— La crisi dei Mattei incontra la riforma agraria di Pio VII
È il 1801. A Roma una grande casa aristocratica entra in crisi proprio mentre lo Stato pontificio prova, con cautela, a riformare le sue campagne. Sono i Mattei, duchi di Giove, signori del palazzo affacciato su piazza Mattei nel rione Sant’Angelo. Se ti fermi sotto le finestre del palazzo, sei nel cuore compatto della città: vicoli, botteghe, cortili. Fuori Porta Portese, invece, si stendono le loro tenute nell’Agro Romano: la Casetta, Campo Salino, i pascoli verso la Portuense.
Il 16 ottobre 1801 Filippo Mattei muore a soli trentun anni. Lo chiamano “l’ultimo dei Giove”: con lui si spegne la linea maschile del casato. Tuttavia quando quest’ultimo morì è ancora vivo l’anziano padre, duca Giuseppe Mattei (nato nel 1735), sessantaseienne duca di Giove, principe romano, nobile “di baldacchino”, più a suo agio alle cerimonie pontificie che tra le stalle di campagna. I fratelli del duca Giuseppe – il cardinale Alessandro e monsignor Lorenzo Girolamo – hanno entrambi intrapreso con successo la carriera ecclesiastica: è palese subito a tutti che, alla morte del vecchio duca (che avverrà nel 1809), l’eredità scivolerà verso le donne della famiglia, nel nome e in tutti i titoli, diritti e prerogative, compresa la Tenuta della Casetta.
La successione, come spesso accade nelle grandi famiglie romane, si frastaglia in rami e passaggi femminili: due figure emergono nei legami e nelle strategie patrimoniali. Caterina sposa Giovanni Battista Canonici; Anna Maria lega i Mattei agli Antici di Recanati. In quello stesso 1801, a Roma, la giovane Marianna Mattei conosce Carlo Teodoro Antici di Recanati, fratello di Adelaide, a sua volta sposata con il conte Monaldo Leopardi di Recanati, di cui Carlo è amico fin dall’infanzia. Il 7 febbraio 1802 si celebra il matrimonio: nasce il ramo nobile degli Antici-Mattei. Il palazzo raddoppia i cognomi ma ha perduto il suo erede maschio e deve difendere palazzi e tenute con nuove strategie.
Il declino è anche economico. Negli ultimi anni la famiglia ha notevoli tracolli immobiliari nei vari rami. Nella Roma dell’Ottocento, quando molti patrimoni passano di mano per la dedizione al gioco d’azzardo di non pochi nobili, è noto l’adagio: “Un quattro un cinque un sei, perdé il palazzo il duca Mattei”. Le raccolte d’arte cominciano a migrare: Giuseppe vende ai Musei Vaticani sculture celebri, dalla Giunone Sospita al Sileno, per tappare falle sempre più grandi. Ogni cassa che lascia il cortile del palazzo è un pezzo di prestigio che si allontana.
Mentre il casato vacilla, Pio VII guarda con ansia all’Agro Romano: campi incolti, pascoli sterminati, poche famiglie stabili, malaria. Il 4 novembre 1801, preoccupato per lo stato di abbandono dell’Agro Romano ed auspicando che venisse davvero applicata una precedente norma sulla coltivazione obbligatoria delle campagne (in modo che le coltivazioni prevalessero sul pascolo), emana uno speciale Motu Proprio, L’oggetto del maggior bene, riportando in vigore tutte le prescrizioni precedenti.
In particolare stabilì che, ad iniziare dal 1802, i proprietari di terreni situati nell’Agro Romano e suscettibili di coltivazione, ma tenuti abbandonati, oltre ad essere soggetti al pagamento della “Dativa Reale” (imposta papale sui fondi rustici), dovessero pagare anche una sovrattassa annuale di 4 paoli per rubbio, da imporsi secondo la misura catastale; e che tale sovrattassa sarebbe raddoppiata per l’anno successivo in caso di inadempienza. Inoltre, a titolo d’incentivo pubblico, Pio VII stabilì che chi avesse riattivato la coltivazione delle terre lasciate al pascolo dovesse essere retribuito con un premio di 8 paoli a rubbio. In sostanza, per essere chiari, con la messa in produzione della tenuta i Mattei avrebbero evitato di pagare sovrattasse ed incassato i proventi dell’enfiteusi, mentre gli enfiteuti si sarebbero accaparrati comunque un cospicuo incentivo pubblico. Cosa che puntualmente avvenne. Nulla di nuovo, a quanto pare, sotto il sole.
È in questo incrocio fra crisi nobiliare e riforma pontificia che entra in scena, quasi in controluce, un conte di provincia innamorato di libri e tabelle di resa: Monaldo Leopardi.
Tutto questo complicato intreccio di parentele ed amicizie è necessario soprattutto per capire come, in quegli anni, ci fosse familiarità e stima tra i Mattei, gli Antici ed i Leopardi: tanto è vero che Monaldo, nei suoi ripetuti soggiorni romani, è solito frequentare casa Mattei ancor prima che Marianna e Carlo Antici si sposassero.
Monaldo Leopardi (1776-1847) è conosciuto come persona colta e dai molteplici interessi. Lui stesso si considera intenditore – ed a ragione – di agricoltura e di economia, anche per l’esperienza maturata nella buona gestione delle terre di famiglia nelle Marche: terre che i contadini locali rendevano assai produttive dal punto di vista agricolo, a differenza dell’Agro Romano. Per questo Monaldo è contattato sul finire dell’anno 1801 da un certo Basilio Salvi di Roma, interessato a prendere in gestione la Tenuta di Casetta Mattei e metterla a reddito.
— Monaldo Leopardi arriva a Casetta Mattei con un progetto di bonifica
Il 3 gennaio 1802 la scena si sposta all’interno dell’insula Mattei, tra via delle Botteghe Oscure e piazza Mattei. Nella “camera del Sig. Card. Alessandro Mattei” siedono attorno a un tavolo il cardinale Alessandro, il fratello monsignor Lorenzo, il conte Monaldo Leopardi, l’avvocato Pio Ciampelletti e l’imprenditore Basilio Salvi. Sul tavolo ci sono mappe, sommarioni, abbozzi di contratto: si negozia il futuro della Tenuta della Casetta Mattei, “fuori Porta Portese a quattro o cinque miglia”.
È lo stesso Monaldo che, in un suo diario, ci racconta come tutto ha inizio:
Anno del Signore 1802, 3 gennaro.
Quest’oggi è stato verbalmente concluso l’affare della enfiteusi colla Casa Mattei. Eccone il fatto. In casa Rignano, ossia Cesi, dove vado qualche sera, si è più volte discorso della agricoltura marchegiana, paragonandola con quella dell’Agro Romano. Ogni Marchegiano può facilmente in queste parti passare per maestro su tal proposito, onde il Sig. Basilio Salvi, ed il Sig. Avvocato Pio Ciampelletti, si immaginano che io sarei staro a proposito per essere secoloro in società in una enfiteusi che cercano di prendere. Me ne disse alla lontana una parola il Sig. Salvi; ma, molte sere dopo, quando io nemmeno ci pensava, mi replica che l’affare è concluso se io il volevo, e, quindi, in varii abboccamenti fra noi, ci combinammo bene, talché, questa sera, il Sig. Avvocato ed io, siamo andati in casa Mattei, ove nella camera del Sig. Card. (Alessandro Mattei n.d.r.), alla sua presenza e di Monsig. Mattei, suo fratello, nonché un curiale per loro parte e del loro Mas. di Casa, si sono combinati i capitoli, in vigore dei quali la casa Mattei ci dà in enfiteusi perpetua una sua tenuta chiamata la Casetta con una piccola vigna della estensione di circa 700 rubbia romane, equivalente a circa 1000 rubbia di misura recanatese; e noi, viceversa, ci obblighiamo di dargli L. 10 mila in due mesi, L. 2000 in sette mesi, L. 9000 in due anni, ed un annuo canone di L. 1550 e di 35 rubbia di biada, con più la vendita di 64 carrette di fieno a L. 4,50 la carretta, con tutti gli altri patti che si rileveranno dalli stessi capitoli. Tutto combinato, prendemmo la minuta de’ Capitoli onde esaminarli e quindi venirne alla sottoscrizione.
I Mattei conservano la nuda proprietà di circa settecento rubbia romane; la tenuta è concessa “in enfiteusi perpetua” a Leopardi, Salvi e Ciampelletti. Per il cardinale Alessandro è il modo di allinearsi al motu proprio di Pio VII, scaricando su imprenditori privati il rischio della bonifica. Per Monaldo è la sfida di trasformare l’Agro in un laboratorio agricolo moderno.
Quando Monaldo accetta di impegnarsi e di investire proprie risorse economiche nella Tenuta della Casetta, suo figlio Giacomo Leopardi, nato il 29 giugno del 1798, ha circa tre anni e mezzo (e resta a Recanati). L’11 gennaio del 1802 alla Tenuta della Casetta c’è un visitatore d’eccezione: il conte Monaldo Leopardi. Il fatto merita di essere approfondito non solo per la curiosità di immaginare il conte in persona che percorre in carrozza la via Portuense, visita il casale e passeggia tra i campi e nel bosco, ma perché il conte stesso – testimone oculare e abile scrittore – ci offre una descrizione verosimile del paesaggio.
11 Gennaro.
Questa mattina, in compagnia del Sig. Avvocato Ciampelletti e del Sig. Basilio Salvi, sono stato a visitare la tenuta, la quale resta fuori di Porta Portese a 4 o 5 miglia lungi da Roma. È tagliata dalla strada consolare, e, perpendicolarmente a questa, intersecata da un grosso torrente o fiumicciattolo. Sembra generalmente di ottimo fondo, quantunque pessimamente tenuta e piena di sterpi, macchie ecc. È ricca di acque, avendo molte e buone fontane. Il casale è grande, e non in cattivo stato quanto ai muri, sebbene pessimamente riguardato e manomesso affatto quanto alle porte, finestre ecc.
Vi è un’altra gran fabbrica per uso di fienile, granaro e stalla; ma, nel mezzo, è caduto in parte. La Tenuta è sparsa di varie collinette ottime per piantarvi delle case. L’aria non deve esserne cattiva, perché nel casale attuale, il quale è piantato nel sito peggiore della tenuta, vi abita continuamente un guardiano, colla sua famiglia, anche nei mesi più caldi e non ne risente alcun danno. Siamo ritornati la sera.
Questa sera sono stato ad abboccarmi con Severi per aver maggiori dettagli delle disposizioni di Mattei, e mi ha ripetuto che domattina mi attende e che ha promesso di dare dentro domani stesso la sua relazione. Che però ha convenuto accennargli altro piccolo regalo, il quale anche io gli dovra far travedere. Ecco cosa sono gli uomini, e da chi dipende l’esito degli affari…
— Catasti e mappe napoleoniche misurano una campagna da trasformare
Come spesso accade nelle vicende umane, non è un caso che i Mattei, proprio nel gennaio 1802, decidano di dare in enfiteusi la Tenuta della Casetta: la nuova disciplina fiscale e premiale rende conveniente trasformare il pascolo in coltura. I Mattei incassano ingenti somme di denaro e incaricano del disboscamento, bonifica e colonizzazione l’avventuriere Basilio Salvi. Il conte Monaldo è un “philosophe”: ispirato dai lumi della ragione conduce nella tenuta Mattei settanta contadini marchigiani con il compito di disboscarla e impiantarvi un vigneto. Realizza cisterne e casali di bonifica, dalla tipica struttura a capanna; l’economia dell’insediamento si regge inizialmente sulla vendita di legname e in seguito sulle risorse di un avaro vigneto. Lo studioso G. Tomassetti descrive la vita epica e durissima dei colòni: quelli che non si ammalano di malaria sono soliti fuggire; Salvi, con pugno di ferro, li riporta alla Colonìa.
Il paesaggio comincia a cambiare: sulle carte compare un nuovo toponimo, “Macchia Mattei”. Ma l’Agro romano non è un manuale di economia. L’isolamento, le strade fangose d’inverno e polverose d’estate, la mancanza di infrastrutture e, soprattutto, la malaria presentano il conto. Molti coloni si ammalano, qualcuno muore, altri tornano nelle Marche. Le bonifiche restano parziali; la colonia modello immaginata da Monaldo non decolla. Basilio Salvi capisce che la terra si sta mangiando il capitale e arretra; Monaldo, oberato dai debiti, si rifugia sempre più spesso nella biblioteca di palazzo Leopardi, tra volumi di filosofia e trattati agrari che non coincidono con le zanzare della Casetta.
Pochi anni dopo, un altro strumento comincia a raccontare queste terre: il catasto di età napoleonica. Nel 1807 la legge francese sul catasto parcellare e il decreto del 13 aprile per il Regno d’Italia introducono un principio nuovo: ogni particella di suolo deve essere misurata, disegnata in mappa, collegata a un proprietario, per fondare un’imposta fondiaria più razionale. Roma è ancora Stato pontificio, ma il modello francese circola, ispira tecnici e giuristi. Nascono mappe geometriche, sommarioni, registri che elencano case, orti, vigne, casali: le vecchie descrizioni vaghe lasciano il posto a una visione più precisa del territorio.
Su questa eredità si innesta, negli anni successivi, il grande Catasto Gregoriano, che adatta al contesto pontificio la lezione imparata in epoca napoleonica. Le campagne a ovest della città, l’area che oggi chiamiamo Portuense e Corviale, diventano un laboratorio cartografico. Seguendo quelle mappe, puoi ancora riconoscere una costellazione di edifici rurali: frammenti superstiti di un paesaggio agrario quasi scomparso, oggi inglobati nella periferia.
Sulla vicina via Coreglia Antelminelli al civico 24 è segnalato il Casale di via Coreglia, già accatastato nel 1807: punto di riferimento agricolo lungo un’antica pista di campagna, oggi assorbito dal tessuto urbano.
Il Casale di via Buggiano è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1807, sito al civico 14. Le Belle Arti si sono occupate di questo casale, di grandi dimensioni ma caratterizzato da linee molto semplici. Non sono tuttavia disponibili ulteriori informazioni. Dalle immagini satellitari rileviamo che il caseggiato si presenta in buone condizioni di conservazione, con intonaci bianchi, ed è circondato da un parco curato con alberi di alto fusto, tra cui una palma. Il tessuto circostante di Monte delle Capre si presenta densamente urbanizzato. Il casale ha pianta rettangolare e si articola su tre piani. Le coperture sono lignee a doppia falda.
Al Corviale, in via Badoer, le carte guidano verso il cosiddetto Casale delle Suore Eucaristiche, edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento: per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiastico e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza.
Ancora al Corviale, in via della Casetta Mattei 12, la Congregazione delle Suore Eucaristiche è un convento visibile già dal catasto del 1807, nelle adiacenze via degli Adimari. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiastico e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza. Il toponimo conserva, in filigrana, il legame con la vecchia tenuta enfiteutica.
— L’occupazione francese chiude il sogno della Colonìa Leopardi
Scendendo verso il cuore rurale del Portuense, le vecchie mappe segnalano diversi casali lungo il vicolo del Conte. Il Casale 1 al vicolo del Conte è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1807, sito su una strada poderale nei pressi del vicolo omonimo al Corviale: per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza. Più vicini al tessuto urbano sono il Casale al 54 e il Casale al 71 di vicolo del Conte: edifici rurali visibili già dal catasto del 1807, oggi proprietà private e in uso; non sono visitabili, ma sono visibili da strada. Sono stati studiati dalla Soprintendenza.
Il catasto, concepito per tassare, finisce così per restituire una geografia sentimentale: ogni particella, ogni edificio, collega le politiche di Pio VII, le enfiteusi di famiglie come i Mattei, le sperimentazioni di agronomi come Monaldo, fino alla città contemporanea distesa su quei campi.
È il 2 febbraio 1808. Le truppe del generale Miollis entrano a Roma, occupano Castel Sant’Angelo, presidiano le porte. Il papa regna ancora, ma governa sempre meno: la città vive sospesa fra due poteri. Nel palazzo di Giove, nel rione Sant’Angelo, Marianna Mattei cresce consapevole di essere “la figlia del duca”. Dopo la morte del fratello Filippo, l’eredità di palazzo e campagne si concentra su di lei. Fuori Porta Portese, nel territorio che oggi chiamiamo Portuense, la Tenuta della Casetta Mattei porta già il suo nome nella toponomastica futura. Dal 1802 Marianna è sposata con il marchese recanatese Carlo Teodoro Antici: è il ponte fra Roma e le Marche, fra i Mattei e gli Antici Leopardi.
Il padre, l’anziano duca Giuseppe, è un nobile “nero”, politicamente schierato con il papa. Nel 1801 Pio VII gli affida il comando della Guardia nobile pontificia a cavallo; alla fine del 1804 lo porta con sé a Parigi per l’incoronazione di Napoleone. Quando i francesi occupano stabilmente Roma, questa fedeltà ha un prezzo: Giuseppe rifiuta di deporre la coccarda bianco-gialla; viene arrestato e rinchiuso a Castel Sant’Angelo. L’anziano duca Giuseppe Mattei muore nel 1809; il 15 gennaio 1809 muore a Roma: con lui si estingue formalmente la linea maschile dei Mattei di Giove e il baricentro familiare passa definitivamente a Marianna. Dopo la morte del vecchio duca, il palazzo e la tenuta della Casetta Mattei sono ereditati dalla figlia Marianna che sposa Carlo Teodoro Antici di Recanati, fratello di Adelaide madre di Giacomo Leopardi.
Intanto un altro Mattei si muove ai piani alti della Curia. Alessandro, cardinale vescovo di Palestrina, è un porporato di governo. Il 26 marzo 1808 viene nominato pro datario: guida la Dataria apostolica, ufficio chiave nella gestione di grazie, benefici e rendite ecclesiastiche. Il 27 marzo 1809 opta per la sede suburbicaria di Porto e Santa Rufina e diventa sottodecano del Sacro Collegio.
Il 17 maggio 1809, dal palazzo di Schönbrunn, Napoleone firma il decreto che annette gli Stati Pontifici all’Impero francese. Nascono i dipartimenti del Tevere e del Trasimeno; Roma, da capitale di uno Stato teocratico, diventa capoluogo amministrativo di un impero laico e centralizzato. La risposta di Pio VII arriva il 10 giugno 1809 con il breve Quum memoranda: il papa scomunica, senza nominarlo espressamente, Napoleone e tutti coloro che partecipano all’annessione. La reazione francese è durissima: perquisizioni, pressioni, arresti colpiscono la Curia. Lo stesso 10 giugno le autorità imperiali espellono diversi cardinali ritenuti ostili: tra loro c’è Alessandro Mattei, schierato con il pontefice. Viene allontanato da Roma e deportato verso la Francia, entrando nel gruppo dei “cardinali deportati” dell’età napoleonica.
Mentre le aquile imperiali sventolano sul Campidoglio, un cardinale romano lascia la città per l’esilio, il duca Giuseppe muore in prigione e la giovane Marianna eredita palazzo e tenute. Anni dopo, in quella rete familiare che unisce Roma e Recanati, troverà posto anche il giovane Giacomo Leopardi, osservatore attento di una nobiltà che cerca di ridefinirsi dopo la tempesta napoleonica.
(articolo aggiornato il 6 Settembre 2026)



