Nessuno alla Magliana sarà in grado di dimenticare il fattaccio del Canaro, così efferato e carico di considerazioni sconvolgenti. Le parti si sono invertite: la vittima si è fatta carnefice, ha restituito al suo aguzzino le sofferenze inferte moltiplicandole per cento.

Il quartiere per lo più prende le parti di De Negri. Sui muri compaiono anche delle scritte: “Viva il Canaro”, “Canaro sei tutti noi”.

I giornali intanto si tuffano sul caso. Riportano dettagli agghiaccianti, intervistano chiunque e semplificano tutto per cliché: De Negri è un uomo mite portato all’esasperazione, Ricci se l’è andata a cercare. Dio ci salvi dall’ira dei calmi. Davide contro Golia.

De Negri non si nega ai giornalisti. Descrive il suo “diabolico gesto” come un atto necessario. “Adesso l’incubo è finito, ho liberato il quartiere da un infame. Alla Magliana stanno tutti festeggiando”. “Con la coscienza sto a posto”.

Sui giornali compaiono però molte stonature. Terrore quotidiano nel Bronx della Capitale è il titolo enfatico di Repubblica. Troppo enfatico. La Magliana diventa il Bronx, il quartiere-ghetto di New York. E la vicenda individuale del Canaro diventa inseparabile da quella collettiva del quartiere in cui è avvenuta: il Canaro diventa così “il Canaro della Magliana”. Le cronache raccontano gli eccessi del quartiere autogestito: dalle case occupate alla droga, alle guerre di bande. Tutto insieme. La Magliana è un ghetto in cui arde una violenza incendiaria. Circoscrivere la ferocia del Canaro dentro i confini del ghetto diventa così un fatto quasi rassicurante, liberatorio: la vicenda disumana del Canaro è figlia di un quartiere disumano, quindi non può replicarsi altrove.

Anche le fasi del processo saranno ricche di cronache. La madre della vittima, la signora Vincenzina, lo dice con forza: questa vicenda è più complessa di come è stata raccontata. Ci sarebbero più persone coinvolte. Poi arriva il colpo di scena: l’esame autoptico rivela che il racconto di De Negri è inventato. Il pugile Ricci, appena messo piede nella bottega, sarebbe stato colpito alla testa con furibondi colpi di martello, cui sarebbe seguita un’emorragia celebrale dal decorso rapido e mortale. Tutto nell’arco di minuti, non sette ore. Le mutilazioni sarebbero state inferte post mortem.

Arriva la perizia psichiatrica: De Negri è incapace di intendere e volere, perché sotto l’effetto della cocaina. Poi però una seconda perizia parla di “incapacità parziale”.

Il processo va a sentenza nel giugno 1990: De Negri è condannato a 24 anni.

Passano gli anni. Er Canaro ha scontato la pena, beneficiando di alcune riduzioni per condotta carceraria irreprensibile. Dal 2005 è un uomo libero. La moglie lo ha ripreso in casa, la figlia lo ha riconosciuto. Ha cambiato mestiere e non abita più alla Magliana. Un giornalista trova il modo di avvicinarlo. Gli chiede di parlare. Ma l’ex-tolettatore lo blocca: “Il conto con la giustizia l’ho pagato. Adesso dimenticatemi”.

Nel 2018 il regista Matteo Garrone ha raccontato la vicenda in un film pluri-premiato: Dogman.

Sarà un insegnante di italiano della media Di Giacomo, ma anche giornalista e poeta, Sandro Onofri (1955-1999) – a gridare al mondo che “la Magliana non è il Bronx”.

E almeno “il Bronx gli ospedali, i centri sportivi e i teatri ce li ha”, dice Onofri. Alla Magliana invece “nessuno ha mai pensato di aprire un cinema o una biblioteca”. Lo dirà con tutte le sue forze, fino ad ammalarsene e morire prematuramente, a soli 44 anni.

Onofri non può accettare che i suoi studenti siano descritti come una generazione di delinquenti per forza, assuntori e spacciatori di droga, predestinati a parabole come quella del Canaro. Forse sono proprio i suoi ragazzi che una notte, all’ingresso del quartiere, tinteggiano a grandi lettere il grido di ribellione del prof: “La Magliana non è il Bronx”.

La Magliana non è il Bronx. La Magliana è la Magliana, e sta cambiando. E reclama per sé un futuro diverso. Quel futuro sta arrivando, come un treno che inatteso ferma in stazione.


(articolo aggiornato il 29 Ottobre 2022)