati con il nome di Gregorio XIV. Il nuovo pontefice conosce bene la tenuta, ma non risulta intenzionato a riprendere la villeggiatura. Il dato è significativo: non manca la familiarità personale con la Magliana, manca ormai la convenienza di usarla come residenza pontificia.

Le febbri malariche diventano parte della percezione del luogo. I contemporanei non conoscono ancora il ruolo della zanzara anofele, ma conoscono perfettamente l’associazione fra acque ferme, aria malsana e malattia. Una villa concepita per il riposo perde quindi la propria ragione d’essere proprio quando il paesaggio si fa meno salubre. Le visite si diradano, gli ambienti di rappresentanza pesano sempre più come costi e la struttura viene trattata nella pratica come un casale agricolo.

La trasformazione non significa abbandono del territorio. Vigne, prati, fossi, strade e poderi continuano a produrre reddito e a richiedere lavoro. Cambiano però i protagonisti: al posto di papi, artisti e cortigiani compaiono fattori, braccianti, affittuari e amministratori. Fra il 1587 e il 1591 la Magliana compie così il passaggio decisivo dalla residenza rinascimentale alla campagna produttiva. La luce della corte si spegne non per un singolo decreto, ma per l’accumularsi di acqua, malaria e nuove geografie del potere.

Anni Novanta: Caravaggio e la Roma di Clemente VIII

Nel gennaio 1592 viene eletto Clemente VIII Aldobrandini. Il suo pontificato insiste sulla disciplina della Chiesa, sul controllo del malcostume e sull’autorità della giustizia pontificia. È in questa Roma severa, ma nello stesso tempo ricchissima di committenze artistiche, che arriva Michelangelo Merisi da Caravaggio. Proveniente dalla formazione lombarda, entra nella capitale intorno al 1592-1593 senza una posizione stabile e attraversa anni difficili, lavorando in botteghe altrui e conoscendo anche malattia e precarietà.

La svolta arriva grazie al cardinale Francesco Maria del Monte, che riconosce il talento del giovane pittore e lo introduce in un ambiente di collezionisti, musicisti e committenti. Dai quadri di piccolo formato Caravaggio passa alle grandi commissioni pubbliche. La sua pittura rompe con l’idealizzazione: usa modelli reali, rende visibili piedi sporchi, rughe, gesti quotidiani e costruisce le scene attraverso una luce che non accarezza ma seleziona, isola e drammatizza. Il sacro scende nello spazio concreto degli uomini.

Nel 1599 riceve la commissione per le tele della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi. La Vocazione e il Martirio di san Matteo, esposti poco dopo, trasformano la sua fama. Roma vede nelle grandi dimensioni ciò che fino ad allora era rimasto soprattutto nei palazzi dei collezionisti: una nuova relazione fra corpo, oscurità e luce. La stessa città della Controriforma, che impone regole più severe, scopre così un linguaggio capace di rendere la religione intensamente fisica e contemporanea.

Nello stesso 1599 la giustizia pontificia offre un’immagine opposta e complementare della città. Il processo dei Cenci, iniziato dopo l’uccisione di Francesco Cenci nel settembre 1598, porta alla condanna di Beatrice, del fratello Giacomo e della matrigna Lucrezia. La difesa richiama le violenze subite dalla giovane e tenta di ottenere clemenza, ma Clemente VIII sceglie una pena esemplare anche nel clima creato da altri delitti familiari che hanno scosso la nobiltà romana.

L’11 settembre 1599 una folla enorme assiste all’esecuzione presso Ponte Sant’Angelo. Beatrice e Lucrezia vengono decapitate, Giacomo subisce un supplizio più crudele, mentre il giovane Bernardo è costretto ad assistere. La simpatia popolare trasforma quasi subito Beatrice in una vittima leggendaria. A pochi mesi di distanza, dunque, Roma offre due spettacoli destinati a durare nell’immaginario: la luce di Caravaggio che irrompe nella cappella Contarelli e il patibolo dei Cenci. Peccato, giustizia e devozione appartengono alla stessa città.

1599–1604: Santa Cecilia e l’ordine delle campagne

Nell’autunno del 1599 un altro evento concentra l’attenzione di Roma su Trastevere. Il cardinale Paolo Emilio Sfondrati, titolare della basilica di Santa Cecilia, promuove lavori nell’antico complesso e il 20 ottobre viene rinvenuto il corpo attribuito alla martire. La notizia corre rapidamente per la città e una folla accorre a contemplarlo. In una Roma che cerca nel cristianesimo delle origini una conferma della propria identità, la scoperta assume immediatamente un valore religioso e politico.

Stefano Maderno riceve l’incarico di tradurre quel ritrovamento in immagine. La sua Santa Cecilia non viene rappresentata come un’eroina trionfante, ma come un corpo disteso, raccolto nella posizione che la tradizione attribuisce al rinvenimento. La scelta produce un effetto potentissimo: il miracolo non è raccontato attraverso gesti enfatici, ma attraverso la presenza fisica di un corpo. Archeologia cristiana, devozione e naturalismo convergono in una forma che appartiene ormai alla soglia del Barocco.

Quasi negli stessi mesi Caravaggio porta a compimento le grandi tele di San Luigi dei Francesi. Non si tratta di una scuola comune, ma di una sensibilità che attraversa la città: la santità deve essere vista, resa prossima, incarnata. Maderno immobilizza Cecilia nella pietra; Caravaggio fa entrare la luce in stanze abitate da uomini reali. Alla fine del Cinquecento Roma costruisce la propria modernità religiosa anche attraverso questa attenzione nuova alla materia, al corpo e all’effetto emotivo sullo spettatore.

Fuori dalle mura, l’ordine assume una forma meno spettacolare ma altrettanto concreta. A Pian Due Torri le confraternite del Gonfalone e del Sancta Sanctorum amministrano le quote acquisite dopo la vicenda di Lentulo Lentuli. Fossi, strade e accessi devono essere mantenuti perché la tenuta resti produttiva. Le taxae del 1602 e del 1604 documentano proprio questa gestione: contributi, obblighi e manutenzioni trasformano la campagna in un sistema regolato, nel quale la vita quotidiana dipende dalla capacità di tenere percorribili strade e scoli.

La distanza dalla vecchia Magliana papale è ormai completa. Mentre Roma investe in basiliche, reliquie, cappelle e nuove immagini della fede, il castello lungo il Tevere perde centralità residenziale e viene valutato soprattutto come proprietà agricola. La Controriforma ha prodotto insieme disciplina religiosa e disciplina materiale: corpi santi da mostrare, fedeli da educare, strade da mantenere, poderi da amministrare. All’inizio del nuovo secolo questi mondi convivono nello stesso paesaggio romano.

1603–1606: Caravaggio, Tomassoni e la fuga da Roma

Il successo non rende Caravaggio più docile. Nell’agosto 1603 Giovanni Baglione lo denuncia per una serie di versi diffamatori circolati nell’ambiente dei pittori romani. Il processo porta Michelangelo Merisi nelle carceri di Tor di Nona e restituisce, attraverso le deposizioni, un’immagine vivissima delle rivalità artistiche della città. Caravaggio viene liberato con vincoli e garanzie, ma il conflitto non si spegne. Fra il 1603 e il 1605 il suo nome ricompare più volte negli atti giudiziari per querele, armi, minacce e aggressioni.

La violenza convive con il vertice della carriera. Proprio in questi anni arrivano commissioni decisive e opere sempre più radicali: la Deposizione, la Madonna di Loreto, la Madonna dei Palafrenieri e la Morte della Vergine appartengono alla fase in cui il pittore è ormai una figura centrale e controversa. La sua fama gli garantisce protettori capaci di intervenire in suo favore, ma rende ancora più evidente il paradosso: l’artista che rinnova l’immagine sacra vive continuamente sul confine fra prestigio e tribunale.

Nel marzo 1605 muore Clemente VIII; dopo il brevissimo pontificato di Leone XI viene eletto Paolo V Borghese. Caravaggio continua a lavorare in una Roma dove l’autorità pontificia vuole disciplina, ma dove nobili, artisti e uomini d’arme frequentano gli stessi spazi di competizione e di svago. Le risse non sono un’eccezione assoluta nella società del tempo; nel caso del Merisi, però, la reiterazione degli scontri costruisce ormai una reputazione pericolosa e riduce progressivamente il margine che le protezioni possono garantirgli.

Il 28 maggio 1606 la tensione esplode in una rissa alla quale partecipano più uomini, in un ambiente legato anche al gioco della pallacorda e a rivalità personali. Ranuccio Tomassoni viene ferito mortalmente da Caravaggio. Le ricostruzioni successive hanno discusso a lungo il motivo immediato dello scontro, ma il risultato è certo: per il pittore la permanenza a Roma diventa impossibile. Questa volta non si tratta di una breve detenzione o di una cauzione; l’uccisione trasforma la crisi giudiziaria in fuga.

Caravaggio lascia la città e trova protezione nei territori della famiglia Colonna. Non tornerà più nella Roma in cui si era formato, aveva conquistato il successo e aveva trasformato la pittura europea. Dalla morte di Leone X al Sacco, dalla riforma cattolica alla lenta trasformazione della Magliana in campagna, il Cinquecento romano ha consumato l’eredità della corte rinascimentale. Il 28 maggio 1606 segna una cesura netta: Ranuccio Tomassoni è morto, Caravaggio è in fuga e per Roma comincia un altro tempo.

(articolo aggiornato il 13 Settembre 2026)