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Nuo­vo Cor­via­le è una «cit­tà linea­re» lun­ga 1 km, pro­get­ta­ta nel 1972 dall’arch. Mario Fio­ren­ti­no su com­mes­sa IACP. Il cor­po uni­co in cemen­to arma­to è alto 9 pia­ni ed è sud­di­vi­so in cin­que lot­ti, sepa­ra­ti da tor­ri-sca­la. Lun­ghis­si­mi bal­la­toi inter­ni dan­no acces­so ai pia­ni, che inte­gra­no – alme­no nel pro­get­to ori­gi­na­rio – resi­den­ze, spa­zi comu­ni­ta­ri e ser­vi­zi. Le pri­me abi­ta­zio­ni sono con­se­gna­te nel 1982. Seguo­no le occu­pa­zio­ni, l’abbandono, il degra­do e un lun­go dif­fi­ci­le cam­mi­no di riqua­li­fi­ca­zio­ne. Cor­via­le è oggi il sim­bo­lo del­le con­trad­di­zio­ni di Roma, ma anche di un riscat­to pos­si­bi­le.

 

 

  1. — Una com­mit­ten­za ati­pi­ca

 

L’edificio resi­den­zia­le pub­bli­co «Nuo­vo Cor­via­le» ha tan­ti nomi – Ser­pen­to­ne, Palaz­zo­ne, «er Kilom­me­tro», car­ce­re, mostro, «Grat­ta­cie­lo sdra­ia­to» – e non man­ca­no le colo­ri­te locu­zio­ni: «quel­lo che ha fer­ma­to er Ponen­ti­no», o «quel­lo che l’architetto s’è ammaz­za­to». Sgom­bria­mo subi­to il cam­po: il Nuo­vo Cor­via­le non fer­ma la brez­za mari­na; e il suo pro­get­ti­sta Mario Fio­ren­ti­no non si è sui­ci­da­to, ha anzi dife­so e ama­to il suo edi­fi­cio più dif­fi­ci­le. Però per rac­con­ta­re Cor­via­le biso­gna par­ti­re pro­prio dal­la plu­ra­li­tà di nomi, per rap­pre­sen­ta­re quan­to ampio sia il dibat­ti­to che que­sta ope­ra archi­tet­to­ni­ca, tra le più con­tro­ver­se dell’Italia post-bel­li­ca, ha signi­fi­ca­to nell’immaginario col­let­ti­vo.

Tut­to par­te pro­ba­bil­men­te dal­le richie­ste fuo­ri sca­la del­la com­mit­ten­za, l’Isti­tu­to Auto­no­mo Case Popo­la­ri (IACP). Fino ad allo­ra – sono gli Anni Ses­san­ta del boom edi­li­zio nel­la Capi­ta­le – l’ente ave­va sfor­na­to una dopo l’altra nuo­ve lot­tiz­za­zio­ni secon­do lo sche­ma costrut­ti­vo del «quar­tie­re-dor­mi­to­rio»: ovve­ro un’intera lot­tiz­za­zio­ne a uso abi­ta­ti­vo (resi­den­ze), allac­cia­ta alle uten­ze pri­ma­rie (acqua, luce, gas, fogne ecc.) ma fisi­ca­men­te distan­te da tut­ti gli altri ser­vi­zi, loca­liz­za­ti altro­ve. Nuo­vi feno­me­ni (ad esem­pio la moto­riz­za­zio­ne di mas­sa) e soli­da­rie­tà anti­che (di fami­glie spes­so mol­to nume­ro­se pro­ve­nien­ti dal­la cam­pa­gna) ren­de­va­no soste­ni­bi­le que­sto model­lo. Carat­te­riz­za­no i lot­ti IACP fino agli Anni Ses­san­ta le pic­co­le e medie dimen­sio­ni e una digni­to­sa eco­no­mia costrut­ti­va, con com­po­nen­ti a bas­so costo: que­ste palaz­zi­necom­ples­si non sono sicu­ra­men­te bel­li ma sono fun­zio­na­li al pro­gram­ma costi­tu­zio­na­le del­la «casa per tut­ti». «Vai final­men­te a sta­re in cit­tà – can­ta­va nel 1966 Adria­no Celen­ta­no nel Ragaz­zo del­la via Gluck . Là tro­ve­rai le cose che non hai avu­to qui, potrai lavar­ti in casa […]. Men­tre là in Cen­tro io respi­ro il cemen­to: solo case su case, catra­me e cemen­to. Là dove c’era l’erba, ora c’è una cit­tà…».

Eppu­re, in quel­lo scor­cio dei pri­mi Anni Set­tan­ta, le rego­le d’ingaggio cam­bia­no. La nuo­va lot­tiz­za­zio­ne del Pia­no di Zona n. 61 (così si chia­ma­va allo­ra, in fred­do lin­guag­gio buro­cra­ti­co il Nuo­vo Cor­via­le) dovrà segui­re, infat­ti, tre nuo­ve rego­le, del tut­to ine­di­te per la Capi­ta­le, e tut­te visto­sa­men­te fuo­ri sca­la. La pri­ma è l’ele­va­ta volu­me­tria (mai a Roma era sta­to rea­liz­za­to un edi­fi­cio così gran­de!); la secon­da è la rea­liz­za­zio­ne in eco­no­mia (sosti­tuen­do i com­po­nen­ti a bas­so costo con gli inno­va­ti­vi com­po­nen­ti pre­fab­bri­ca­ti, anco­ra più eco­no­mi­ci); la ter­za e ulti­ma è segui­re un «model­lo di svi­lup­po abi­ta­ti­vo in net­to distac­co dal­lo svi­lup­po urba­ni­sti­co di Roma ini­zia­to negli Anni Ses­san­ta». Quest’ultima è la richie­sta prin­ci­pa­le del com­mit­ten­te: abban­do­na­re il «model­lo roma­no», che alcu­ni cri­ti­ci para­go­na­va­no già allo­ra a un nuo­vo sac­co di Roma. Lo IACP in sostan­za non dice cosa vuo­le, dice sem­pli­ce­men­te ciò che non vuo­le: non vuo­le un altro quar­tie­re-dor­mi­to­rio; lo vuo­le gran­de e deve costa­re poco.

Nel 1972 l’ente affi­da la pro­get­ta­zio­ne del­la lot­tiz­za­zio­ne all’architetto Mario Fio­ren­ti­no (1918−1982). Rac­con­ta­re la bio­gra­fia di Fio­ren­ti­no ci sve­la in par­te le carat­te­ri­sti­che dei suoi pro­get­ti. Fio­ren­ti­no è l’emblema dell’intel­let­tua­le impe­gna­to dell’Italia post-bel­li­ca. Par­ti­gia­no, è suo il Memo­ria­le del­le Fos­se Ardea­ti­ne, negli Anni Cin­quan­ta pro­get­ta resi­den­ze avve­ni­ri­sti­che nel­la Roma del boom, scri­ve nel 1962 il Nuo­vo Pia­no Rego­la­to­re del­la cit­tà. Dal 1972 lascia tut­to per dedi­car­si alla lot­tiz­za­zio­ne di Cor­via­le. Il suo caro ami­co e mae­stro, Bru­no Zevi, rac­con­ta così quei gior­ni:

 

Dopo il Pia­no rego­la­to­re, si dedi­ca con pas­sio­ne a matu­rar­ne l’idea car­di­ne: for­mu­la­re stru­men­ti adat­ti alle enor­mi dimen­sio­ni dell’impresa, a rap­por­tar­la al “cuo­re anti­co” nobi­li­tan­do­ne le fran­ge non­ché al siste­ma regio­na­le. Esa­mi­na ogni ipo­te­si, dal meta­de­si­gn alla par­te­ci­pa­zio­ne, recla­man­do una qua­li­tà glo­ba­le che sosti­tui­sca mec­ca­ni­smi di faci­le obso­le­scen­za e garan­ti­sca lo svi­lup­po nel tem­po di un’autentica metro­po­li moder­na. Rien­tra in que­sto qua­dro d’interessi il tan­to discus­so inse­dia­men­to di Cor­via­le, com­ples­sa lama este­sa per un chi­lo­me­tro, che costi­tui­sce la sua più visto­sa fati­ca.

 

Un col­la­bo­ra­to­re di Zevi, Gior­gio Mura­to­re, rac­con­te­rà anni dopo (Sal­via­mo Cor­via­le in «Area» n. 61, 2002) che Fio­ren­ti­no accet­tò quel pro­get­to pro­prio per­ché rap­pre­sen­ta­va la con­clu­sio­ne idea­le del­la sua car­rie­ra, in sostan­za la sua ulti­ma ope­ra:

 

Mario Fio­ren­ti­no lo pro­get­tò al cul­mi­ne del­la sua car­rie­ra, in un momen­to di con­sa­pe­vo­le otti­mi­smo, nell’illusione di por­re un fre­no alla immon­da espan­sio­ne roma­na, fidu­cio­so nel­le poten­zia­li­tà peda­go­gi­che di un’architettura civi­le, ove la qua­li­tà dell’oggetto sareb­be dovu­ta dive­ni­re dimen­sio­ne este­ti­ca ed eti­ca insie­me. Ne fece per­ciò il suo monu­men­ta­le memen­to edi­li­zio, con­si­de­ran­do­ne il sito alla stre­gua di un tem­pio lai­co, affac­cia­to alla clas­si­ca manie­ra gre­ca sul pano­ra­ma incon­ta­mi­na­to […]. All’indomani di un suo recen­te viag­gio in Cina, allo­ra così vici­na, ne fece una “mura­glia” desti­na­ta a con­te­ne­re l’imbarbarimento del­la più con­ta­mi­na­ta peri­fe­ria roma­na, e un edi­fi­cio colos­sa­le per riscat­tar­ne attra­ver­so la mas­sa il sen­so di un abi­ta­re col­let­ti­vo, che si misu­ra­va con i fasti di un’ideologia col­let­ti­vi­sti­ca anco­ra domi­nan­te […].

 

 

  1. — Il pro­get­to

 

Fio­ren­ti­no riu­ni­sce intor­no al Pia­no di Zona 61 un team di qua­li­fi­ca­ti pro­get­ti­sti. Tra di essi i nomi impor­tan­ti di Miche­le Valo­ri, Giu­lio Ster­bi­ni, Fede­ri­co Gorio e Pier Maria Lugli, e per­si­no il desi­gner Ste­fa­no Fio­ren­ti­no, suo figlio.

Coe­ren­te­men­te con le richie­ste, fin dal­la Rela­zio­ne di pro­get­to (1972) Fio­ren­ti­no dichia­ra che non rea­liz­ze­rà un altro quar­tie­re-dor­mi­to­rio: «Il pro­get­to rien­tra nel­le ricer­che per una nuo­va dimen­sio­ne dell’habitat, che si pon­ga come radi­ca­le alter­na­ti­va alla disper­sio­ne dell’attuale peri­fe­ria, al ruo­lo subal­ter­no che rive­ste nei con­fron­ti del cen­tro urba­no, alla disag­gre­ga­zio­ne tra resi­den­ze e ser­vi­zi, al declas­sa­men­to socia­le che la carat­te­riz­za­no». Rifiu­ta­to il quar­tie­re-dor­mi­to­rio, a Fio­ren­ti­no non riman­go­no a dispo­si­zio­ne che altri due model­li tra­di­zio­na­li: il quar­tie­re-satel­li­te o crea­re una pic­co­la cit­tà.

Que­sti due model­li van­no spie­ga­ti. Il quar­tie­re-satel­li­te è costi­tui­to da un nucleo di resi­den­ze, equi­pag­gia­to fin dall’inizio non solo con le uten­ze pri­ma­rie ma anche con una serie di ser­vi­zi essen­zia­li in gra­do di sod­di­sfa­re i biso­gni pri­ma­ri degli abi­tan­ti; nel quar­tie­re-satel­li­te man­ca­no i ser­vi­zi spe­cia­liz­za­ti, che con­ti­nua­no ad esse­re loca­liz­za­ti in cit­tà: il quar­tie­re-satel­li­te, pur aven­do nel quo­ti­dia­no una cer­ta auto­no­mia, gra­vi­ta pur sem­pre intor­no alla cit­tà per i biso­gni com­ples­si.

L’alternativa al quar­tie­re-satel­li­te è uno sche­ma costrut­ti­vo ita­lia­nis­si­mo, chia­ma­to «cit­tà di fon­da­zio­ne» ed ere­di­ta­to diret­ta­men­te dal fasci­smo: il nuo­vo quar­tie­re è in pra­ti­ca una pic­co­la cit­tà, pro­get­ta­ta per prov­ve­de­re autar­chi­ca­men­te a se stes­sa, del tut­to auto­no­ma: tut­te le resi­den­zetut­ti i ser­vi­zi sono rea­liz­za­ti con­tem­po­ra­nea­men­te, in un’unica fase costrut­ti­va, e non sono pre­vi­sti svi­lup­pi ulte­rio­ri. Sono esem­pi di que­sto tipo le cit­tà di Lati­na, Sabau­dia, Apri­lia ecc.

Va det­to subi­to che il pro­get­to di Fio­ren­ti­no non può inqua­drar­si né in un model­lo né nell’altro: Cor­via­le non è né un quar­tie­re-satel­li­te né una cit­tà di fon­da­zio­ne, ma piut­to­sto un ibri­do del­le due, desti­na­to a dive­ni­re un gene­re a sé. Cor­via­le è mol­to più di un quar­tie­re-satel­li­te, mol­to meno di una cit­tà di fon­da­zio­ne. Fio­ren­ti­no conia il nuo­vo ter­mi­ne di «cit­tà linea­re» e così nel­la Rela­zio­ne descri­ve il nuo­vo model­lo: «L’organismo va pen­sa­to come un pez­zo di cit­tà linea­re, non come una casa. [Non è] una casa solo più lun­ga di una casa tra­di­zio­na­le [ma] un siste­ma di un chi­lo­me­tro, pro­fon­do 200 metri, alta­men­te inte­gra­to fra ser­vi­zi e resi­den­ze». Uno dei pri­mis­si­mi arti­co­li di stam­pa che par­la­no di Cor­via­le descri­ve il nuo­vo edi­fi­cio come un cor­po inter­me­dio tra una casa e una cit­tà. Pao­lo Jaco­bel­li, su Capi­to­lium di apri­le 1974 scri­ve: «Il pro­get­to rap­pre­sen­ta un’esperienza del tut­to sin­go­la­re: per la pri­ma vol­ta i pro­ble­mi del rap­por­to allog­gi-attrez­za­tu­re e quel­lo del­le rela­zio­ni con l’intero orga­ni­smo urba­no, ven­go­no posti in ter­mi­ni glo­ba­li».

Vale la pena accen­na­re a un paio di equi­vo­ci. Il pri­mo nasce dal fat­to che Fio­ren­ti­no ha sem­pre dichia­ra­to di ispi­rar­si al model­lo del­la pic­co­la cit­tà, ma non a quel­lo del quar­tie­re-satel­li­te: «Il nuo­vo Cor­via­le è una gran­de uni­tà resi­den­zia­le, un uni­co com­ples­so edi­li­zio che si svi­lup­pa con con­ti­nui­tà, che con­tie­ne ed espri­me la com­ples­si­tà e la ric­chez­za di rela­zio­ni pro­pria del­la cit­tà». La cri­ti­ca sarà sem­pre più pro­pen­sa a evi­den­zia­re le man­che­vo­lez­ze di Cor­via­le come cit­tà, piut­to­sto che rico­no­scer­ne gli ele­men­ti com­piu­ti di Cor­via­le come quar­tie­re.

Il secon­do equi­vo­co è che Fio­ren­ti­no, alme­no nel­la fase ini­zia­le, ha dichia­ra­to di ispi­rar­si alle «Uni­tés d’habitation» di Le Cor­bu­sier a Mar­si­glia e Ber­li­no. Su que­sto aspet­to i cri­ti­ci scri­ve­ran­no mol­to, per lo più rite­nen­do che Fio­ren­ti­no abbia tra­vi­sa­to o per­si­no tra­di­to le uni­tà resi­den­zia­li dell’insigne archi­tet­to-urba­ni­sta Le Cor­bu­sier. Un decen­nio dopo sarà lo stes­so Fio­ren­ti­no a sfi­lar­si da que­sto dibat­ti­to: «Va sven­ta­to subi­to l’equivoco che il Cor­via­le sia un’uni­tà di abi­ta­zio­ne. Cor­via­le si pone pro­prio al con­tra­rio dell’unità di abi­ta­zio­ne, che è sta­to pen­sa­to come ele­men­to ripe­ti­ti­vo, come un ele­men­to che vie­ne stu­dia­to nel­la sua com­ples­si­tà e fun­zio­na­li­tà e può esse­re ripe­tu­to. Il Cor­via­le nasce come un uni­cum per quel sito e per que­sta cit­tà di Roma» (inter­vi­sta del 1981, pub­bli­ca­ta da D’Agostino e Pen­ni­si in Cor­via­le un edi­fi­cio roma­no).

 

 

  1. — Il can­tie­re

 

Il can­tie­re ha dun­que ini­zio. Come ope­ra pre­li­mi­na­re occor­re rea­liz­za­re un cri­na­le arti­fi­cia­le, attra­ver­so un model­la­men­to del ter­re­no. Tre rilie­vi oro­gra­fi­ci rav­vi­ci­na­ti, inter­val­la­ti da pro­fon­de val­la­te, ven­go­no spia­na­ti e uni­ti, per otte­ne­re il basa­men­to su cui sor­ge­rà, in posi­zio­ne som­mi­ta­le, il nuo­vo edi­fi­cio. Pao­lo Jaco­bel­li (in Capi­to­lium, 1974), così descri­ve la mor­fo­lo­gia dell’area pri­ma dell’edificazione:

 

Il com­pren­so­rio fa par­te del Set­to­re Ove­st del­la cit­tà, ove si può rin­trac­cia­re un aspet­to fisi­co mol­to par­ti­co­la­re: una serie di col­li­ne con pro­fon­de ed arti­co­la­te zone val­li­ve, rispet­to alle qua­li gli inse­dia­men­ti edi­li­zi si loca­liz­za­no prin­ci­pal­men­te nel­le aree ele­va­te, men­tre le stra­de per­cor­ro­no sia i cri­na­li sia i fon­do­val­le. Si è deci­so da un lato di non com­pro­met­te­re l’attuale aspet­to mor­fo­lo­gi­co con un inter­ven­to spar­so, e dall’altro di dare al mag­gior nume­ro di uten­ti la mas­si­ma visi­bi­li­tà ver­so la cit­tà e ver­so la cam­pa­gna: ciò in quan­to la zona di Cor­via­le rap­pre­sen­ta un ter­mi­ne del­la cit­tà ver­so una cam­pa­gna anco­ra suf­fi­cien­te­men­te inte­gra e desti­na­ta dal PRG a rima­ne­re tale.

 

Posi­zio­nan­do l’edificio-città in cima ad un cri­na­le arti­fi­cia­le, Fio­ren­ti­no con­no­ta la cifra sti­li­sti­ca del nuo­vo edi­fi­cio come «mol­to roma­na», acco­mu­nan­do anche visi­va­men­te, sin da lon­ta­no, il Cor­via­le alle archi­tet­tu­re monu­men­ta­li di Roma anti­ca. Si pen­si, ad esem­pio, alla for­ma di un acque­dot­to che costeg­gia l’antica Via Appia. «È soprat­tut­to nel rap­por­to con il pae­sag­gio e nel con­tra­sto tra la sua mas­sa leg­gen­da­ria e la fran­tu­ma­zio­ne del­la cit­tà, da quel­la stes­sa mas­sa argi­na­ta, che il testa­men­to archi­tet­to­ni­co di Mario Fio­ren­ti­no si rive­la come un capo­la­vo­ro estre­mo», scri­ve l’arch. Fran­co Puri­ni in un’intervista all’Unità del 2001.

All’interno del­la strut­tu­ra Fio­ren­ti­no dichia­ra di voler recu­pe­ra­re gli ele­men­ti dell’architettura tra­di­zio­na­le ita­lia­na. In un’intervista del 1977 al col­le­ga Fran­co Puri­ni, Fio­ren­ti­no dice: «Pur con­si­de­ra­ta la par­ti­co­la­ri­tà degli spa­zi che si ven­go­no a deter­mi­na­re, tut­ta­via que­sti non sono alie­ni dal rife­ri­men­to ad ele­men­ti con­sue­ti del­la cit­tà con­so­li­da­ta: le por­te, gli obe­li­schi, le fon­ta­ne, le piaz­ze, il via­le albe­ra­to, il giar­di­no all’italiana, ripro­pon­go­no quel rap­por­to archi­tet­tu­ra-natu­ra tipi­co di una gran­de tra­di­zio­ne nazio­na­le, recu­pe­ran­do quel­la fami­lia­ri­tà con le for­me».

I lavo­ri di costru­zio­ne ven­go­no affi­da­ti ad un’unica impre­sa edi­le. Dopo le pri­me dif­fi­col­tà i lavo­ri si arre­sta­ro­no e l’impresa fal­li­sce. Risul­ta­no com­ple­ta­te le sole strut­tu­re in cemen­to arma­to e sono avvia­ti i pri­mi inter­ven­ti nel­la par­te resi­den­zia­le, men­tre tut­ta la par­te dei ser­vi­zi è incom­ple­ta.

Nel 1977 l’architetto Fran­co Puri­ni, curan­do l’antologia «Ritor­no a Roma» (pub­bli­ca­ta nel 1979), vi inse­ri­sce la lun­ga inter­vi­sta Cor­via­le rivi­si­ta­to, in cui chie­de a Fio­ren­ti­no di tor­na­re al Nuo­vo Cor­via­le, per trac­ciar­ne un pri­mo bilan­cio. Se il Fio­ren­ti­no del 1972 era l’architetto del­le cer­tez­ze, quel­lo del 1977 è l’architetto dei pri­mi dub­bi: «Rivi­si­ta­re Cor­via­le, a cin­que anni di distan­za dal­la sua pro­get­ta­zio­ne, ha signi­fi­ca­to far­si nuo­va­men­te cari­co di una serie di ambi­gui­tà con le qua­li qual­sia­si rein­ter­pre­ta­zio­ne si tro­va ine­vi­ta­bil­men­te a fare i con­ti». Nell’intervista sono pre­sen­ti, per la pri­ma vol­ta, ele­men­ti di par­zia­le auto­cri­ti­ca: «Que­sto dise­gno non rie­sce a nascon­de­re il rim­pian­to per le occa­sio­ni per­du­te e la con­sa­pe­vo­lez­za di una cri­si ma, comun­que, non vuo­le nega­re del tut­to l’eventualità che pos­sa­no esi­ste­re dei pia­ni, pro­ba­bil­men­te anco­ra tut­ti da defi­ni­re, per un pos­si­bi­le con­fron­to».

Suc­ces­si­va­men­te all’interruzione dei lavo­ri lo sce­na­rio com­ples­si­vo è di gran­de deso­la­zio­ne, qua­si il set di uno di quei film post-apo­ca­lit­ti­ci che in que­gli anni anda­va­no di gran moda. Pro­prio in que­gli anni il regi­sta David Worth, a capo di una pro­du­zio­ne ita­lo-ame­ri­ca­na, ottie­ne di gira­re nel can­tie­re in abban­do­no il film fan­ta­scien­ti­fi­co «I pre­da­to­ri dell’anno Ome­ga» (nei cine­ma ita­lia­ni nel 1984).

 

 

  1. — Le resi­den­ze

 

È arri­va­to il momen­to di avvi­ci­nar­ci ed entra­re den­tro la cit­tà linea­re.

La via d’accesso è data dal­la lun­ghis­si­ma rota­to­ria di via Maz­za­cu­ra­ti-via di Pog­gio ver­de – pro­ba­bil­men­te la più este­sa di Roma –, che repli­ca la for­ma dell’edificio pre­ce­den­do­lo sul­la fac­cia­ta est. Nel­la Rela­zio­ne Fio­ren­ti­no descri­ve que­sto anel­lo allun­ga­to come «un siste­ma di dire­zio­ni ele­men­ta­re, che si col­lo­ca in cre­sta al ter­re­no, in pre­ci­so rap­por­to con la cit­tà attra­ver­so un’ipotesi pro­get­tua­le con­cen­tra­ta, ad alta den­si­tà fon­dia­ria, per poter lascia­re natu­ra­le e libe­ra l’area restan­te». I due brac­ci dell’anello, sep­pur iden­ti­ci per lun­ghez­za, han­no fun­zio­ni dif­fe­ren­zia­te: il brac­cio di via Maz­za­cu­ra­ti assor­be il traf­fi­co velo­ce pro­ve­nien­te del­la Via Por­tuen­se, men­tre il brac­cio di via di Pog­gio ver­de è desti­na­to alla via­bi­li­tà inter­na ed è diret­ta­men­te col­lo­ca­to a ridos­so dei due pia­ni di auto­ri­mes­se: da que­sto pun­to in poi la cir­co­la­zio­ne nel­la cit­tà linea­re è com­plea­ta­men­te pedo­na­le.

Su via di Pog­gio ver­de si tro­va­no anche le cin­que piaz­ze. Scri­ve Fio­ren­ti­no: «Ci è sem­bra­to oppor­tu­no con­cen­tra­re in pun­ti sin­go­la­ri, in vere e pro­prie piaz­ze, i pun­ti di entra­ta. Que­sti pun­ti noda­li sono nodi, segni, illu­mi­na­ti anche di not­te insie­me alle cin­que sca­le con­do­mi­nia­li. Si trat­ta in sostan­za di cin­que piaz­ze d’ingresso a que­sta cit­tà». Le piaz­ze si pre­sen­ta­no oggi mol­to simi­li tra di loro e sono deno­mi­na­te, da nord a sud, lar­go Pio Fedi, lar­go Odoar­do Tabac­chi, lar­go Dome­ni­co Tren­ta­co­ste, lar­go Emi­lio Qua­drel­li, lar­go Cesa­re Reduz­zi; tut­ta­via Fio­ren­ti­no pen­sa­va ori­gi­na­ria­men­te ad una mar­ca­ta dif­fe­ren­zia­zio­ne visi­va: «Que­ste cin­que piaz­ze-nodi si dif­fe­ren­zia­no a livel­lo di siste­ma­zio­ne pla­ni­me­tri­ca ester­na e sono arric­chi­te ognu­na da un inter­ven­to tri­di­men­sio­na­le di gran­di dimen­sio­ni qua­li memo­rie di luo­ghi par­ti­co­la­ri e rico­no­sci­bi­li».

L’ingresso dell’edificio è dato dun­que da cin­que tor­ri-sca­la che si apro­no sul­le cin­que piaz­ze. Le tor­ri-sca­la, dota­te di ascen­so­ri, ver­ti­ca­liz­za­no la strut­tu­ra, per­met­ten­do l’ingresso dei pedo­ni ai pia­ni. In un’intervista all’Unità più vol­te richia­ma­ta (16 dicem­bre 2001, Cor­via­le, casa dei lin­guag­gi urba­ni), l’arch. Puri­ni par­la del­le tor­ri-sca­la in que­sti ter­mi­ni: «Il dispo­si­ti­vo degli acces­si e dei per­cor­si ver­ti­ca­li richia­ma la dimen­sio­ne colos­sa­le del­le sce­no­gra­fie di Metro­po­lis, rivis­su­te attra­ver­so i futu­ri­sti ita­lia­ni, le dina­mi­che fine­stre a nastro fan­no vibra­re con la loro tesa geo­me­tria l’atmosfera, le inci­sio­ni di Nico­la Car­ri­no con­fe­ri­sco­no al volu­me infi­ni­to sot­ti­li varia­zio­ni lumi­no­se».

L’edificio prin­ci­pa­le è rea­liz­za­to in set­ti in cemen­to arma­to ed è com­po­sto di due cor­pi posti a distan­za rav­vi­ci­na­ta (chia­ma­ti stec­che), soli­da­li fra di loro per le fon­da­men­ta. Le stec­che si svi­lup­pa­no in altez­za per 9 pia­ni fuo­ri ter­ra e gli affac­ci inter­ni sono per­cor­si da lun­ghis­si­mi bal­la­toi pedo­na­li, per l’intera lun­ghez­za dell’edificio.

La cir­co­la­zio­ne pedo­na­le inter­na è gover­na­ta da un com­ples­so siste­ma di segna­le­ti­ca, anco­ra oggi esi­sten­te, rea­liz­za­ta dal desi­gner Ste­fa­no Fio­ren­ti­no. Scri­ve Mario Fio­ren­ti­no, nel­la Rela­zio­ne: «Si è rite­nu­to impor­tan­te ricrea­re arti­fi­cial­men­te, attra­ver­so cioè un pro­ces­so pro­get­tua­le pro­gram­ma­to, una serie di rife­ri­men­ti e segna­li visi­vi di cui è così ric­ca la cit­tà sto­ri­ca. Una vol­ta entra­ti in que­sta cit­tà linea­re è evi­den­te che l’approccio al siste­ma pedo­na­le di distri­bu­zio­ne non può esse­re bana­le e affi­da­to solo alla dispo­ni­bi­li­tà degli spa­zi. È sta­to allo­ra intro­dot­to un siste­ma visi­vo signi­fi­ca­ti­vo dei vari livel­li di pre­ci­sio­ne per l’utente: una segna­le­ti­ca cioè, dal­la sca­la dell’architettura fino a quel­lo di segna­la­re un allog­gio par­ti­co­la­re. Que­sto è sta­to pos­si­bi­le attra­ver­so tut­ta una gam­ma di imma­gi­ni visi­ve di sca­la, qua­li­tà tec­no­lo­gi­ca e di valo­ri cro­ma­ti­ci dif­fe­ren­zia­ti. Una gui­da visi­va uti­liz­za­bi­le da adul­ti e bam­bi­ni».

 

 

  1. — Il caos-asse­gna­zio­ni del 1982

 

«Il com­ples­so degli allog­gi – scri­ve Fio­ren­ti­no nel­la Rela­zio­ne è sud­di­vi­so in cin­que uni­tà di gestio­ne, dota­te di una pro­pria piaz­za di ingres­so, smi­sta­men­to e con­trol­lo, e di una pro­pria sede per gli incon­tri, le riu­nio­ni con­do­mi­nia­li, atti­vi­tà socia­li in gene­re, in par­ti­co­la­ri atti­vi­tà extra-sco­la­sti­che. Tale scel­ta di tipo figu­ra­ti­vo coin­ci­de con la sud­di­vi­sio­ne ammi­ni­stra­ti­va». Le uni­tà di gestio­ne sono comu­ne­men­te deno­mi­na­te «lot­ti»: il I Lot­to (con ingres­so da lar­go Reduz­zi), II Lot­to (lar­go Qua­drel­li), III (Tren­ta­co­ste), IV (Tabac­chi) e V (Fedi). Ad essi si affian­ca il VI Lot­to, che coin­ci­de con il cor­po stac­ca­to di via dei Sam­pie­ri.

Tor­nia­mo all’ottobre 1982. Le pri­me abi­ta­zio­ni ven­go­no siste­ma­te alla meno peg­gio e con­se­gna­te agli inqui­li­ni sen­za che le uni­tà di gestio­ne sia­no entra­te in ser­vi­zio. Le pri­me asse­gna­zio­ni sono carat­te­riz­za­te da una fase cao­ti­ca, accom­pa­gna­te sin da subi­to da irre­go­la­ri­tà e onda­te di occu­pa­zio­ni. Il cine­ma ita­lia­no si fa testi­mo­ne di quel­la fase, con la com­me­dia «Sfrat­ta­to cer­ca casa equo cano­ne» (1983) del regi­sta Pier Fran­ce­sco Pin­gi­to­re. L’attore Pip­po Fran­co inter­pre­ta un padre di fami­glia rima­sto sen­za casa, che con meto­di fur­be­schi ottie­ne l’assegnazione di un appar­ta­men­to nel gigan­te­sco edi­fi­cio, met­ten­do già da allo­ra alla ber­li­na i prin­ci­pi urba­ni­sti­ci e ideo­lo­gi­ci che ave­va­no por­ta­to alla costru­zio­ne del Cor­via­le, e l’incapacità di Roma di gesti­re il «Mostro» Cor­via­le che essa stes­sa ave­va crea­to.

Nei due mesi che seguo­no Fio­ren­ti­no difen­de con for­za il suo pro­get­to, che ha vis­su­to e volu­to pro­fon­da­men­te. In quei due mesi Fio­ren­ti­no com­pie un tour de for­ce impres­sio­nan­te: alter­na dibat­ti­ti pub­bli­ci, incon­tri con le scuo­le, inter­vi­ste ai gior­na­li. Fio­ren­ti­no è con­sa­pe­vo­le di aver rea­liz­za­to il pro­get­to più impor­tan­te del­la sua vita: sa for­se di aver pre­pa­ra­to per una vita inte­ra quel pro­get­to; sa che il fal­li­men­to di Cor­via­le sarà il suo per­so­na­le fal­li­men­to. Mario Fio­ren­ti­no muo­re per un attac­co car­dia­co il 25 dicem­bre 1982. Imme­dia­ta­men­te si dif­fon­de la mal­di­cen­za che Fio­ren­ti­no sia mor­to sui­ci­da, non riu­scen­do ad accet­ta­re la brut­tu­ra del suo edi­fi­cio. Non è così: Fio­ren­ti­no morì pro­ba­bil­men­te a cau­sa del­la sua stes­sa crea­tu­ra, impe­gnan­do per difen­der­la ener­gie che il suo cor­po non era in gra­do di soste­ne­re, ma Fio­ren­ti­no non rin­ne­gò mai il suo sogno di Cor­via­le.

Poco dopo la sua mor­te, le occu­pa­zio­ni si tra­sfor­ma­no in arrem­bag­gio. Tut­te insie­me, 700 fami­glie occu­pa­no gli allog­gi anco­ra non asse­gna­ti.

In que­gli anni fio­ri­sce il dibat­ti­to sui modi per atti­va­re la gestio­ne dell’edificio-città. Due model­li allo­ra si con­trap­pon­go­no: quel­lo pater­na­li­sti­co, tra­di­zio­nal­men­te impie­ga­to dal­lo IACP, che si ritie­ne sia l’unico rea­li­sti­ca­men­te in gra­do di fun­zio­na­re; e il nuo­vo model­lo di gestio­ne comu­ni­ta­ria pen­sa­to da Fio­ren­ti­no. Fio­ren­ti­no, in un’intervista ave­va dife­so que­sto secon­do model­lo di gestio­ne, e spie­ga anzi che la par­te­ci­pa­zio­ne è l’uni­co modo pos­si­bi­le per gesti­re il palaz­zo:

 

Se l’inquilino di doma­ni pen­sa di ave­re una strut­tu­ra di tipo pater­na­li­sti­co, in cui tut­to vie­ne offer­to e nien­te gli vie­ne dato, è chia­ro che Cor­via­le è desti­na­to ad un fal­li­men­to cla­mo­ro­so, per­ché evi­den­te­men­te non è fat­to per una gestio­ne di tipo pater­na­li­sti­co. Se inve­ce i sug­ge­ri­men­ti che sono dati dagli spa­zi comu­ni per far­ne occa­sio­ne di lavo­ro comu­ne ver­ran­no uti­liz­za­ti dagli abi­tan­ti – se quin­di la gestio­ne di Cor­via­le diven­ta una gestio­ne di comu­ni­tà – allo­ra il discor­so diven­ta impor­tan­te. Que­sto, è chia­ro, dipen­de da una serie di con­si­de­ra­zio­ni riguar­dan­ti momen­ti di inter­ven­to da par­te del Comu­ne, del­lo IACP, di assi­sten­ti socia­li, di pro­mo­to­ri cul­tu­ra­li ecc. Per­ché noi abbia­mo scel­to una stra­da così rischio­sa? Per­ché io cre­do che di fron­te ad un pro­gram­ma gene­ri­co (e pen­so abba­stan­za pas­si­vo, come è quel­lo di gran par­te degli altri inter­ven­ti dell’IACP), for­se era uti­le fare un inter­ven­to che rap­pre­sen­tas­se una pro­ie­zio­ne, dal pun­to di vista non dell’architettura ma del­la gestio­ne, che fos­se un modo nuo­vo di gesti­re que­sti com­ples­si dell’IACP. Infat­ti da que­sti spun­ti può nasce­re un modo di rap­por­tar­si alla cit­tà – per­ché in effet­ti que­sto è un pez­zo di cit­tà! – com­ple­ta­men­te diver­so da quan­to avvie­ne nor­mal­men­te. È chia­ro che la rispo­sta in sen­so nega­ti­vo è che ognu­no si chiu­de den­tro, tut­to il resto vie­ne gesti­to attra­ver­so una ammi­ni­stra­zio­ne di tipo pater­na­li­sti­co, i ser­vi­zi ven­go­no sot­to­va­lu­ta­ti, e quin­di il risul­ta­to defi­ni­ti­vo può esse­re mol­to al di sot­to di quel­lo che uno si pro­po­ne­va. Si trat­ta inve­ce di pas­sa­re da una gestio­ne pura­men­te pri­va­ti­sti­ca o da una gestio­ne pater­na­li­sti­ca come è quel­la dell’IACP ad una gestio­ne di par­te­ci­pa­zio­ne degli inqui­li­ni alla vita del­la pro­pria comu­ni­tà, non dico del­la cit­tà. Le strut­tu­re fisi­che sono pre­di­spo­ste a che que­sto avven­ga, sono pron­te a rece­pir­lo. Non sta all’architetto fare il gesto­re, ma pre­di­spor­re le strut­tu­re per­ché que­sto sia pos­si­bi­le, evi­den­te­men­te sì.

 

 

  1. — I ser­vi­zi

 

Nel­la Rela­zio­ne al pro­get­to Fio­ren­ti­no pre­ve­de «tre grup­pi di ser­vi­zi di base», com­pren­den­ti cia­scu­no «un asi­lo-nido, una scuo­la mater­na ed un grup­po di eser­ci­zi com­mer­cia­li di pri­ma neces­si­tà al pia­no d’ingresso; alcu­ne deci­ne di loca­li desti­na­ti a bot­te­ghe, stu­di pro­fes­sio­na­li, atti­vi­tà arti­gia­na­li, ambu­la­to­ri situa­ti nel pia­no libe­ro; ed infi­ne una gran­de auto­ri­mes­sa che garan­ti­sce un posto mac­chi­na per ogni allog­gio».

 

[Auto­ri­mes­se inter­ra­te].

[Ser­vi­zi al pia­no di ingres­so].

[Loca­li al pia­no libe­ro].

 

Per la Spi­na dei ser­vi­zi riman­dia­mo al capi­to­lo dedi­ca­to.

 

 

  1. — Gli anni del degra­do (1982−2000)

 

Le occu­pa­zio­ni con­ti­nua­no a onda­te suc­ces­si­ve, per tut­ti gli Anni Ottan­ta e Novan­ta. 1200 sono gli appar­ta­men­ti uffi­cia­li, ai qua­li si affian­ca­no le altre abi­ta­zio­ni sor­te abu­si­va­men­te negli spa­zi comu­ni. La situa­zio­ne pre­ci­pi­ta in bre­ve nell’abbandono e nel degra­do.

Un sen­so di scon­for­tan­te impo­ten­za avvol­ge il Ser­pen­to­ne: pren­de pie­de l’idea che il Ser­pen­to­ne sia con­dan­na­to all’ingestibilità nel momen­to stes­so in cui è sta­to pro­get­ta­to. Un grup­po under­ground assai popo­la­re a Roma nei pri­mi Anni Novan­ta, i San­ta­ri­ta Sak­ka­scia, ha rias­sun­to que­sto sen­ti­men­to con ver­si dis­sa­cra­to­ri, qua­si una moder­na pasqui­na­ta. Il loro bra­no auto­pro­dot­to Ser­pen­to­ne (1993) così rim­brot­ta: «Tu gigan­teg­gi monu­men­ta­le /​ nel brul­lo pae­sag­gio di nuo­vo Cor­via­le /​ Ma nel veder­ti doman­do e dico /​ che caz­zo d’uomo t’ha con­ce­pi­to?». Abban­do­no e degra­do sono dun­que evi­den­ti agli abi­tan­ti, agli arti­sti, ma non ai pub­bli­ci ammi­ni­stra­to­ri. Per la ven­ti­na di anni suc­ces­si­vi alla rea­liz­za­zio­ne del Cor­via­le la linea del­le pub­bli­che ammi­ni­stra­zio­ni roma­ne – pur nel­la diver­si­tà degli orien­ta­men­ti poli­ti­ci che si era­no suc­ce­du­ti nel tem­po – rima­ne fer­ma nel difen­de­re a oltran­za l’idea uto­pi­ca di Fio­ren­ti­no e indi­ret­ta­men­te la bon­tà di quan­to rea­liz­za­to e la pos­si­bi­li­tà di gestir­lo.

Un cri­ti­co d’arte illu­stre, Bru­no Zevi, ave­va for­mu­la­to que­sta posi­zio­ne sin dal lon­ta­no 1983 nel sag­gio bre­ve La lama nel ter­ri­to­rio, nell’«Espres­so» n. 6:

 

[Cor­via­le] è un gesto corag­gio­so, anzi teme­ra­rio, che oggi vie­ne facil­men­te con­te­sta­to qua­le dot­tri­na­rio. Va inve­ce let­to come un ener­gi­co segno sul ter­ri­to­rio, un soli­do “fer­mo” all’espansione cao­ti­ca, diso­mo­ge­nea e squal­li­da. Pos­sia­mo pre­ve­de­re che, esau­ri­ta una spie­ga­bi­le fase pole­mi­ca, a que­sto inter­ven­to, pur cri­ti­ca­bi­le sot­to cer­ti aspet­ti, saran­no rico­no­sciu­ti plu­ri­mi meri­ti.

 

 

  1. — I cor­pi sepa­ra­ti

 

Al com­ples­so appar­ten­go­no anche due cor­pi secon­da­ri: la Tra­ver­saVI lot­to (posta a 45° rispet­to al cor­po prin­ci­pa­le) e le Case bas­se (alte 2 o 3 pia­ni, in paral­le­lo al cor­po prin­ci­pa­le).

Il VI lot­to repli­ca la strut­tu­ra dei pri­mi cin­que, ma è sepa­ra­to da essi. È col­le­ga­to con i pri­mi cin­que lot­ti da una pia­stra di col­le­ga­men­to sot­to la qua­le pas­sa via Maz­za­cu­ra­ti. Sul ter­mi­na­le del VI lot­to si tro­va oggi il cen­tro com­mer­cia­le Caset­ta Mat­tei, così come pre­vi­sto dal pro­get­to ori­gi­na­le.

Al di sot­to del­le stec­che, sul lato che guar­da ver­so la cam­pa­gna, si svi­lup­pa per un chi­lo­me­tro un’altra fila di abi­ta­zio­ni – le Case bas­se – di due o tre pia­ni.

 

 

  1. — Abbat­te­re Cor­via­le? (2000−2004)

 

Nel 2000, all’interno del volu­me «Roma. Gui­da all’architettura moder­na 1909 – 2000» (ed. Later­za) esce il sag­gio su Cor­via­le di Pie­ro Osti­lio Ros­si. In que­sto scrit­to l’autorevole docen­te uni­ver­si­ta­rio, pur nutren­do una gran­de ammi­ra­zio­ne per l’idea uto­pi­ca di Fio­ren­ti­no, rap­pre­sen­ta per la pri­ma vol­ta la neces­si­tà di por­tar­la a com­pi­men­to, se neces­sa­rio pre­scin­den­do dal­lo stret­to det­ta­to pre­vi­sto dal suo pro­get­ti­sta. Si par­la per la pri­ma vol­ta, insom­ma, del supe­ra­men­to dell’idea di Fio­ren­ti­no.

In quel­lo scor­cio dei pri­mi Anni Due­mi­la, in effet­ti, mol­ti archi­tet­ti, urba­ni­sti e pub­bli­ci ammi­ni­stra­to­ri, abban­do­na­no la posi­zio­ne di dife­sa a oltran­za di Cor­via­le, in favo­re di due nuo­vi e diver­si orien­ta­men­ti, oppo­sti e incon­ci­lia­bi­li fra loro: abbat­te­re Cor­via­le, oppu­re recu­pe­ra­re Cor­via­le. Entram­bi han­no come pre­sup­po­sto l’ammissione che l’idea di Fio­ren­ti­no, nel­la real­tà dei fat­ti, ha mal fun­zio­na­to e non è inte­gral­men­te rea­liz­za­bi­le, alme­no così come pre­vi­sta dal pro­get­to del 1972. Entram­bi gli orien­ta­men­ti, che con­cor­da­no nell’ana­li­si, sin­te­tiz­za­no solu­zio­ni diver­se. Andia­mo ora ad esa­mi­nar­li.

Il pri­mo orien­ta­men­to si rias­su­me nel­la for­mu­la «abbat­te­re per rico­strui­re». Esso pre­ve­de la costru­zio­ne di una new-town a fian­co del Ser­pen­to­ne, costrui­ta a vil­li­ni su una vasta area nel­la Tenu­ta dei Mas­si­mi, e, man mano che le nuo­ve case sono com­ple­ta­te, demo­li­re pro­gres­si­va­men­te la mole del Ser­pen­to­ne.

Gli arti­sti, si sa, pre­sen­to­no i tem­pi e sono da sem­pre buo­ni inter­pre­ti di Cor­via­le. Così toc­ca nell’anno 2001 al can­tau­to­re Max Gaz­zè, rap­pre­sen­ta­re il disa­gio per una par­ten­za (l’abbattimento) di cui però non è cer­to l’arri­vo (la rico­stru­zio­ne). Nel­la can­zo­ne Eclis­si di peri­fe­ria (dall’album «Ognu­no fa quel­lo che gli pare») Gaz­zè para­go­na il Cor­via­le, con paro­le di gran­de liri­smo, ad un’astronave che si vede decol­la­re ma non atter­ra­re:

 

Sot­to i baf­fi del quar­tie­re popo­la­re l’Astro­na­ve ha un sor­ri­so di pan­ni anco­ra ste­si. S’intrattiene sul­la col­li­na pri­ma del decol­lo: accen­sio­nemoto­ri… e qual­cu­no si gira a vede­re “Cor­via­le che pren­de il volo” e si tie­ne il cap­pel­lo con le mani, accan­to a una don­na che pre­ga l’eclissi di peri­fe­ria. Cado­no dal cie­lo pez­zi di fon­da­men­ta; e un bam­bi­no si com­muo­ve guar­dan­do sot­to un nido di for­mi­che cono­sciu­te. E dal­le fine­stre i faz­zo­let­ti come in cro­cie­ra agi­ta­no salu­ti. C’è chi abban­do­na i pac­chi del­la spe­sa per por­ta­re in brac­cio lo stu­po­re e la pau­ra di “Cor­via­le che pren­de il volo” […]. Rumo­re assor­dan­te rim­bal­za fra i palaz­zi. E gli abi­tan­ti come un gran­de cer­chio par­cheg­gia­no mac­chi­ne sui mar­cia­pie­di e man­gia­no i cel­lu­la­ri. Anco­ra per pochi secon­di il Ser­pen­te sbuf­fa sospe­so, poi pun­ta ai Pario­li.

 

Que­sto orien­ta­men­to, che pre­va­le nei pri­mi Anni Due­mi­la, coin­ci­de con un perio­do di sostan­zia­le immo­bi­li­tà nel­la gestio­ne dell’edificio: a cosa ser­ve, infat­ti, inter­ve­ni­re su un edi­fi­cio che a bre­ve si inten­de demo­li­re? Ma né la demo­li­zio­ne – né tan­to­me­no la rico­stru­zio­ne – sono una pro­spet­ti­va di bre­ve ter­mi­ne.

 

 

  1. — 2004. Il Labo­ra­to­rio ter­ri­to­ria­le

 

A metà degli Anni Due­mi­la pren­de for­za l’idea di un recu­pe­ro pos­si­bi­le di Cor­via­le. Que­sta idea si rias­su­me nel­la for­mu­la «recu­pe­ra­re l’esistente» e ripren­de­re, lad­do­ve pos­si­bi­le, quan­to di rea­liz­za­bi­le dell’idea uto­pi­ca di Fio­ren­ti­no. E tut­to que­sto dev’essere accom­pa­gna­to da un gran­de can­tie­re d’idee, un «Labo­ra­to­rio ter­ri­to­ria­le» che nasca dagli abi­tan­ti stes­si del Ser­pen­to­ne. A fare da sfon­do l’individuazione del­le neces­si­tà con­cre­te del quar­tie­re e il dibat­ti­to su for­me nego­zia­te di riqua­li­fi­ca­zio­ne del quar­tie­re

Così come il cri­ti­co Zevi ave­va espres­so in anni ormai lon­ta­ni l’orientamento del­la dife­sa a oltran­za di Cor­via­le, si deve a un altro illu­stre archi­tet­to, di aver defi­ni­to sul pia­no teo­ri­co l’idea di «Recu­pe­ra­re Cor­via­le». In un’intervista all’Unità del 16 dicem­bre 2001, dal tito­lo Cor­via­le, casa dei lin­guag­gi urba­ni, Fran­co Puri­ni espo­ne l’idea che «il futu­ro di Cor­via­le è nel Cor­via­le stes­so»:

 

Nono­stan­te quan­to espo­sto fino­ra – e for­se pro­prio a cau­sa di que­sto – il Cor­via­le è un “docu­men­to sto­ri­co” del­la cul­tu­ra del­la cit­tà, e al con­tem­po un pre­ge­vo­le “monu­men­to archi­tet­to­ni­co”, che esi­ge atten­zio­ne e rispet­to. [Cor­via­le] è l’opera più impor­tan­te rea­liz­za­ta a Roma in tut­ti gli anni Set­tan­ta e una del­le archi­tet­tu­re più signi­fi­ca­ti­ve del­la pro­du­zio­ne mon­dia­le di que­gli anni. Il futu­ro di Cor­via­le è nel Cor­via­le stes­so.

 

Una data segna que­sto cam­bio di sen­si­bi­li­tà e l’avvio del «can­tie­re d’idee»: il 3 giu­gno 2004. Quel gior­no avvie­ne nel Ser­pen­to­ne una per­for­man­ce dell’artista Mario Cic­cio­li (n. 1953), dal tito­lo Il Ponen­ti­no di Cor­via­le, che nasce da un work­shop con i ragaz­zi del­la scuo­la di Cor­via­le.  Il tema – sfa­ta­re la leg­gen­da urba­na che il Ser­pen­to­ne bloc­chi il ponen­ti­no – è in real­tà sol­tan­to il pre­te­sto per recu­pe­ra­re i suo­ni e il pre­sen­te dell’edificio-città, riflet­ten­do su come lo spa­zio pub­bli­co vie­ne vis­su­to, ricor­da­to, imma­gi­na­to e tra­sfor­ma­to dagli abi­tan­ti.

Per la pri­ma vol­ta matu­ra l’idea che il Ser­pen­to­ne, a fian­co ai suoi pro­ble­mi, pre­sen­ta anche del­le carat­te­ri­sti­che di ele­va­ta qua­li­tà. Abbia­mo rin­trac­cia­to uno scrit­to del diri­gen­te ATER Clau­dio Rosi, che nel 2007 scri­ve (Pro­ble­mi di gestio­ne, in «Meta­mor­fo­si» n. 67, p. 24):

 

Se usia­mo para­me­tri euro­pei per valu­ta­re la vivi­bi­li­tà del quar­tie­re, qua­li la qua­li­tà dell’aria, i par­cheg­gi, il ver­de, il livel­lo di inqui­na­men­to acu­sti­co, i ser­vi­zi, dob­bia­mo con­si­de­ra­re che il Cor­via­le è ai pri­mi posti: è ben col­le­ga­to, ha una dota­zio­ne di ver­de sopra la media, ha spa­zi per i bam­bi­ni, ha spa­zi per lo sport mag­gio­ri di altri quar­tie­ri a Roma, ha un cen­tro poli­va­len­te attrez­za­to con una biblio­te­ca, un cen­tro di for­ma­zio­ne e orien­ta­men­to al lavo­ro, un incu­ba­to­re d’impresa ecc.

 

Anno­tia­mo, come un dia­rio, alcu­ni fat­ti degli anni suc­ces­si­vi. Nel 2006 la regi­sta austria­ca Katha­ri­na Copo­ny rea­liz­za per ZDF il film-docu­men­ta­rio «Il Palaz­zo».

 

[Nes­su­na anno­ta­zio­ne per il 2007]

 

Il 22 gen­na­io 2008 l’architetto Andrea Giun­ti, cura­to­re del pro­gram­ma tele­vi­si­vo Vive­re l’architettura, dedi­ca una pun­ta­ta mono­gra­fi­ca al Ser­pen­to­ne, dal tito­lo Abi­ta­re l’utopia. Il suo giu­di­zio è inte­res­san­te per­ché col­lo­ca il Cor­via­le sul pia­no sto­ri­co: i pre­sup­po­sti teo­ri­ci di Cor­via­le era­no vali­di in una cer­ta epo­ca, oggi è pos­si­bi­le non rin­ne­gar­li ma attua­liz­zar­li:

 

Que­sta archi­tet­tu­ra rap­pre­sen­ta nel­la sua gran­dez­za un’epoca, le sue spe­ran­ze e i suoi pro­get­ti. Io cre­do che que­sta sia la chia­ve di let­tu­ra con la qua­le noi dob­bia­mo guar­da­re que­sta archi­tet­tu­ra. […] Cor­via­le secon­do me è una gran­de archi­tet­tu­ra. Io pen­so che Cor­via­le sia il com­ple­ta­men­to di un perio­do ideo­lo­gi­co tra­sfor­ma­to in archi­tet­tu­ra. […] Cor­via­le è un espe­ri­men­to che è in stand-by, per­ché pen­so che i pre­sup­po­sti fos­se­ro e sono tut­to­ra vali­di. Noi dob­bia­mo pen­sa­re che Cor­via­le è un edi­fi­cio non com­ple­ta­to, quin­di la pos­si­bi­li­tà di dare un giu­di­zio defi­ni­ti­vo non ce l’abbiamo.

 

In quell’anno 2008 un altro regi­sta, Mar­co Danie­li, rea­liz­za il film-docu­men­ta­rio Il silen­zio del Cor­via­le.

E, sem­pre in quell’anno, esce un apprez­za­to sag­gio a cura di Luca Moni­ca, dal tito­lo Gal­la­ra­te­se Cor­via­le Zen. I con­fi­ni del­la cit­tà moder­na: gran­di archi­tet­tu­re resi­den­zia­li (Festi­val Archi­tet­tu­ra, Par­ma).

Nel 2009 esce la bel­la inda­gi­ne a cura di Anna del Mona­co – Cor­via­le Accom­pli­shed. Func­tion and Disfunc­tion of Social Hou­sing (La Sapien­za) –, che ha ragio­na­to sul­la soste­ni­bi­li­tà odier­na degli inter­ven­ti di social hou­sing su vasta sca­la e sul recu­pe­ro del­le idee di Fio­ren­ti­no.

In quell’anno, nell’anfiteatro di Cor­via­le, il regi­sta Miche­le Civet­ta gira il video­clip Come la Cina, del rap­per Fabio Riz­zo, in arte Mar­ra­cash.

 

 

  1. — 2010. I pri­mi inter­ven­ti com­ples­si­vi

 

In aggior­na­men­to.

 

Dopo una serie di inter­ven­ti par­zia­li, nel 2010 ini­zia un lun­go dif­fi­ci­le cam­mi­no di riqua­li­fi­ca­zio­ne com­ples­si­va, accom­pa­gna­to da un dibat­ti­to sul­le solu­zio­ni di lun­go perio­do.

In quell’anno i regi­sti roma­ni Mat­teo Botru­gno e Danie­le Coluc­ci­ni gira­no nel Ser­pen­to­ne il film dram­ma­ti­co Et in ter­ra pax.

 

[Nes­su­na anno­ta­zio­ne per il 2011]

[Nes­su­na anno­ta­zio­ne per il 2012]

[Nes­su­na anno­ta­zio­ne per il 2013]

 

Nel 2014 il regi­sta Ric­car­do Mila­ni gira il film Scu­sa­te se esi­sto. La pro­ta­go­ni­sta, l’attrice Pao­la Cor­tel­le­si, è un archi­tet­to che pro­get­ta la riqua­li­fi­ca­zio­ne del Ser­pen­to­ne.

Sem­pre in quell’anno il can­tan­te Mario venu­ti cita il Ser­pen­to­ne nel bra­no Ven­tre del­la cit­tà, un bra­no per la veri­tà non trop­po feli­ce, con con­te­nu­ti debo­li e pie­ni di luo­ghi comu­ni: «Sto­rie di Cor­via­le […] sono con­fic­ca­te come pugna­li nel ven­tre del­la cit­tà. Ci incon­tre­re­mo le sere d’estate sul mare d’asfalto di que­ste bor­ga­te. Non sarà male fer­mar­si a guar­da­re le nostre feri­te, le stel­le inven­ta­te […]. C’è chi non la leg­ge solo den­tro i libri, la cer­ca altro­ve la poe­sia […]. Tu la puoi tro­va­re dove Cri­sto muo­re, nel ven­tre del­la cit­tà».

 

 

  1. — 2015. Rige­ne­ra­re Cor­via­le

 

In aggior­na­men­to.

 

Nel 2015 esce lo stu­dio di Otto Hainzl inti­to­la­to Cor­via­le, Hei­del­berg, Keh­rer (Ver­lag).

 

[Con­cor­so Rige­ne­ra­re Cor­via­le]

 

Il 4 dicem­bre 2015 è sta­to pro­cla­ma­to il pro­get­to vin­ci­to­re del con­cor­so inter­na­zio­na­le “Rige­ne­ra­re Cor­via­le” (vin­ci­to­re arch. Lau­ra Pedret­ti del­lo Stu­dio Insi­to).

 

[Cor­via­le Doma­ni – Expo — Pon­ti­li]