— All’alba del 20 settembre comincia il cannoneggiamento contro Roma
All’alba del 20 settembre comincia il cannoneggiamento. Il fuoco italiano si concentra soprattutto nel tratto di mura fra Porta Pia e Porta Salaria, giudicato più adatto a un ingresso rapido.
I primi colpi raggiungono le Mura Aureliane poco dopo le cinque del mattino. L’attacco principale è ormai concentrato nel settore di Porta Pia, mentre le azioni sugli altri fronti continuano a tenere distribuite le forze pontificie. La scelta non mira alla distruzione della città: l’artiglieria deve aprire in fretta un passaggio praticabile, evitando che l’operazione si trasformi in un lungo assedio urbano.
— L’artiglieria apre materialmente il varco nelle Mura Aureliane
Per ore l’artiglieria martella il muro fino ad aprire un varco sufficientemente ampio per il passaggio delle fanterie. La Breccia non è quindi un colpo improvviso e quasi teatrale: è il risultato di un’azione coordinata, condotta mentre altri reparti tengono impegnate le difese pontificie sugli altri lati della città.
Il cannoneggiamento ha anche un compito tecnico preciso: creare un’apertura utilizzabile dalle colonne d’assalto senza costringerle a forzare una porta fortificata. Gli artiglieri concentrano quindi i colpi sullo stesso tratto finché la muratura cede e il terreno davanti al varco si riempie di detriti. È la materialità della Breccia a rendere irreversibile l’azione: quando le fanterie possono attraversare le mura, il sistema difensivo pontificio perde il vantaggio che gli aveva consentito per secoli di controllare gli accessi alla città.
Il bombardamento dura alcune ore e lavora per concentrazione: non serve abbattere un intero tratto di cinta, basta trasformare un punto delle mura in una rampa di macerie abbastanza larga da far passare uomini e reparti. Verso la fine della mattinata il varco è ormai ampio. A quel punto la Breccia smette di essere soltanto un danno alla muratura e diventa un nuovo accesso alla città, costruito dall’artiglieria invece che dagli architetti.
— Bersaglieri e fanteria attraversano la Breccia e fanno ingresso in Roma
Quando il varco è praticabile, bersaglieri e fanteria avanzano fra le macerie.
I reparti più vicini al varco sono il 35° battaglione bersaglieri e il 39° e 40° reggimento di fanteria. Sono loro a trasformare l’apertura prodotta dai cannoni in un ingresso militare vero e proprio. L’avanzata non passa attraverso una porta consegnata o spalancata: uomini in uniforme salgono sui detriti della cinta e penetrano oltre il limite fisico che fino a poche ore prima separava Roma dal Regno d’Italia. È il gesto concreto che rende definitiva la presa della città.
— Il muro squarciato diventa il simbolo materiale della presa di Roma
L’immagine destinata a fissare l’evento nella memoria collettiva sarà quella dei bersaglieri alla Breccia; una fotografia autentica di Ludovico Tuminello mostra invece soprattutto il muro squarciato, la prova materiale del passaggio appena aperto. In quel punto delle Mura Aureliane si consuma in poche ore una svolta che la diplomazia italiana aveva inseguito per anni: Roma non è più militarmente separata dal Regno.
La bandiera bianca pontificia viene alzata poco dopo le dieci, quando l’ingresso dei reparti italiani è già cominciato nei pressi della Breccia. La memoria nazionale isolerà soprattutto la corsa dei bersaglieri; la fotografia, invece, conserva l’altra faccia dell’evento: una parete antica trasformata in rovina fresca, terra e mattoni ai piedi del varco. È proprio quel segno materiale, più ancora della retorica successiva, a raccontare la rapidità con cui una frontiera politica durata secoli scompare in una mattina.
(articolo aggiornato il 5 Settembre 2026)



