— 1796: Bonaparte entra in Italia e Alessandro Mattei tratta per Roma
È il 1796. Nella Pianura Padana le colonne francesi avanzano rapide, gli austriaci ripiegano, le città cambiano bandiera in poche ore. La campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte scorre come una lama sul Nord Italia, apre un varco verso gli Stati Pontifici e arriva alle Legazioni: Bologna, Ferrara, Romagna. Ferrara, grande città di confine dello Stato della Chiesa, il 22 giugno 1796 spalanca le porte ai francesi. Il 23 giugno 1796, da Roma, Pio VI firma l’armistizio di Bologna con Bonaparte. Le Legazioni di confine vengono occupate militarmente, lo Stato pontificio deve pagare enormi contribuzioni e consegnare opere d’arte destinate ai musei francesi.
Su questo margine inquieto si muove un uomo in porpora invece che in uniforme: Alessandro Mattei, arcivescovo di Ferrara. Mattei nasce a Roma il 20 febbraio 1744, figlio del principe Girolamo Mattei e di Maria Caterina Altieri, imparentata con papa Clemente X. Cresce nell’aristocrazia curiale. La sua chiesa di famiglia è Santa Maria in Aracoeli, in cima al Campidoglio: scalini ripidi, facciata austera, una terrazza naturale da cui l’occhio abbraccia il Foro, il Campidoglio civile e i palazzi del potere. Più in basso, lungo il Tevere, il complesso del San Michele unisce ospizi, magazzini, laboratori, carceri. È un gigantesco strumento di controllo sociale affacciato sul fiume. Aracoeli e San Michele diventano i poli simbolici della sua vita: la liturgia solenne in alto, l’amministrazione concreta e le sofferenze in basso.
Nel 1777 Pio VI lo nomina arcivescovo di Ferrara; nel 1779 lo crea cardinale in pectore, pubblicato nel 1782. Mattei convoca un concilio diocesano, visita parrocchie e monasteri, difende prerogative e redditi ecclesiastici. Nel 1786 opta per il titolo cardinalizio di Santa Maria in Aracoeli, cucendo idealmente il destino di una diocesi padana al cuore liturgico di Roma. Ora, davanti ai simboli nuovi – alberi della libertà, stemmi pontifici scalpellati, decreti repubblicani nel palazzo di governo – si trova al centro della frattura: pastore della diocesi, legatissimo al papa e allo stesso tempo interlocutore obbligato degli occupanti.
Nell’agosto 1796, quando temporanee vittorie austriache costringono i francesi a ripiegare, Mattei coglie l’attimo: assume il governo effettivo della legazione, richiama i funzionari pontifici, ristabilisce i canali di comunicazione con Roma. Per alcune settimane Ferrara torna avamposto dell’Urbe nel Nord sconvolto. Proprio questa capacità di “ricucire” l’autorità papale lo mette nel mirino di Bonaparte.
Bonaparte lo convoca al quartier generale di Brescia per il 19 agosto 1796. Sulla carta è un invito cortese; in realtà segna l’inizio della prigionia. L’incontro è breve e teso: il generale vede nel cardinale il simbolo delle resistenze pontificie nel Nord. Mattei viene trattenuto come ostaggio e trasferito nel castello di Milano, fortezza che domina la città. Per Bonaparte questo prigioniero vale molto più di un semplice prelato: in lui si incrociano Curia romana, aristocrazia nobiliare e governo di una provincia di frontiera, un pezzo vivo di Roma in territorio occupato.
— Dal carcere di Milano al trattato di Tolentino: il ritorno di Mattei
A Roma, intanto, Pio VI governa uno Stato sotto pressione. L’armistizio di Bologna impone denaro, territori e capolavori; la Curia prova a guadagnare tempo contando sulle armi austriache, ma ogni esitazione irrigidisce la risposta francese. Il 30 ottobre 1796 i francesi annunciano la liberazione di Mattei. Ufficialmente è clemenza; in realtà cambia solo il tipo di catena. Il cardinale torna a Ferrara, ma è un prigioniero a cielo aperto, sottoposto a sorveglianza. Bonaparte ha capito che il suo prestigio può essere utile: Mattei diventa canale privilegiato verso Pio VI, intermediario che Roma inizialmente guarda con sospetto ma che presto riconosce come indispensabile.
Fra la fine del 1796 e l’inizio del 1797 l’arcivescovo vive di lettere e dispacci. Da Ferrara a Roma e ritorno porta notizie sull’umore dei generali, riferisce minacce, riporta risposte. Impara che il linguaggio politico è cambiato: alle sottigliezze canonistiche si sostituiscono ultimatum scritti sul movimento delle truppe. Nel febbraio 1797 le colonne francesi minacciano direttamente le Marche e l’ingresso in Umbria. La trattativa si riduce a una domanda secca: quanto dello Stato pontificio può essere sacrificato per salvare Roma?
Il 19 febbraio 1797 Mattei siede a Tolentino al tavolo dei plenipotenziari pontifici. La cittadina marchigiana, arrampicata su una collina, vede affluire generali e diplomatici. Nelle sale del palazzo comunale il cardinale firma il trattato che obbliga la Santa Sede a cedere Avignone e le Legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna, oltre a pesantissime indennità in denaro e in opere d’arte. È la prima grande amputazione territoriale e finanziaria dello Stato pontificio. Mattei firma da uomo politicamente in catene: porta ancora addosso il ricordo del castello di Milano, sa di ratificare una resa che non approva, ma vede nell’accordo l’unico modo per evitare l’occupazione immediata di Roma. Nella sua memoria quella firma resta come un debito: la salvezza della città eterna pagata con il sacrificio delle Legazioni.
Quando rientra a Ferrara, la realtà è già cambiata. La città entra nel nuovo sistema rivoluzionario: prima Repubblica Cispadana, poi, dal 29 giugno 1797, Repubblica Cisalpina. Il governo chiede a funzionari e cittadini un giuramento di fedeltà alla Cisalpina. Qui Mattei traccia la linea definitiva: giudica il giuramento incompatibile con la lealtà dovuta al pontefice e invita clero e popolazione a non prestarlo. Per le autorità cisalpine è un atto apertamente sovversivo. Il 6 marzo 1798 il cardinale è espulso dal territorio della Repubblica. Nel Nord, la sua assenza alimenta la leggenda del “cardinale fedele al papa” cacciato dai francesi. Il suo nome circola nelle insorgenze come quello di un pastore punito per non aver tradito il giuramento pontificio.
Mentre Mattei lascia il Nord, Roma vive la propria vigilia rivoluzionaria. Alla fine del 1797 la città è nervosa. Se percorri la riva destra del Tevere, tra Trastevere e il Gianicolo, vedi palazzo Corsini dominare dall’alto; ai suoi piedi, tra l’ambasciata francese e il porto di Ripa Grande, il fiume lambisce magazzini, cantieri e il complesso del San Michele, grande macchina assistenziale e disciplinare della città. In quelle stanze affacciate sull’acqua l’ambasciatore Giuseppe Bonaparte tratta con cardinali e ministri. Accanto a lui il giovane generale Mathurin-Léonard Duphot sogna una Roma “liberata” e repubblicana.
— La Repubblica Romana del 1798 abbatte il potere temporale del papa
Il 28 dicembre 1797, davanti all’ambasciata francese, una rissa di strada degenera. Volano insulti, si sparano colpi, la folla si accalca. Duphot interviene per sedare gli scontri, viene colpito e muore. A Parigi la notizia diventa un insulto alla Francia: la sua morte offre il casus belli per colpire definitivamente lo Stato pontificio.
Tra il 10 e l’11 febbraio 1798 le truppe del generale Berthier entrano a Roma quasi senza trovare resistenza. Gli stemmi pontifici vengono scalpellati dalle facciate, nelle piazze spuntano alberi della libertà, le vecchie magistrature sono sciolte. Il 15 febbraio, in Campidoglio, tra drappi tricolori e nuovi simboli repubblicani, viene proclamata la Repubblica Romana, “repubblica sorella” di quella francese, modellata sul Direttorio. Il Campidoglio che Mattei conosce bene, con Aracoeli e il palazzo Senatorio affacciati sulla città, diventa teatro di una rivoluzione che vuole cancellare secoli di signoria papale.
Roma vive mesi di trasformazioni rapide. Tribunali e dicasteri pontifici vengono aboliti, i beni ecclesiastici censiti e in gran parte requisiti, l’amministrazione riorganizzata sul modello francese. Il San Michele è laicizzato e inserito nella nuova rete assistenziale. Ma i rioni e le campagne del Lazio non seguono docilmente: esplodono tumulti, nascono bande armate fedeli al papa. Il 20 febbraio 1798 Pio VI è arrestato nel palazzo apostolico, dichiarato deposto come sovrano temporale e scortato fuori da Roma.
Comincia un esilio che lo porta a Siena, poi alla Certosa del Galluzzo presso Firenze, quindi oltre le Alpi fino a Valence, nel Delfinato. Nell’estate del 1799 il pontefice arriva stremato; il 29 agosto muore lontano dall’Urbe. Per la prima volta da secoli la morte di un papa avviene fuori Roma, lasciando la cristianità senza il suo centro visibile.
Nell’autunno del 1799 gli eserciti austro-russi, affiancati da truppe napoletane e da sollevazioni interne, riconquistano Roma. La Repubblica Romana crolla, lo Stato pontificio è formalmente restaurato, ma la sede è vacante e la Curia dispersa fra Italia, Austria e Francia. Tra alberi della libertà abbattuti e stemmi papali ridipinti in fretta, Roma si scopre diversa: ha visto l’ingresso delle armate rivoluzionarie, l’esilio del papa, la repubblica, la restaurazione, un ciclo intero in meno di due anni.
Nel 1800 lo sguardo del mondo cattolico si sposta dalla collina del Vaticano alla laguna di Venezia. Il conclave non si riunisce a Roma, ancora troppo esposta alle pressioni francesi, ma nel monastero benedettino di San Giorgio Maggiore, isola silenziosa di fronte alla città. In quelle sale i cardinali discutono per mesi, sotto lo sguardo discreto delle potenze europee. Il “partito imperiale” filoaustriaco indica il nome di Alessandro Mattei, forte dell’esperienza diplomatica e della fermezza dimostrata nelle Legazioni. Dall’altra parte cresce il consenso per Barnaba Chiaramonti, vescovo di Imola, benedettino moderato che ha osato predicare che democrazia e Vangelo possono convivere, e che la vera uguaglianza nasce da Cristo più che dai filosofi.
— Mattei torna a Roma mentre il nuovo ordine politico sconvolge la città
Il 14 marzo 1800 l’ago della bilancia si sposta su Chiaramonti, eletto papa con il nome di Pio VII. La cerimonia di incoronazione, celebrata ancora a Venezia, è sobria rispetto al passato, ma la posta in gioco è enorme: ricostruire un papato travolto dalle guerre rivoluzionarie. In questo scenario Mattei non scompare. Il fatto di essere stato seriamente considerato papabile lo consacra figura di primo piano. Il 2 aprile 1800 passa all’ordine dei cardinali vescovi e riceve la sede suburbicaria di Palestrina, una delle antiche diocesi che circondano Roma.
Il 3 luglio 1800 il nuovo pontefice rientra a Roma. Le insegne repubblicane spariscono dai palazzi, le chiavi di San Pietro tornano sui portali, i cortei solenni risalgono di nuovo la scalinata di San Pietro. Lo Stato pontificio è restaurato, ma il paesaggio politico europeo non è più quello di prima: incombe l’Europa nata dalle armate francesi. Nei primi anni del pontificato di Pio VII la città torna laboratorio politico. Il papa e il segretario di Stato Ercole Consalvi tentano di risanare finanze dissestate, riorganizzare amministrazione e giustizia, rassicurare una popolazione provata da occupazioni e requisizioni. Nello stesso tempo aprono un canale stabile con Napoleone Bonaparte, ormai Primo Console.
Nelle stanze della Curia ogni decisione porta l’eco delle settimane ferraresi e del castello di Milano: il ricordo di una porpora trasformata in ostaggio. Mattei insiste perché la prudenza non diventi resa, e perché la resa non si travesta da virtù. Non è retorica: è memoria amministrativa di come un ordine può crollare in un giorno. E Roma, intanto, resta soglia, e prova.
Tra congregazioni e consigli ristretti si muove anche Mattei, cardinale vescovo di Palestrina. Porta con sé la lezione degli anni rivoluzionari: l’autorità spirituale può sopravvivere anche quando il potere temporale arretra, ma solo a prezzo di compromessi difficili. In lui si riflette la storia di una Roma che dice “no” alla rivoluzione armata, ma è costretta a imparare la grammatica del mondo nuovo che le armate di Bonaparte hanno portato fin sulle rive del Tevere.
(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



