Nuovo Corviale è una «città lineare» lunga 1 km, progettata nel 1972 dall’arch. Mario Fiorentino su commessa IACP. Il corpo unico in cemento armato è alto 9 piani ed è suddiviso in cinque lotti, separati da torri-scala. Lunghissimi ballatoi interni danno accesso ai piani, che integrano – almeno nel progetto originario – residenze, spazi comunitari e servizi. Le prime abitazioni sono consegnate nel 1982. Seguono le occupazioni, l’abbandono, il degrado e un lungo difficile cammino di riqualificazione. Corviale è oggi il simbolo delle contraddizioni di Roma, ma anche di un riscatto possibile.

 

 

  1. — Una committenza atipica

 

L’edificio residenziale pubblico «Nuovo Corviale» ha tanti nomi – Serpentone, Palazzone, «er Kilommetro», carcere, mostro, «Grattacielo sdraiato» – e non mancano le colorite locuzioni: «quello che ha fermato er Ponentino», o «quello che l’architetto s’è ammazzato». Sgombriamo subito il campo: il Nuovo Corviale non ferma la brezza marina; e il suo progettista Mario Fiorentino non si è suicidato, ha anzi difeso e amato il suo edificio più difficile. Però per raccontare Corviale bisogna partire proprio dalla pluralità di nomi, per rappresentare quanto ampio sia il dibattito che questa opera architettonica, tra le più controverse dell’Italia post-bellica, ha significato nell’immaginario collettivo.

Tutto parte probabilmente dalle richieste fuori scala della committenza, l’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP). Fino ad allora – sono gli Anni Sessanta del boom edilizio nella Capitale – l’ente aveva sfornato una dopo l’altra nuove lottizzazioni secondo lo schema costruttivo del «quartiere-dormitorio»: ovvero un’intera lottizzazione a uso abitativo (residenze), allacciata alle utenze primarie (acqua, luce, gas, fogne ecc.) ma fisicamente distante da tutti gli altri servizi, localizzati altrove. Nuovi fenomeni (ad esempio la motorizzazione di massa) e solidarietà antiche (di famiglie spesso molto numerose provenienti dalla campagna) rendevano sostenibile questo modello. Caratterizzano i lotti IACP fino agli Anni Sessanta le piccole e medie dimensioni e una dignitosa economia costruttiva, con componenti a basso costo: queste palazzine e complessi non sono sicuramente belli ma sono funzionali al programma costituzionale della «casa per tutti». «Vai finalmente a stare in città – cantava nel 1966 Adriano Celentano nel Ragazzo della via Gluck . Là troverai le cose che non hai avuto qui, potrai lavarti in casa […]. Mentre là in Centro io respiro il cemento: solo case su case, catrame e cemento. Là dove c’era l’erba, ora c’è una città…».

Eppure, in quello scorcio dei primi Anni Settanta, le regole d’ingaggio cambiano. La nuova lottizzazione del Piano di Zona n. 61 (così si chiamava allora, in freddo linguaggio burocratico il Nuovo Corviale) dovrà seguire, infatti, tre nuove regole, del tutto inedite per la Capitale, e tutte vistosamente fuori scala. La prima è l’elevata volumetria (mai a Roma era stato realizzato un edificio così grande!); la seconda è la realizzazione in economia (sostituendo i componenti a basso costo con gli innovativi componenti prefabbricati, ancora più economici); la terza e ultima è seguire un «modello di sviluppo abitativo in netto distacco dallo sviluppo urbanistico di Roma iniziato negli Anni Sessanta». Quest’ultima è la richiesta principale del committente: abbandonare il «modello romano», che alcuni critici paragonavano già allora a un nuovo sacco di Roma. Lo IACP in sostanza non dice cosa vuole, dice semplicemente ciò che non vuole: non vuole un altro quartiere-dormitorio; lo vuole grande e deve costare poco.

Nel 1972 l’ente affida la progettazione della lottizzazione all’architetto Mario Fiorentino (1918-1982). Raccontare la biografia di Fiorentino ci svela in parte le caratteristiche dei suoi progetti. Fiorentino è l’emblema dell’intellettuale impegnato dell’Italia post-bellica. Partigiano, è suo il Memoriale delle Fosse Ardeatine, negli Anni Cinquanta progetta residenze avveniristiche nella Roma del boom, scrive nel 1962 il Nuovo Piano Regolatore della città. Dal 1972 lascia tutto per dedicarsi alla lottizzazione di Corviale. Il suo caro amico e maestro, Bruno Zevi, racconta così quei giorni:

 

Dopo il Piano regolatore, si dedica con passione a maturarne l’idea cardine: formulare strumenti adatti alle enormi dimensioni dell’impresa, a rapportarla al “cuore antico” nobilitandone le frange nonché al sistema regionale. Esamina ogni ipotesi, dal metadesign alla partecipazione, reclamando una qualità globale che sostituisca meccanismi di facile obsolescenza e garantisca lo sviluppo nel tempo di un’autentica metropoli moderna. Rientra in questo quadro d’interessi il tanto discusso insediamento di Corviale, complessa lama estesa per un chilometro, che costituisce la sua più vistosa fatica.

 

Un collaboratore di Zevi, Giorgio Muratore, racconterà anni dopo (Salviamo Corviale in «Area» n. 61, 2002) che Fiorentino accettò quel progetto proprio perché rappresentava la conclusione ideale della sua carriera, in sostanza la sua ultima opera:

 

Mario Fiorentino lo progettò al culmine della sua carriera, in un momento di consapevole ottimismo, nell’illusione di porre un freno alla immonda espansione romana, fiducioso nelle potenzialità pedagogiche di un’architettura civile, ove la qualità dell’oggetto sarebbe dovuta divenire dimensione estetica ed etica insieme. Ne fece perciò il suo monumentale memento edilizio, considerandone il sito alla stregua di un tempio laico, affacciato alla classica maniera greca sul panorama incontaminato […]. All’indomani di un suo recente viaggio in Cina, allora così vicina, ne fece una “muraglia” destinata a contenere l’imbarbarimento della più contaminata periferia romana, e un edificio colossale per riscattarne attraverso la massa il senso di un abitare collettivo, che si misurava con i fasti di un’ideologia collettivistica ancora dominante […].

 

 

  1. — Il progetto

 

Fiorentino riunisce intorno al Piano di Zona 61 un team di qualificati progettisti. Tra di essi i nomi importanti di Michele Valori, Giulio Sterbini, Federico Gorio e Pier Maria Lugli, e persino il designer Stefano Fiorentino, suo figlio.

Coerentemente con le richieste, fin dalla Relazione di progetto (1972) Fiorentino dichiara che non realizzerà un altro quartiere-dormitorio: «Il progetto rientra nelle ricerche per una nuova dimensione dell’habitat, che si ponga come radicale alternativa alla dispersione dell’attuale periferia, al ruolo subalterno che riveste nei confronti del centro urbano, alla disaggregazione tra residenze e servizi, al declassamento sociale che la caratterizzano». Rifiutato il quartiere-dormitorio, a Fiorentino non rimangono a disposizione che altri due modelli tradizionali: il quartiere-satellite o creare una piccola città.

Questi due modelli vanno spiegati. Il quartiere-satellite è costituito da un nucleo di residenze, equipaggiato fin dall’inizio non solo con le utenze primarie ma anche con una serie di servizi essenziali in grado di soddisfare i bisogni primari degli abitanti; nel quartiere-satellite mancano i servizi specializzati, che continuano ad essere localizzati in città: il quartiere-satellite, pur avendo nel quotidiano una certa autonomia, gravita pur sempre intorno alla città per i bisogni complessi.

L’alternativa al quartiere-satellite è uno schema costruttivo italianissimo, chiamato «città di fondazione» ed ereditato direttamente dal fascismo: il nuovo quartiere è in pratica una piccola città, progettata per provvedere autarchicamente a se stessa, del tutto autonoma: tutte le residenze e tutti i servizi sono realizzati contemporaneamente, in un’unica fase costruttiva, e non sono previsti sviluppi ulteriori. Sono esempi di questo tipo le città di Latina, Sabaudia, Aprilia ecc.

Va detto subito che il progetto di Fiorentino non può inquadrarsi né in un modello né nell’altro: Corviale non è né un quartiere-satellite né una città di fondazione, ma piuttosto un ibrido delle due, destinato a divenire un genere a sé. Corviale è molto più di un quartiere-satellite, molto meno di una città di fondazione. Fiorentino conia il nuovo termine di «città lineare» e così nella Relazione descrive il nuovo modello: «L’organismo va pensato come un pezzo di città lineare, non come una casa. [Non è] una casa solo più lunga di una casa tradizionale [ma] un sistema di un chilometro, profondo 200 metri, altamente integrato fra servizi e residenze». Uno dei primissimi articoli di stampa che parlano di Corviale descrive il nuovo edificio come un corpo intermedio tra una casa e una città. Paolo Jacobelli, su Capitolium di aprile 1974 scrive: «Il progetto rappresenta un’esperienza del tutto singolare: per la prima volta i problemi del rapporto alloggi-attrezzature e quello delle relazioni con l’intero organismo urbano, vengono posti in termini globali».

Vale la pena accennare a un paio di equivoci. Il primo nasce dal fatto che Fiorentino ha sempre dichiarato di ispirarsi al modello della piccola città, ma non a quello del quartiere-satellite: «Il nuovo Corviale è una grande unità residenziale, un unico complesso edilizio che si sviluppa con continuità, che contiene ed esprime la complessità e la ricchezza di relazioni propria della città». La critica sarà sempre più propensa a evidenziare le manchevolezze di Corviale come città, piuttosto che riconoscerne gli elementi compiuti di Corviale come quartiere.

Il secondo equivoco è che Fiorentino, almeno nella fase iniziale, ha dichiarato di ispirarsi alle «Unités d’habitation» di Le Corbusier a Marsiglia e Berlino. Su questo aspetto i critici scriveranno molto, per lo più ritenendo che Fiorentino abbia travisato o persino tradito le unità residenziali dell’insigne architetto-urbanista Le Corbusier. Un decennio dopo sarà lo stesso Fiorentino a sfilarsi da questo dibattito: «Va sventato subito l’equivoco che il Corviale sia un’unità di abitazione. Corviale si pone proprio al contrario dell’unità di abitazione, che è stato pensato come elemento ripetitivo, come un elemento che viene studiato nella sua complessità e funzionalità e può essere ripetuto. Il Corviale nasce come un unicum per quel sito e per questa città di Roma» (intervista del 1981, pubblicata da D’Agostino e Pennisi in Corviale un edificio romano).

 

 

  1. — Il cantiere

 

Il cantiere ha dunque inizio. Come opera preliminare occorre realizzare un crinale artificiale, attraverso un modellamento del terreno. Tre rilievi orografici ravvicinati, intervallati da profonde vallate, vengono spianati e uniti, per ottenere il basamento su cui sorgerà, in posizione sommitale, il nuovo edificio. Paolo Jacobelli (in Capitolium, 1974), così descrive la morfologia dell’area prima dell’edificazione:

 

Il comprensorio fa parte del Settore Ovest della città, ove si può rintracciare un aspetto fisico molto particolare: una serie di colline con profonde ed articolate zone vallive, rispetto alle quali gli insediamenti edilizi si localizzano principalmente nelle aree elevate, mentre le strade percorrono sia i crinali sia i fondovalle. Si è deciso da un lato di non compromettere l’attuale aspetto morfologico con un intervento sparso, e dall’altro di dare al maggior numero di utenti la massima visibilità verso la città e verso la campagna: ciò in quanto la zona di Corviale rappresenta un termine della città verso una campagna ancora sufficientemente integra e destinata dal PRG a rimanere tale.

 

Posizionando l’edificio-città in cima ad un crinale artificiale, Fiorentino connota la cifra stilistica del nuovo edificio come «molto romana», accomunando anche visivamente, sin da lontano, il Corviale alle architetture monumentali di Roma antica. Si pensi, ad esempio, alla forma di un acquedotto che costeggia l’antica Via Appia. «È soprattutto nel rapporto con il paesaggio e nel contrasto tra la sua massa leggendaria e la frantumazione della città, da quella stessa massa arginata, che il testamento architettonico di Mario Fiorentino si rivela come un capolavoro estremo», scrive l’arch. Franco Purini in un’intervista all’Unità del 2001.

All’interno della struttura Fiorentino dichiara di voler recuperare gli elementi dell’architettura tradizionale italiana. In un’intervista del 1977 al collega Franco Purini, Fiorentino dice: «Pur considerata la particolarità degli spazi che si vengono a determinare, tuttavia questi non sono alieni dal riferimento ad elementi consueti della città consolidata: le porte, gli obelischi, le fontane, le piazze, il viale alberato, il giardino all’italiana, ripropongono quel rapporto architettura-natura tipico di una grande tradizione nazionale, recuperando quella familiarità con le forme».

I lavori di costruzione vengono affidati ad un’unica impresa edile. Dopo le prime difficoltà i lavori si arrestarono e l’impresa fallisce. Risultano completate le sole strutture in cemento armato e sono avviati i primi interventi nella parte residenziale, mentre tutta la parte dei servizi è incompleta.

Nel 1977 l’architetto Franco Purini, curando l’antologia «Ritorno a Roma» (pubblicata nel 1979), vi inserisce la lunga intervista Corviale rivisitato, in cui chiede a Fiorentino di tornare al Nuovo Corviale, per tracciarne un primo bilancio. Se il Fiorentino del 1972 era l’architetto delle certezze, quello del 1977 è l’architetto dei primi dubbi: «Rivisitare Corviale, a cinque anni di distanza dalla sua progettazione, ha significato farsi nuovamente carico di una serie di ambiguità con le quali qualsiasi reinterpretazione si trova inevitabilmente a fare i conti». Nell’intervista sono presenti, per la prima volta, elementi di parziale autocritica: «Questo disegno non riesce a nascondere il rimpianto per le occasioni perdute e la consapevolezza di una crisi ma, comunque, non vuole negare del tutto l’eventualità che possano esistere dei piani, probabilmente ancora tutti da definire, per un possibile confronto».

Successivamente all’interruzione dei lavori lo scenario complessivo è di grande desolazione, quasi il set di uno di quei film post-apocalittici che in quegli anni andavano di gran moda. Proprio in quegli anni il regista David Worth, a capo di una produzione italo-americana, ottiene di girare nel cantiere in abbandono il film fantascientifico «I predatori dell’anno Omega» (nei cinema italiani nel 1984).

 

 

  1. — Le residenze

 

È arrivato il momento di avvicinarci ed entrare dentro la città lineare.

La via d’accesso è data dalla lunghissima rotatoria di via Mazzacurati-via di Poggio verde – probabilmente la più estesa di Roma –, che replica la forma dell’edificio precedendolo sulla facciata est. Nella Relazione Fiorentino descrive questo anello allungato come «un sistema di direzioni elementare, che si colloca in cresta al terreno, in preciso rapporto con la città attraverso un’ipotesi progettuale concentrata, ad alta densità fondiaria, per poter lasciare naturale e libera l’area restante». I due bracci dell’anello, seppur identici per lunghezza, hanno funzioni differenziate: il braccio di via Mazzacurati assorbe il traffico veloce proveniente della Via Portuense, mentre il braccio di via di Poggio verde è destinato alla viabilità interna ed è direttamente collocato a ridosso dei due piani di autorimesse: da questo punto in poi la circolazione nella città lineare è compleatamente pedonale.

Su via di Poggio verde si trovano anche le cinque piazze. Scrive Fiorentino: «Ci è sembrato opportuno concentrare in punti singolari, in vere e proprie piazze, i punti di entrata. Questi punti nodali sono nodi, segni, illuminati anche di notte insieme alle cinque scale condominiali. Si tratta in sostanza di cinque piazze d’ingresso a questa città». Le piazze si presentano oggi molto simili tra di loro e sono denominate, da nord a sud, largo Pio Fedi, largo Odoardo Tabacchi, largo Domenico Trentacoste, largo Emilio Quadrelli, largo Cesare Reduzzi; tuttavia Fiorentino pensava originariamente ad una marcata differenziazione visiva: «Queste cinque piazze-nodi si differenziano a livello di sistemazione planimetrica esterna e sono arricchite ognuna da un intervento tridimensionale di grandi dimensioni quali memorie di luoghi particolari e riconoscibili».

L’ingresso dell’edificio è dato dunque da cinque torri-scala che si aprono sulle cinque piazze. Le torri-scala, dotate di ascensori, verticalizzano la struttura, permettendo l’ingresso dei pedoni ai piani. In un’intervista all’Unità più volte richiamata (16 dicembre 2001, Corviale, casa dei linguaggi urbani), l’arch. Purini parla delle torri-scala in questi termini: «Il dispositivo degli accessi e dei percorsi verticali richiama la dimensione colossale delle scenografie di Metropolis, rivissute attraverso i futuristi italiani, le dinamiche finestre a nastro fanno vibrare con la loro tesa geometria l’atmosfera, le incisioni di Nicola Carrino conferiscono al volume infinito sottili variazioni luminose».

L’edificio principale è realizzato in setti in cemento armato ed è composto di due corpi posti a distanza ravvicinata (chiamati stecche), solidali fra di loro per le fondamenta. Le stecche si sviluppano in altezza per 9 piani fuori terra e gli affacci interni sono percorsi da lunghissimi ballatoi pedonali, per l’intera lunghezza dell’edificio.

La circolazione pedonale interna è governata da un complesso sistema di segnaletica, ancora oggi esistente, realizzata dal designer Stefano Fiorentino. Scrive Mario Fiorentino, nella Relazione: «Si è ritenuto importante ricreare artificialmente, attraverso cioè un processo progettuale programmato, una serie di riferimenti e segnali visivi di cui è così ricca la città storica. Una volta entrati in questa città lineare è evidente che l’approccio al sistema pedonale di distribuzione non può essere banale e affidato solo alla disponibilità degli spazi. È stato allora introdotto un sistema visivo significativo dei vari livelli di precisione per l’utente: una segnaletica cioè, dalla scala dell’architettura fino a quello di segnalare un alloggio particolare. Questo è stato possibile attraverso tutta una gamma di immagini visive di scala, qualità tecnologica e di valori cromatici differenziati. Una guida visiva utilizzabile da adulti e bambini».

 

 

  1. — Il caos-assegnazioni del 1982

 

«Il complesso degli alloggi – scrive Fiorentino nella Relazione è suddiviso in cinque unità di gestione, dotate di una propria piazza di ingresso, smistamento e controllo, e di una propria sede per gli incontri, le riunioni condominiali, attività sociali in genere, in particolari attività extra-scolastiche. Tale scelta di tipo figurativo coincide con la suddivisione amministrativa». Le unità di gestione sono comunemente denominate «lotti»: il I Lotto (con ingresso da largo Reduzzi), II Lotto (largo Quadrelli), III (Trentacoste), IV (Tabacchi) e V (Fedi). Ad essi si affianca il VI Lotto, che coincide con il corpo staccato di via dei Sampieri.

Torniamo all’ottobre 1982. Le prime abitazioni vengono sistemate alla meno peggio e consegnate agli inquilini senza che le unità di gestione siano entrate in servizio. Le prime assegnazioni sono caratterizzate da una fase caotica, accompagnate sin da subito da irregolarità e ondate di occupazioni. Il cinema italiano si fa testimone di quella fase, con la commedia «Sfrattato cerca casa equo canone» (1983) del regista Pier Francesco Pingitore. L’attore Pippo Franco interpreta un padre di famiglia rimasto senza casa, che con metodi furbeschi ottiene l’assegnazione di un appartamento nel gigantesco edificio, mettendo già da allora alla berlina i principi urbanistici e ideologici che avevano portato alla costruzione del Corviale, e l’incapacità di Roma di gestire il «Mostro» Corviale che essa stessa aveva creato.

Nei due mesi che seguono Fiorentino difende con forza il suo progetto, che ha vissuto e voluto profondamente. In quei due mesi Fiorentino compie un tour de force impressionante: alterna dibattiti pubblici, incontri con le scuole, interviste ai giornali. Fiorentino è consapevole di aver realizzato il progetto più importante della sua vita: sa forse di aver preparato per una vita intera quel progetto; sa che il fallimento di Corviale sarà il suo personale fallimento. Mario Fiorentino muore per un attacco cardiaco il 25 dicembre 1982. Immediatamente si diffonde la maldicenza che Fiorentino sia morto suicida, non riuscendo ad accettare la bruttura del suo edificio. Non è così: Fiorentino morì probabilmente a causa della sua stessa creatura, impegnando per difenderla energie che il suo corpo non era in grado di sostenere, ma Fiorentino non rinnegò mai il suo sogno di Corviale.

Poco dopo la sua morte, le occupazioni si trasformano in arrembaggio. Tutte insieme, 700 famiglie occupano gli alloggi ancora non assegnati.

In quegli anni fiorisce il dibattito sui modi per attivare la gestione dell’edificio-città. Due modelli allora si contrappongono: quello paternalistico, tradizionalmente impiegato dallo IACP, che si ritiene sia l’unico realisticamente in grado di funzionare; e il nuovo modello di gestione comunitaria pensato da Fiorentino. Fiorentino, in un’intervista aveva difeso questo secondo modello di gestione, e spiega anzi che la partecipazione è l’unico modo possibile per gestire il palazzo:

 

Se l’inquilino di domani pensa di avere una struttura di tipo paternalistico, in cui tutto viene offerto e niente gli viene dato, è chiaro che Corviale è destinato ad un fallimento clamoroso, perché evidentemente non è fatto per una gestione di tipo paternalistico. Se invece i suggerimenti che sono dati dagli spazi comuni per farne occasione di lavoro comune verranno utilizzati dagli abitanti – se quindi la gestione di Corviale diventa una gestione di comunità – allora il discorso diventa importante. Questo, è chiaro, dipende da una serie di considerazioni riguardanti momenti di intervento da parte del Comune, dello IACP, di assistenti sociali, di promotori culturali ecc. Perché noi abbiamo scelto una strada così rischiosa? Perché io credo che di fronte ad un programma generico (e penso abbastanza passivo, come è quello di gran parte degli altri interventi dell’IACP), forse era utile fare un intervento che rappresentasse una proiezione, dal punto di vista non dell’architettura ma della gestione, che fosse un modo nuovo di gestire questi complessi dell’IACP. Infatti da questi spunti può nascere un modo di rapportarsi alla città – perché in effetti questo è un pezzo di città! – completamente diverso da quanto avviene normalmente. È chiaro che la risposta in senso negativo è che ognuno si chiude dentro, tutto il resto viene gestito attraverso una amministrazione di tipo paternalistico, i servizi vengono sottovalutati, e quindi il risultato definitivo può essere molto al di sotto di quello che uno si proponeva. Si tratta invece di passare da una gestione puramente privatistica o da una gestione paternalistica come è quella dell’IACP ad una gestione di partecipazione degli inquilini alla vita della propria comunità, non dico della città. Le strutture fisiche sono predisposte a che questo avvenga, sono pronte a recepirlo. Non sta all’architetto fare il gestore, ma predisporre le strutture perché questo sia possibile, evidentemente sì.

 

 

  1. — I servizi

 

Nella Relazione al progetto Fiorentino prevede «tre gruppi di servizi di base», comprendenti ciascuno «un asilo-nido, una scuola materna ed un gruppo di esercizi commerciali di prima necessità al piano d’ingresso; alcune decine di locali destinati a botteghe, studi professionali, attività artigianali, ambulatori situati nel piano libero; ed infine una grande autorimessa che garantisce un posto macchina per ogni alloggio».

 

[Autorimesse interrate].

[Servizi al piano di ingresso].

[Locali al piano libero].

 

Per la Spina dei servizi rimandiamo al capitolo dedicato.

 

 

  1. — Gli anni del degrado (1982-2000)

 

Le occupazioni continuano a ondate successive, per tutti gli Anni Ottanta e Novanta. 1200 sono gli appartamenti ufficiali, ai quali si affiancano le altre abitazioni sorte abusivamente negli spazi comuni. La situazione precipita in breve nell’abbandono e nel degrado.

Un senso di sconfortante impotenza avvolge il Serpentone: prende piede l’idea che il Serpentone sia condannato all’ingestibilità nel momento stesso in cui è stato progettato. Un gruppo underground assai popolare a Roma nei primi Anni Novanta, i Santarita Sakkascia, ha riassunto questo sentimento con versi dissacratori, quasi una moderna pasquinata. Il loro brano autoprodotto Serpentone (1993) così rimbrotta: «Tu giganteggi monumentale / nel brullo paesaggio di nuovo Corviale / Ma nel vederti domando e dico / che cazzo d’uomo t’ha concepito?». Abbandono e degrado sono dunque evidenti agli abitanti, agli artisti, ma non ai pubblici amministratori. Per la ventina di anni successivi alla realizzazione del Corviale la linea delle pubbliche amministrazioni romane – pur nella diversità degli orientamenti politici che si erano succeduti nel tempo – rimane ferma nel difendere a oltranza l’idea utopica di Fiorentino e indirettamente la bontà di quanto realizzato e la possibilità di gestirlo.

Un critico d’arte illustre, Bruno Zevi, aveva formulato questa posizione sin dal lontano 1983 nel saggio breve La lama nel territorio, nell’«Espresso» n. 6:

 

[Corviale] è un gesto coraggioso, anzi temerario, che oggi viene facilmente contestato quale dottrinario. Va invece letto come un energico segno sul territorio, un solido “fermo” all’espansione caotica, disomogenea e squallida. Possiamo prevedere che, esaurita una spiegabile fase polemica, a questo intervento, pur criticabile sotto certi aspetti, saranno riconosciuti plurimi meriti.

 

 

  1. — I corpi separati

 

Al complesso appartengono anche due corpi secondari: la Traversa o VI lotto (posta a 45° rispetto al corpo principale) e le Case basse (alte 2 o 3 piani, in parallelo al corpo principale).

Il VI lotto replica la struttura dei primi cinque, ma è separato da essi. È collegato con i primi cinque lotti da una piastra di collegamento sotto la quale passa via Mazzacurati. Sul terminale del VI lotto si trova oggi il centro commerciale Casetta Mattei, così come previsto dal progetto originale.

Al di sotto delle stecche, sul lato che guarda verso la campagna, si sviluppa per un chilometro un’altra fila di abitazioni – le Case basse – di due o tre piani.

 

 

  1. — Abbattere Corviale? (2000-2004)

 

Nel 2000, all’interno del volume «Roma. Guida all’architettura moderna 1909-2000» (ed. Laterza) esce il saggio su Corviale di Piero Ostilio Rossi. In questo scritto l’autorevole docente universitario, pur nutrendo una grande ammirazione per l’idea utopica di Fiorentino, rappresenta per la prima volta la necessità di portarla a compimento, se necessario prescindendo dallo stretto dettato previsto dal suo progettista. Si parla per la prima volta, insomma, del superamento dell’idea di Fiorentino.

In quello scorcio dei primi Anni Duemila, in effetti, molti architetti, urbanisti e pubblici amministratori, abbandonano la posizione di difesa a oltranza di Corviale, in favore di due nuovi e diversi orientamenti, opposti e inconciliabili fra loro: abbattere Corviale, oppure recuperare Corviale. Entrambi hanno come presupposto l’ammissione che l’idea di Fiorentino, nella realtà dei fatti, ha mal funzionato e non è integralmente realizzabile, almeno così come prevista dal progetto del 1972. Entrambi gli orientamenti, che concordano nell’analisi, sintetizzano soluzioni diverse. Andiamo ora ad esaminarli.

Il primo orientamento si riassume nella formula «abbattere per ricostruire». Esso prevede la costruzione di una new-town a fianco del Serpentone, costruita a villini su una vasta area nella Tenuta dei Massimi, e, man mano che le nuove case sono completate, demolire progressivamente la mole del Serpentone.

Gli artisti, si sa, presentono i tempi e sono da sempre buoni interpreti di Corviale. Così tocca nell’anno 2001 al cantautore Max Gazzè, rappresentare il disagio per una partenza (l’abbattimento) di cui però non è certo l’arrivo (la ricostruzione). Nella canzone Eclissi di periferia (dall’album «Ognuno fa quello che gli pare») Gazzè paragona il Corviale, con parole di grande lirismo, ad un’astronave che si vede decollare ma non atterrare:

 

Sotto i baffi del quartiere popolare l’Astronave ha un sorriso di panni ancora stesi. S’intrattiene sulla collina prima del decollo: accensionemotori… e qualcuno si gira a vedere “Corviale che prende il volo” e si tiene il cappello con le mani, accanto a una donna che prega l’eclissi di periferia. Cadono dal cielo pezzi di fondamenta; e un bambino si commuove guardando sotto un nido di formiche conosciute. E dalle finestre i fazzoletti come in crociera agitano saluti. C’è chi abbandona i pacchi della spesa per portare in braccio lo stupore e la paura di “Corviale che prende il volo” […]. Rumore assordante rimbalza fra i palazzi. E gli abitanti come un grande cerchio parcheggiano macchine sui marciapiedi e mangiano i cellulari. Ancora per pochi secondi il Serpente sbuffa sospeso, poi punta ai Parioli.

 

Questo orientamento, che prevale nei primi Anni Duemila, coincide con un periodo di sostanziale immobilità nella gestione dell’edificio: a cosa serve, infatti, intervenire su un edificio che a breve si intende demolire? Ma né la demolizione – né tantomeno la ricostruzione – sono una prospettiva di breve termine.

 

 

  1. — 2004. Il Laboratorio territoriale

 

A metà degli Anni Duemila prende forza l’idea di un recupero possibile di Corviale. Questa idea si riassume nella formula «recuperare l’esistente» e riprendere, laddove possibile, quanto di realizzabile dell’idea utopica di Fiorentino. E tutto questo dev’essere accompagnato da un grande cantiere d’idee, un «Laboratorio territoriale» che nasca dagli abitanti stessi del Serpentone. A fare da sfondo l’individuazione delle necessità concrete del quartiere e il dibattito su forme negoziate di riqualificazione del quartiere

Così come il critico Zevi aveva espresso in anni ormai lontani l’orientamento della difesa a oltranza di Corviale, si deve a un altro illustre architetto, di aver definito sul piano teorico l’idea di «Recuperare Corviale». In un’intervista all’Unità del 16 dicembre 2001, dal titolo Corviale, casa dei linguaggi urbani, Franco Purini espone l’idea che «il futuro di Corviale è nel Corviale stesso»:

 

Nonostante quanto esposto finora – e forse proprio a causa di questo – il Corviale è un “documento storico” della cultura della città, e al contempo un pregevole “monumento architettonico”, che esige attenzione e rispetto. [Corviale] è l’opera più importante realizzata a Roma in tutti gli anni Settanta e una delle architetture più significative della produzione mondiale di quegli anni. Il futuro di Corviale è nel Corviale stesso.

 

Una data segna questo cambio di sensibilità e l’avvio del «cantiere d’idee»: il 3 giugno 2004. Quel giorno avviene nel Serpentone una performance dell’artista Mario Ciccioli (n. 1953), dal titolo Il Ponentino di Corviale, che nasce da un workshop con i ragazzi della scuola di Corviale.  Il tema – sfatare la leggenda urbana che il Serpentone blocchi il ponentino – è in realtà soltanto il pretesto per recuperare i suoni e il presente dell’edificio-città, riflettendo su come lo spazio pubblico viene vissuto, ricordato, immaginato e trasformato dagli abitanti.

Per la prima volta matura l’idea che il Serpentone, a fianco ai suoi problemi, presenta anche delle caratteristiche di elevata qualità. Abbiamo rintracciato uno scritto del dirigente ATER Claudio Rosi, che nel 2007 scrive (Problemi di gestione, in «Metamorfosi» n. 67, p. 24):

 

Se usiamo parametri europei per valutare la vivibilità del quartiere, quali la qualità dell’aria, i parcheggi, il verde, il livello di inquinamento acustico, i servizi, dobbiamo considerare che il Corviale è ai primi posti: è ben collegato, ha una dotazione di verde sopra la media, ha spazi per i bambini, ha spazi per lo sport maggiori di altri quartieri a Roma, ha un centro polivalente attrezzato con una biblioteca, un centro di formazione e orientamento al lavoro, un incubatore d’impresa ecc.

 

Annotiamo, come un diario, alcuni fatti degli anni successivi. Nel 2006 la regista austriaca Katharina Copony realizza per ZDF il film-documentario «Il Palazzo».

 

[Nessuna annotazione per il 2007]

 

Il 22 gennaio 2008 l’architetto Andrea Giunti, curatore del programma televisivo Vivere l’architettura, dedica una puntata monografica al Serpentone, dal titolo Abitare l’utopia. Il suo giudizio è interessante perché colloca il Corviale sul piano storico: i presupposti teorici di Corviale erano validi in una certa epoca, oggi è possibile non rinnegarli ma attualizzarli:

 

Questa architettura rappresenta nella sua grandezza un’epoca, le sue speranze e i suoi progetti. Io credo che questa sia la chiave di lettura con la quale noi dobbiamo guardare questa architettura. […] Corviale secondo me è una grande architettura. Io penso che Corviale sia il completamento di un periodo ideologico trasformato in architettura. […] Corviale è un esperimento che è in stand-by, perché penso che i presupposti fossero e sono tuttora validi. Noi dobbiamo pensare che Corviale è un edificio non completato, quindi la possibilità di dare un giudizio definitivo non ce l’abbiamo.

 

In quell’anno 2008 un altro regista, Marco Danieli, realizza il film-documentario Il silenzio del Corviale.

E, sempre in quell’anno, esce un apprezzato saggio a cura di Luca Monica, dal titolo Gallaratese Corviale Zen. I confini della città moderna: grandi architetture residenziali (Festival Architettura, Parma).

Nel 2009 esce la bella indagine a cura di Anna del Monaco – Corviale Accomplished. Function and Disfunction of Social Housing (La Sapienza) –, che ha ragionato sulla sostenibilità odierna degli interventi di social housing su vasta scala e sul recupero delle idee di Fiorentino.

In quell’anno, nell’anfiteatro di Corviale, il regista Michele Civetta gira il videoclip Come la Cina, del rapper Fabio Rizzo, in arte Marracash.

 

 

  1. — 2010. I primi interventi complessivi

 

In aggiornamento.

 

Dopo una serie di interventi parziali, nel 2010 inizia un lungo difficile cammino di riqualificazione complessiva, accompagnato da un dibattito sulle soluzioni di lungo periodo.

In quell’anno i registi romani Matteo Botrugno e Daniele Coluccini girano nel Serpentone il film drammatico Et in terra pax.

 

[Nessuna annotazione per il 2011]

[Nessuna annotazione per il 2012]

[Nessuna annotazione per il 2013]

 

Nel 2014 il regista Riccardo Milani gira il film Scusate se esisto. La protagonista, l’attrice Paola Cortellesi, è un architetto che progetta la riqualificazione del Serpentone.

Sempre in quell’anno il cantante Mario venuti cita il Serpentone nel brano Ventre della città, un brano per la verità non troppo felice, con contenuti deboli e pieni di luoghi comuni: «Storie di Corviale […] sono conficcate come pugnali nel ventre della città. Ci incontreremo le sere d’estate sul mare d’asfalto di queste borgate. Non sarà male fermarsi a guardare le nostre ferite, le stelle inventate […]. C’è chi non la legge solo dentro i libri, la cerca altrove la poesia […]. Tu la puoi trovare dove Cristo muore, nel ventre della città».

 

 

  1. — 2015. Rigenerare Corviale

 

In aggiornamento.

 

Nel 2015 esce lo studio di Otto Hainzl intitolato Corviale, Heidelberg, Kehrer (Verlag).

 

[Concorso Rigenerare Corviale]

 

Il 4 dicembre 2015 è stato proclamato il progetto vincitore del concorso internazionale “Rigenerare Corviale” (vincitore arch. Laura Pedretti dello Studio Insito).

 

[Corviale Domani – Expo – Pontili]

SHARE
È il curatore di questo portale. Fa di tutto un po’: scrive, mette on line e cerca nuove idee.