Mario Moretti entra nella cella-prigione di Moro. Gli comunica che sarà sottoposto a un processo popolare, al termine del quale il Tribunale del po polo emetterà una sentenza e comminerà una pena. Moro ascolta, lo sguardo dolente, mentre gli scattano un’istantanea polaroid.

La foto viene fatta ritrovare a un cronista, insieme con un messaggio dattiloscrit to delle Br: il comunicato numero 1. È un testo lunghissimo, che accusa Moro di essere l’emissario italiano di un potere occulto sovrannazionale.

Nel

cella Moro è lasciato solo, a rispondere per iscritto a dettagliati capi

d’imputazione. Moro è preciso, puntiglioso. Le sue risposte saranno in seguito ritrovate e pubblicate con il titolo di Memoriale Moro. Moro ottiene di poter scrivere ai suoi cari: “Sono in discreta salute. Il cibo è abbondante e sano, non mancano mucchietti di appropriate medicine. Non ho previsioni né progetti ma fido in Dio”. Nei giorni successivi Moro scriverà altre lettere: saranno in tutto 86.

Moro parla e rende “completa collaborazione”, dicono i comunicati numero 2 e 3. Allegata al terzo comunicato c’è una lettera per il ministro dell’Interno Fran cesco Cossiga, che scatena un imbarazzato putiferio. Moro chiama in correità lui e gli altri dirigenti di partito per quanto gli sta succedendo e chiede loro di liberarlo, aprendo una trattativa con le Br. Se non lo faranno, Moro rivelerà cose sgradevoli.

Lo scrittore Leonardo Sciascia esamina a lungo quella lettera. Poi si presenta alla polizia e dice che è un messaggio steganografico: dentro il messaggio in chiaro ve ne è un altro, criptato. Moro scrive: “Io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato”. Ma intende dire: “Sono al piano terra di un condominio, affol lato e non ancora perquisito”.

Sciascia non sarà creduto. I leader politici nel frattempo fanno quadrato e dico no, con fermezza, che con le Br non si tratta.

Il comunicato numero 4 allega un’altra lettera di Moro, per il segretario dc Be nigno Zaccagnini. I toni della lettera non sono lucidi. Moro è rabbioso verso gli “amici delle ore liete”; è spiritato, irriconoscibile, i toni non sono lucidi. Il Corriere della Sera la definisce una lettera dall’inferno. Forse scrive sotto mi naccia o psicofarmaci; forse ― è stato ipotizzato ― ha la sindrome di Stoccolma, uno stato di alterazione che porta il rapito a solidarizzare con i rapitori.

Noretta Moro, moglie dello statista, prova ad aprire un canale di dialogo con le Br, scrivendo una lettera aperta sul quotidiano Il Giorno. Il comunicato numero 5 però la raggela: le Br tratteranno con lo Stato, non con i familiari.

Tra le righe del quinto comunicato si legge che l’imputato risponde “a tutte le domande”: Moro sta rivelando affari scottanti. I palazzi della politica, a quel punto, cominciano a tremare. Moro ha rivelato l’esistenza dell’organizza zione paramilitare clandestina “Gladio” e che la Dc riceve finanziamenti illeciti. Fatalmente, ora che ha detto quasi tutto, i suoi discorsi perdono di interesse per i rapitori e il processo popolare accelera verso il verdetto. Il comunicato numero 6 annuncia: “Aldo Moro è condannato a morte”.

Dal 17 aprile tutto si fa caotico; incomincia la fase di tentativi in extremis.

 ervengono la Santa Sede e le Nazioni unite. E anche le organizzazioni cri nali. Anni dopo Maurizio Abbatino, nel corso di un interrogatorio, dirà

che nell’affaire Moro c’è di mezzo anche la banda della Magliana: “Cutolo ci ha mandato a parlare un personaggio, per vedere se sappiamo dov’è Moro”. Probabilmente Giuseppucci lo sa, dice Abbatino. La banda incontra l’emissario sulla riva del Tevere, a viale Marconi. Il racconto di Abbatino si ferma qui; e si incrocia con quello del pentito di mafia Tommaso Buscetta, che dice che la ma fia di Palermo interviene e blocca tutto. Meglio che Moro muoia.

Il 19 aprile è una giornata convulsa. È il giorno della scoperta di un altr

delle Br, su via Gradoli, nel quadrante nord: Mario Moretti scampa per un soffio all’arresto. Ma è anche il giorno del “falso comunicato n. 7”, attribuito al falsario della Magliana Tony Chichiarelli. Tony è un artista esperto nella contraffazione di quadri, che non disdegna incarichi più prosaici, come quello di annunciare il peggio: “Comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro, mediante ‘suicidio’. […]. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa, altezza metri 1800 circa”.

Il messaggio è fasullo già alla prima occhiata: le vere Br non fanno errori di dattilografia. Eppure, istituzioni e partiti politici sembrano fare a gara nel cre derci. I sommozzatori iniziano a scandagliare il lago appenninico, in provincia di Rieti. Sul falso “made in Magliana” si sono spesi fiumi d’inchiostro. Si tratta probabilmente di un “lavoro conto terzi”, un depistaggio affidato alla banda da ignoti. Nel 1998 la Commissione parlamentare stragi ipotizzerà un collegamen to con Gladio.

Arriva il vero comunicato numero 7, senza il minimo errore di battitura. Moro è vivo ma c’è un ultimatum di 48 ore: se la Dc non tratterà la liberazione di detenuti politici l’ostaggio sarà giustiziato. In quelle ore Moro scrive un’altra invettiva contro i compagni di partito, lanciando loro addosso una maledizione: “Se non intervenite, il mio sangue ricadrà su di voi. Pensateci bene. Non guar date al domani ma al dopo domani”.

Il nuovo comunicato numero 8 sospende l’ultimatum e prende tempo, giocan do al rialzo: le Br adesso chiedono la scarcerazione di tredici brigatisti.

Bettino Craxi, leader del Partito Socialista, fa la sua mossa. Propone agli alleati Andreotti e Berlinguer di liberare un’anziana militante comunista in carcere, non colpevole di fatti di sangue e molto malata. Aggiunge altri nomi. Chiede agli alleati di proporne uno qualsiasi al presidente della Repubblica, per un atto di clemenza. La grazia è un provvedimento unilaterale del Capo dello Stato, che non impegna i partiti. Andreotti ascolta muto. Berlinguer invece è

at         iero: spiega che non intende “entrare in un rapporto contrattuale con

le Br”. Trattare significa esporsi a un ricatto senza fine. Il piano di Craxi viene respinto.

Dal chiuso della sua cella, Moro vede ora la morte in faccia. Ha provato a convincere i suoi a trattare e non c’è riuscito. Altre cose da fare purtroppo non ce ne sono: le speranze sono esaurite. Subentra la calma, la rassegnazione cristiana. Scrive un bigliettino per la famiglia: “Tutto sia calmo”. In fondo c’è una postilla: “Il papa ha fatto pochino”. Sui giornali del 6 maggio il comunicato numero 9 annuncia la fine: “Compagni, concludiamo la battaglia eseguendo la sentenza”. Dall’indomani tutto tace, nell’attesa angosciosa di un atto finale.

L’epilogo avviene il 9 maggio 1978, ore 6 del mattino. Secondo la ricostruzione processuale Moro viene prelevato e condotto in garage. Viene fatto accovacciare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, coperto da un plaid. Maccari racconterà in seguito quegli ultimi istanti: “Moretti punta la sua Walther Pkk contro Moro. Mi volto dall’altra parte. Sento due colpi secchi” La pistola però si inceppa. “Dammi la mitraglietta Skorpion”, gli ordina Moretti. Maccari sente due raffiche abbattersi su Moro.

Dal 1982 sei processi comporranno una “verità” da molti ritenuta lacunosa e con troppi interrogativi irrisolti. La realtà è che ad oggi non disponiamo di una verità definitiva sul caso Moro.