Corviale è la quinta delle sette sezioni del Municipio XI, estesa alla destra della via Portuense tra il Casaletto e il fosso della Magliana. In Antico il territorio era coperto dalla foresta della Silva Mœsia, solcata nel I sec. dalla Via Portuensis. La situazione rimane invariata fino al 1527, quando la famiglia romana dei Mattei tenta la colonizzazione agraria intorno alla torre doganale tra le diocesi di Roma e Porto. Nel 1802 l’avventuriere Salvi sostenuto da Pio VII avvia una seconda colonizzazione, anch’essa infruttuosa, finché l’Ospedale Santo Spirito non rileva la tenuta frazionandola in contee più piccole. Al Dopoguerra risale l’edificazione residenziale di Casetta Mattei, mentre nel 1972 l’arch. Fiorentino progetta il complesso edilizio del Nuovo Corviale (il Serpentone), considerato l’emblema delle utopie urbanistiche: fin dalle prime assegnazioni e occupazioni le parti destinate a servizi rimangono incompiute, lasciando il posto al degrado e a un lungo difficile recupero; il dibattito su come reinventare Corviale è ancora aperto. Risiedono nel quadrante 16.184 abitanti. Parte considerevole del territorio dal 1996 è costituito nella riserva naturale Tenuta dei Massimi[1].

 

Sommario

 

 

SELVA MATTEI

 

Selva Moesia

 

Nell’area di Corviale esistono due siti archeologici in corso di studio da parte della Sovrintendenza: la Tomba arcaica di Poggio verde e il Pozzo di Poggio verde.

[L’impenetrabile foresta tra Roma e il mare].

[La Via Portuensis «taglia» la Selva Moesia].

 

Macchia Mattei

 

[La casa fortificata sul Rio Magliana].

La Torretta a Casetta Mattei è una torre di epoca medievale, sita al civico 105 della via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599142A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Casetta Mattei è una torre del XVI sec., sita all’inizio della via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599153A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Antica proprietà ecclesiastica, la tenuta passa nel 1527 a Pietro Antonio Mattei. Sotto la nobile famiglia portuense la tenuta produce scarsissimo reddito, alternando vallette insalubri e boscaglia, nella quale i soli che trovano conveniente insediarsi sono i briganti.

La Cappella Fantini è un luogo di culto del XVII sec., sito in Via Portuense, 786, al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599154A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Villino Cantone è una dimora signorile del 1660, sita in via della Casetta Mattei, 322, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599140A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

La Cisterna Cantone è un’opera idraulica verosimilmente del XVII sec., sita nei pressi di via della Casetta Mattei al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599129A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Fontanile Cantone è un’opera idraulica verosimilmente del XVII sec., sita in via della Casetta Mattei, 322, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599138A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

 

Colonìa Mattei

 

Nel 1802 papa Pio VII ne promuove la riconversione agricola. I Mattei incassano ingenti somme di denaro (ma al mutare della situazione politica, non esiteranno a passare nelle schiere napoleoniche) e incaricano del disboscamento, bonifica e colonizzazione l’avventuriere Basilio Salvi.

L’opera di Salvi è meritoria: realizza cisterne e casali di bonifica, dalla tipica struttura a capanna. L’economia dell’insediamento si regge inizialmente sulla vendita di legname e in seguito sulle risorse di un avaro vigneto. Lo studioso G. Tomassetti descrive la vita epica e durissima dei colòni: quelli che non si ammalano di malaria sono soliti fuggire; Salvi, con pugno di ferro, li riporta alla Colonìa. In breve però Salvi deve arrendersi all’evidenza del fallimento, segnato dalla caduta di Napoleone e dal ritorno del vendicativo Pio VII.

Nel 1815 l’Ospedale Santo Spirito rileva in blocco i terreni e l’ingente patrimonio edilizio, iniziandone la vendita frazionata. All’inizio del Novecento la tenuta è divisa fra 7 proprietari privati. La particella più fortunata è quella denominata La Contea, efficiente fino a tempi recenti.

Casa Fantini è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito in Via Portuense, 788, al Trullo.

Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599155A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Villino alla Casetta Mattei è una dimora signorile verosimilmente dell’Ottocento, sita nella via omonima al civico 115, al Corviale.

Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599141A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

La Casa Murata è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito in via della Casetta Mattei, 150, al Corviale.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599133A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

La Casa di via dei Selvaforte è un agglomerato di caseggiati rurali, contigui l’uno all’altro, al punto di costituire oggi un caseggiato unitario. Si distingue un nucleo principale di quattro casali della campagna romana, uniti a gruppi di due, di matrice ottocentesca. Ad essi si sono via via aggiunte superfetazioni più recenti. Le Belle Arti hanno censito il gruppo di casali con un unico numero inventariale, il n. 599136 (cat. Fracasso-Giampaoli, resp. Sacchi G.).

Poco distante, al civico 17 della vicina via dei Chiaramonti, le Belle Arti segnalano l’esistenza di un altro caseggiato rurale, con caratteristiche simili a quello di via dei Selvaforte, censito con il numero di repertorio 599132 (responsabile G. Sacchi, catalogatori Giampaoli & Fracasso). Da una ricognizione in loco non è stato però possibile localizzare la Casa: al civico 17 sorgono  degli edifici moderni. Facciamo due ipotesi. La prima è un errore da parte delle Belle Arti nell’indicazione del civico, oppure che il civico sia stato modificato dall’Amministrazione comunale. La seconda è che, trattandosi di una scheda inventariale vecchia già di una quarantina d’anni, l’edificio sia stato nel frattempo abbattuto per vetustà senza che la scheda sia stata aggiornata. Abbiamo scambiato alcune parole con gli abitanti della via, ma non c’è memoria orale, se non in forme molto vaghe, di precedenti caseggiati rurali.

 

Vicolo del Conte

 

Il Casale 1 al vicolo del Conte è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1807, sito su una strada poderale nei pressi del vicolo omonimo al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599120A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Il Casale 2 al vicolo del Conte è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito su una strada poderale nei pressi del vicolo omonimo al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599122A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Il Casale al 54 di vicolo del Conte è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1807, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599131A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale al 71 di vicolo del Conte è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1807, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599137A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Portale di vicolo del Conte è un ingresso monumentale verosimilmente dell’Ottocento, sito al civico n. 44 della via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599127A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale 2 al vicolo del Conte è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito su una strada poderale nei pressi del vicolo omonimo al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599122A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Il Villino al vicolo del Conte è una dimora signorile verosimilmente dell’Ottocento, sita nella via omonima, al civico 48, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599130A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

 

Valle dei Casali Settore mediano

 

Casal Cantone è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito in via della Casetta Mattei, 383, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599119A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Il Casale al 378 di via Casetta Mattei è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

Fontanile Consorti-Jacobini è un’opera idraulica verosimilmente dell’Ottocento, sita nei pressi di vicolo del Conte al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599126A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Fontanile Cuccu è un’opera idraulica verosimilmente dell’Ottocento, sita nei pressi di vicolo del Conte al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599146A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Fontanile Giombini è un abbeveratoio per uso agricolo, situato nella parte finale di vicolo del Conte. Risale al XIX sec.. Purtroppo non è possibile rintracciare esattamente il fontanile, in quanto la scheda inventariale della Soprintendenza (n. 00599147A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli), assai vecchia, contiene fotografie in bianco e nero che non è stato possibile riconoscere nel paesaggio attuale durante la ricognizione. Si sa che l’asse viario tra la Serenella e vicolo del Conte era assai ricco di fontanili. In genere i fontanili hanno una struttura similare: la testa (o testata) capta a pochi metri di profondità una falda superficiale e la distribuisce mediante cannelle; uno o più vasconi di forma rettangolare offrono agli armenti una fonte permanente di abbeveramento; infine l’asta (o canalina) disperde in campagna l’acqua in eccesso.

 

Vigna Ceccarelli

 

[Casale di via Portuense, 813].

La Casa di Via Portuense, 809, risulta censita in due schede negli archivi delle Belle Arti, per due diverse parti edilizie: una prima come edificio rurale Casa di Via Portuense, 809 (scheda n. 700715, cat. Giampaoli e Fracasso, resp. Sacchi), e una seconda come arco monumentale Portale di Via Portuense, 809 che precede l’edificio rurale (scheda Belle Arti n. 700716, cat. Giampaoli e Fracasso, resp. Sacchi).

Casa di Via Portuense, 809 – La Casa all’809 di Via Portuense è un edificio rurale dell’Ottocento, sito nella via omonima al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700715A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Portale di Via Portuense, 809 – Il Portale di Via Portuense 809 è un ingresso monumentale dell’Ottocento, sito nella via omonima al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700716A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

[Casal Critelli].

[Casal Paolucci].

 

CASETTA MATTEI

 

Suore Eucaristiche

 

Il Casale delle Suore Eucaristiche è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito in via Badoer al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599149A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale dell’Apostolato è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito in via dei Buonvisi al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599152A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

La Congregazione delle Suore Eucaristiche è un convento visibile già dal catasto del 1807, sito in via della Casetta Mattei, 12, nelle adiacenze via degli Adimari, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599148A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

[Il Policlinico San Vincenzo].

 

Casa padronale

 

La Casa all’830 è una casa padronale di fine Ottocento, destinata in origine a residenza campagnola di una famiglia benestante. Ha sviluppo longitudinale su due piani, con tetto a doppia falda. Il lato maggiore, che ha funzione di facciata, è ingentilito da un balcone su cui si aprono le stanze padronali. L’edificio, oggi circondato da un fitto tessuto di palazzine moderne, si trova sul versante di destra della Via Portuense prima del grande avvallamento di Corviale; a fine Ottocento era l’unico edificio dell’altura, in posizione panoramica. Costituiva il punto iniziale di via delle Vigne (cui faceva da quinta prospettica), e godeva di un affaccio sulle vigne portuensi fino all’Ansa del Tevere. È un edificio ancora oggi funzionale, di proprietà privata (scheda n. 970734, cat. J. R. Peixoto, resp. R. Banchini).

 

Le Turchine

 

[Il convento delle Turchine].

[Le Sorelle dell’Immacolata].

[Casale di via Portuense, 747].

 

Castelletto

 

Il Castelletto risulta censito due volte negli archivi delle Belle Arti: una prima come dimora signorile Villa Ceccarelli (scheda n. 700713, cat. Giampaoli e Fracasso, resp. Sacchi), e una seconda come arco monumentale Portale del Castelletto che precede la dimora signorile (scheda Belle Arti n. 700714, cat. Giampaoli e Fracasso, resp. Sacchi).

Il Castelletto (Villa Ceccarelli) è una dimora signorile dell’Ottocento, sita in Via Portuense, 791, al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700713A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Il Portale di Villa Ceccarelli è un ingresso monumentale dell’Ottocento, rimodernato nel Novecento in forme eclettiche, sito al civico n. 791 di Via Portuense al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700714A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

[La vedetta dei Tedeschi sulla torre idrica].

 

Somaini

 

Tenuta Somaini è una proprietà fondiaria di 600 ettari, estesa sui due lati della Via Portuense a ridosso del Grande Raccordo Anulare. Si costituisce intorno al 1930, nell’ambito delle iniziative per la bonifica dell’Agro Romano, sostenute dal regime fascista. Il nucleo pioniere dei primi colonizzatori è costituito da 90 famiglie del Veneto. La tenuta, organizzata in forma di impresa agricola, coltiva estensivamente il latifondo a grano e ortaggi, e nei prati pascolo pratica l’allevamento di bovini da latte. In seguito, si praticherà anche l’estrazione della breccia in cave a cielo aperto. Il nucleo abitato si sviluppa su case coloniche ed edifici comunitari: stalle, fienili, capannoni, silos). L’Azienda si scioglie nel 1954. Dopo i restauri e la riconversione ad usi diversi la tenuta ha oggi il nome di Borgo dei Massimi.

Tenuta Somaini sorge presso la località denominata Casa Mattei, su una superficie complessiva di 600 ettari, con acquisizioni successive dal 1922 al 1930. L’insediamento è promosso e sostenuto dal regime fascista, all’epoca al potere, nel quadro delle opere di bonifica e riconquista dell’Agro Romano.

Il nucleo di colonizzatori è costituito da 90 famiglie, tutte provenienti da paesi poverissimi del Veneto.

La comunità si costituisce nella forma della tenuta agraria, cioè un’impresa agraria di tipo corporativo, e svolge principalmente le attività di coltura del latifondo (grano e ortaggi, secondo i cicli di rotazione) e l’allevamento di bovini, da carne e da latte. L’acquirente del latte è la Centrale del latte di Roma, i cui stabilimenti si trovano poco distante, in direzione di Maccarese.

L’abitato si compone di un unico nucleo edilizio, disteso sui due lati della Via Portuense, su casali ad uno o due piani, secondo le architetture tipiche dei paesi del nord-est italiano. Sono presenti stalle, fienili, capannoni, e tutte le altre attrezzature comunitarie per la produzione e lo stoccaggio in silos. Vi sono anche edifici amministrativi e di servizio, dalla scuola alla chiesetta dedicata a San Francesco Saverio, della quale ci occupiamo in un’apposita monografia. Sono presenti altre preesistenze rurali, tra le quali il casale con torre chiamato Castello dei Massimi.

I coloni ricostituiscono insomma un paesino veneto nel cuore dell’Agro Romano, autonomo per tutte le principali funzioni: liberati dalla necessità di raggiungere Roma per provvedere alle proprie necessità, mantengono a lungo costumi e tradizioni dei paesi d’origine, e soprattutto il grazioso dialetto veneto, ancora oggi parlato.

[San Francesco Saverio: la chiesina dei Veneti].

L’Azienda agricola si scioglie nel 1954.

Le attività agricole proseguono, ma nei caseggiati si innestano progressivamente usi diversi, da quello esclusivamente residenziale a quello terziario. Da un documento ecclesiastico del 1977 (il decreto «Il Sommo Pontefice» del Cardinal Poletti), in cui si fissano i confini della nuova parrocchia di San Paolo della Croce, si ricava incidentalmente che in quegli anni la tenuta è una realtà ormai superata (vi si legge: «…fino all’intersezione con il confine dell’ex Tenuta Somaini; confine dell’ex Tenuta Somaini… »).

Nei primi Anni Ottanta la sociologa Nicoletta Campanella, compie un’ispezione nella tenuta, e rileva già numerose differenze rispetto all’impianto originario. In particolare, rileva la studiosa, sono già presenti un’autocarrozzeria, uno studio fotografico e una tipografia. Tra gli usi diversi del terreno prende via via piede quello estrattivo, nella forma di cave di breccia a cielo aperto, che una volta esaurite lasciano sul terreno vistose voragini. Rileva con preoccupazione la Campanella come al termine delle attività estrattive questi «grossi buchi» corrano il rischio di trasformarsi in discariche a cielo aperto: «Intorno ai Casali Somaini – scrive – ci sono svariate cave. Alcune sono abbandonate. Gli abitanti sperano che non diventino dei depositi di rifiuti».

Dopo alcuni passaggi di proprietà, il grosso degli edifici appartiene oggi ad una compagnia assicurativa. La compagnia ha promosso opere di restauro e ha ricavato dai casali dei miniappartamenti di grande pregio, destinati a brevi soggiorni da parte di turisti o personale del vicino aeroporto. Anche il grande casale merlato, il Castello dei Massimi, situato all’interno della tenuta, sebbene distante dal nucleo dei Veneti, ha subìto un importante restauro.

L’intero complesso fondiario ha oggi il nome di Borgo dei Massimi.

 

Ponte Pisano

 

Via del Ponte Pisano è un luogo di frequentazioni antichissime. Un fiumiciattolo nel vallone di Corviale si immetteva qui nel Rio Magliana, e sulle colline sono presenti i resti di due ville di Epoca romana. Qui esisteva anche una miniera, al centro di un controverso racconto metropolitano. Secondo il racconto nel ventre della collina è sepolta un’intera autocolonna della Wehrmacht, con tanto di fantomatico “tesoro dei nazisti”. Un’indagine del 2002, tuttavia, non ha dato riscontri. Un romanzo del 2004 – «Secoli di gioventù» di Eraldo Affinati – è stato liberamente ispirato dalla vicenda. Oggi Ponte Pisano è costellato di vivaci capannoni artigianali. In uno di essi, al civico 84, si produce l’ormai famosa «Birra di Arvalia».

Tra novembre e dicembre 2001 l’Acea sta «cablando» il Serpentone con la fibra ottica e scava ingenti trincee nel vallone sottostante. Le operazioni incontrano grandi difficoltà, che fermano più volte i lavori: prima viene ritrovata una bomba inesplosa, poi un’altra, e infine delle ossa, che hanno tutto l’aspetto di essere ossa umane.

In quei giorni un muratore in pensione, Riziero Aquilante, nato nel 1926 e all’epoca 77enne, si presenta presso la Compagnia dei Carabinieri di Trastevere, diretta dal maggiore Cosimo Fiore, e consegna alcune memorie personali, sino ad allora dolorosamente taciute. Aquilante riferisce di una strage di guerra avvenuta a Corviale 58 anni prima, il 3 giugno 1944. Solo due giorni dopo, il 5 giugno, ci sarebbe stata la storica giornata in cui gli eserciti del Generale Clark entrarono a Roma da liberatori. Aquilante, allora diciottenne, era stato da poco sfollato in un casale di Corviale, in un clima di generale confusione. Tutti si muovevano, in quei giorni: le truppe tedesche avevano già iniziato la ritirata verso nord e gli aerei alleati le tallonavano dal cielo, facendo piovere tritolo e raffiche di mitra. Aquilante riferisce di aver visto con i propri occhi un’autocolonna tedesca passare sotto il suo casale, per ripararsi nelle gallerie di una miniera, con un camion carico di casse. Il testimone non sa quantificare il numero esatto di soldati, ma riferisce di «decine» di uomini. Succede che di lì a breve una bomba centra in pieno l’ingresso della miniera. Aquilante non sa dire se sia stato un bombardiere americano di alta quota o un più piccolo velivolo della Royal Air Force inglese, perché di velivoli ne passavano tanti, e le bombe cadevano una dopo l’altra. Ma Aquilante è certo che la miniera fu colpita, e che i soldati non morirono subito, ma dopo giorni di atroce agonia: «Per giorni dalle bocche di areazione si sono sentite le urla e i gemiti di quegli uomini rimasti sepolti vivi. No, non li ho aiutati e in tutti questi anni ho vissuto con il rimorso»[2].

Sono le fantasticherie di un vecchio, ingannato dalla sua stessa memoria, o una dolorosa e sconosciuta pagina di storia che riaffiora? I Carabinieri passano la memoria al magistrato, Marcello Monteleone, che ascolta Aquilante. Ottenuti alcuni riscontri, il magistrato fa recintare l’area indicata sotto stretta vigilanza armata e dispone alcuni esami radiografici sulla collina. Gli esami confermano l’esistenza di grotte e cunicoli sotterranei, e questo è sufficiente per disporre l’avvio di un’indagine approfondita.

Il 7 febbraio 2002 si apre il cantiere di scavo, sotto la guida del colonnello Gianfranco Cavallo del Reparto operativo dei Carabinieri. Insieme ai Carabinieri opera il VI Reggimento del Genio Pionieri dell’Esercito, che ha il compito preliminare di ritrovare l’antico ingresso della miniera, di concerto con i Vigili del fuoco e gli Artificieri. Queste operazioni sono assai rischiose e richiedono ben tre settimane, perché ogni colpo di escavatrice, in quella collina di terriccio sabbioso e ghiaia, è accompagnato da una frana. Sul posto sono presenti anche gli uomini del RIS e gli specialisti dell’Istituto di Medicina legale, pronti a ricomporre le salme. E c’è anche un container vigilato a vista, adibito a deposito di indumenti, piastrine e altri materiali appartenuti ai poveri soldati: nel quartiere c’è chi è pronto a scommettere che il container sia lì per recuperare le casse del camion, che si suppone possano contenere metalli preziosi e altri beni trafugati dai nazisti in fuga.

Aperto un varco nella cava viene inviato all’interno il robot cingolato MK8 dell’Antisabotaggio, dotato di “occhi elettronici” a raggi infrarossi, che via radio trasmettono all’esterno le prime immagini. Da questo punto in poi le notizie si diradano. A un certo punto si diffonde insistente la voce che la colonna tedesca è stata individuata, a quota -10 metri sotto il piano di campagna: non solo resti umani, divise, armi leggere e vari ordigni; ma anche il camion carico di casse. È proprio in quel momento che l’indagine viene secretata e cala un riserbo strettissimo. Non se ne saprà in effetti mai più nulla. Il racconto popolare vuole che l’indagine si sia conclusa non molto tempo dopo, e le ossa rinvenute siano state ritenute «non significative».

Le ultime notizie di stampa sulla “Cava della morte” di Ponte Pisano risalgono al 28 febbraio 2002, quando la Repubblica dà per certo il ritrovamento della fossa comune dei soldati della Wehrmacht e l’imminente avvio di un’ulteriore fase di scavo. Sul posto, nei giorni precedenti, si era già significativamente recato Heinz Peter Seidel, console dell’Ambasciata tedesca, senza rilasciare dichiarazioni; mentre dai giornali aveva parlato invece Fritz Kirchmeier, portavoce del Volksbund, l’Organizzazione tedesca per i cimiteri di guerra. In Germania mancano all’appello un milione e quattrocentomila soldati dispersi in guerra ed è nota l’attenzione di questo Popolo nel dare, ancora oggi, un nome alle misere spoglie che il tempo restituisce. La leggenda metropolitana insomma, era ormai diventata una certezza.

Ma l’indomani il quotidiano[3] fa un parziale retro-front e chiarisce che «il mistero su cosa ci sia realmente sotto Corviale perdura». Il Genio ha sì aperto la strada fino all’ambulacro della miniera, nonostante i continui crolli, ma le esplorazioni sono ancora condotte per ragioni di sicurezza non da speleologi ma dal robottino MK8. Nulla di concreto in mano, insomma. Anche l’Ambasciata tedesca a Roma, in quel frangente, fa sentire la sua voce: «Aspettiamo fiduciosi e ancora increduli. Se veramente ci sarà il ritrovamento di un’ autocolonna sarà un evento straordinario». E per la prima volta (anche l’unica in verità), l’articolo cita sul posto la presenza di personale della Soprintendenza archeologica, per il possibile ritrovamento di «antichi resti». Da quel momento il caso scompare dai giornali. Ed emerge una versione dei fatti ufficiosa, in grado di mettere insieme capre e cavoli. La miniera esisteva, fu realmente bombardata, ma all’interno fortunatamente non c’era ormai più nessuno. Le ossa ritrovate erano «ossa archeologiche», residuo di frequentazioni lontane nel tempo.

La necessità di raccontare gli esiti della vicenda, sebbene le indagini siano state secretate, porta al Ponte Pisano il romanziere Eraldo Affinati, allora insegnante presso la Città dei Ragazzi. Affinati incontra uno a uno i protagonisti della storia, e ne trae materiale per il romanzo «Secoli di gioventù», edito da Mondadori nel 2004. Non si tratta, va detto subito, di una ricostruzione storica, ma di una storia di fantasia, liberamente ispirata ai fatti, in cui si racconta più che altro un immaginario «seguito» della vicenda.

Il protagonista del romanzo è un professore di lettere della Roma di oggi, in un istituto professionale, che compie un viaggio alla ricerca di risposte agli interrogativi di Ponte Pisano. In effetti il romanzo è strutturato nella forma letteraria del «diario di viaggio». Lo accompagna in questa avventura lo strampalato e tenerissimo personaggio di Rosetta, suo allievo, buono come la «rosetta», il pane di Roma. La necessità del viaggio prende le mosse proprio dai ritrovamenti di Ponte Pisano, che Affinati, forzando la storia, attribuisce a Rosetta e ai suoi compagni di giochi. Dalla miniera, accanto alle ossa, erano saltati fuori anche i documenti del soldato Helmut: la scoperta che Helmut ha, al giorno d’oggi, un nipote, spinge insegnante e professore a volerlo contattare di persona, per consegnargli idealmente la storia del nonno.

In Germania, tra Francoforte e Amburgo, la scoperta è duplice: il nipote è infatti, come molti giovani d’oggi, animato da sentimenti contrastanti e inquieti: è insieme naziskin, black block e no global; e soprattutto il giovane è scomparso, durante un misterioso viaggio sulle rive del Gange. Inizia così un «viaggio nel viaggio», che porta professore e allievo fino in India, fra Nuova Delhi e Benares, e a confrontarsi con le tematiche care allo scrittore Affinati: la «memoria come certificazione d’identità», e il «bisogno strenuo e doloroso da parte dei figli di scontare le colpe dei padri».

In tempi recenti si torna a parlare di Ponte Pisano – da sempre legato alle memorie sinistre della presunta strage di guerra –, per fatti completamente diversi e positivi. Nell’area sono oggi presenti numerosi capannoni di attività artigianali. Una di esse, al civico 84, ha assunto particolare rilevanza per l’idea ingegnosa e i riconoscimenti che essa sta ottenendo. Si tratta del progetto ECB, acronimo di «Eternal City Brewing» (letteralmente: birrificio artigianale della Città Eterna), attraverso il quale dal 2013 una piccola compagine di trentenni di Corviale (Giacomo, Alessandro, Enzo, Simone e “Er Pomata”) produce ben 11 varietà di birra ad alta fermentazione in stile anglosassone.

La “svolta” è avvenuta nell’ottobre 2015, quando viene completato l’impianto produttivo. Una passione condivisa che diventa impresa a chilometri zero, con l’obiettivo di arrivare lontano. E le cronache di Arvalia Today[4] ce ne trasmettono il racconto, attraverso la voce di uno dei ragazzi, Giacomo Mondini: «Siamo passati dal firm beer, ovvero dalla birra fatta presso un impianto esterno, a realizzare un birrificio tutto nostro, dove abbiamo modo di seguire la lavorazione dall’inizio alla fine». Nel febbraio 2017 è arrivato un riconoscimento prestigioso. «Abbiamo vinto il primo premio, al Beer Attraction, la fiera internazionale che si svolge a Rimini e che vede oltre mille partecipanti».

Il prodotto di punta dei ragazzi di Corviale è la «birra Arvalia», ispirata sin dal nome al Bosco degli Arvali, gli antichi sacerdoti voluti accanto a sé dal fondatore di Roma, Romolo. Ma i Romani, viene subito da chiedersi, bevevano birra? Sì, ci risponde Plinio il Vecchio nel XXXVII libro della «Naturalis Historia», anche se la parte del leone nell’Urbe la faceva il vino e la tecnica produttiva non era particolarmente affinata. Il processo produttivo della birra Arvalia non recupera quindi antiche sapienze e tecniche, ma vuole essere un omaggio al genius loci, al frutto moderno di quelle stesse terre che in un passato nobile erano consacrate alla Dea Dia e alla produzione dei cereali. Una bevanda insomma che racconta il suo territorio ed è capace di reinterpretarlo. Sul piano prettamente tecnico, la birra Arvalia è una birra dorata ad alta fermenzazione (5,5%), che appartiene alla tipologia delle “belgian ale”. Ha al suo interno malto pils, frumento e avena. I luppoli Comet e Saaz – assicurano i mastri birrai – portano al naso il loro tipico aroma.

Il capannone di ECB consente agli avventori di consumare le birre direttamente sul luogo di produzione, attraverso un «tap beer», uno spazio informale dove d’estate è possibile anche trovare convivialità e musica dal vivo. «Ma non siamo un pub – si affretta a precisare Giacomo –. Siamo aperti solo dal lunedì al venerdì e dalle 10 a mezzanotte, perché la mattina ci dobbiamo alzare alle sette. La produzione ha i suoi tempi».

 

IL SERPENTONE

 

Casetta Mattei moderna

 

[L’abitato moderno di Casetta Mattei].

[Cristo Re].

[Cappella dei Concezionisti].

[Le Figlie della Croce].

Con il termine Famiglia Paolina si intende l’insieme di cinque congregazioni, quattro istituzioni e un’associazione laicale aventi in comune gli insegnamenti del fondatore Don Giacomo Alberione (1884-1971, beatificato nel 2003). Esse sono presenti nel Territorio Portuense nella c.d. Fascia delle Vigne (sui due lati della Via Portuense fra Trullo, Affogalasino e Casetta Mattei) su aree che costituivano in precedenza le tenute ecclesiastiche settecentesche.

Le cinque congregazioni sono la Società di San Paolo, le Figlie di San Paolo, le Pie Discepole del Divin Maestro, le Suore di Gesù Buon Pastore e l’Istituto per le Vocazioni Regina degli Apostoli. La spiritualità della Famiglia Paolina ruota intorno alla fonte di ispirazione di San Paolo Apostolo, e mette al centro la figura del Redentore con il titolo di Divino Maestro Via, Verità e Vita, e la Beata Vergine Maria con il titolo di Regina degli Apostoli.

La Società di San Paolo è una congregazione clericale di vita apostolica che ha come fine l’evangelizzazione degli uomini attraverso l’attuale cultura della comunicazione. La Società San Paolo è considerata la madre di tutta la Famiglia Paolina poiché il Superiore generale della Società San Paolo è riconosciuto quale legittimo successore del fondatore. I membri della Società San Paolo, soprattutto sacerdoti, hanno quindi una responsabilità morale nei confronti di tutte le componenti della Famiglia Paolina. I paolini sono noti per le loro opere apostoliche, come le Edizioni San Paolo, i periodici Famiglia Cristiana, Jesus, Il Giornalino.

Le Figlie di San Paolo condividono il carisma della Società San Paolo: hanno un’autonoma casa editrice che prende il nome di Edizioni Paoline.

Le Pie Discepole del Divin Maestro hanno una triplice missione, che si incentra nell’Eucarestia, nella Liturgia e nel Sacerdozio. Esse si dedicano in modo particolare affinché risplenda nella Chiesa la bellezza del Cristo attraverso la creazione liturgica (canti, paramenti, patene, iconografia ecc.), sono vicine ai ministri ordinati (vescovi, presbiteri e diaconi) e adorano il Cristo presente sacramentalmente nel mistero eucaristico intercedendo soprattutto per gli operatori nel mondo della comunicazione.

Le Suore di Gesù Buon Pastore affiancano i parroci nell’attività pastorale, compiendo opere di istruzione, formazione e di santificazione.

Le Suore di Maria Regina degli Apostoli si dedicano ad accompagnare i giovani nel discernimento vocazionale.

Le quattro istituzioni sono le Annuziatine, i Gabriellini, Gesù Sacerdote e la Santa Famiglia. Le Annunziatine è un istituto per donne consacrate, che vivono la spiritualità paolina rimanendo nel mondo. Similmente opera l’Istituto dei Gabriellini, composto però di uomini consacrati che vivono nel mondo la spiritualità paolina. L’Istituto Gesù Sacerdote si compone di vescovi e sacerdoti diocesani che, secondo la definizione di Paolo VI, si impegnano alla «imitazione sempre più perfetta dell’Eterno Sacerdote Gesù Cristo, mediante la professione dei Consigli evangelici». Essi sentono vivo il bisogno di vivere la stessa spiritualità della Famiglia Paolina, con la quale condividono tutte le ricchezze spirituali. Essi cercano di fare sintesi tra ministero e impegno di santificazione vivendo una profonda fraternità. La Santa Famiglia è un istituto di vita secolare consacrata per coniugi, che si propone come fine la santità della vita matrimoniale.

È presente, nella Famiglia Paolina, un’associazione laicale – i Cooperatori -, composta di quanti, pur non facendo parte del clero, condividono la missione della Famiglia Paolina. Vi sono infine altre realtà che, pur non facendo direttamente parte della Famiglia Paolina, si ispirano al carisma di Don Alberione. Esse sono le Vergini consacrate Ancillæ Domini e la Fraternità di Gesù Divino Maestro.

 

San Girolamo

 

San Girolamo è la sede della Parrocchia San Girolamo a Corviale (la 186a del Vicariato di Roma).

La parrocchia è eretta il 9 marzo 1960 con il decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Quotidianis curis». È affidata al clero diocesano di Roma.

Il territorio è desunto da quello delle parrocchie di S. Maria del Rosario di Pompei alla Magliana e di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe al Casaletto. Esso viene così determinato: «GRA da via della Pisana al limite della Tenuta Somaini, oltre la Via Portuense; si segue detto limite di proprietà a sinistra fino ad incontrare il fosso della Magliana, che si segue a sinistra fino alla Via Portuense; Via Portuense verso Roma fino a via delle Vigne, che si segue fino a via di Villa Guglielmi; si segue detta via fino a via degli Orti della Magliana e, attraversando via del Monte delle Capre, si percorre il vicolo degli Orti della Magliana; di qui, tagliando in linea retta attraverso i campi, si raggiunge l’inizio del vicolo Clementi, che si percorre fino a Via Portuense; Via Portuense a destra fino al vicolo della Fanella, che si segue fino al Casale Vignoli; di qui si segue a sinistra la marrana di scarico delle case del Comune, fino ad incontrare il limite della Tenuta Castelnuovo; si costeggia detto limite di proprietà e successivamente quello della Tenuta Jacobini (che restano alla parrocchia di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe) fino al vicolo del Conte; si percorre il vicolo fino a via di Bravetta, che si segue a sinistra fino a via dei Carafa; via dei Carafa fino a via della Pisana, che si percorre a sinistra fino al GRA».

Il riconoscimento agli effetti civili è decretato il 5 aprile 1961.

Si trova in via dei Buonvisi, 3.

Il progetto architettonico è di Francesco Fornari.

La proprietà immobiliare è della Pont. Opera per la Preservazione della Fede e la Provvista di nuove Chiese in Roma.

Il 1° luglio 1977, con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «Il Sommo Pontefice», il territorio parrocchiale viene ridotto, per l’istituzione della nuova parrocchia di San Paolo della Croce.

L’attuale parroco è Don Stefano Alberici (dal 2012), assistito dal vicario parrocchiale Don Roberto Cassano (2012).

Vi è un unico luogo sussidiario di culto: la chiesa Nostro Signore Gesù Cristo Divino Maestro di Via Portuense, 741.

Numerosi gli enti presenti nel territorio parrocchiale:

Cristo Re; Casa «Gesù Maestro» (Pie Discepole del Divin Maestro (P.D.D.M.)); Casa Betania (Pie Discepole del Divin Maestro (P.D.D.M.)); Casa di Formazione-Studentato (Sorelle dell’Immacolata (C.G.)); Casa di Procura (Serve del Signore e della Vergine di Matarà); Casa Generalizia (Figlie del Crocifisso); Casa Provinciale Società San Paolo (Pie Discepole del Divin Maestro (P.D.D.M.)); Comunità «Regina Apostolorum» (Pie Discepole del Divin Maestro (P.D.D.M.)); Comunità Noviziato (Pie Discepole del Divin Maestro (P.D.D.M.)); Istituto Suore Francescane di Cristo Re (Suore Francescane di Cristo Re (S.F.C.R.)); Monastero della Santissima Annunziata (Ordine della Santissima Annunziata (Monache Turchine)); Comunità Casa Generalizia (Società San Paolo (Paolini) (S.S.P.)); Villa San Giuseppe – Casa Provinciale (Società San Paolo (Paolini) (S.S.P.)); Casa di Cura «Villa Sandra»; Casa di Riposo «Villa San Vincenzo Pallotti»; Policlinico «Luigi Di Liegro»; Residenza Sanitaria Assistenziale «Corviale».

 

Comprensorio Chiaramonti

 

[Le case comunali e la cappella del Santo Rosario].

 

Nuovo Corviale

 

Nuovo Corviale è una «città lineare» lunga 1 km, progettata nel 1972 dall’arch. Mario Fiorentino su commessa IACP. Il corpo unico in cemento armato è alto 9 piani ed è suddiviso in cinque lotti, separati da torri-scala. Lunghissimi ballatoi interni danno accesso ai piani, che integrano – almeno nel progetto originario – residenze, spazi comunitari e servizi. Le prime abitazioni sono consegnate nel 1982. Seguono le occupazioni, l’abbandono, il degrado e un lungo difficile cammino di riqualificazione. Corviale è oggi il simbolo delle contraddizioni di Roma, ma anche di un riscatto possibile.

L’edificio residenziale pubblico «Nuovo Corviale» ha tanti nomi – Serpentone, Palazzone, «er Kilommetro», diga, carcere, mostro, «Grattacielo sdraiato» – e non mancano le colorite locuzioni: «quello che ha fermato er Ponentino», o «quello che l’architetto s’è ammazzato». Sgombriamo subito il campo: il Nuovo Corviale non ferma la brezza marina e il suo progettista Mario Fiorentino non si è suicidato, ha anzi difeso e amato il suo edificio più difficile. Però per raccontare Corviale bisogna partire proprio dalla pluralità di nomi, per rappresentare quanto ampio sia stato il dibattito che questa opera architettonica, tra le più controverse dell’Italia post-bellica, ha generato.

Tutto parte probabilmente dalle richieste fuori scala della committenza, l’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP). Fino ad allora – sono gli Anni Sessanta del boom edilizio nella Capitale – l’ente aveva sfornato una dopo l’altra nuove lottizzazioni secondo lo schema costruttivo del «quartiere-dormitorio»: ovvero un’intera lottizzazione a uso abitativo (residenze), allacciata alle utenze primarie (acqua, luce, gas, fogne ecc.) ma fisicamente distante da tutti gli altri servizi, localizzati altrove. Nuovi fenomeni (ad esempio la motorizzazione di massa) e solidarietà antiche (di famiglie spesso molto numerose provenienti dalla campagna) rendevano sostenibile questo modello. Caratterizzano i lotti IACP fino agli Anni Sessanta le piccole e medie dimensioni e una dignitosa economia costruttiva, con componenti a basso costo: queste palazzine e complessi non sono sicuramente belli ma sono funzionali al programma costituzionale della «casa per tutti». «Vai finalmente a stare in città – cantava nel 1966 Adriano Celentano nel Ragazzo della via Gluck . Là troverai le cose che non hai avuto qui, potrai lavarti in casa […]. Mentre là in Centro io respiro il cemento: solo case su case, catrame e cemento. Là dove c’era l’erba, ora c’è una città…».

Eppure, in quello scorcio dei primi Anni Settanta, le regole d’ingaggio cambiano. Sono gli anni in cui c’è saldamente al potere la Democrazia Cristiana, che esprime come presidente regionale Girolamo Mechelli (Dc), in carica fino al gennaio 1972. La nuova lottizzazione del Piano di Zona n. 61 (così si chiamava allora, in freddo linguaggio burocratico il Nuovo Corviale) dovrà seguire, , tre nuove regole, del tutto inedite per la Capitale, e tutte vistosamente fuori scala. La prima è l’elevata volumetria (mai a Roma era stato realizzato un edificio così grande!); la seconda è la realizzazione in economia (sostituendo i componenti a basso costo con gli innovativi componenti prefabbricati, ancora più economici); la terza e ultima è seguire un «modello di sviluppo abitativo in netto distacco dallo sviluppo urbanistico di Roma iniziato negli Anni Sessanta». Quest’ultima è la richiesta principale del committente: abbandonare il «modello romano», che alcuni critici paragonavano già allora a un nuovo sacco di Roma. Lo IACP in sostanza non dice cosa vuole, dice semplicemente ciò che non vuole: non vuole un altro quartiere-dormitorio; lo vuole grande e deve costare poco.

Nel 1972 l’ente affida la progettazione della lottizzazione all’architetto Mario Fiorentino (1918-1982). Raccontare la biografia di Fiorentino ci svela in parte le caratteristiche dei suoi progetti. Fiorentino è l’emblema dell’intellettuale impegnato dell’Italia post-bellica. Partigiano, è suo il Memoriale delle Fosse Ardeatine, negli Anni Cinquanta progetta residenze avveniristiche nella Roma del boom, scrive nel 1962 il Nuovo Piano Regolatore della città. Dal 1972 lascia tutto per dedicarsi alla lottizzazione di Corviale. Il suo caro amico e maestro, Bruno Zevi, racconta così quei giorni:

 

Dopo il Piano regolatore, si dedica con passione a maturarne l’idea cardine: formulare strumenti adatti alle enormi dimensioni dell’impresa, a rapportarla al “cuore antico” nobilitandone le frange nonché al sistema regionale. Esamina ogni ipotesi, dal metadesign alla partecipazione, reclamando una qualità globale che sostituisca meccanismi di facile obsolescenza e garantisca lo sviluppo nel tempo di un’autentica metropoli moderna. Rientra in questo quadro d’interessi il tanto discusso insediamento di Corviale, complessa lama estesa per un chilometro, che costituisce la sua più vistosa fatica.

 

Un collaboratore di Zevi, Giorgio Muratore, racconterà anni dopo (Salviamo Corviale in «Area» n. 61, 2002) che Fiorentino accettò quel progetto proprio perché rappresentava la conclusione ideale della sua carriera, in sostanza la sua ultima opera:

 

Mario Fiorentino lo progettò al culmine della sua carriera, in un momento di consapevole ottimismo, nell’illusione di porre un freno alla immonda espansione romana, fiducioso nelle potenzialità pedagogiche di un’architettura civile, ove la qualità dell’oggetto sarebbe dovuta divenire dimensione estetica ed etica insieme. Ne fece perciò il suo monumentale memento edilizio, considerandone il sito alla stregua di un tempio laico, affacciato alla classica maniera greca sul panorama incontaminato […]. All’indomani di un suo recente viaggio in Cina, allora così vicina, ne fece una “muraglia” destinata a contenere l’imbarbarimento della più contaminata periferia romana, e un edificio colossale per riscattarne attraverso la massa il senso di un abitare collettivo, che si misurava con i fasti di un’ideologia collettivistica ancora dominante […].

 

Alla Regione intanto (gennaio 1972) c’era stato un cambio della guardia, e il nuovo presidente è ora Luigi Cipriani, sempre della Dc, che rimarrà in carica fino a ottobre 1973 (Dc).

Fiorentino riunisce intorno al Piano di Zona 61 un team di qualificati progettisti. Tra di essi i nomi importanti di Michele Valori, Giulio Sterbini, Federico Gorio e Pier Maria Lugli, e persino il designer Stefano Fiorentino, suo figlio.

Coerentemente con le richieste, fin dalla Relazione di progetto (1972) Fiorentino dichiara che non realizzerà un altro quartiere-dormitorio: «Il progetto rientra nelle ricerche per una nuova dimensione dell’habitat, che si ponga come radicale alternativa alla dispersione dell’attuale periferia, al ruolo subalterno che riveste nei confronti del centro urbano, alla disaggregazione tra residenze e servizi, al declassamento sociale che la caratterizzano». Rifiutato il quartiere-dormitorio, a Fiorentino non rimangono a disposizione che altri due modelli tradizionali: il quartiere-satellite o creare una piccola città.

Questi due modelli vanno spiegati. Il quartiere-satellite è costituito da un nucleo di residenze, equipaggiato fin dall’inizio non solo con le utenze primarie ma anche con una serie di servizi essenziali in grado di soddisfare i bisogni primari degli abitanti; nel quartiere-satellite mancano i servizi specializzati, che continuano ad essere localizzati in città: il quartiere-satellite, pur avendo nel quotidiano una certa autonomia, gravita pur sempre intorno alla città per i bisogni complessi.

L’alternativa al quartiere-satellite è uno schema costruttivo italianissimo, chiamato «città di fondazione» ed ereditato direttamente dal fascismo: il nuovo quartiere è in pratica una piccola città, progettata per provvedere autarchicamente a se stessa, del tutto autonoma: tutte le residenze e tutti i servizi sono realizzati contemporaneamente, in un’unica fase costruttiva, e non sono previsti sviluppi ulteriori. Sono esempi di questo tipo le città di Latina, Sabaudia, Aprilia ecc.

Va detto subito che il progetto di Fiorentino non può inquadrarsi né in un modello né nell’altro: Corviale non è né un quartiere-satellite né una città di fondazione, ma piuttosto un ibrido delle due, destinato a divenire un genere a sé. Corviale è molto più di un quartiere-satellite, molto meno di una città di fondazione. Fiorentino conia il nuovo termine di «città lineare» e così nella Relazione descrive il nuovo modello: «L’organismo va pensato come un pezzo di città lineare, non come una casa. [Non è] una casa solo più lunga di una casa tradizionale [ma] un sistema di un chilometro, profondo 200 metri, altamente integrato fra servizi e residenze». Uno dei primissimi articoli di stampa che parlano di Corviale descrive il nuovo edificio come un corpo intermedio tra una casa e una città. Paolo Jacobelli, su Capitolium di aprile 1974 scrive: «Il progetto rappresenta un’esperienza del tutto singolare: per la prima volta i problemi del rapporto alloggi-attrezzature e quello delle relazioni con l’intero organismo urbano, vengono posti in termini globali».

Vale la pena accennare a un paio di equivoci. Il primo nasce dal fatto che Fiorentino ha sempre dichiarato di ispirarsi al modello della piccola città, ma non a quello del quartiere-satellite: «Il nuovo Corviale è una grande unità residenziale, un unico complesso edilizio che si sviluppa con continuità, che contiene ed esprime la complessità e la ricchezza di relazioni propria della città». La critica sarà sempre più propensa a evidenziare le manchevolezze di Corviale come città, piuttosto che riconoscerne gli elementi compiuti di Corviale come quartiere.

Il secondo equivoco è che Fiorentino, almeno nella fase iniziale, ha dichiarato di ispirarsi alle «Unités d’habitation» di Le Corbusier a Marsiglia e Berlino. Su questo aspetto i critici scriveranno molto, per lo più ritenendo che Fiorentino abbia travisato o persino tradito le unità residenziali dell’insigne architetto-urbanista Le Corbusier.

Un decennio dopo sarà lo stesso Fiorentino a sfilarsi da questo dibattito: «Va sventato subito l’equivoco che il Corviale sia un’unità di abitazione. Corviale si pone proprio al contrario dell’unità di abitazione, che è stato pensato come elemento ripetitivo, come un elemento che viene studiato nella sua complessità e funzionalità e può essere ripetuto. Il Corviale nasce come un unicum per quel sito e per questa città di Roma» (intervista del 1981, pubblicata da D’Agostino e Pennisi in Corviale un edificio romano).

E non mancarono certo le stroncature del progetto-Corviale, ancora prima che l’edificio venisse realizzato. La più precoce che siamo riusciti a rintracciare risale già al 1976 e viene formulata dallo storico dell’architettura Manfredo Tafuri (1935-1994), nel saggio breve L’Internazionale dell’utopia (in Architettura contemporanea, Milano). Egli scrive, con toni severi: «L’immagine totalizzante è ridotta a esornativo arricchimento del caos urbano, che essa intendeva dominare. La tecnologia consuma il lato celebrativo dell’architettura moderna, senza produrre un rinnovamento, decretandone l’ulteriore spoliazione».

Il cantiere ha dunque inizio. Come opera preliminare occorre realizzare un crinale artificiale, attraverso un modellamento del terreno. Tre rilievi orografici ravvicinati, intervallati da profonde vallate, sono in parte spianati e quindi uniti tra di loro, per ottenere il basamento lineare su cui sorgerà, in cima, il nuovo edificio. Paolo Jacobelli (in Capitolium, 1974), così descrive la morfologia dell’area prima dell’edificazione:

 

Il comprensorio fa parte del Settore Ovest della città, ove si può rintracciare un aspetto fisico molto particolare: una serie di colline con profonde e articolate zone vallive, rispetto alle quali gli insediamenti edilizi si localizzano principalmente nelle aree elevate, mentre le strade percorrono sia i crinali sia i fondovalle. Si è deciso da un lato di non compromettere l’attuale aspetto morfologico con un intervento sparso, e dall’altro di dare al maggior numero di utenti la massima visibilità verso la città e verso la campagna: ciò in quanto la zona di Corviale rappresenta un termine della città verso una campagna ancora sufficientemente integra e destinata dal PRG a rimanere tale.

 

Il severo giudizio di Manfredo Tafuri (in Domus n. 617, 1981) fa notare come l’intervento di modellamento del terreno abbia ancora di più accentuato il distacco tra l’edificio e il sito che lo ospita; Tafuri conia per Corviale la popolare definizione di «diga insicura»: «Privo di referenti nell’attuale struttura urbana, il Corviale fa propri i segni della povertà e si aggancia, nonostante tutto, al sito. Una diga insicura si radica in una periferia che neanche il pennello di Sironi potrebbe più riscattare: nel luogo in cui abitare è impossibile, cala così un monumentale aforisma, che parla di un tragico dissidio tra l’unità e le differenze». Lo stesso concetto sarà anche espresso da Purini, ma senza la severità di Tafuri, nel celebre scritto sull’Unità del 2001: «Il Corviale è un segno di un chilometro scavato nel suolo e nel cielo del Portuense. È un gesto assoluto il quale, nella sua ferrea dirittura, si fa metafora dell’essenza lineare del progetto architettonico moderno. Una linearità che travolge nel suo procedere ogni traccia del sito al quale si contrappone con il suo ordine implacabile».

Posizionando l’edificio-città in cima ad un crinale artificiale, Fiorentino connota comunque la cifra stilistica del nuovo edificio come «molto romana», accomunando anche visivamente, sin da lontano, il Corviale alle architetture monumentali di Roma antica. Il riferimento qui, molto più che a una diga, è alla forma di un acquedotto che costeggia l’antica Via Appia. Ancora Purini sull’Unità: «È soprattutto nel rapporto con il paesaggio e nel contrasto tra la sua massa leggendaria e la frantumazione della città, da quella stessa massa arginata, che il testamento architettonico di Mario Fiorentino si rivela come un capolavoro estremo».

All’interno della struttura Fiorentino dichiara di voler recuperare gli elementi dell’architettura tradizionale italiana. In un’intervista del 1977 al collega Purini, Fiorentino dice: «Pur considerata la particolarità degli spazi che si vengono a determinare, tuttavia questi non sono alieni dal riferimento ad elementi consueti della città consolidata: le porte, gli obelischi, le fontane, le piazze, il viale alberato, il giardino all’italiana, ripropongono quel rapporto architettura-natura tipico di una grande tradizione nazionale, recuperando quella familiarità con le forme».

I lavori di costruzione vengono affidati ad un’unica impresa edile. Dopo le prime difficoltà i lavori si arrestarono e l’impresa fallisce. Risultano completate le sole strutture in cemento armato e sono avviati i primi interventi nella parte residenziale, mentre tutta la parte dei servizi è incompleta.

Si erano avvicendati in quegli anni alla Regione numerosi presidenti: Rinaldo Santini (Dc) da ottobre 1973 a settembre 1975; Roberto Palleschi (Psi) da settembre 1975 a marzo 1976; Maurizio Ferrara (Pci) da marzo 1976 ad agosto 1977; Giulio Santarelli (Psi) da agosto 1977 a giugno 1980.

Nel 1977 l’architetto Franco Purini, curando l’antologia «Ritorno a Roma» (pubblicata nel 1979), vi inserisce la lunga intervista Corviale rivisitato, in cui chiede a Fiorentino di tornare al Nuovo Corviale, per tracciarne un primo bilancio. Se il Fiorentino del 1972 era l’architetto delle certezze, quello del 1977 è l’architetto dei primi dubbi: «Rivisitare Corviale, a cinque anni di distanza dalla sua progettazione, ha significato farsi nuovamente carico di una serie di ambiguità con le quali qualsiasi reinterpretazione si trova inevitabilmente a fare i conti». Nell’intervista sono presenti, per la prima volta, elementi di parziale autocritica: «Questo disegno non riesce a nascondere il rimpianto per le occasioni perdute e la consapevolezza di una crisi ma, comunque, non vuole negare del tutto l’eventualità che possano esistere dei piani, probabilmente ancora tutti da definire, per un possibile confronto».

Successivamente all’interruzione dei lavori lo scenario complessivo è di grande desolazione, quasi il set di uno di quei film post-apocalittici che in quegli anni andavano di gran moda. Proprio in quegli anni il regista David Worth, a capo di una produzione italo-americana, ottiene di girare nel cantiere in abbandono il film fantascientifico «I predatori dell’anno Omega» (nei cinema italiani nel 1984).

È arrivato il momento di avvicinarci ed entrare dentro la città lineare.

La via d’accesso è data dalla lunghissima rotatoria di via Mazzacurati-via di Poggio verde – probabilmente la più estesa di Roma –, che replica la forma dell’edificio precedendolo sulla facciata est. Nella Relazione Fiorentino descrive questo anello allungato come «un sistema di direzioni elementare, che si colloca in cresta al terreno, in preciso rapporto con la città attraverso un’ipotesi progettuale concentrata, ad alta densità fondiaria, per poter lasciare naturale e libera l’area restante». I due bracci dell’anello, seppur identici per lunghezza, hanno funzioni differenziate: il braccio di via Mazzacurati assorbe il traffico veloce proveniente della Via Portuense, mentre il braccio di via di Poggio verde è destinato alla viabilità interna ed è direttamente collocato a ridosso dei due piani di autorimesse: da questo punto in poi la circolazione nella città lineare è compleatamente pedonale.

Su via di Poggio verde si trovano anche le cinque piazze. Scrive Fiorentino: «Ci è sembrato opportuno concentrare in punti singolari, in vere e proprie piazze, i punti di entrata. Questi punti nodali sono nodi, segni, illuminati anche di notte insieme alle cinque scale condominiali. Si tratta in sostanza di cinque piazze d’ingresso a questa città». Le piazze si presentano oggi molto simili tra di loro e sono denominate, da nord a sud, largo Pio Fedi, largo Odoardo Tabacchi, largo Domenico Trentacoste, largo Emilio Quadrelli, largo Cesare Reduzzi; tuttavia Fiorentino pensava originariamente ad una marcata differenziazione visiva: «Queste cinque piazze-nodi si differenziano a livello di sistemazione planimetrica esterna e sono arricchite ognuna da un intervento tridimensionale di grandi dimensioni quali memorie di luoghi particolari e riconoscibili».

L’ingresso dell’edificio è dato dunque da cinque torri-scala che si aprono sulle cinque piazze. Le torri-scala, dotate di ascensori, verticalizzano la struttura, permettendo l’ingresso dei pedoni ai piani. In un’intervista all’Unità più volte richiamata (16 dicembre 2001, Corviale, casa dei linguaggi urbani), l’arch. Purini parla delle torri-scala in questi termini: «Il dispositivo degli accessi e dei percorsi verticali richiama la dimensione colossale delle scenografie di Metropolis, rivissute attraverso i futuristi italiani, le dinamiche finestre a nastro fanno vibrare con la loro tesa geometria l’atmosfera, le incisioni di Nicola Carrino conferiscono al volume infinito sottili variazioni luminose».

L’edificio principale è realizzato in setti in cemento armato ed è composto di due corpi posti a distanza ravvicinata (chiamati stecche), solidali fra di loro per le fondamenta. Le stecche si sviluppano in altezza per 9 piani fuori terra e gli affacci interni sono percorsi da lunghissimi ballatoi pedonali, per l’intera lunghezza dell’edificio.

La circolazione pedonale interna è governata da un complesso sistema di segnaletica, ancora oggi esistente, realizzata dal designer Stefano Fiorentino. Scrive Mario Fiorentino, nella Relazione: «Si è ritenuto importante ricreare artificialmente, attraverso cioè un processo progettuale programmato, una serie di riferimenti e segnali visivi di cui è così ricca la città storica. Una volta entrati in questa città lineare è evidente che l’approccio al sistema pedonale di distribuzione non può essere banale e affidato solo alla disponibilità degli spazi. È stato allora introdotto un sistema visivo significativo dei vari livelli di precisione per l’utente: una segnaletica cioè, dalla scala dell’architettura fino a quello di segnalare un alloggio particolare. Questo è stato possibile attraverso tutta una gamma di immagini visive di scala, qualità tecnologica e di valori cromatici differenziati. Una guida visiva utilizzabile da adulti e bambini».

«Il complesso degli alloggi – scrive Fiorentino nella Relazione è suddiviso in cinque unità di gestione, dotate di una propria piazza di ingresso, smistamento e controllo, e di una propria sede per gli incontri, le riunioni condominiali, attività sociali in genere, in particolari attività extra-scolastiche. Tale scelta di tipo figurativo coincide con la suddivisione amministrativa». Le unità di gestione sono comunemente denominate «lotti»: il I Lotto (con ingresso da largo Reduzzi), II Lotto (largo Quadrelli), III (Trentacoste), IV (Tabacchi) e V (Fedi). Ad essi si affianca il VI Lotto, che coincide con il corpo staccato di via dei Sampieri.

Torniamo all’ottobre 1982. Presiede la Regione Lazio, in quegli anni, nuovamente Giulio Santarelli (Psi), al suo secondo mandato che dura da giugno 1980 a marzo 1983. Le prime abitazioni vengono sistemate alla meno peggio e consegnate agli inquilini senza che le unità di gestione siano entrate in servizio. Le prime assegnazioni sono caratterizzate da una fase caotica, accompagnate sin da subito da irregolarità e ondate di occupazioni. Il cinema italiano si fa testimone di quella fase, con la commedia «Sfrattato cerca casa equo canone» (1983) del regista Pier Francesco Pingitore. L’attore Pippo Franco interpreta un padre di famiglia rimasto senza casa, che con metodi furbeschi ottiene l’assegnazione di un appartamento nel gigantesco edificio, mettendo già da allora alla berlina i principi urbanistici e ideologici che avevano portato alla costruzione del Corviale, e l’incapacità di Roma di gestire il «Mostro» Corviale che essa stessa aveva creato.

Nei due mesi che seguono Fiorentino difende con forza il suo progetto, che ha vissuto e voluto profondamente. In quei due mesi Fiorentino compie un tour de force impressionante: alterna dibattiti pubblici, incontri con le scuole, interviste ai giornali. Fiorentino è consapevole di aver realizzato il progetto più importante della sua vita: sa forse di aver preparato per una vita intera quel progetto; sa che il fallimento di Corviale sarà il suo personale fallimento. Mario Fiorentino muore per un attacco cardiaco il 25 dicembre 1982. Immediatamente si diffonde la maldicenza che Fiorentino sia morto suicida, non riuscendo ad accettare la bruttura del suo edificio. Non è così: Fiorentino morì probabilmente a causa della sua stessa creatura, impegnando per difenderla energie che il suo corpo non era in grado di sostenere, ma Fiorentino non rinnegò mai il suo sogno di Corviale.

Poco dopo la sua morte, le occupazioni si trasformano in arrembaggio. Tutte insieme, 700 famiglie occupano gli alloggi ancora non assegnati. Intanto c’era stato un nuovo cambio ai vertici regionali. Il nuovo presidente è Bruno Landi (Psi), in carica da marzo 1983 ad aprile 1984, cui succede Gabriele Panizzi (sempre Psi) da aprile 1984 a luglio 1985.

In quegli anni il dibattito è incentrato sui modi per attivare la gestione dell’edificio-città. Due modelli allora si contrappongono: quello paternalistico, tradizionalmente impiegato dallo IACP, che si ritiene sia l’unico realisticamente in grado di funzionare; e il nuovo modello di gestione comunitaria pensato da Fiorentino. Fiorentino, in un’intervista aveva difeso questo secondo modello di gestione, e spiega anzi che la partecipazione è l’unico modo possibile per gestire il palazzo:

 

Se l’inquilino di domani pensa di avere una struttura di tipo paternalistico, in cui tutto viene offerto e niente gli viene dato, è chiaro che Corviale è destinato ad un fallimento clamoroso, perché evidentemente non è fatto per una gestione di tipo paternalistico. Se invece i suggerimenti che sono dati dagli spazi comuni per farne occasione di lavoro comune verranno utilizzati dagli abitanti – se quindi la gestione di Corviale diventa una gestione di comunità – allora il discorso diventa importante. Questo, è chiaro, dipende da una serie di considerazioni riguardanti momenti di intervento da parte del Comune, dello IACP, di assistenti sociali, di promotori culturali ecc. Perché noi abbiamo scelto una strada così rischiosa? Perché io credo che di fronte ad un programma generico (e penso abbastanza passivo, come è quello di gran parte degli altri interventi dell’IACP), forse era utile fare un intervento che rappresentasse una proiezione, dal punto di vista non dell’architettura ma della gestione, che fosse un modo nuovo di gestire questi complessi dell’IACP.  da questi spunti può nascere un modo di rapportarsi alla città – perché in effetti questo è un pezzo di città! – completamente diverso da quanto avviene normalmente. È chiaro che la risposta in senso negativo è che ognuno si chiude dentro, tutto il resto viene gestito attraverso una amministrazione di tipo paternalistico, i servizi vengono sottovalutati, e quindi il risultato definitivo può essere molto al di sotto di quello che uno si proponeva. Si tratta invece di passare da una gestione puramente privatistica o da una gestione paternalistica come è quella dell’IACP ad una gestione di partecipazione degli inquilini alla vita della propria comunità, non dico della città. Le strutture fisiche sono predisposte a che questo avvenga, sono pronte a recepirlo. Non sta all’architetto fare il gestore, ma predisporre le strutture perché questo sia possibile, evidentemente sì.

 

Nella Relazione al progetto Fiorentino prevede «tre gruppi di servizi di base», comprendenti ciascuno «un asilo-nido, una scuola materna ed un gruppo di esercizi commerciali di prima necessità al piano d’ingresso; alcune decine di locali destinati a botteghe, studi professionali, attività artigianali, ambulatori situati nel piano libero; ed infine una grande autorimessa che garantisce un posto macchina per ogni alloggio».

[Autorimesse interrate].

[Servizi al piano di ingresso].

[Locali al piano libero].

In regione intanto è iniziata una nuova legislatura. Sebastiano Montali (Psi) presiede l’ente da luglio 1985 a maggio 1987; e da maggio 1987 torna in carica Bruno Landi (Psi), fino a luglio 1990.

Vivere dentro il Serpentone non è affatto facile. Le dimensioni gigantesche dell’edificio paiono annientare ogni dimensione umana. «Vivere dentro le sue soffocate corti dalla piranesiana oscurità non è facile, né è possibile ricavare dalle fascinose ma ossessive prospettive dei ballatoi momenti di identificazione e di privatezza». Ancora Purini: «Tale linearità si fa emblema, nella stereometria priva di variazioni cui da luogo, di una condizione abitativa rigidamente ugualitaria […]. [Corviale nasce] da una sorta di paradosso logico: la residenza di massa come massa di residenze».

Le elezioni decretano un quinquennio di governo Dc-Psi. Si alternano i presidenti Rodolfo Gigli (Dc) da luglio 1990 a febbraio 1992; Giorgio Pasetto (Dc) da agosto 1992 a febbraio 1994 (Dc); Carlo Proietti (Psi) da febbraio 1994 a gennaio 1995 (Psi).

Le occupazioni continuano invariate, a ondate successive. 1200 sono gli appartamenti ufficiali, ai quali si affiancano le altre abitazioni sorte abusivamente negli spazi comuni. La situazione precipita in breve nell’abbandono e nel degrado.

Un senso di sconfortante impotenza avvolge il Serpentone: prende piede l’idea che il Serpentone sia condannato all’ingestibilità nel momento stesso in cui è stato progettato. Un gruppo underground assai popolare a Roma nei primi Anni Novanta, i Santarita Sakkascia, ha riassunto questo sentimento con versi dissacratori, quasi una moderna pasquinata. Il loro brano autoprodotto Serpentone (1993) così rimbrotta: «Tu giganteggi monumentale / nel brullo paesaggio di nuovo Corviale / Ma nel vederti domando e dico / che cazzo d’uomo t’ha concepito?». Abbandono e degrado sono dunque evidenti agli abitanti, agli artisti, ma non ai pubblici amministratori. Per la ventina di anni successivi alla realizzazione del Corviale la linea delle pubbliche amministrazioni romane – pur nella diversità degli orientamenti politici che si erano succeduti nel tempo – rimane ferma nel difendere a oltranza l’idea utopica di Fiorentino e indirettamente la bontà di quanto realizzato e la possibilità di gestirlo.

Un critico d’arte illustre, Bruno Zevi, aveva formulato questa posizione sin dal lontano 1983 nel saggio breve La lama nel territorio, nell’«Espresso» n. 6:

 

[Corviale] è un gesto coraggioso, anzi temerario, che oggi viene facilmente contestato quale dottrinario. Va invece letto come un energico segno sul territorio, un solido “fermo” all’espansione caotica, disomogenea e squallida. Possiamo prevedere che, esaurita una spiegabile fase polemica, a questo intervento, pur criticabile sotto certi aspetti, saranno riconosciuti plurimi meriti.

 

A inizio 1995 si avverte che qualcosa sta cambiando. In regione c’è il breve interregno a guida del presidente Arturo Osio (della Federazione dei Verdi), in carica per il breve periodo da gennaio a giugno 1995. Si tengono in quel periodo le elezioni regionali, le prime con l’elezione diretta del presidente. Le vince il giornalista Piero Badaloni (n. 1946), indipendente che sarà poi a capo di un lungo governo di centrosinistra (dal 16 giugno 1995 al 12 marzo 2000).

[Interventi della Giunta Badaloni].

Al complesso appartengono anche due corpi secondari: la Traversa o VI lotto (posta a 45° rispetto al corpo principale) e le Case basse (alte 2 o 3 piani, in parallelo al corpo principale).

Il VI lotto replica la struttura dei primi cinque, ma è separato da essi. È collegato con i primi cinque lotti da una piastra di collegamento sotto la quale passa via Mazzacurati. Sul terminale del VI lotto si trova oggi il centro commerciale Casetta Mattei, così come previsto dal progetto originale.

Al di sotto delle stecche, sul lato che guarda verso la campagna, si sviluppa per un chilometro un’altra fila di abitazioni – le Case basse – di due o tre piani.

Nel 2000, all’interno del volume «Roma. Guida all’architettura moderna 1909-2000» (ed. Laterza) esce il saggio su Corviale di Piero Ostilio Rossi. In questo scritto l’autorevole docente universitario, pur nutrendo una grande ammirazione per l’idea utopica di Fiorentino, per la prima volta rappresenta l’idea che per completare Corviale non è necessario seguire alla lettera il dettato del suo progettista. Si parla per la prima volta, insomma, del superamento dell’idea di Fiorentino, di una sua attualizzazione.

C’era stato intanto un avvicendamento ai vertici regionali. Le nuove elezioni di marzo 2000 aprono la stagione del Centrodestra, con una giunta regionale presieduta da Francesco Storace (n. 1959).

Il 14 dicembre 2001 si tiene a Roma un importante convegno, dal titolo emblematico: Recuperare Corviale. Di quel convegno riportiamo l’intervento di Giuseppe de Rita. L’illustre sociologo, tra i fondatori nel 1964 del CENSIS, sostiene che non ci sono le basi per demolire Corviale, perché «Corviale non è un ghetto» e non è così degradato come sembra:

 

Innanzitutto chiediamoci se la composizione sociale di Corviale sia una composizione sociale da ghetto, come molti dicono. Da ciò che si vede, certamente questa non è diversa da quella delle periferie urbane di tutto il mondo […]. Da cosa deriva allora l’impressione che si tratti di un ghetto? Da dove nasce questa fama, questa leggenda metropolitana? L’idea del ghetto è data sostanzialmente dal manufatto. Esso rappresenta un modo di concepire il rapporto abitativo che, escludendo un minimo di soggettività e di scelta individuale, ha finito per dar corso a comportamenti sempre più diffusi da parte degli assegnatari, degli abusivi, degli sfollati, di tutte le persone che hanno avuto titolo di presenza nel manufatto e lo hanno poi distorto. Non si è creata una comunità, non si è creata una dimensione di vita collettiva; il ghetto ha creato la distorsione della vita collettiva e, possiamo dirlo, il manufatto ha creato il ghetto. Un ghetto che, se confrontato, da un punto di vista sociologico, con altre realtà di periferia urbana (penso allo Zen di Palermo), non è così degradato come sembra.

 

Anche gli artisti sono stati da sempre buoni interpreti di Corviale, forse per la loro capacità di presentire i tempi. Così tocca nell’anno 2001 al cantautore Max Gazzè, rappresentare il disagio per una partenza di cui però non è certo l’arrivo. Nella canzone Eclissi di periferia (dall’album «Ognuno fa quello che gli pare») Gazzè paragona il Corviale, con parole di grande lirismo, ad un’astronave che si vede decollare ma non atterrare:

 

Sotto i baffi del quartiere popolare l’Astronave ha un sorriso di panni ancora stesi. S’intrattiene sulla collina prima del decollo: accensionemotori… e qualcuno si gira a vedere “Corviale che prende il volo” e si tiene il cappello con le mani, accanto a una donna che prega l’eclissi di periferia. Cadono dal cielo pezzi di fondamenta; e un bambino si commuove guardando sotto un nido di formiche conosciute. E dalle finestre i fazzoletti come in crociera agitano saluti. C’è chi abbandona i pacchi della spesa per portare in braccio lo stupore e la paura di “Corviale che prende il volo” […]. Rumore assordante rimbalza fra i palazzi. E gli abitanti come un grande cerchio parcheggiano macchine sui marciapiedi e mangiano i cellulari. Ancora per pochi secondi il Serpente sbuffa sospeso, poi punta ai Parioli.

 

Comunque, questo orientamento, che prevale nei primi Anni Duemila, coincide con un periodo di sostanziale immobilità nella gestione dell’edificio: a cosa serve, , intervenire su un edificio che a breve si intende demolire? Ma né la demolizione – né tantomeno la ricostruzione – sono una prospettiva di breve termine. Storace rimarrà in carica fino a maggio 2005.

A metà degli Anni Duemila prende forza l’idea di un recupero possibile di Corviale. Questa idea si riassume nella formula «recuperare l’esistente» e riprendere, laddove possibile, quanto di realizzabile dell’idea utopica di Fiorentino. E tutto questo dev’essere accompagnato da un grande cantiere d’idee, un «Laboratorio territoriale» che nasca dagli abitanti stessi del Serpentone. A fare da sfondo l’individuazione delle necessità concrete del quartiere e il dibattito su forme negoziate di riqualificazione del quartiere

Così come il critico Zevi aveva espresso in anni ormai lontani l’orientamento della difesa a oltranza di Corviale, si deve a un altro illustre architetto, di aver definito sul piano teorico l’idea di «Recuperare Corviale». In un’intervista all’Unità del 16 dicembre 2001, dal titolo Corviale, casa dei linguaggi urbani, Franco Purini espone l’idea che «il futuro di Corviale è nel Corviale stesso»:

 

Nonostante quanto esposto finora – e forse proprio a causa di questo – il Corviale è un “documento storico” della cultura della città, e al contempo un pregevole “monumento architettonico”, che esige attenzione e rispetto. [Corviale] è l’opera più importante realizzata a Roma in tutti gli anni Settanta e una delle architetture più significative della produzione mondiale di quegli anni. Il futuro di Corviale è nel Corviale stesso.

 

Una data segna questo cambio di sensibilità e l’avvio del «cantiere d’idee»: il 3 giugno 2004. Quel giorno avviene nel Serpentone una performance dell’artista Mario Ciccioli (n. 1953), dal titolo Il Ponentino di Corviale, che nasce da un workshop con i ragazzi della scuola di Corviale. Il tema – sfatare la leggenda urbana che il Serpentone blocchi il ponentino – è in realtà soltanto il pretesto per recuperare i suoni e il presente dell’edificio-città, riflettendo su come lo spazio pubblico viene vissuto, ricordato, immaginato e trasformato dagli abitanti.

La stagione politica del Centrodestra era intanto finita. Dalle elezioni del maggio 2005 esce vincitore il giornalista indipendente Piero Marrazzo (n. 1958), a capo di una giunta di Centro-sinistra. Con Marrazzo, dopo una serie di interventi parziali, inizia un lungo difficile cammino di riqualificazione complessiva, accompagnato da un dibattito sulle soluzioni di lungo periodo.

Per la prima volta matura l’idea che il Serpentone, a fianco ai suoi problemi, presenta anche delle caratteristiche di elevata qualità. Abbiamo rintracciato uno scritto del dirigente ATER Claudio Rosi, che nel 2007 scrive (Problemi di gestione, in «Metamorfosi» n. 67, p. 24):

 

Se usiamo parametri europei per valutare la vivibilità del quartiere, quali la qualità dell’aria, i parcheggi, il verde, il livello di inquinamento acustico, i servizi, dobbiamo considerare che il Corviale è ai primi posti: è ben collegato, ha una dotazione di verde sopra la media, ha spazi per i bambini, ha spazi per lo sport maggiori di altri quartieri a Roma, ha un centro polivalente attrezzato con una biblioteca, un centro di formazione e orientamento al lavoro, un incubatore d’impresa ecc.

 

Annotiamo, come un diario, alcuni fatti degli anni successivi. Nel 2006 la regista austriaca Katharina Copony realizza per ZDF il film-documentario «Il Palazzo».

Il 22 gennaio 2008 l’architetto Andrea Giunti, curatore del programma televisivo Vivere l’architettura, dedica una puntata monografica al Serpentone, dal titolo Abitare l’utopia. Il suo giudizio è interessante perché colloca il Corviale sul piano storico: i presupposti teorici di Corviale erano validi in una certa epoca, oggi è possibile non rinnegarli ma attualizzarli:

 

Questa architettura rappresenta nella sua grandezza un’epoca, le sue speranze e i suoi progetti. Io credo che questa sia la chiave di lettura con la quale noi dobbiamo guardare questa architettura. […] Corviale secondo me è una grande architettura. Io penso che Corviale sia il completamento di un periodo ideologico trasformato in architettura. […] Corviale è un esperimento che è in stand-by, perché penso che i presupposti fossero e sono tuttora validi. Noi dobbiamo pensare che Corviale è un edificio non completato, quindi la possibilità di dare un giudizio definitivo non ce l’abbiamo.

 

In quell’anno 2008 un altro regista, Marco Danieli, realizza il film-documentario Il silenzio del Corviale.

E, sempre in quell’anno, esce un apprezzato saggio a cura di Luca Monica, dal titolo Gallaratese Corviale Zen. I confini della città moderna: grandi architetture residenziali (Festival Architettura, Parma).

Nel 2009 esce la bella indagine a cura di Anna del Monaco – Corviale Accomplished. Function and Disfunction of Social Housing (La Sapienza) –, che ha ragionato sulla sostenibilità odierna degli interventi di social housing su vasta scala e sul recupero delle idee di Fiorentino.

In quell’anno, nell’anfiteatro di Corviale, il regista Michele Civetta gira il videoclip Come la Cina, del rapper Fabio Rizzo, in arte Marracash.

La giunta Marrazzo ha una fine turbolenta, travolta da uno scandalo: il 27 ottobre 2009 Piero Marrazzo si dimette e gli subentra Esterino Montino (n. 1948), che ricopre ad interim la carica per un semestre, fino ad aprile 2010.

In quello scorcio a cavallo tra 2009 e 2010 due registi romani, Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, girano nel Serpentone il film drammatico Et in terra pax. Si tratta di un film profondo, in cui Corviale non è protagonista della storia, ma è soltanto il set. Il tema del film è tuttavia molto vicino a Corviale: la ricerca della pace in terra, la ricerca di un equilibrio in situazioni irrisolte. Tutti i personaggi del film, , sono personaggi senza redenzione, come la celebre Madame Bovary: cercano la pace senza trovarla. Il film suscitò aspre polemiche, soprattutto da parte degli abitanti, che non si riconobbero nella narrazione dei due registi romani. Distribuito nelle sale l’anno successivo, il film otterrà invece consensi da parte della critica.

Ad aprile 2010 Renata Polverini (n. 1962) vince le elezioni regionali, e guida un governo di centro-destra. Il suo assessore alla Casa, Teodoro Buontempo (1946-2013), propone una linea drastica per risolvere una volta per tutte il problema-Corviale: buttarlo giù. Buttarlo giù per poi ricostruirlo da capo, ma questa volta fatto bene.

La formula «abbattere per ricostruire» prevede la costruzione di una new-town a fianco del Serpentone, costruita a villini su una vasta area nella Tenuta dei Massimi, e, man mano che le nuove case sono completate, demolire progressivamente la mole del Serpentone. Viene redatto persino un progetto del nuovo Borgo Corviale, ad opera dell’arch. Ettore Maria Mazzola, che in quegli anni circola, suscitando opposti entusiasmi e critiche.

Buontempo rimarrà assessore alla Casa fino a marzo 2013. La fine del suo mandato segna anche la fine del progetto di abbattimento e ricostruzione: si riparte da dove, nel 2010, si era interrotto.

 

San Paolo della Croce

 

San Paolo della Croce è la sede della parrocchia omonima (la 279a del Vicariato di Roma) e la sede del titolo presbiteriale del Cardinale di San Paolo della Croce.

La parrocchia è eretta il 1° luglio 1977 con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «Il Sommo Pontefice». Viene affidata al clero diocesano di Roma.

Il territorio, desunto da quello della parrocchia di S. Girolamo a Corviale, è determinato entro i seguenti confini: «Via della Pisana in direzione est, partendo dal GRA; via degli Obizzi fino all’intersezione con via dei Cantelmo; da qui, per via breve, linea ideale fino all’incrocio di Via degli Antelminelli con Via Poggio Verde e oltre, tangendo la fine di via dei Condulmer fino all’altezza del civico 856 di Via Portuense (di competenza della parrocchia di S. Girolamo); Via Portuense fino all’altezza di via del fosso della Magliana che si percorre fino all’intersezione con il confine dell’ex Tenuta Somaini; confine dell’ex Tenuta Somaini, che costeggia il lato sud della Via Portuense alla distanza media di 450 metri, fino al GRA che si percorre a nord; Via della Pisana».

Si trova in via di Poggio Verde, 319.

Il progetto architettonico è di Ennio Canino.

La chiesa parrocchiale è stata inaugurata il 16 aprile 1983.

Fino al 2004 resse la parrocchia Don Claudio, del clero diocesano. Di Don Claudio si ricorda soprattutto l’attiva partecipazione, ad inizio del 2002, offerto ai magistrati nella ricostruzione della presunta strage di guerra avvenuta 58 anni prima nella miniera di Ponte Pisano. Don Claudio coinvolte l’intera comunità parrocchiale, per lo più concorde sul fatto che in quella miniera fosse avvenuto qualcosa di terribile, senza tuttavia riuscire a trovare testimoni oculari. Don Claudio si fece interprete anche del timore che nella cava fossero ancora presenti bombe inesplose. In quell’occasione ai giornali dichiarò: «La gente ha paura perché, là sotto ci sono anche bombe».

Dal 2004 è parroco è Don Giuseppe Redemagni, assistito dal vicario cooperatore Don Gabriele Petreni (2011, fino al 31 agosto 2014) e dai collaboratori parrocchiali Don Virgilio Joaquin Canario (2003, fino a giugno 2014) e Don Pedro Fuando Paulino (2013, fino a marzo 2014), e dal diacono permanente Girolamo Scionti.

La parrocchia ha un luogo sussidiario di culto, la Chiesa Annessa di San Francesco Saverio a Via Portuense, 956.

Vi sono due enti nel territorio parrocchiale: la citata Chiesa Annessa San Francesco Saverio e la Fraternità dell’Incarnazione (associazione di fedeli).

La parrocchia è sede cardinalizia. Il titolo presbiterale è ricoperto dal Cardinal Oswald Gracias.

 

Comprensorio Ressi-Maroi

 

[Casale delle Vigne #1].

[Casale delle Vigne #2].

[Casale delle Vigne #3].

[L’edificato di via Adeodato Ressi].

[L’edificato di via Maroi].

 

CORVIALE FUTURO

 

Spina Servizi

 

Del progetto complessivo di Corviale fa parte la Spina dei servizi, nella quale dovevano trovarsi originariamente strutture socio-sanitarie e laboratori artigianali. Essa accoglie attualmente: gli uffici del Municipio XI, il Gruppo XV dei vigili urbani. un centro per il disagio mentale della ASL Roma D, un centro culturale e artistico “Il Mitreo” e un farmer market (attualmente chiuso); il centro polivalente Campanella e una scuola. Inoltre, negli spazi della spina centrale hanno trovato sede un gruppo di artigiani sfrattati dalle botteghe del centro storico. Erano presenti, anche se non più attivi, l’incubatore d’impresa del Comune di Roma Separati vi si trovano: un ambulatorio ASL, un centro anziani, un supermercato, varie cooperative e attività sociali e imprenditoriali.

[Gli uffici del Municipio a Corviale].

[Il Gruppo Marconi dei Vigili urbani].

[Il centro culturale il Mitreo].

[L’ambulatorio, l’incubatore, il farmer’s market].

[Supermercato di Corviale].

[Cooperative di Corviale].

[Altre attività].

 

Sala Petroselli

 

Nel giugno 2002 viene spostata a Corviale la sala delle adunanze del Consiglio municipale. La Sala Petroselli è la sede del Consiglio municipale del Municipio XI. È parte del complesso architettonico di Corviale (settore Spina Servizi), progettato dall’architetto Mario Fiorentino. Nel 2016 la sala è stata intitolata all’ex-sindaco Luigi Petroselli, tra i più popolari amministratori della città.

[Descrizione architettonica].

[Prime attività del Consiglio municipale].

Nella seduta pubblica del 23 luglio 2015, con la delibera n. 19, il Parlamentino del Municipio XI approva l’intitolazione della sua sede all’ex-sindaco Luigi Petroselli. Si tratta di una delibera d’iniziativa, che porta la firma dei consiglieri Fadda e Lanzi. «L’Amministrazione municipale intende rendere un tributo alla memoria dell’ex-sindaco Luigi Petroselli – si legge negli atti consiliari –, che si è spento in data 7 ottobre 1981 all’età di 49 anni, persona di grandi doti morali e umane, il cui serio impegno politico a servizio della comunità è stato da tutti molto apprezzato, prima come consigliere e poi, dopo le dimissioni di Giulio Carlo Argan, come sindaco di Roma». Leggiamo ancora: «Tale iniziativa è motivata dall’importanza della vita politica e amministrativa di Luigi Petroselli: uomo politico e amministratore lungimirante, leale, onesto e imparziale. Nonostante sia stato sindaco solo due anni, dal 27 settembre 1979 al 7 ottobre 1981, giorno della sua improvvisa scomparsa, la memoria di Petroselli è ancora viva». Perché l’Aula Petroselli a Corviale? Così rispondono gli atti consiliari: «Intitolare la sala consiliare del Municipio XI, ubicata a Corviale, una di quelle realtà della periferia romana che sono state al centro della sua azione di governo, rappresenta un segno di riconoscimento, di stima e di profondo affetto che da sempre hanno legato l’ex-sindaco a questi quartieri e ai suoi cittadini».

In quell’occasione il Parlamentino delibera anche di apporre, il 7 ottobre 2015, in occasione del 34° anniversario della scomparsa, una targa commemorativa nell’Aula.

La vita di Luigi Petroselli (1932-1981) è divisa nettamente in due: fino al 1976 funzionario retto e autero del Partito comunista, sconosciuto ai più; dal 1976 fino all’improvvisa morte, pubblico amministratore popolarissimo: prima al fianco del sindaco Argan (1976-1979) e poi direttamente come sindaco (1979-1981).

Petroselli nasce a Viterbo il 1° marzo 1932. Figlio di un tipografo antifascista, frequenta il seminario e poi il liceo classico. Da attivista provinciale del Partito comunista si impegna nelle lotte contadine. In quegli anni era molto forte l’attivismo per l’assegnazione delle terre mal coltivate: nel 1951, durante l’occupazione di una tenuta incolta a Bomarzo, viene arrestato e condannato a 10 mesi di prigione. Inizia l’università a Roma (alla Facoltà di Lettere), e quindi inizia a lavorare all’Unità, come corrispondente. Nel 1954 assume nel partito la carica di responsabile Stampa e propaganda e quella di responsabile provinciale di Viterbo. Terminato il servizio militare si susseguono gli incarichi interni al Partito e quelli di pubblico amministratore: nel 1961 entra nel Comitato direttivo e nel Comitato regionale del PCI. Fino al 1979 è ininterrottamente consigliere comunale a Viterbo, e consigliere provinciale dal 1965 al 1970. Nel 1966 è è eletto nel Comitato centrale del PCI. Nel 1969 lascia la direzione della Federazione provinciale di Viterbo per assumere quella del Comitato regionale, succedendo a Enrico Berlinguer. Nel 1972 viene colpito da una trombosi, superandola, e riportandone solo alcune difficoltà nel camminare che lo lasciano zoppicante.

Il 1976 è l’anno delle elezioni amministrative a Roma. Petroselli è capolista, e ottiene una valanga di preferenze, persino superiore a quelli del capolista della DC Giulio Andreotti. La vittoria del PCI e del suo alleato PSI portano a Roma alla costituzione della prima «giunta rossa», con a capo il sindaco indipendente di sinistra Giulio Carlo Argan (1909-1992). Argan è un professore d’arte, fin dagli Anni Settanta esponente di prestigio della c.d. «Sinistra indipendente». Il suo mandato si svolge in anni difficilissimi per la città di Roma, colpita dal terrorismo e dalla malavita, e attraversata da grandi tensioni sociali. Argan affida l’assessorato alla Cultura al giovane Renato Nicolini (1942-2012), grazie al quale prende vita l’esperimento dell’Estate romana, ritenuto allora un autentico azzardo. Argan incontra in quegli anni, in qualità di vescovi di Roma, i tre pontefici che in un breve periodo si avvicendarono: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Uomo cauto e misurato, Argan sostiene la difesa dell’ambiente, impedendo edificazioni selvagge nei punti panoramici della città. Argan si dimette improvvisamente il 27 settembre 1979, motivando la scelta con le sue precarie condizioni di salute, e lasciando l’incarico a Luigi Petroselli.

L’attività di Petroselli sindaco è rivolta incessantemente agli esclusi, gli emarginati, i poveri, spendendo in loro favore tutto se stesso. Petroselli realizza il grande progetto di avvicinare culturalmente e fisicamente le periferie e le borgate al centro della città. Nei suoi due anni da sindaco centinaia di migliaia di cittadini delle borgate ottengono l’allacciamento alla rete idrica e fognaria. Leggiamo dagli atti consiliari, in occasione dell’intitolazione dell’Aula, che «la sua idea era l’unificazione di Roma, e seppe trasmetterla con forza e in profondità a milioni di cittadini romani, e non solo romani. Tale idea era l’unificazione culturale dei borgatari che si avvicinano ai borghesi, e l’unificazione territoriale delle borgate che si accostano al centro. Non l’annullamento delle differenze, non la rinuncia alle radici e alla storia, ma un obiettivo primario di uguaglianza». Petroselli affianca a sé l’intellettuale e ambientalista Antonio Cederna (1921-1996), realizzando il progetto di ripristino dei Fori e dell’Area archeologica centrale, istituendo le “domeniche a piedi” su via dei Fori Imperiali. Viene eliminata via del Foro Romano (che divideva il Campidoglio dal Foro), e viene ricongiunto il Colosseo con l’area dell’Arco di Costantino e del Tempio di Venere, ricostituendo la continuità dell’Area archeologica. Nel 1980 viene aperta al servizio la Linea A della metropolitana.

Petroselli viene rieletto nelle elezioni 1981, nelle quali raccoglie 130.000 voti di preferenza. Muore, non molto dopo, per un malore improvviso al termine di un intervento al Comitato centrale del PCI, il 7 ottobre 1981. Ha 49 anni. Ai suoi funerali ai Fori Imperiali partecipa una grande folla di romani.

[Le funzioni politiche dell’Aula Petroselli].

 

Centro Campanella

 

Nel 1999 l’assessore al Sociale Nicoletta Campanella lancia un bando pubblico per il recupero edilizio della scuola di Corviale, i cui lavori non erano mai stati completati e che non era mai entrata in attività. Le strutture versavano nel degrado.

L’idea è quella di farne il primo «centro polivalente» del Territorio Portuense, dove per centro polivalente si intende una struttura architettonica concepita come un grande contenitore di servizi e attività per la cittadinanza. Un centro polivalente non ha quindi l’utilità pratica di accentrare i servizi in un’unica sede, ma la funzione di rafforzare la coesione della comunità territoriale, creando un luogo di sviluppo culturale, sociale, umano, di coinvolgimento intergenerazionale e, in ultima analisi, offrire anche uno «spazio non funzionalizzato» disponibile per l’aggregazione e l’incontro in alternativa ai luoghi del degrado.

Anche il modello gestionale è innovativo e si basa sulla «gestione mista»: Comune, Regione e cooperative sociali collaborano nel portare avanti le varie parti di questo progetto corale. Il bando viene vinto dalla CoopSim, una cooperativa edilizia presieduta dal compianto Marco Balderi (1958-2015), cui spetta il compito più immediato e impegnativo di rendere vivibili i locali della struttura. La CoopSim era nata negli Anni Novanta e contava alla fondazione ben 115 soci, con una bella storia di posti di lavoro mantenuti anche in tempi di difficoltà economica.

Terminati i lavori di recupero, il 12 novembre 2002 al pianterreno del Centro apre in via sperimentale la biblioteca comunale, che allora si chiamava semplicemente «Biblioteca Corviale». La biblioteca ha una superficie di 800 mq e si sviluppa su cinque sale: la sala di lettura principale da 50 posti, la sala per ragazzi da 20 posti, lo spazio ludoteca per i più piccoli, la sala proiezioni, la sala riunioni da 40 posti. La biblioteca può vantare servizi estremamente moderni: tre postazioni per l’ascolto di musica, quattro per la visione di audiovisivi, un’isola multimediale connessa a Internet e un’emeroteca per la lettura gratuita dei giornali. Il patrimonio librario iniziale è modesto e si compone di 12.700 volumi (per fare un paragone: quanti ne conta oggi la “piccola” biblioteca del Trullo). Di questi volumi quasi un terzo (3500) sono libri per ragazzi. Ci sono poi 450 videocassette e 353 dvd (orientati ai generi “di evasione”: animazione, fantascienza, horror, thriller), 222 cd musicali, 147 cd-rom multimediali. Una biblioteca giovane insomma, come è giovane la popolazione del Corviale, ben tarata sul suo pubblico. Nella biblioteca ci sono sin dall’inizio tre sezioni speciali: quella dedicata a Roma, la sezione di letteratura fantasy e la sezione biografie.

In quel periodo la cronista di Repubblica Giovanna Vitale ha modo di intervistare[5] il presidente del Municipio Gianni Paris, che così spiegav le ragioni di una biblioteca a Corviale:

 

È un’operazione di grande valore simbolico e culturale. Prima abbiamo trasferito le sedi istituzionali: Municipio e Vigili urbani; ora stiamo organizzando le attività all’interno del Centro. Ormai non sono più gli abitanti di Corviale a doversi spostare per usufruire dei servizi, ma è la città che deve venire a Corviale. Il senso è dare finalmente un’ identità al quartiere, rendere giustizia alle 8 mila persone che ci vivono, fargli capire che questo posto non è un mostro, un corpo estraneo, ma è parte integrante del tessuto urbano, in grado di attrarre cultura, servizi, persino divertimento.

 

La biblioteca è stata aperta ufficialmente il 22 novembre 2002, alla presenza del sindaco Veltroni.

[La scomparsa di N. Campanella e l’intitolazione del Centro].

[La biblioteca Nicolini oggi].

Un’altra delle realtà del Centro Campanella è il CFP, acronimo di Centro di formazione professionale, anch’esso intitolato alla compianta Nicoletta Campanella.

Si tratta di una scuola regionale, che ha come finalità di formare i giovani che hanno assolto l’obbligo scolastico, per inserirli rapidamente nel mondo del lavoro. I CFP, rispetto a un istituto tecnico, si caratterizzano per un ciclo di studi più breve: la qualifica professionale si ottiene già dopo il terzo anno, o in alcuni casi dopo il secondo.

I percorsi professionali triennali attivi nel Centro sono attualmente suddivisi su due canali: quello  di operatore grafico a indirizzo multimediale (una sorta di informatico orientato all’immagine e al web) e quello di operatore del benessere (estetista-acconciatore).

Di recente è stato attivato il quarto anno sperimentale, chiamato anche «anno duale». È un anno aggiuntivo rivolto agli studenti che abbiano già conseguito la qualifica triennale e vogliano conseguire un diploma professionale finalizzato all’abilitazione all’esercizio d’impresa e all’apertura di un’attività in proprio. Questo anno si definisce duale perché prevede il 50% (o anche il 60%) delle ore svolto in un’azienda del territorio, con un contratto di alternanza scuola-lavoro o di apprendistato.

Come tutti i CFP non è rivolto soltanto alla fascia dei più giovani, ma anche ai giovani-adulti senza occupazione o che ne sono stati tagliati fuori. Ci sono ad esempio percorsi formativi individualizzati (della durata di un anno) per la fascia 18-29 anni e rivolti a soggetti svantaggiati (invalidi civili e diversamente abili) o corsi professionali di inserimento in stage aziendale, su due annualità.

Nel Centro si trova anche un punto di ristoro, aperto il 22 novembre 2002, la cui storia merita di essere narrata. Il gestore di questo locale era il compianto Marco Balderi, persona semplice e allo stesso tempo figura attenta ed eclettica, in grado di parlare con competenza «con tutti, di qualsiasi cosa».

Marco Balderi si era ritrovato a Corviale quasi per caso, come amministratore della CoopSim, ma nel tempo aveva animato apprezzate iniziative culturali, come l’associazione culturale “Verde Luna”, che ad esempio nella fantastica Estate Romana del 1991 portò al Serpentone una stagione di eventi di rilievo cittadino. Dal 2002 Marco, nell’insolito ruolo di «oste» del punto di ristoro, ha animato quello che era soprattutto un portofranco delle idee. Questo locale ha saputo nel tempo diventare molto più che il semplice luogo di ritrovo degli studenti, professori, amministratori locali e impiegati del Municipio, per diventare un «pensatoio» dove il nuovo Corviale prendeva forma. Molti degli atti dell’ente municipale hanno preso forma proprio dal confronto di attori sociali diversi, talvolta anche contrapposti, ma riuniti insieme intorno a un tavolo con la medesima pastasciutta.

A fine 2015 un brutto male, veloce come un battito di ali di una farfalla e vissuto senza mai perdere il sorriso, si è portato via Marco.

Da allora gli altri operatori del locale hanno conosciuto forti difficoltà: prima su tutte l’ordine di riconsegnare i locali all’Amministrazione municipale. Una memoria della giunta municipale intende infatti mettere i locali a bando, con tempi non brevi che nel frattempo porterebbero il punto ristoro alla chiusura. Un vistoso striscione campeggia oggi fuori dal locale e riassume la protesta: «20 anni sul territorio, oggi i Cinquestelle ci cacciano via»

La questione è finita in Consiglio municipale, dove l’11 aprile si è svolto un acceso dibattito. Le opposizioni democratiche hanno chiesto un bando in tempi brevi, e che nel frattempo gli attuali gestori fossero nominati custodi del locale con il compito di portare avanti il servizio fino al completamento dell’iter. Ci sono favorevoli e contrari, con posizioni trasversali agli schieramenti, e alla fine la proposta viene messa in votazione. Finisce 11 a 11, parità: e in questi casi la proposta è bocciata. Per la prosecuzione del servizio votano tutti consiglieri di opposizione (di destra, di sinistra, civici), mentre dal Movimento si sfilano due consiglieri che votano con le opposizioni.

[Il plesso scolastico di Corviale].

 

Campi sportivi di Corviale

 

Il Campo dei miracoli è un impianto sportivo situato in via di Poggioverde. Diretto sin dalla nascita (nel 2009) da Massimo Vallati, è caratterizzato dalla pratica sportiva del «calciosociale», ovvero lo sport più popolare d’Italia mediato da uno speciale regolamento di inclusione sociale, che pone lo sport a servizio dei più deboli e si riassume nel motto «Vince solo chi custodisce». All’interno si trova una struttura tecnologicamente avanzata e ad impatto zero, realizzata con fondi regionali.

Qui il 4 aprile 2017 l’Agenzia Nazionale per i Giovani ha tenuto la giornata-evento “A Model to dream”, dedicato ai 60 anni dei Trattati di Roma e, insieme, ai 30 del progetto universitario Erasmus. Riportano le cronache[6] che in quella giornata i ragazzi dell’Istituto Montale hanno assistito alla proiezione del film di Mirko Vannucci «Il grande sogno», storia di un ex carcerato che cerca di ricostruirsi un futuro. Alla proiezione è seguito un partecipato dibattito con le vive testimonianze di uomini e donne che, nonostante le avversità, non hanno rinunciato a sognare. Tra di essi l’avvocatessa sfregiata con l’acido Lucia Annibali, l’atleta paralimpico Federico Morlacchi, il giornalista minacciato dalla mafia Paolo Borrometi. Sono «storie di rivincita, utili a smuovere le coscienze dei più giovani», ha raccontato Massimo Vallati. E Giacomo d’Arrigo, direttore dell’Agenzia, ha aggiunto: «Abbiamo scelto il Campo dei miracoli come simbolo anche di riscatto e ripartenza, e quindi esempio positivo per tanti giovani. Una periferia d’Italia come Corviale è la cornice perfetta per un’iniziativa come questa. Il nostro intento è di portare l’Agenzia li dove i ragazzi vivono».

La Piscina Arvalia è un impianto sportivo comunale dedicato al nuoto, situato in via dei Rinuccini, 75. Dal 2004 è in concessione all’Unione sportiva ACLI provinciale di Roma, e la sua società sportiva dilettantistica Arvalia Nuoto raccoglie oggi circa 600 iscritti. L’attività della piscina è da sempre caratterizzata da tariffe sociali, con l’obiettivo di strappare alla strada i ragazzi del Serpentone di Corviale. La struttura collabora alle iniziative estive comunali, offrendo agli anziani un luogo di ristoro alla calura estiva, e ai giovanissimi un punto di aggregazione per la stagione in cui le scuole sono chiuse.

La concessione dell’impianto è scaduta nel 2012 e nei cinque anni successivi il Comune e l’Acli non sono riusciti a concordare un giusto canone di locazione: il Comune richiede un canone di mercato; l’Acli chiede un canone sociale, che consenta di mantenere tariffe sociali. La questione è giunta a un punto di rottura nel marzo 2017, quando il Comune ha richiesto all’Acli il pagamento di un canone di occupazione decuplicato rispetto all’affitto, passando da 550 euro mensili a 5500, e ponendo la struttura di fronte al concreto rischio-chiusura. In quell’occasione Luca Serangeli, presidente dell’Acli Roma, ha raccontato ad Arvalia Today[7] il suo punto di vista:

 

Abbiamo sempre pagato in maniera regolare, alla scadenza del 5 di ogni mese. A più riprese l’US ACLI ha chiesto in forma ufficiale a Roma Capitale di potere siglare un nuovo accordo, senza avere nessuna risposta. [La vicenda] dimostra come spesso chi amministra la città sia lontano dai territori, non conoscendone le dinamiche sociali ed economiche. Aumentare del 1000% l’affitto a una realtà come la nostra significa colpire i tanti giovani del Corviale che con noi hanno intrapreso un percorso di fuga dal degrado, per una vera integrazione. Farlo poi a stagione iniziata è un colpo all’economia di tante famiglie del quartiere, che confidavano sulle tariffe comunali. Proprio il 28 gennaio scorso abbiamo fatto il nostro congresso. Per quella occasione l’assessore Frongia, seppur invitato, non si presentò.

 

L’assessore comunale allo Sport Daniele Frongia, chiamato in causa, rispose con una gelida comunicazione:

 

Il canone era stato determinato nel 2004 in 5000 mila euro, successivamente ridotto per il periodo di vigenza della concessione. Una volta scaduta la concessione è venuto meno il rapporto contrattuale tale da giustificare il canone ridotto. Allo stato attuale, se il concessionario scaduto ritiene ci siano motivazioni tali da giustificare il mantenimento del canone ridotto, può formulare le sue controdeduzioni nei tempi stabiliti e verrà convocato per discuterne.

 

Il Consiglio municipale si è schierato in maniera compatta con l’Acli, approvando una mozione bipartizan per la salvaguardia dell’attività sociale e sportiva della piscina, mantenendo, nell’attesa della stipula della nuova concessione, il canone attuale: «Questo [aumento] comporterà la chiusura e va a colpire coloro che attraverso lo sport forniscono un’alternativa al degrado e al disagio sociale, colpendo al tempo stesso le tante famiglie del quartiere che grazie alle tariffe comunali calmierate hanno potuto in questi anni far praticare sport ai loro figli», ha spiegato il capogruppo democratico Veloccia, insieme agli altri primi firmatari Lanzi, Fainella e Vastola. Il consigliere del Movimento Gianluca Martone ha spiegato a Roma Today[8] le ragioni di questa convergenza: «Abbiamo votato favorevolmente, tuttavia abbiamo presentato degli emendamenti per far sì che nella scrittura del nuovo Regolamento degli Impianti sportivi di Roma venga presa in considerazione la situazione di quegli impianti che svolgono un servizio sociale in zone difficili. Per queste realtà dovrà essere mantenuto un canone calmierato: non tutto il patrimonio va valutato con mere tabelle commerciali».

Lo stadio del rugby di Corviale è un campo regolamentare in erba con tribuna da 300 posti, torri per l’illuminazione notturna, spogliatoi, primo soccorso, uffici, bar e parcheggio. Si sviluppa su 1287 m2 ed è il terzo impianto pubblico di Roma dopo l’Acqua Acetosa e le Tre fontane.

È stato progettato nel 1998 dai tecnici comunali del XII dipartimento. Il cantiere è iniziato nel dicembre 2003 ed è terminato nel marzo 2005. Con la tribuna e il parcheggio, realizzati successivamente, lo stadio è costato 920.000 euro. Il Municipio ne ha affidato la gestione per bando alla società sportiva Arvalia-Villa Pamphili Rugby Roma.

La società sportiva Arvalia-Villa Pamphili Rugby Roma viene stata fondata nel 1980 da Salvatore Gallo (attuale presidente), già atleta di fama nell’Amatori Catania, Cus Roma, SS Roma e insegnante di ginnastica all’ITC Ceccherelli. La squadra si è allenata a Villa Pamphili e poi alle Tre fontane e vi hanno militato l’azzurro Angelo Bencetti, l’ex-capitano della SS Lazio Francesco D’Angelo, le atlete Anna Basile, Serena Oliva e Cristina Tonna (team manager della Nazionale). Basile e Oliva sono oggi responsabile del giovanile e allenatrice della prima squadra. I colori sociali sono bianco-verde.

Il campo di Corviale viene inaugurato il 25 giugno 2007 dal capitano della Nazionale Andrea Lo Cicero e dal sindaco Veltroni. Nel primo torneo «Corviale Rugby Seven» gli «All Reds» hanno segnato la prima meta e i locali hanno vinto la prima partita. La competizione è stata vinta dai «Prætoriani».

Di un altro, a suo modo importante, torneo dei tempi recenti, troviamo traccia su Arvalia News di marzo-aprile 2015, dal titolo “Allo stadio del Rugby: il torneo federale diverte pubblico e piccoli atleti”. «Quasi 300 i piccoli rugbysti – vi si legge – che il 15 marzo hanno riempito lo Stadio di Corviale per il Memorial Carla Negri 2015, dedicato alle categorie under-6, u-8 e u-10. Giunto alla sua V edizione, il Torneo si distingue per il carattere di interesse nazionale attribuitogli dalla Federazione Italiana Rugby. Quasi tre ore di gare, due per ogni categoria, tanto gioco e pochi intervalli hanno divertito il numeroso pubblico».

 

Orti di Corviale

 

[La vicenda del Rottamatore].

[L’ampliamento della Riserva Tenuta dei Massimi].

[Gli Orti urbani di Corviale].

 

Corviale futuro

 

La giunta Polverini termina in anticipo, a causa di uno scandalo che porta alle dimissioni anticipate. Dalle elezioni esce vincitore Nicola Zingaretti, che da marzo 2013 guida un governo di centro-sinistra.

Nel 2014 il regista Riccardo Milani gira il film Scusate se esisto. La protagonista, l’attrice Paola Cortellesi, è un architetto che progetta la riqualificazione del Serpentone. Sempre in quell’anno il cantante Mario venuti cita il Serpentone nel brano Ventre della città, un brano per la verità non troppo felice, con contenuti deboli e pieni di luoghi comuni: «Storie di Corviale […] sono conficcate come pugnali nel ventre della città. Ci incontreremo le sere d’estate sul mare d’asfalto di queste borgate. Non sarà male fermarsi a guardare le nostre ferite, le stelle inventate […]. C’è chi non la legge solo dentro i libri, la cerca altrove la poesia […]. Tu la puoi trovare dove Cristo muore, nel ventre della città».

Nel 2015 esce lo studio di Otto Hainzl intitolato Corviale, Heidelberg, Kehrer (Verlag).

Il 4 dicembre 2015 è stato proclamato il progetto vincitore del concorso internazionale “Rigenerare Corviale” (vincitore arch. Laura Pedretti dello Studio Insito).

[Corviale Domani – Expo – Pontili]

Ci sembra giusto concludere così come abbiamo iniziato: riportando alcuni nomignoli del Corviale.

L’architetto Purini, sull’Unità, ha chiamato la città di Fiorentino un «grigio Leviatano», alludendo alla natura di mostro non definibile.

Lo stesso Purini si interroga sul nome di Serpentone, un nome quasi inspiegabile visto che il Corviale è «inesorabilmente squadrato». Non siamo in grado di rispondere a questa critica. L’edificio ha innegabilmente una forma allungata, anche se effettivamente manca del tutto il carattere della sinuosità tipico dei pericolosi rettili. Ipotizziamo che sia forse qui la ragione della metafora: un serpente – o un grande serpente, un serpentone – morde. Ed è capace di far male.

 

[1] Log di pubblicazione:

– Arvalia.it n. 5/2017 del 30 maggio 2017. I contenuti editoriali sono estratti e adattati dalla pubblicazione Corviale di A. Anappo, prima edizione novembre 2016.

[2] Bisso, M.; Casalini, S., Il mistero della grotta dei nazisti, in Repubblica, 7 febbraio 2002.

[3] Onelli, D., A un passo dal mistero della cava della morte, in Repubblica, 1° marzo 2002.

[4] Grilli, F., Eternal City Brewing, il birrificio di Corviale che racconta la storia di Roma con le sue birre, in Arvalia Today, 3 aprile 2017.

[5] Vitale, G., A Corviale la biblioteca dei sogni, in Repubblica, 15 novembre 2002.

[6] Il Campo dei  miracoli ospita Il più grande sogno, in Arvalia Today, 31 marzo 2017 (video di Altimari, V.).

[7] GN, La piscina comunale rischia la chiusura, in Arvalia Today, 17 marzo 2017.

[8] Grilli, F., Il Municipio si compatta in difesa dell’Acli e della Piscina Arvalia, in Arvalia Today, 28 marzo 2017.

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