È il 14 febbraio dell’anno 1987, un sabato, giorno di San Valentino. La giornata del furgone portavalori delle Poste Italiane in servizio nel quadrante Sud-Ovest è iniziata molto presto: ore 7,30 uscita dal caveau centrale di piazza San Silvestro, ore 8 approvvigionamento alle poste dell’Eur, ore 8,30 all’ufficio postale di via Sereni, zona Marconi. Qui vengono scaricate banconote per mezzo miliardo di lire. Il mezzo riprende il suo percorso. All’interno c’è ancora una cifra considerevole.

A scortare il furgone blindato c’è la volante numero 43 della Polizia di Stato: una Giulietta con a bordo il capopattuglia Rolando Lanari (26 anni), l’autista Giuseppe Scravaglieri (23) e il gregario Pasquale Parente (29), tutti appartenenti al VI gruppo del Reparto Volanti.

Il piccolo convoglio riparte; imbocca via dei Prati dei Papa. Con il furgone portavalori che precede e la volante che segue, come da prassi. Via dei Prati di Papa è una strada stretta, a parziale senso unico, percorribile solo a passo d’uomo, che termina con una ripida salita che immette su via Borghesano Lucchese, che a sua volta è una traversa di viale Marconi. Su via dei Prati dei Papa transitano davvero in pochi. Ci sono degli anziani, probabilmente diretti o appena usciti dalle Poste.

Una memoria popolare racconta di un uomo misterioso, che mostrando una paletta invita sbrigativamente i presenti a andarsene. Avrebbe detto: “Allontanatevi da qui, siamo agenti di Polizia, fra poco ci sarà una sparatoria”. Tre minuti dopo, un comando armato entrerà in azione.

Secondo la ricostruzione più accreditata il comando è composto di otto uomini (ma in altre ricostruzioni di parla anche di dieci o dodici elementi), divisi in due segmenti operativi: il gruppo di fuoco (quattro persone, con il compito di neutralizzare la scorta) e il gruppo di fiancheggiamento (altre quattro persone, con il compito di prelevare il contante dal portavalori).

Mentre il furgone postale imbocca la salita di via dei Prati dei Papa una automobile Renault 14 gli taglia la strada, obbligando il mezzo ad una brusca fermata. L’arresto è così repentino che la volante tampona il furgone.

Compaiono all’improvviso, ai lati della Giulietta, a piedi, i quattro del gruppo di fuoco, che sparano sugli agenti: neutralizzandoli, come si dice in gergo malavitoso.

Le armi impiegate sono almeno quattro: due pistole, un fucile a pompa e una mitraglietta Skorpion della Ceaka Zbrojovka, da cui partono 56 colpi di calibro 9.

Il capopattuglia Rolando Lanari sul sedile di destra muore sul colpo, mentre si appresta a lanciare l’allarme dal microfono ricetrasmittente. I colpi dei killer colpiscono anche l’autista Giuseppe Scravaglieri, che perde i sensi accasciandosi sul volante, sospeso tra la vita e la morte. Il terzo agente, Pasquale Parente, sul sedile posteriore, apre lo sportello e tenta la risposta armata. Riesce appena ad uscire e a mettere mano alla fondina che i killer lo colpiscono al torace, alle gambe, al braccio. Un proiettile gli perfora un polmone: l’agente cade a terra. È ancora vivo.

Nel frattempo un uomo e una donna del gruppo di fiancheggiamento, con il viso coperto da un passamontagna, entrano nel furgone portavalori e prelevano, con lucida calma, denari per un miliardo e 150 milioni di lire. Convertitore storico lira-euro alla mano, sono 1,3 milioni di euro di oggi.

In quel momento un’incauta signora abitante in un palazzo vicino, la Signora Clara, si affaccia alla finestra per osservare la scena. Il comando le rivolge contro una raffica di mitraglietta skorpion. La Signora Clara rimarrà ferita in maniera lieve da alcune schegge.

I killer si dileguano nel nulla.

Negli attimi successivi la stradina è avvolta dal silenzio, spezzato solo dall’agonia del gregario Parente. Arrivano i soccorritori, mentre scatta la caccia all’uomo.

Sul posto i sanitari non possono fare altro che constatare la morte del capopattuglia Lanari. Gli altri due agenti, Scravaglieri e Parente, sono gravissimi. In una corsa disperata vengono trasportati entrambi al Padiglione Morgagni III del San Camillo. Scravaglieri morirà pochi minuti dopo il ricovero. Per Parente inizierà lo strazio: va in emorragia quattro volte, viene sottoposto ad altrettante trasfusioni. I chirurghi del professor Baldini riescono ad estrargli la pallottola dal polmone e uno a uno gli tolgono dal corpo altri cinque proiettili.

Alle dieci del mattino intanto, nella redazione bolognese di Repubblica, arriva la telefonata di rivendicazione: “Brigate Rosse, Partito Comunista Combattente”, dice una voce anonima.

La dinamica risulta subito chiara. La sigla PCC (Partito Comunista Combattente) è una costola del movimento eversivo delle BR storiche. Il modus operandi è quello della rapina di autofinanziamento: neutralizzare la scorta, portare via il bottino, e con questo compiere nuove azioni sanguinarie.

All’indomani della strage Repubblica descrive con viva commozione il cordoglio dei Romani, ma anche la rabbia e l’indignazione. Grazie a quel nitido racconto conosciamo oggi i profili umani dei tre ragazzi della volante 43.

Si tratta di biografie molto simili, che la Questura in un dispaccio sintetizza così: “In divisa a diciott’anni, molto motivati, innamorati del loro mestiere”.

Il capopattuglia Rolando Lanari (26 anni, nato a Massa Martana, Perugia) è un agente “svelto, preparato e sempre sul chi vive”, in servizio alle volanti da quattro anni. È “uno che il servizio di scorta lo fa con la mano sulla pistola, che si guarda continuamente intorno”. Vive a Centocelle, con il padre anziano e malato. Frequenta il bar, è tifoso del Milan, ha da poco comprato un impianto stereofonico con il lettore compact disc. È fidanzato con un’addetta delle Poste ai furgoni portavalori, conosciuta durante il servizio. Una voce riferisce che Lanari avesse in animo di lasciare le scorte e abbia fatto domanda di assunzione in Alitalia.

L’autista Giuseppe Scravaglieri (nato a Catena Nuova, Enna) non ha ancora compiuto 24 anni: ha lasciato il paese rurale d’origine “per trovare un pezzo di pane” (così racconta il padre Sebastiano, intervistato) e tale è la passione per il suo lavoro che dopo cinque anni di servizio dorme ancora in branda alla Caserma Guido Reni e ha tralasciato di crearsi una famiglia e una casa per conto suo.

Ai funerali dei due agenti, che si svolgono con rito di Stato a San Lorenzo al Verano, partecipano sotto la pioggia battente cinquemila persone. Celebra il cardinal vicario Ugo Poletti, che nell’omelia dice: “Il terrorismo per mano delle Brigate Rosse è tornato a colpire a Roma con ferocia e superbia, come il serpe velenoso morde nei luoghi più imprevedibili. Sono state colpite le Istituzioni pubbliche, l’onesto popolo italiano e ciascuno di noi”.

All’ospedale San Camillo intanto Pasquale Parente combatte ancora per la vita. Ha 29 anni, è sposato, ha un bambino di dieci mesi. Repubblica riporta le voci dei colleghi in visita all’ospedale: “Maledetti assassini, carogne, bisognerebbe ammazzarli tutti!”. “È la fine che può toccare a tutti noi. Ogni giorno quando esci non sai se la sera tornerai a casa o no”.

A distanza di tre mesi, il 16 maggio 1987, i tre agenti saranno insigniti al Valor civile, dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga: medaglia d’argento per Parente; medaglia d’oro, alla memoria, per Lanari e Scravaglieri.

Intanto una mano pietosa colloca sul tratto in salita di via dei Prati dei Papa due piccole fotoincisioni su marmo, raffiguranti gli agenti caduti, fa spazio tra le sterpaglie per creare un improvvisato luogo di raccoglimento.

Nel decennale della strage, 14 febbraio 1997, in quello stesso luogo viene realizzato un monumento memoriale. Si compone di una piazzola aperta di piccole dimensioni, a forma di mezza luna, scavata in un terrapieno sistemato a verde. Una lapide ricorda: “In questo luogo […] due agenti della Polizia di Stato, fedeli alla Repubblica e alla democrazia, sono stati uccisi con fredda ferocia mentre adempivano al loro dovere. Il Comune e la Questura di Roma, i familiari, il personale del Reparto Volanti, i cittadini del quartiere e il personale delle Poste e Telegrafi posero”.

Ogni anno, nella ricorrenza del 14 febbraio, le autorità visitano il luogo della strage, deponendo una corona.