Intorno al 1059 la chiesina di Appaciro entra nell’orbita delle monache benedettine di San Ciriaco in Via Lata. Il documento di possesso e l’epigrafe marmorea dedicata a Ciro e Giovanni non devono essere forzati dentro la stessa data: presi insieme, però, mostrano che nell’XI secolo il santuario conserva una memoria riconoscibile dei martiri alessandrini.

L’iscrizione – “Corpora sancta Cyri renitent hic atque Iohannis” – lega il luogo alla tradizione della traslazione delle reliquie da Alessandria a Roma. La sua forza storica non consiste nel provare ogni dettaglio della traslazione, ma nel dimostrare che la comunità medievale identificava la chiesa con Ciro e Giovanni e sentiva il bisogno di fissare quella memoria sulla pietra.

Da qui diventa plausibile una frequentazione devozionale. Le testimonianze locali parlano di pellegrinaggi e di un culto particolarmente vivo fra contadini e abitanti della campagna. Anche senza poter misurare il numero dei pellegrini, la posizione lungo il Tevere e la Via Portuense rende credibile il ruolo della chiesina come nodo religioso di un territorio in ripresa.

La cripta viene inoltre modificata con una controparete e nuovi strati d’intonaco; eventuali pitture sono oggi difficili da leggere. Più che consentire una ricostruzione delle immagini perdute, il dato architettonico suggerisce una comunità che continua a intervenire sullo spazio sacro. Papaciro mostra così come i nuovi assetti fondiari acquistino anche una memoria religiosa stabile.

1081: San Giovanni della Magliana entra nel Fundus

Una bolla di Gregorio VII del 14 marzo 1081 conferma al monastero di San Paolo fuori le Mura “ecclesiam Sancti Johannis positam in fundo qui vocatur Maliano, cum ipso fundo”. La data tradizionale del 1074 risulta quindi anticipata rispetto alla testimonianza documentaria oggi più solida della chiesina dentro il Fundus Manlianus.

La formula è importante perché lega edificio e fondo nello stesso atto. Non conosciamo l’ubicazione esatta della chiesa e non possediamo una descrizione medievale della sua architettura; il silenzio non impedisce però di cercarla nel sistema insediativo della Magliana, dove nei secoli successivi emergeranno un casale e un palatium che conserveranno il titolo di San Giovanni.

Anche la dedicazione resta aperta. Potrebbe trattarsi di Giovanni Battista, titolare della cappella moderna del Castello della Magliana, oppure dell’Evangelista. La continuità onomastica rende il Battista una possibilità interessante, ma non basta da sola a trasformarla in certezza.

Il valore storico della bolla è quindi costruttivo: nel 1081 il Fundus non è più soltanto una proprietà nominata nei privilegi, ma un territorio dotato di una chiesa riconoscibile e inserito nella rete di uno dei maggiori monasteri romani.

Il 9 luglio 1123 Callisto II conferma alla basilica di Santa Maria in Trastevere il possesso di “Pratum Rotundum apud Fumami (= Furnum) Saraceni”, secondo la trascrizione pubblicata da G. M. Crescimbeni nel 1716 (p. 244). Il toponimo aggiunge un nuovo tassello alla geografia della campagna portuense: un prato nominato e riconosciuto dentro il sistema dei possessi ecclesiastici. La sua esatta identificazione resta aperta, mentre l’attestazione mostra che nei primi decenni del XII secolo il territorio continua a essere descritto attraverso fondi, prati e microtoponimi ben riconoscibili.

1130: Pozzo Pantaleo torna abitato

Nel 1130 alcuni documenti dell’archivio di Santa Prassede ricordano la contrada di Pozzo Pantaleo e la collegano a un proprietario di nome Pantaleo. La coincidenza fra nome personale e toponimo rende plausibile che la denominazione del luogo si sia consolidata attorno a una proprietà o a un punto d’acqua associato a quel nome, senza escludere che il successivo culto di San Pantaleo abbia rafforzato la forma toponomastica.

Il Catalogo di Torino, molto più tardo, registrerà fuori Porta Portese una chiesa di San Pantaleo. Non possiamo retrodatare automaticamente il catalogo al 1130, ma l’accostamento fra la contrada documentata nel XII secolo e la chiesa attestata nel Medioevo avanzato suggerisce una continuità cultuale da verificare attraverso l’archeologia.

Nello stesso 1130 Gregorio Papareschi diventa papa con il nome di Innocenzo II. La contemporaneità non prova un rapporto diretto con Pozzo Pantaleo; ricorda però che la famiglia Papareschi, già legata a Prata Papi, continua a occupare una posizione eminente nella Roma del XII secolo. La precedente rete aristocratica non scompare: cambia scala e convive con il crescente peso dei monasteri.

Quando la carta di Eufrosino della Volpaia del 1547 non registra più la chiesa e mostra invece un fontanile con un’edicola, il mutamento può riflettere abbandono, trasformazione o spostamento delle funzioni devozionali. La scomparsa cartografica è dunque un indizio di cambiamento, non una prova sufficiente per datare la distruzione dell’edificio.

San Pantaleo: un mausoleo antico diventa luogo di culto

L’archeologia permette di allungare molto indietro la storia di Pozzo Pantaleo. Le indagini condotte lungo la Via Campana-Portuense hanno riconosciuto una necropoli, un tratto stradale basolato, strutture termali e altri edifici di servizio fra età repubblicana e tarda antichità. La grande alluvione e il deposito di argille che interessano il settore nel III secolo spiegano una trasformazione dell’uso funerario, ma non la fine della frequentazione dell’area.

Fra le strutture emerge un mausoleo circolare in laterizio, databile fra I e II secolo d.C., con corridoio anulare e ambienti radiali. In una fase successiva l’interno viene rivestito con malta idraulica: il riuso come cisterna, e poi come punto d’acqua, è compatibile con il toponimo Pozzo Pantaleo. La sequenza non deve essere immaginata come un passaggio lineare perfettamente datato; mostra piuttosto la capacità di un edificio romano di assumere funzioni diverse per secoli.

Il rapporto fra il mausoleo e la chiesa medievale di San Pantaleo è plausibile, ma va espresso come ipotesi di continuità topografica. Il Catalogo di Torino attesta il luogo di culto; l’archeologia documenta riusi e sepolture tarde; insieme, questi elementi rendono possibile che il monumento o il suo immediato intorno siano stati riadattati a funzione cristiana.

Eschinardi conserva inoltre una testimonianza isolata secondo cui i “Gentili” avrebbero utilizzato il luogo “superstiziosamente”. L’indicazione potrebbe alludere a una frequentazione ebraica, ma non è confermata da altre fonti e va usata come indizio, non come identificazione certa di una sinagoga o di un tempio. Allo stesso modo, il bacile marmoreo rinvenuto negli scavi recenti potrebbe essere stato reimpiegato come acquasantiera: la forma e il contesto rendono l’ipotesi ragionevole, senza chiudere la questione.

Pozzo Pantaleo diventa così un caso esemplare di lunga durata: cava e necropoli, strada e strutture ricettive, cisterna, pozzo, possibile luogo di culto. Le diverse identità non si escludono, ma compongono una stratificazione che ha mantenuto il sito significativo nel paesaggio ben oltre il Medioevo: nel 1750 Eschinardi annota che il pozzo non è più in funzione, «ora è ripieno di terra».

(articolo aggiornato il 11 Settembre 2026)