— Caravaggio arriva a Roma: povertà, protezioni e successo
Papa Leone muore il 1° dicembre 1521, a soli 46 anni. L’aneddoto vuole che in quell’anno Papa Leone, profondamente amareggiato per le notizie di scisma provenienti dalla Germania, abbia prolungato il più possibile la villeggiatura estiva alla Magliana, al punto che le campagne si sono ormai coperte dei colori dell’autunno. Quell’anno Papa Leone non vuole saperne di far rientro a Roma. Pare che a fine novembre Papa Leone si sia affacciato dalla Loggia del Bramante, per benedire una staffetta dell’esercito accorsa a riferirgli alcune notizie positive dalla Germania, e che in quell’occasione Papa Leone si sia preso una brutta infreddatura dalla quale non si sarebbe mai ripreso. Trasportato a Roma, si spense nel giro di pochi giorni, morendo nel suo letto in Vaticano. Inevitabilmente, con Papa Leone moriva anche “l’epoca d’oro” della Magliana.
Ma la supremazia di Abbaciro su Prassede su un fatto relativamente breve, perché già agli inizi del Cinquecento, nella chiesina la festa annuale si torna a festeggiare nel giorno di Santa Prassede. Nel Cinquecento la chiesina tra l’altro subisce un paio di restauri: il primo nel 1521, sotto il pontificato di Papa Leone Medici, e poi ancora a fine secolo, nel 1582.
In quegli stessi anni al Castello della Magliana arriva un nuovo illustre inquilino: Papa Pio IV Medici (1559-1565). Tra un affare di Stato e l’altro – il pontefice deve portare a termine la Controriforma per arginare lo scisma luterano – Pio IV non disdegna di “andare alla Magliana a spazzo” (a spasso) e abbellire il castello con una fontana.
Michelangelo Merisi arriva a Roma negli anni Novanta del Cinquecento dopo la formazione lombarda. I primi tempi sono difficili: lavora in botteghe altrui e conosce malattia e precarietà. La protezione del cardinale Francesco Maria del Monte cambia la sua posizione. Le commissioni pubbliche, soprattutto quelle per San Luigi dei Francesi, impongono un linguaggio nuovo, fatto di corpi reali, luce radente e scene sacre immerse nella vita quotidiana. In pochi anni Caravaggio diventa uno dei pittori più ricercati e discussi della città.
— Processi, risse e il delitto del 1606 chiudono la stagione romana
Un suo parente toscano, Cosimo de’ Medici signore di Firenze, viene spesso a fargli visita, con al seguito la numerosa figliolanza. Alla Magliana risuonano le voci festanti dei bambini, gli squilli di corno della caccia, gli zoccoli dei cavalli al galoppo. Una grande battuta venatoria si tiene nel novembre 1561.
Il terzo personaggio della nostra storia è uno dei figlioletti di Cosimo de’ Medici, Ferdinando (1549-1609). All’epoca delle scampagnate campestri con lo zio papa, Ferdinando è un moccioso viziato di appena dodici anni; quando vi fa ritorno nel 1571, ne ha dieci di più e la stessa immutata passione per le battute di caccia. E nel mentre, lo zio papa lo ha nominato cardinale. Rimarrà alla Magliana come affittuario per 16 anni, fino al 1587.
Ferdinando vuole far sua la Magliana per sempre, al punto che intreccia con le proprietarie, le monache di Santa Cecilia, una serrata trattativa per acquistarla. Le monache hanno capito che il rampollo dei Medici è disposto a spendere molto: ogni volta che Ferdinando rialza l’offerta, le monache rilanciano. Ferdinando non riuscirà mai a comprare la tenuta.
Eppure è convinto di riuscirci, e da semplice affittuario comincia a fare migliorie a rotta di collo, come se la tenuta fosse già sua. Realizza una stanza-gioiello per il pontefice Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585), che è solito accompagnarlo a caccia. Nelle stanze degli ospiti colloca arazzi, argenteria e quadri commissionati appositamente, come il Cristo alla colonna di Alessandro Alberti (1576). Interviene anche sul salone delle Muse, dove aggiusta il tetto e restaura gli affreschi. Il programma del giovane Medici è chiarissimo: riportare la Magliana ai fasti del suo avo, Papa Leone.
Alla fama artistica si accompagna una vita sempre più turbolenta. Fra il 1603 e il 1605 il nome di Caravaggio compare ripetutamente negli atti giudiziari romani per querele, armi e aggressioni. Il 28 maggio 1606 una rissa si conclude con la morte di Ranuccio Tomassoni. Per il pittore Roma diventa improvvisamente inaccessibile: fugge nei territori dei Colonna e poi a Napoli, mentre tenta di ottenere il perdono. La cesura del 1606 chiude la sua stagione romana e trasforma definitivamente anche il tono della sua pittura.
— Beatrice Cenci: processo, condanna e nascita di una leggenda
Ferdinando, per rendere più interessanti le battute di caccia, acquista numerosi animali selvatici. Fa scavare una peschiera e la riempie di pregiate specie ittiche. Realizza persino una “ragnaia”, una speciale trappola di reti per gli uccelli, sospese tra gli alberi.
Nel 1587 accade l’imprevisto che gli cambia la vita. Muore improvvisamente il fratello maggiore Francesco, granduca di Firenze. E la vita del cardinale-cacciatore cambia. Compie una scelta necessaria: lascia la porpora e la Magliana, per afferrare le redini della casata dei Medici, assicurando un erede al trono di Firenze. Avrà nove figli e sarà ricordato come uno tra i sovrani fiorentini più saggi e lungimiranti.
Le compagnie ecclesiastiche del Gonfalone e del Sancta sanctorum gestiscono ininterrottamente Pian Due torri dal 1565 al 1839.
Esse hanno antiche origini e godono di grande considerazione. Il Gonfalone nasce nel 1246 come congregazione di flagellanti, custodi della reliquia del “Salus populi Romani”; la tradizione vuole che nel 1351 abbiano salvato Roma dalla tirannide dei Savelli schierando il popolo sotto le insegne (il “gonfalone”) di Maria. L’arciconfraternita del Santissimo Salvatore conserva l’altra sacra icona del “Santo volto di Gesù”, dal 1381 al Sancta Sanctorum del Laterano.
Beatrice Cenci entra nella cronaca romana alla fine del Cinquecento attraverso il processo per l’uccisione del padre Francesco. La difesa invoca le violenze subite dalla giovane, ma Clemente VIII sceglie una condanna esemplare. Beatrice e Lucrezia vengono decapitate l’11 settembre 1599; Giacomo subisce una morte ancora più crudele. Una folla enorme assiste all’esecuzione e la simpatia popolare trasforma rapidamente Beatrice in una figura leggendaria, destinata a sopravvivere nelle cronache, nei romanzi e nel mito romantico di una Roma insieme violenta e teatrale.
— Maderno scolpisce Santa Cecilia tra ritrovamento e memoria paleocristiana
Intanto, al lascito di Bernardina si aggiungono altri donativi: Francesco di Pietro da Saluzzo lascia nel 1570 una “vigna con certo poco di canneto di pezze 4, posta in loco detto le Doi Torri”, e la devota Cecilia Bovara si fa carico nel 1583 di “rimondare il fosso maestro” e costruire un “ponticello a traverso della strada”. La mole di atti ritrovati dalla studiosa Benocci negli archivi del S.S. testimonia un’amministrazione agraria efficiente. Le “taxæ” per le strade datano 1554, 1555, 1602 e 1604, e nel 1634 c’è una apposizione dei termini. La taxa del 1693 riporta che il “Piano delle Due Torri, prato spettante a Sancta Sanctorum, Gonfalone e signori Gesiglieri” misura 36 rubbie e paga 5,67 scudi. Nello stesso documento si citano i “vicini” dell’epoca: le monache di Santa Cecilia, il Capitolo di S. Pietro, le famiglie Mattei, Serlupi, Nobili, Cenci, Fabi, Ginetti, Raggi e Vipereschi. Mappe successive nominano Filippo Chigi.
Nel Settecento la tenuta è invasa dalle acque e funestata dalle febbri malariche.
Nel 1599, durante i lavori promossi dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere, viene effettuata la ricognizione del corpo della martire. Stefano Maderno realizza la celebre statua distesa davanti all’altare maggiore, presentando Cecilia non come un’eroina trionfante ma come un corpo raccolto nella posizione attribuita al ritrovamento. L’opera, collocata fra 1599 e 1600, unisce gusto archeologico, devozione paleocristiana e un naturalismo nuovo. Nel cuore di Trastevere la memoria antica diventa così immagine barocca.
(articolo aggiornato il 7 Settembre 2026)



