Download PDF

La Rec­ta­flex è una palaz­zi­na del 1949, sede del­la bre­ve espe­rien­za pro­dut­ti­va del­le omo­ni­me mac­chi­ne foto­gra­fi­che. La com­pa­gi­ne socie­ta­ria si costi­tui­sce già dal 1946 con lo sco­po di pro­dur­re la pri­ma foto­ca­me­ra ita­lia­na di tipo reflex nei model­li Stan­dard, 1000 e 2000. Nel 1948 i pre­e­si­sten­ti Sta­bi­li­men­ti Sara ven­go­no amplia­ti e vie­ne costrui­ta una nuo­va palaz­zi­na di 4 pia­ni, strut­tu­ra­ta secon­do i prin­ci­pi di Gro­pius, in cui tro­va­no posto i repar­ti Fre­sa­tu­ra, Tor­ni­tu­ra, Mon­tag­gio, Acces­so­ri, Semi­la­vo­ra­ti e Col­lau­do, oltre all’attrezzeria, i ser­vi­zi e la men­sa. Nel­le vec­chie strut­tu­re Sara ven­go­no allog­gia­ti i repar­ti Gal­va­ni­ca e Ver­ni­cia­tu­ra, i magaz­zi­ni, la Dire­zio­ne e gli uffi­ci. La pro­du­zio­ne in serie ini­zia nel 1949, con i model­li 3000, 4000 Duo-focus, Junior, 16.000, Rotor, 25.000, 30.000 e vari model­li Spe­cial. Per testa­re la Gold ver­rà in visi­ta, nel 1952, Papa Pio XII. Il fal­li­men­to dell’accordo com­mer­cia­le con il Gover­no ame­ri­ca­no segna la cri­si socie­ta­ria e la mes­sa in liqui­da­zio­ne, avve­nu­ta nel 1955. Dopo la ricon­ver­sio­ne in isti­tu­to sco­la­sti­co e una fase di abban­do­no, lo sta­bi­li­men­to è oggi sede del Cen­tro poli­va­len­te di quar­tie­re.

 

 

  1. — Il can­tie­re Rec­ta­flex

 

La Rec­ta­flex nasce come un ramo pro­dut­ti­vo del­la SARA, spe­cia­liz­za­to in mac­chi­ne foto­gra­fi­che. Cono­scia­mo le vicen­de socie­ta­rie e i det­ta­gli costrut­ti­vi degli appa­rec­chi gra­zie allo stu­dio appas­sio­na­to di Mar­co Anto­net­to, auto­re de Rec­ta­flex. La Reflex magi­ca (2001), al qua­le sia­mo debi­to­ri per la rea­liz­za­zio­ne di que­sta mono­gra­fia.

I pro­to­ti­pi e i model­li semi-arti­gia­na­li Stan­dard 947 nasco­no anco­ra pres­so gli Sta­bi­li­men­ti Sara. Dopo il buon riscon­tro e le pri­me pre­no­ta­zio­ni, otte­nu­ti alla Fie­ra Cam­pio­na­ria di Mila­no del 1948, il Con­si­glio di ammi­ni­stra­zio­ne del­la socie­tà madre, la Cisa Visco­sa, si riu­ni­sce in sedu­ta straor­di­na­ria e deli­be­ra l’avvio del­la pro­du­zio­ne in serie, costi­tuen­do per lo sco­po la nuo­va socie­tà Rec­ta­flex srl. L’investimento ini­zia­le, che pare sia sta­to di 300 milio­ni di lire, con­sen­te l’ampliamento dell’esistente Sta­bi­li­men­to Sara e l’edificazione di una nuo­va avve­ni­ri­sti­ca palaz­zi­na di 4 pia­ni, dagli ambien­ti lumi­no­si e aper­ti, alla manie­ra di Wal­ter Gro­pius.

La pri­ma pie­tra vie­ne posa­ta nell’autunno 1948. Ven­go­no assun­te le mae­stran­ze, for­ma­te dai tre sto­ri­ci capo-mon­ta­to­ri Sara – Fra­je­ga­ri, Judi­co­ne e Assen­za –, e nel per­so­na­le vi sono nume­ro­se don­ne, impie­ga­te nel­le fun­zio­ni minu­te. Nel frat­tem­po le Stan­dard 947 ven­go­no mes­se in ven­di­ta, pre­va­len­te­men­te sul mer­ca­to ame­ri­ca­no e fran­ce­se, gra­zie ai distri­bu­to­ri Direc­tor Pro­duc­ts di New York e Exclu­si­vi­tés Télos di Pari­gi. Altre inte­se com­mer­cia­li por­ta­no la Rec­ta­flex nei cin­que con­ti­nen­ti, ma non anco­ra in Ita­lia. Si trat­ta di una poli­ti­ca com­mer­cia­le biz­zar­ra ma basa­ta sull’idea di un oriz­zon­te lar­go, che rispec­chia il carat­te­re visio­na­rio dell’aministratore-progettista Tele­ma­co Cor­si. In quei gior­ni Cor­si respi­ra aria di fab­bri­ca not­te e gior­no, per­fe­zio­na la mac­chi­na e inse­gue gli stan­dard tec­ni­ci del­le due prin­ci­pa­li con­cor­ren­ti: Lei­tzZeiss. Con l’inverno 1948 ini­zia la pro­du­zio­ne del nuo­vo model­lo, la Serie 1000, carat­te­riz­za­to da nume­ri di matri­co­la a par­ti­re dal nume­ro 1001. Este­rior­men­te il nuo­vo model­lo con­ser­va il desi­gn del­la Stan­dard 947, men­tre il cor­po-mac­chi­na, rica­va­to in pres­so­fu­sio­ne di allu­mi­nio ano­diz­za­to, si com­po­ne di quat­tro par­ti: il cor­po vero e pro­prio, il castel­lo (con pri­sma e spec­chio), il pia­no fron­ta­le (con l’imboccatura dell’ottica) e il dor­so. Le otti­che sono inter­cam­bia­bi­li e il mec­ca­ni­smo dei tem­pi len­ti è miglio­ra­to.

La nuo­va fab­bri­ca vie­ne com­ple­ta­ta con invi­dia­bi­le rapi­di­tà e nel gen­na­io 1949 il sin­da­co Sal­va­to­re Rebec­chi­ni può già inau­gu­rar­la. Sono gli anni del­la ripre­sa eco­no­mi­ca, del boom. Nel suo discor­so Rebec­chi­ni rie­vo­ca la tra­sfor­ma­zio­ne del­la bor­ga­ta del Trul­lo, da zona acqui­tri­no­sa a distret­to indu­stria­le che por­ta con sé case, benes­se­re, eccel­len­za. Il gior­na­li­sta de Il pro­gres­so foto­gra­fi­co for­ni­sce un enfa­ti­co reso­con­to di quel­la gior­na­ta:

 

Io petu­lan­te chie­si di poter visi­ta­re lo sta­bi­li­men­to con più tran­quil­li­tà. Quan­do mi ven­ne mostra­to il castel­lo del­la Rec­ta­flex non ebbi biso­gno di spie­ga­zio­ni, per sape­re che que­sta è l’ultimo gri­do del­le pres­so­fu­sio­ni, la più esat­ta! Entran­do nel salo­ne del­le mac­chi­ne uten­si­li ebbi un gri­do di ammi­ra­zio­ne, scor­gen­do­ne oltre cen­to­ven­ti. Come si fa a non costrui­re bene i due­cen­to pez­zi che com­pon­go­no la Rec­ta­flex con quel­la attrez­za­tu­ra? Sareb­be più dif­fi­ci­le costruir­li male che bene! E i con­trol­li? non fini­sco­no più! Ogni pez­zo vie­ne con­trol­la­to con impla­ca­bi­le pigno­le­ria duran­te il mon­tag­gio, tan­to che i con­trol­li fina­li, che sono i più seve­ri, diven­ta­no for­se inu­ti­li. Quin­di, la Rec­ta­flex costrui­sce in serie cir­ca cin­quan­ta mac­chi­ne al gior­no, occu­pan­do quat­tro­cen­to per­so­ne, ma il con­trol­lo è sin­go­lo, accu­ra­to, esa­spe­ran­te. Orga­niz­zia­mo tut­ta la nostra indu­stria con simi­li meto­di e i nostri pro­dot­ti non teme­ran­no con­fron­ti!

 

Il cro­ni­sta esa­ge­ra pro­ba­bil­men­te nei toni e nei nume­ri, ma l’atmosfera di entu­sia­sti­ca fidu­cia nel futu­ro è rea­le.

 

 

  1. — La pro­du­zio­ne in serie

 

Nei pri­mi mesi del 1949 avvie­ne un disa­stro: i model­li 1000, appe­na ven­du­ti, uno dopo l’altro mani­fe­sta­no pro­ble­mi mec­ca­ni­ci e ven­go­no rispe­di­ti al Trul­lo per l’assistenza, tut­ti con difet­ti alle ten­di­ne e ai leve­rag­gi del ritar­da­to­re: sui tem­pi di posa lun­ghi (dal deci­mo di  secon­do in poi) la Rec­ta­flex non fun­zio­na. Cor­si indi­vi­dua subi­to la cau­sa nei cor­pi di allu­mi­nio, pro­dot­ti dal­la Fon­de­ria Roma­na di Por­ta Por­te­se, sog­get­ti a dila­ta­zio­ne ter­mi­ca: suc­ce­de che al varia­re del­la tem­pe­ra­tu­ra i com­po­nen­ti inter­ni sono com­pres­si oppu­re bal­la­no. Sot­to gli occhi sgo­men­ti degli azio­ni­sti Cisa, Cor­si adot­ta la deci­sio­ne di richia­ma­re in fab­bri­ca tut­te le mac­chi­ne ven­du­te, e di riti­ra­re dai nego­zi quel­le lascia­te in con­to ven­di­ta. L’avvocato Cor­si fa ese­gui­re del­le ret­ti­fi­che manua­li a col­pi di fre­sa­tri­ce, eli­mi­nan­do le tol­le­ran­ze o inter­po­nen­do lamel­le di otto­ne. Il pro­ces­so è lun­go e costo­so, sen­za con­ta­re che la Fon­de­ria Roma­na ha già rea­liz­za­to altre 2000 fusio­ni.

Cor­si pren­de una secon­da deci­sio­ne corag­gio­sa: riman­da indie­tro alla fon­de­ria i 2000 cor­pi in allu­mi­nio, e chie­de di rifon­der­li di nuo­vo, a spe­se del­la Rec­ta­flex, con un nuo­vo stam­po che risol­ve il pro­ble­ma. I nuo­vi stam­pi han­no nume­ri di matri­co­la dal 2128 in poi: nasce così, non da una pia­ni­fi­ca­zio­ne, ma da una serie­tà com­mer­cia­le che sa di tem­pi lon­ta­ni, il nuo­vo model­lo Due­mi­la. Ma Cor­si è anco­ra inquie­to. Nel­la nuo­va Due­mi­la inse­ri­sce anche le miglio­rie spe­ri­men­ta­li ela­bo­ra­te nel frat­tem­po, e un nuo­vo pen­ta­pri­sma, idea­to dal­lo stes­so Cor­si e dal fida­to Pic­chio­ni, che pre­sen­ta nel­la secon­da fac­cia una super­fi­cie con­ves­sa e nell’ultima fac­cia una len­te ingran­den­te: il risul­ta­to è che sull’oculare si vede un’immagine anco­ra più gran­de e lumi­no­sa. Que­sta miglio­ria, chia­ma­ta pen­ta­pri­sma a len­te con­ves­sa, vie­ne bre­vet­ta­ta nel feb­bra­io 1949. Nel­lo stes­so anno Cor­si e Pic­chio­ni otten­go­no altri due bre­vet­ti: uno sul siste­ma di ottu­ra­zio­ne (con una dop­pia ten­di­na ad aper­tu­ra fis­sa), un altro sul ritar­da­to­re dei tem­pi len­ti (mon­ta­to su pla­ti­ne ano­diz­za­te con oro 22 cara­ti e rubi­ni).

Intan­to arri­va la Fie­ra Cam­pio­na­ria di Mila­no, edi­zio­ne 1949, dove la Rec­ta­flex pre­sen­ta la Due­mi­la. E c’è un’altra brut­ta sor­pre­sa. Cor­si osser­va con rab­bia, nel­lo stand accan­to, la Con­tax S del­la con­cor­ren­te Zeiss, che mon­ta lo Spie­gel­re­fle­x­ka­me­ra, un siste­ma a spec­chio riflet­to­re con pri­sma di rin­vio che in pra­ti­ca è la ver­sio­ne tede­sca del pen­ta­pri­sma rec­ta­flex. Poco più in là c’è la sviz­ze­ra Alpa Reflex, con le stes­se carat­te­ri­sti­che, ma per for­tu­na anco­ra costo­sis­si­ma. L’aneddoto vuo­le che Cor­si, furi­bon­do, abbia gri­da­to al pla­gio. La fie­ra tut­ta­via sor­ri­de a Cor­si e fioc­ca­no gli ordi­na­ti­vi. E in fie­ra Cor­si met­te a segno anche un bel col­po sul mer­ca­to di Fran­cia e Colo­nie, otte­nen­do l’abbinamento in ven­di­ta del­la sua mac­chi­na con il nuo­vo gran­dan­go­la­re Retro­fo­cus 35 mm del­la Angé­nieux. Tra Cor­si e il pro­dut­to­re Pier­re Angé­nieux si instau­ra subi­to un’amicizia per­so­na­le, che dure­rà tut­ta la vita. Nell’autunno 1949 la Rec­ta­flex è in mostra anche al Salo­ne del­la Tec­ni­ca Tori­no. In quell’occasione la Rec­ta­flex annun­cia l’apertura di un pun­to ven­di­ta a New York, la part­ner­ship con la Pho­to­tec­nic Equi­p­ment per il mer­ca­to ingle­se e quel­la con la Esh­mann per la Sviz­ze­ra.

Suc­ce­de così che tut­te le Due­mi­la pro­dot­te tro­va­no col­lo­ca­zio­ne sul mer­ca­to e la Rec­ta­flex rima­ne a magaz­zi­ni vuo­ti. Si ini­zia imme­dia­ta­men­te a pro­dur­re la ter­za serie, la 3000, peral­tro iden­ti­ca alla Due­mi­la con la sola novi­tà del nuo­vo pen­ta­pri­sma a dop­pia fac­cia con­ves­sa (quel­la del­la base e quel­la poste­rio­re), che miglio­ra la lumi­no­si­tà e por­ta l’ingrandimento a 2 vol­te e mez­za. La Rec­ta­flex si avvia a diven­ta­re quel­la la mac­chi­na per­fet­ta che Cor­si sogna.

 

 

  1. — Pri­mi con­tra­sti con gli azio­ni­sti

 

Nel 1950 l’Italia sor­ri­de, il Trul­lo lavo­ra ala­cre­men­te e Cor­si – nel dop­pio ruo­lo di ammi­ni­stra­to­re e pro­get­ti­sta capo – è un vul­ca­no di inven­ti­va. Col­lo­ca i col­la­bo­ra­to­ri più capa­ci e fida­ti nei pun­ti chia­ve dell’azienda: all’ingegner Ange­li­no Eleu­te­ri affi­da la rior­ga­niz­za­zio­ne dei repar­ti Pro­du­zio­neMon­tag­gio, otte­nen­do­ne una visto­sa ridu­zio­ne dei tem­pi; i pro­get­ti­sti Emi­lio Pala­mi­des­si, Alfre­do Fer­ra­ri e Giu­lio Fabri­ca­to­re lo affian­ca­no nel Labo­ra­to­rio di ricer­ca. Con quest’ultimo, il 9 mar­zo 1950, Cor­si bre­vet­ta la pre­se­le­zio­ne manua­le, che supe­ra i pro­ble­mi del­la per­di­ta di lumi­no­si­tà pro­vo­ca­ta dal­la chiu­su­ra del dia­fram­ma. L’avvocato ha così mano libe­ra per dedi­car­si allo smer­cio e sana­re le dif­fi­den­ze degli azio­ni­sti, che chie­do­no in que­sto perio­do di rien­tra­re dell’investimento ini­zia­le e orien­ta­re la ven­di­ta al mer­ca­to ita­lia­no. La Rec­ta­flex, pur essen­do l’unica pri­sma­ti­ca sul mer­ca­to dome­sti­co, costa infat­ti 110.000 lire: un capi­ta­le! Cor­si affi­da all’ingegner Gior­gio Mari­ni quel­la che oggi chia­me­rem­mo una aggres­si­va cam­pa­gna di mar­ke­ting, basa­ta sul­la dif­fu­sio­ne di opu­sco­li com­pa­ra­ti­vi con la con­cor­ren­za.

Un aned­do­to vuo­le che sia sta­to pro­prio il prag­ma­ti­co ma fede­le inge­gner Mari­ni a met­te­re Cor­si sull’avviso cir­ca l’intenzione degli azio­ni­sti di rele­gar­lo all’angolo: la Rec­ta­flex somi­glia sem­pre più a un isti­tu­to scien­ti­fi­co e Cor­si fa con­ti­nue spe­ri­men­ta­zio­ni e cam­bia­men­ti di rot­ta, che appa­io­no incom­pren­si­bi­li agli inve­sti­to­ri. Cor­si deve insom­ma sce­glie­re: può arre­sta­re la sua cor­sa ver­so la per­fe­zio­ne e goder­si uti­li e sti­ma degli azio­ni­sti, o pro­se­gui­re accet­tan­do le ine­vi­ta­bi­li con­se­guen­ze. Ma Cor­si ha già scel­to. Suc­ce­de così che Cor­si vie­ne con­vo­ca­to dal­la Dire­zio­ne Cisa Visco­sa, sen­za ulte­rio­ri spie­ga­zio­ni. Si svol­ge un col­lo­quio non faci­le in cui vie­ne di fat­to eso­ne­ra­to dal­la dire­zio­ne del­la linea pro­dut­ti­va del­la 3000, che vie­ne affi­da­ta all’ingegner Eleu­te­ri, che accet­ta con imba­raz­zo. In cam­bio a Cor­si vie­ne affi­da­ta una nuo­va serie spe­ri­men­ta­le, che pren­de­rà il nome di 4000. Sul­la 4000 Cor­si potrà adot­ta­re tut­te le biz­za­rie che vuo­le, men­tre la pro­du­zio­ne del­la 3000 è da con­si­de­rar­si blin­da­ta. Il model­lo 4000 non è quin­di una quar­ta serie pro­dut­ti­va, ma piut­to­sto una ver­sio­ne, paral­le­la e spe­ri­men­ta­le, del­la ter­za. Cor­si non capi­sce ma si ade­gua, e si lan­cia a capo­fit­to nel­la 4000: cam­bia l’anello di inne­sto del­le otti­che, gli ingra­nag­gi del­le ten­di­ne, i leve­rag­gi dei tem­pi len­ti, e testa uno spe­cia­le stig­mo­me­tro su vetro sme­ri­glia­to. Sul­le con­fe­zio­ni del­la 4000 com­pa­re la scrit­ta Duo­fo­cus, in ragio­ne del bino­mio tra visio­ne reflex e il nuo­vo stig­mo­me­tro. Cor­si appren­de ama­reg­gia­to però che la Cisa ha con­tin­gen­ta­to la pro­du­zio­ne del­la 4000: solo 500 esem­pla­ri e non di più.

Arri­va l’appuntamento fie­ri­sti­co di Mila­no, edi­zio­ne 1950. Per Cor­si è la fie­ra dell’incubo. La Zeiss ha tri­pli­ca­to i model­li reflex: c’è la vec­chia Con­tax, la nuo­va Con­tes­sa e il pri­sma ester­no Exac­ta, in gra­do di tra­sfor­ma­re una qua­lun­que mac­chi­na tra­di­zio­na­le in una reflex. E ci sono altri due pro­dut­to­ri tede­schi, KilarTewe, che espon­go­no mac­chi­ne pri­sma­ti­che. Per la Reflex gli affa­ri van­no anco­ra discre­ta­men­te: il pub­bli­co osser­va amma­lia­to la 4000, ma sen­za ren­der­se­ne gran con­to acqui­sta la 3000. È pos­si­bi­le acqui­star­la ora in abbi­na­men­to con le otti­che di due pro­dut­to­ri ita­lia­ni, Filo­tec­ni­ca e Gali­leo, e una miria­de di acces­so­ri. In quel­la fie­ra, in uno stand poco distan­te, c’è anche la socie­tà roma­na Gam­ma, di cui Cor­si anni addie­tro era sta­to tra i fon­da­to­ri. La Gam­ma rima­ne fede­le al vec­chio tele­me­tro e pro­du­ce model­li affi­da­bi­li straor­di­na­ria­men­te eco­no­mi­ci. Il Pro­gres­so foto­gra­fi­co spen­de paro­le di elo­gio per la «pic­co­la gran­de fab­bri­ca» Gam­ma, situa­ta a soli 50 metri dal­la Rec­ta­flex: «La Gam­ma III è vera­men­te per­fet­ta e meri­ta il suc­ces­so che sta otte­nen­do. Il col­mo è che è espor­ta­ta per­fi­no in Ger­ma­nia».

 

 

  1. — La gab­bia dora­ta di via Acqui

 

Cor­si dedi­ca la pri­ma par­te del 1951 alla Junior, una serie cadet­ta desti­na­ta al mer­ca­to ita­lia­no. Nei magaz­zi­ni gia­ce­va­no infat­ti un miglia­io di mac­chi­ne model­lo 1000, difet­to­se nei tem­pi len­ti e a suo tem­po riti­ra­te dal com­mer­cio. Cor­si deci­de di dare loro una secon­da vita, eli­mi­nan­do il ritar­da­to­re e dichia­ran­do one­sta­men­te ai com­pra­to­ri che la Junior ha sol­tan­to i tem­pi velo­ci. All’interno rima­ne il vec­chio pen­ta­pri­sma a fac­ce pia­ne, per cui la mac­chi­na ha una visio­ne piut­to­sto chiu­sa e buia, ma que­sto ai com­pra­to­ri ita­lia­ni poco impor­ta: la rec­ta­flex è ora un sogno acces­si­bi­le, al prez­zo più che dimez­za­to di 65.000 lire (la 4000 costa in quel perio­do 170.000 lire).

Nel frat­tem­po Cor­si lavo­ra al tel­crom, un dispo­si­ti­vo ester­no per la mes­sa a fuo­co che con­si­ste in uno scher­mo sme­ri­glia­to a due sezio­ni: l’immagine rima­ne sdop­pia­ta fino a quan­do l’ottica non rag­giun­ge la mes­sa a fuo­co idea­le. Col tel­crom è ora impos­si­bi­le sba­glia­re il fuo­co di una foto, seb­be­ne il suo uti­liz­zo sia piut­to­sto mac­chi­no­so. Alla Fie­ra cam­pio­na­ria del 1951 il tel­crom non appas­sio­na il pub­bli­co, e que­sto era qua­si pre­ve­di­bi­le. In com­pen­so gli ordi­na­ti­vi per la 3000 e la Junior sono sod­di­sfa­cen­ti. Anche quest’anno in uno stand vici­no è pre­sen­te la Gam­ma, che pre­sen­ta la Per­la, un’onesta mac­chi­na di fascia bas­sa con otti­ca fis­sa e ottu­ra­to­re cen­tra­le: il suo prez­zo non cono­sce riva­li.

Cor­si deci­de a quel pun­to di sal­da­re i con­ti con gli odia­ti riva­li tede­schi, por­tan­do la 4000 – con un nuo­vo moder­nis­si­mo cor­po in allu­mi­nio – nel­la loro tana, la fie­ra cam­pio­na­ria del­la Ger­ma­nia, la Pho­to­ki­na di Colo­nia. Cor­si rie­sce a piaz­za­re con faci­li­tà tut­ti i pez­zi, al pun­to che al Trul­lo i magaz­zi­ni resta­no per la secon­da vol­ta sguar­ni­ti. For­te dei risul­ta­ti otte­nu­ti Cor­si affron­ta la Dire­zio­ne Cisa e ottie­ne di sop­pian­ta­re la pro­du­zio­ne del­la vec­chia 3000 con la spe­ri­men­ta­le 4000, che ormai ha rag­giun­to buo­ni livel­li di affi­da­bi­li­tà. Nasce così la quar­ta serie pro­dut­ti­va Rec­ta­flex, che, anche per riba­di­re il distac­co con le pre­ce­den­ti, pren­de il nome di 16000.

Tut­to que­sto ha una dolo­ro­sa con­tro­par­ti­ta. Pro­prio men­tre risul­ta­ti com­mer­cia­li e cor­sa ver­so la per­fe­zio­ne sem­bra­no aver tro­va­to il pun­to di equi­li­brio, nel set­tem­bre 1951 gli azio­ni­sti comu­ni­ca­no a Cor­si il suo allon­ta­na­men­to dal­la fab­bri­ca del Trul­lo. Per lui è sta­to rea­liz­za­to il nuo­vis­si­mo Labo­ra­to­rio spe­ri­men­ta­le di via Acqui, 9. Le attrez­za­tu­re sono stu­pe­fa­cen­ti, è addi­rit­tu­ra pre­sen­te un ela­bo­ra­to­re elet­tro­ni­co di cal­co­lo. Insie­me a Cor­si l’editto di esi­lio col­pi­sce anche Emi­lio Pala­mi­des­si (nomi­na­to diret­to­re del Labo­ra­to­rio) e il fida­to capo­re­par­to del Mon­tag­gio Miche­le Fra­jè­ga­ri. Cor­si rima­ne anco­ra for­mal­men­te ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to, ma la dire­zio­ne finan­zia­ria vie­ne accen­tra­ta in via Sici­lia, 162, pres­so la sede del­la Cisa Visco­sa. La Rec­ta­frex srl muta inol­tre la ragio­ne socia­le in socie­tà per azio­ni. Il mes­sag­gio è ine­qui­vo­ca­bi­le: in Rec­ta­flex coman­da­no gli azio­ni­sti, e Cor­si ne è solo il capo cari­sma­ti­co. Uno dopo l’altro però, otten­go­no di segui­re Cor­si in via Acqui anche l’ingegner Mari­ni, l’ingegner Fran­co Sigi­smon­di e il tec­ni­co Ange­lo Anto­nel­li.

Con i tec­ni­ci miglio­ri intor­no a sé, e mac­chi­na­ri da fare invi­dia, Cor­si avvia a via Acqui una nuo­va serie spe­ri­men­ta­le, la 20000 pre­se­rie. Met­te a pun­to un nuo­vo ottu­ra­to­re a ten­di­na con ingra­nag­gi in alpac­ca, per con­sen­ti­re un mag­gio­re scor­ri­men­to. Cor­si rie­sce a tara­re l’otturatore fino al due­mi­le­si­mo di secon­do. Per fare un para­go­ne, i con­cor­ren­ti tede­schi non van­no allo­ra oltre il mil­le­si­mo. Nei pri­mi mesi del 1952 la 20000 diven­ta una pro­du­zio­ne seria­le, con il nome di Stan­dard 20000, con tem­pi al 1300° di secon­do: la quin­ta serie pro­dut­ti­va Rec­ta­flex è l’apparecchio 35 mm più velo­ce di tut­ti i tem­pi.

 

 

  1. — La fab­bri­ca per­fet­ta

 

Nel 1952 lo sta­bi­li­men­to del Trul­lo è ormai la «fab­bri­ca per­fet­ta» che Cor­si ha pro­get­ta­to, in gra­do di pro­dur­re e assem­bla­re auto­no­ma­men­te qua­si tut­te le com­po­nen­ti. Sol­tan­to i cor­pi in allu­mi­nio, le len­ti­ne e i pen­ta­pri­smi sono appal­ta­ti all’esterno. Lo sta­bi­li­men­to è diret­to dall’ingegner Ange­li­no Eleu­te­ri e si pre­sen­ta strut­tu­ra­to in due divi­sio­ni: l’Uffi­cio Tec­ni­co (diret­to da Pie­tro Rauc­ci), ere­de del Labo­ra­to­rio spe­ri­men­ta­le di Cor­si, e l’Uffi­cio Pro­du­zio­ne (Ermi­nio Cap­pel­la­ni), che si occu­pa del­la pro­du­zio­ne in serie. La Pro­du­zio­ne è a sua vol­ta orga­niz­za­ta in 8 repar­ti: 6 offi­ci­ne mec­ca­ni­che 2 offi­ci­ne di con­trol­lo-qua­li­tà.

Le offi­ci­ne mec­ca­ni­che sono: Pro­get­ta­zio­ne, Gal­va­ni­ca (capo­re­par­to Atti­lio Berar­di), Fre­sa­tu­ra (Aldo Pini; com­pren­de il sot­to­re­par­to Attrez­ze­ria), Ver­ni­cia­tu­ra (Anto­nio Pie­tri­ni), Tor­ni­tu­ra (Gae­ta­no Judi­co­ne; con sot­to­re­par­to Aggiu­stag­gio), Mon­tag­gio (Rober­to Ger­ma­ni; con sot­to­re­par­to Pre­col­lau­do). I tre repar­ti Mon­tag­gio, Fre­sa­tu­ra e Tor­ni­tu­ra costi­tui­sco­no insie­me il com­par­to Mec­ca­ni­ca I (capo­com­par­to Egeo Filip­pi­ni), men­tre Mec­ca­ni­ca II com­pren­de le altre lavo­ra­zio­ni più deli­ca­te. Que­sto com­par­to è dota­to di mac­chi­na­ri per la ret­ti­fi­ca, tor­ni e tra­pa­ni di pre­ci­sio­ne, fre­sa­tri­ci e mac­chi­ne auto­ma­ti­che per le minu­te­rie in accia­io inox. Meri­ta­no di esse­re spe­se alcu­ne paro­le su Rober­to Ger­ma­ni, a cui si deve la pia­ni­fi­ca­zio­ne del ciclo pro­dut­ti­vo dei 6 repar­ti mec­ca­ni­ci su com­ples­si­ve 40 ore: gio­va­nis­si­mo, entra­to in azien­da appe­na tre anni pri­ma, è un tec­ni­co di gran­de valo­re. Il ciclo ini­zia dal repar­to Gal­va­ni­ca, che vaglia i cor­pi in allu­mi­nio e i pen­ta­pri­smi. La Fre­sa­tu­ra effet­tua le fora­tu­re e tra­smet­te i cor­pi alla Ver­ni­cia­tu­ra dove vie­ne appli­ca­ta a fuo­co la ver­ni­ce nera opa­ca. Dal­la Ver­ni­cia­tu­ra i cor­pi tor­na­no in Fre­sa­tu­ra, dove i fori ven­go­no imboc­co­la­ti per le ten­di­ne e i ritar­da­to­ri. Nel frat­tem­po l’Attrezzeria pre­pa­ra le calot­ti­ne e la Tor­ni­tu­ra e la Gal­va­ni­ca pre­pa­ra­no vite­ria e leve­rag­gi. I cor­pi pre­pa­ra­ti fini­sco­no al Mon­tag­gio, che fra i repar­ti è quel­lo dal­la strut­tu­ra di mag­gior com­ples­si­tà. Al Mon­tag­gio lavo­ra­no tec­ni­ci con diplo­mi di mec­ca­ni­ca fine (oro­lo­giai, otti­ci, stru­men­ti­sti di pre­ci­sio­ne, pan­to­gra­fi­sti). Dal Mon­tag­gio dipen­de il Pre­col­lau­do, in cui i foto­re­por­ter Fran­ce­sco Mae­sa­no e Anto­nio Toz­zi pro­va­no le mac­chi­ne (i nega­ti­vi ven­go­no alle­ga­ti insie­me alla garan­zia). L’intero ciclo di mon­tag­gio risul­ta sud­di­vi­so in 36 pas­sag­gi. Ad ogni pas­sag­gio cor­ri­spon­de una fila di ban­chi del gran­de salo­ne lumi­no­so al secon­do pia­no; a capo di ogni fila vi è un mon­ta­to­re spe­cia­liz­za­to: se un ope­ra­io riscon­tra pro­ble­mi in un pas­sag­gio pas­sa la mac­chi­na al mon­ta­to­re esper­to.

I repar­ti del con­trol­lo-qua­li­tà sono: Col­lau­do semi­la­vo­ra­ti (capo­re­par­to Rena­to Bon­ci) e Col­lau­do fina­le (Ame­deo Cimi­no, aiu­tan­te Giu­lio Fabri­ca­to­re). Giu­lio Fabri­ca­to­re è un inse­gnan­te di tec­ni­ca foto­gra­fi­ca alla Scuo­la di Poli­zia, misan­tro­po e auste­ro nel carat­te­re. Ogni gior­no, dopo le lezio­ni, si reca in Rec­ta­flex dove ispe­zio­na ogni mac­chi­na con dili­gen­za da poli­ziot­to. Il pro­fes­sor Ame­deo Cimi­no, inge­gne­re, è un inse­gnan­te di mate­ma­ti­ca. È una figu­ra mol­to simi­le a Cor­si: fan­ta­sio­so, crea­ti­vo. Tra i due esi­ste una sin­ce­ra e lun­ga ami­ci­zia. Il ciclo del con­trol­lo-qua­li­tà dura com­ples­si­va­men­te 8 ore.

In que­sto sce­na­rio di suc­ces­si Cor­si rice­ve un col­po dav­ve­ro duro: a metà del 1952 la Cisa Visco­sa lo eso­ne­ra di fat­to anche dal­la dire­zio­ne com­mer­cia­le, met­ten­do­lo sot­to la tute­la di Léon Bau­me, un abi­le finan­zie­re di ori­gi­ne polac­ca. Insie­me a lui col­la­bo­ra­no il dot­tor Fab­bri e Aldo Fal­co­ne. Allon­ta­na­to dal­la linea pro­dut­ti­va, e ora da quel­la com­mer­cia­le, Cor­si ha per­du­to il coman­do dell’azienda. È un leo­ne in gab­bia, seb­be­ne sia una gab­bia dora­ta.

 

 

  1. — La com­mes­sa mili­ta­re ame­ri­ca­na

 

Alla Cam­pio­na­ria del 1952 la Rec­ta­flex si pre­sen­ta all’apice pro­dut­ti­vo, espo­nen­do la 16000 con nuo­ve otti­che e il model­lo spe­cia­le Rotor. La Rotor nasce dall’amicizia tra Cor­si e Fede­ri­co Patel­la­ni, il cele­bre foto­gra­fo del­le dive degli Stu­dios di Cine­cit­tà. Quan­do Patel­la­ni rap­pre­sen­ta a Cor­si la dif­fi­col­tà di cam­bia­re otti­ca, per­den­do atti­mi pre­zio­si per affer­ra­re lo «scat­to fug­gen­te», il pro­get­ti­sta Fer­ra­ri mon­ta su una 16000 una tor­ret­ta gire­vo­le, che fa ruo­ta­re tre obiet­ti­vi a gra­da­zio­ni diver­se, abbi­na­ta con un’impugnatura a pisto­la col gril­let­to per lo scat­to. Una foto famo­sa ritrae Gina Lol­lo­bri­gi­da sul set del film Beat the Devil che impu­gna la Rotor. Nel­la fie­ra mila­ne­se di quell’anno c’è anche la Gam­ma, redu­ce da alcu­ne vicis­si­tu­di­ni in tri­bu­na­le: non può più ven­de­re la tele­me­tri­ca a più obiet­ti­vi e ripie­ga sul­le nuo­ve ver­sio­ni del­la Per­la a otti­ca fis­sa. In quell’anno Cor­si va anche alla Pho­to­ki­na tede­sca, dove espo­ne la nuo­va 24500 pre­se­rie, pro­dot­ta in soli 500 esem­pla­ri.

Otte­nu­te le pri­me pre­no­ta­zio­ni, al Trul­lo va in pro­du­zio­ne la quin­ta serie Rec­ta­flex, il model­lo 25000. Sul pia­no tec­ni­co la nuo­va serie non è mol­to diver­sa dal­la vec­chia: ha una miglior tara­tu­ra dei tem­pi velo­ci, l’innovativo flash Vacu-bli­tz a bul­bo incan­de­scen­te e una nuo­va com­po­nen­ti­sti­ca, tut­ta mila­ne­se: il cor­po in allu­mi­nio pres­so­fu­so pro­dot­to dal­la Simi, i pen­ta­pri­smi e le len­ti­ne del­la Metal-Lux, e le ten­di­ne Pirel­li in gom­ma (dopo che la Sara ha dismes­so la pro­du­zio­ne del­la visco­sa).

All’altro capo del mon­do, intan­to, infu­ria la Guer­ra di Corea (1950−1953). Il Gover­no ame­ri­ca­no lan­cia un appal­to inter­na­zio­na­le per l’acquisto di appa­rec­chi foto­gra­fi­ci 35 mm, desti­na­ti ai cro­ni­sti di guer­ra. Il finan­zie­re Bau­me por­ta subi­to l’affare in por­to, con una com­mes­sa masto­don­ti­ca da 30.000 appa­rec­chi, da spe­di­re in 20 lot­ti da 1500 mac­chi­ne a tri­me­stre. Cor­si è furi­bon­do: la Rec­ta­flex non è in gra­do di pro­dur­re così tan­te mac­chi­ne e, anche se fos­se, la Rec­ta­flex spa­ri­reb­be dal mer­ca­to civi­le per cin­que anni. Sen­za con­ta­re i ter­mi­ni con­trat­tua­li, nei qua­li il mag­gior bene­fi­cia­rio è lo stes­so Bau­me: ogni appa­rec­chio è ven­du­to a sole 63.000 lire, da cui va tol­ta la royal­tee di 15.000 lire per Bau­me. Nel gen­na­io 1953 la Rec­ta­flex assu­me tut­to il per­so­na­le Sara e lan­cia un’ulteriore cam­pa­gna di assun­zio­ni, arri­van­do a 300 dipen­den­ti. In pri­ma­ve­ra il rit­mo pro­dut­ti­vo rag­giun­ge le 900 macchine/​trimestre. Gli azio­ni­sti Cisa gon­go­la­no e pre­mia­no Bau­me con la pro­mo­zio­ne a co-ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to Rec­ta­flex.

Cor­si e Bau­me han­no carat­te­ri pro­fon­da­men­te diver­si: un sogna­to­re alla ricer­ca del­la per­fe­zio­ne il pri­mo; cini­co abi­lis­si­mo mer­can­te il secon­do. Cor­si deve inchi­nar­si all’abilità del nuo­vo arri­va­to. Si rifu­gia spes­so da Gior­gio Cac­chi, tito­la­re del cele­bre empo­rio Casa del Foto­ci­nea­ma­to­re, dove si riu­ni­sce un cena­co­lo di arti­sti del cali­bro di Mastro­ian­ni, Fel­li­ni, Char­les Boyer. Intan­to Cor­si crea il secon­do model­lo spe­cia­le: la Gold, la reflex d’oro. La Gold è una 25000 con i cor­pi rico­per­ti in dora­tu­ra e deco­ra­zio­ni in pel­le di lucer­to­la. La pri­ma Gold vie­ne rega­la­ta a Pio XII, che si reca per­so­nal­men­te nel­lo sta­bi­li­men­to di Mon­te del­le capre per rice­ver­la. Papa Pacel­li cele­bra una mes­sa e bene­di­ce la fab­bri­ca e gli ope­rai. Ma l’euforia per l’illustre visi­ta­to­re dura poco. La man­can­za del capo cari­sma­ti­co si sen­te e suc­ce­do­no cose mai acca­du­te pri­ma: ten­sio­ni sin­da­ca­li, con­flit­tua­li­tà tra dipen­den­ti, per­si­no sabo­tag­gi. Il nuo­vo per­so­na­le, che si dice piaz­za­to clien­te­lar­men­te dai poli­ti­ci, è com­po­sto di fan­nul­lo­ni o incom­pe­ten­ti: le pri­me mac­chi­ne pro­dot­te esco­no difet­to­se e neces­si­ta­no di lun­ghi inter­ven­ti di aggiu­stag­gio. In bre­ve si capi­sce che i tem­pi del­la com­mes­sa ame­ri­ca­na non saran­no rispet­ta­ti.

 

 

  1. — Fin­ché c’è guer­ra c’è spe­ran­za

 

Cor­si intan­to ottie­ne dall’azienda il per­mes­so di rea­liz­za­re altre Gold e di donar­le ai poten­ti del momen­to. Una è per il Re Farouk d’Egitto; un’altra è per il pre­si­den­te Cisa Fran­ce­sco Maria Oddas­so; ve ne sono per il pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Lui­gi Einau­di, per il pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti Eise­n­ho­wer e una per Win­ston Chur­chill. Le ulti­me due sce­glie Cor­si a chi donar­le: una è per l’importatore fran­ce­se Hen­ry Tie­man, suo ami­co e fede­le riven­di­to­re del­la Rec­ta­flex in Fran­cia; l’ultima Cor­si la dona alla Fab­bri­ca Rec­ta­flex, dove vie­ne espo­sta accan­to ad un pan­nel­lo sinot­ti­co con tut­ti i pez­zi che com­pon­go­no una Rec­ta­flex. Que­sto dono ha qua­si il sapo­re dell’addio. La fine dell’esperienza Rec­ta­flex è die­tro l’angolo.

Arri­va la XXXI Fie­ra Cam­pio­na­ria di Mila­no, edi­zio­ne del 1953. La Rec­ta­flex espo­ne la Stan­dard 25.000 insie­me alla Rotor. Duran­te la Fie­ra Cor­si e Bau­me si intrat­ten­go­no lun­ga­men­te con Robert Broc­k­way, distri­bu­to­re ame­ri­ca­no del­la Rec­ta­flex e pre­si­den­te del­la Direc­tor Pro­duc­ts. In quell’occasione vie­ne sot­to­scrit­to con il distri­bu­to­re ame­ri­ca­no un accor­do per la ven­di­ta, sul mer­ca­to este­ro, di una rec­ta­flex a tele­me­tro. Cor­si non appro­va e lo con­si­de­ra qua­si un affron­to alla sua crea­tu­ra a visio­ne pri­sma­ti­ca, ma Bau­me, allet­ta­to dal­le pro­spet­ti­ve di un faci­le gua­da­gno, ha rapi­da­men­te ragio­ne del­le obie­zio­ni.

Il 1953, nel com­ples­so è un anno di cri­si per le ven­di­te del­le mac­chi­ne foto­gra­fi­che di fascia alta: nei vici­ni stand del­le Offi­ci­ne Gali­leo (micro­ca­me­ra GaMi 16 con tele­me­tro e cor­ret­to­re di paral­las­se) e San Gior­gio (pro­to­ti­po Janua model­lo 803  sin­cro­niz­za­ta) ci sono mac­chi­ne di gran­de qua­li­tà, ma gli ordi­ni di acqui­sto lan­guo­no. Van­no un po’meglio le cose per le mac­chi­ne di clas­se eco­no­mi­ca, con Fer­ra­nia, Ben­ci­ni e Clo­ster che com­mer­cia­liz­za­no appa­rec­chi discre­ta­men­te sofi­sti­ca­ti, ad un quar­to del prez­zo di una Rec­ta­flex. Van­no bene le cose anche per la Gam­ma, che l’anno pre­ce­den­te ha inter­rot­to la fab­bri­ca­zio­ne del­la tele­me­tri­ca, e ha sapu­to ripo­si­zio­nar­si sul­la fascia eco­no­mi­ca del mer­ca­to. C’è la Per­la A con otti­ca Stig­mar 1:3.5 e il model­lo Al con otti­ca Radio­nar 1:2:8); c’è poi la supe­re­co­no­mi­ca Stel­la con ottu­ra­to­re Pron­to e otti­ca Kata 1:3:5/50 mm.

C’è un aned­do­to curio­so lega­to a quel­la fie­ra. Pare che fra i visi­ta­to­ri vi fos­se­ro, in inco­gni­to, Augu­st e Jac­ques Pic­card, pio­nie­ri del­le espo­ra­zio­ni dei fon­da­li ocea­ni­ci, e loro stes­si costrut­tu­ri di sot­to­ma­ri­ni in gra­do di resi­ste­re alle pres­sio­ni del­le gran­di pron­fon­di­tà, chia­ma­ti bati­sca­fi. Il moti­vo del­la loro visi­ta era acqui­sta­re una mac­chi­na foto­gra­fi­ca per il bati­sca­fo Trie­ste, con cui poco dopo avreb­be­ro esplo­ra­to i fon­da­li a lar­go dell’isola di Pon­za. Pare che l’operaio spe­cia­liz­za­to inca­ri­ca­to del mon­tag­gio del­la mac­chi­na nel bati­sca­fo sia sta­to lo stes­so Cor­si, ovvia­men­te in inco­gni­to. Non si sa quan­to vi sia di real­tà e quan­to di leg­gen­da, fat­to sta che, di fron­te alle insi­sten­ze dell’operaio di accom­pa­gna­re i Pic­card nell’immersioni, Cor­si ven­ne rico­no­sciu­to. Ven­ne accon­ten­ta­to e tra Cor­si e i Pic­card nac­que una gran­de e lun­ga ami­ci­zia. Pare dun­que che l’estate del 1953 sia sta­ta un’estate magni­fi­ca­men­te sere­na per Cor­si – con i Pic­card tra i fon­da­li di Pon­za, sul bati­sca­fo Trie­ste -, men­tre già da set­tem­bre sini­stre nubi si adden­za­no sul­la fab­bri­ca di Mon­te del­le Capre.

A set­tem­bre 1953 negli sta­bi­li­men­ti Rec­ta­flex sono pron­te le pri­me 3000 mac­chi­ne per la com­mes­sa mili­ta­re ame­ri­ca­na, e altret­tan­te sono avvia­te alla pro­du­zio­ne. Si pro­ce­de con la pri­ma spe­di­zio­ne di 1500 mac­chi­ne, anche se con un cer­to ritar­do rispet­to ai ter­mi­ni con­trat­tua­li. Gli Ame­ri­ca­ni sono furi­bon­di, anche per­ché la guer­ra è ormai ini­zia­ta e anzi si avvia ad una rapi­da con­clu­sio­ne. Non si sa bene cosa sia avve­nu­to dall’altro capo del mon­do: fon­ti ora­li ripor­ta­no che gli Ame­ri­ca­ni abbia­no fat­to vale­re (a buon dirit­to) una clau­so­la sui tem­pi di con­se­gna; altre dico­no che poi alla fine abbia­no paga­to ma i sol­di sia­no sta­ti dirot­ta­ti altro­ve. La sola cer­tez­za è che alla fine i sol­di ame­ri­ca­ni, equi­va­len­ti a cir­ca 100.000.000 di lire, in Rec­ta­flex non sono mai arri­va­ti. Un bre­ve comu­ni­ca­to annun­cia poi il col­po di gra­zia: con l’elezione del nuo­vo pre­si­den­te Eise­n­ho­wer, la Com­mis­sio­ne mili­ta­re inca­ri­ca­ta degli acqui­sti di guer­ra è deca­du­ta e con essa è deca­du­to l’intero appal­to, di cir­ca 1.900.000.000 lire.

 

 

  1. — I licen­zia­men­ti

 

Vie­ne con­vo­ca­to di cor­sa un con­si­glio di ammi­ni­stra­zio­ne del­la Cisa Visco­sa: sia­mo ad ini­zio mar­zo 1954. La riu­nio­ne è tur­bo­len­ta, e sul ban­co degli impu­ta­ti, per aver ral­len­ta­to la pro­du­zio­ne, fini­sco­no Bau­me e Cor­si. Gli ammi­ni­stra­to­ri Cisa deci­do­no che l’esperienza Rec­ta­flex è giun­ta al ter­mi­ne, e che il tut­to sarà san­ci­to da un’assemblea straor­di­na­ria. Dall’immediato, intan­to, la pro­du­zio­ne è inter­rot­ta e si cer­che­rà di ven­de­re il ven­di­bi­le. Di quel­la riu­nio­ne soprav­vi­vo­no diver­si ricor­di. Pare che Bau­me abbia pru­den­te­men­te taciu­to, men­tre inve­ce Cor­si, difen­den­do­si come un leo­ne, di fron­te alla deci­sio­ne padro­na­le di inter­rom­pe­re la pro­du­zio­ne, abbia minac­cia­to di por­ta­re i bre­vet­ti in Fran­cia e di con­ti­nua­re a pro­dur­re la Rec­ta­flex lag­giù. Ma la Dire­zio­ne ha deci­so sen­za appel­lo.

Ven­go­no licen­zia­ti in bloc­co tut­ti gli ope­rai addet­ti alla pro­du­zio­ne, sal­van­do, alme­no per ora, i soli ope­rai dei repar­ti Mon­tag­gio e Col­lau­do. Si con­cor­da coi sin­da­ca­ti una buo­na usci­ta per gli ope­rai, e le fon­ti ora­li ripor­ta­no che la buo­na usci­ta è con­di­zio­na­ta al fat­to che nul­la di quan­to avvie­ne deb­ba esse­re reso noto all’esterno. Fra i gior­na­li eco­no­mi­ci di quel­lo scor­cio di 1954, nes­su­no fa men­zio­ne del­la vicen­da. Anche i nego­zian­ti rice­vo­no pun­tual­men­te gli ordi­na­ti­vi.

Del resto in magaz­zi­no vi sono anco­ra com­po­nen­ti per rea­liz­za­re cir­ca 3000 mac­chi­ne. Léon Bau­me è inca­ri­ca­to del­la ven­di­ta, al prez­zo base di 20.000 lire l’una: il mag­gior rica­vo è il suo, come buo­na usci­ta. I listi­ni fie­ri­sti­ci di quel perio­do ripor­ta­no para­dos­sal­men­te che il prez­zo di ven­di­ta ai det­ta­glian­ti non subi­sce alcu­na ridu­zio­ne.

Non van­no meglio le cose per Cor­si: il Labo­ra­to­rio spe­ri­men­ta­le vie­ne cedu­to ad una con­trol­la­ta del­la Visco­sa, la Ecom, e lì Cor­si dovrà occu­par­si di pia­ni­fi­ca­re la ripre­sa del­la pro­du­zio­ne: la Visco­sa non ha mini­ma­men­te in ani­mo di rico­min­cia­re a pro­dur­re la Rec­ta­flex; sem­pli­ce­men­te, vuo­le ven­de­re una fab­bri­ca appa­ren­te­men­te anco­ra in eser­ci­zio, mostran­do ai pos­si­bi­li com­pra­to­ri dei pia­ni pro­dut­ti­vi cre­di­bi­li. Vie­ne anche nomi­na­to un nuo­vo ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to, il signor Fab­bri, che ha anche la fun­zio­ne di com­mis­sa­rio liqui­da­to­re.

Ad apri­le 1954 arri­va­no intan­to i tra­di­zio­na­li appun­ta­men­ti fie­ri­sti­ci di Colo­nia e di Mila­no. In Ger­ma­nia nul­la tra­spa­re del­la cri­si Rec­ta­flex, anche se la par­te del leo­ne in quel­la fie­ra la fa una mac­chi­na tele­me­tri­ca, la nuo­va Lei­ca model­lo M3. Se la rec­ta­flex tele­me­tri­ca con­cor­da­ta con Robert Broc­k­way fos­se sta­ta immes­sa sul mer­ca­to solo qual­che mese pri­ma, ne sareb­be senz’altro sta­ta una vali­da con­cor­ren­te. A Mila­no la Rec­ta­flex si limi­ta ad anti­ci­pa­re la serie 30.000 insie­me alla Rotor, con una gam­ma com­ple­ta di otti­che e acces­so­ri. In quell’anno si regi­stra il defi­ni­ti­vo sor­pas­so dei pro­dot­ti tede­schi rispet­to a quel­li ita­lia­ni: la guer­ra è ormai alle spal­le, e i fotoa­ma­to­ri ita­lia­ni acqui­sta­no in base alla qua­li­tà e al prez­zo, non più sul­la base emo­ti­va del ricor­do degli orro­ri del nazi­smo. Man­ten­go­no buo­ne fet­te di mer­ca­to la Clo­ster, con la sua Prin­cess, e la Fer­ra­nia, con la Ron­di­ne, Fal­co S e bio­ni­ca Elio­flex II. Si difen­de bene anche la gam­ma, con i vari model­li di Per­la e Stel­la.

 

 

  1. — Le ulti­me mera­vi­glie Rec­ta­flex

 

Per quan­to pos­sa sem­bra­re incre­di­bi­le, in quel perio­do Cor­si, seb­be­ne ama­reg­gia­to per la con­sa­pe­vo­lez­za del­la fine, è anco­ra un inven­to­re vul­ca­ni­co. Come se voles­se spa­ra­re tut­te insie­me le ulti­me car­tuc­ce, sapen­do che l’acqua pre­sto bagne­rà le pol­ve­ri. Oppu­re no, for­se non è anco­ra dispo­sto ad alza­re ban­die­ra bian­ca e spe­ra in un ripen­sa­men­to del­la Dire­zio­ne. Fat­to sta che il 1954 sarà ricor­da­to come l’anno del­le mera­vi­glie Rec­ta­flex, in cui la tec­no­lo­gia Rec­ta­flex rag­giun­ge­rà dav­ve­ro livel­li spet­ta­co­la­ri.

Cor­si lavo­ra con­tem­po­ra­nea­men­te a tre nuo­vi bre­vet­ti: il nuo­vo pen­ta­pri­sma con tet­to a dop­pio spio­ven­te, il mec­ca­ni­smo di espo­si­zio­ne auto­ma­ti­ca, e un dispo­si­ti­vo spe­cia­le chia­ma­to Esa­flex. Il nuo­vo pen­ta­pri­sma vie­ne pre­sen­ta­to ancor pri­ma di esse­re bre­vet­ta­to, sul nume­ro dell’ottobre 1954 del Pro­gres­so foto­gra­fi­co; il gior­na­li­sta ripor­ta di una pre­sen­ta­zio­ne per addet­ti ai lavo­ri, pro­ba­bil­men­te nel­la Casa del Foto­ci­nea­ma­to­re, for­se per­si­no all’insaputa del­la Dire­zio­ne del­la Visco­sa. Il pro­get­to di una Rec­ta­flex con espo­si­zio­ne auto­ma­ti­ca nasce inve­ce in azien­da, da una col­la­bo­ra­zio­ne di Cor­si con l’ingegner Fer­ra­ri. Vie­ne con­ce­pi­to uno spe­cia­le pre­se­let­to­re del dia­fram­ma, uni­to ad una nuo­va otti­ca con espo­si­me­tro al sele­nio, chia­ma­ta «let­to­re di luce», che, tra­mi­te un indi­ca­to­re ad ago, dà la cor­ret­ta impo­sta­zio­ne del dia­fram­ma. Infi­ne, l’Esaflex è un appa­rec­chio reflex 6 × 6 mono­biet­ti­vo ad otti­ca inter­cam­bia­bi­le, dota­to sia di visio­ne pri­sma­ti­ca che tele­me­tri­ca. L’apparecchio è stu­dia­to per ave­re il magaz­zi­no inter­cam­bia­bi­le: è una mac­chi­na omni­bus, in gra­do di mon­ta­re qual­sia­si acces­so­rio, volen­do anche l’otturatore cen­tra­le o un viso­re a peri­sco­pio.

Allo stes­so tem­po Cor­si lavo­ra anche al Model­lo 30.000. Sa che è l’ultimo che usci­rà dagli sta­bi­li­men­ti di Mon­te del­le capre e vuo­le che sia un model­lo per­fet­to: sosti­tui­sce i leve­rag­gi di cari­ca e riav­vol­gi­men­to del film, e sosti­tui­sce anche i vec­chi pul­san­ti di scat­to e di sgan­cio dell’ottica, con nuo­vi pul­san­ti dal­la carat­te­ri­sti­ca for­ma a fun­go.

Non è fini­ta. Con il repor­ter Fede­ri­co Patel­la­ni Cor­si lavo­ra ai model­li Spe­cial, dei model­li rec­ta­flex desti­na­ti alle appli­ca­zio­ni scien­ti­fi­che spe­cia­liz­za­te: Spe­cial 24 × 32 e la Rec­ta­flex Silen­zio­sa. La Spe­cial 24 × 32 pren­de il nome dal­la dimen­sio­ne ridot­ta del foto­gram­ma, richie­sto per par­ti­co­la­ri usi scien­ti­fi­ci, come la micro­fo­to­gra­fia (appli­can­do la mac­chi­na ad un micro­sco­pio) o la foto­gra­fia ospe­da­lie­ra (per ripren­de­re inter­ven­ti chi­rur­gi­ci). In tutt’altro cam­po ope­ra inve­ce la Rec­ta­flex silen­zio­sa. Nasce da un’idea di Patel­la­ni ed è pen­sa­ta per i safa­ri foto­gra­fi­ci: vie­ne eli­mi­na­to il rumo­ro­so rim­bal­zo del­lo spec­chio, che avreb­be mes­so in fuga le fie­re afri­ca­ne, e il cor­po mac­chi­na è niche­la­to in nero opa­co, per non riflet­te­re la luce del sole. La pre­sti­gio­sa rivi­sta natu­ra­li­sti­ca Life ne acqui­sta diver­si esem­pla­ri.

Intan­to, dal­la fab­bri­ca di Mon­te del­le capre comin­cia­no final­men­te ad usci­re le pri­me mac­chi­ne rec­ta­flex a tele­me­tro, pat­tui­te un anno pri­ma con il distri­bu­to­re ame­ri­ca­no Robert Broc­k­way. Ne esco­no in real­tà due diver­si model­li, chia­ma­ti Rec­ta e la Direc­tor-35.

La Rec­ta nasce sul cor­po del­la Rec­ta­flex Stan­dard 30.000, su cui vie­ne mon­ta­to un gros­so miri­no con un tele­me­tro spe­cia­le con il siste­ma di mes­sa a fuo­co a dop­pia fine­stra bre­vet­ta­to da Cor­si nel 1951. Diver­sa è inve­ce la sto­ria del­la Direc­tor-35, che è in real­ta una nuo­va e diver­sa mac­chi­na. Mon­ta anch’essa un tele­me­tro con mes­sa a fuo­co su dop­pia fine­stra, ma le ana­lo­gie fini­sco­no qui. Fun­zio­na con una dop­pia ten­di­na metal­li­ca rigi­da (non autoav­vol­gen­te), il ritar­da­to­re dei tem­pi  èspo­sta­to, il cari­ca­men­to del­la pel­li­co­la è fron­ta­le. Altre modi­fi­che sono nel­la leva di cari­ca cur­va, e una diver­sa col­lo­ca­zio­ne del bot­to­ne dei tem­pi velo­ci.

Nel luglio del 1954 intan­to, sul­la scia del­le esplo­ra­zio­ni scien­ti­fi­che con­dot­te l’anno pre­ce­den­te dai Pic­card sul bati­sca­fo trie­ste, gli alpi­ni­sti Achil­le Com­pa­gno­ni e Lino Lace­del­li com­mis­sio­na­no alla Rec­ta­flex due mac­chi­ne, da por­ta­re con sé nel­la con­qui­sta del mon­te K2. Il capo del Mon­tag­gio, Rober­to Ger­ma­ni, pre­pa­ra due appa­rec­chi in gra­do di affron­ta­re le rigi­de tem­pe­ra­tu­re hima­la­ya­ne. Una modi­fi­ca su tut­te: l’olio di ingras­sag­gio sosti­tui­to con la pol­ve­re di gra­fi­te. Pare tut­ta­via, che le mac­chi­ne, spe­di­te per tre­no, non sia­no mai arri­va­te a desti­na­zio­ne, e che Com­pa­gno­ni e Lace­del­li, per le foto, abbia­no usa­to una vec­chia mac­chi­na a sof­fiet­to del­la Zeiss, la sola che sia­no sta­ti in gra­do di repe­ri­re in uno sper­du­to empo­rio hima­la­ya­no.

 

 

  1. — La liqui­da­zio­ne

 

E que­sti sono dav­ve­ro gli ulti­mi fuo­chi. La riser­va di com­po­nen­ti gia­cen­te in magaz­zi­no ter­mi­na nei pri­mi gior­ni del 1955. Il capo­mon­tag­gio Ger­ma­ni si dà da fare in tut­te le manie­re per mon­ta­re i pez­zi resi­dui fino ad assem­blar­ne qual­co­sa, ma non è pro­prio più pos­si­bi­le mon­ta­re alcu­na mac­chi­na. Le fon­ti aned­do­ti­che ripor­ta­no che a que­sto pun­to ven­go­no man­da­ti a casa anche gli ope­rai del Mon­tag­gio e i capi­re­par­to.

I più meri­te­vo­li tro­va­no con faci­li­tà impie­go in altre azien­de del grup­po: Alfre­do Fer­ra­ri fini­sce alla Ecom; il mec­ca­ni­co Remo Nan­ni­ni va ad occu­par­si del­la ripa­ra­zio­ne del­le mac­chi­ne in garan­zia al Ser­vi­zio Dopo ven­di­ta. L’ingegner Cimi­no tro­va con faci­li­tà un posto alla Vasca nava­le.

Altri si met­to­no in pro­prio. Gli inge­gne­ri Fran­co Sigi­smon­di e Gior­gio Mari­ni, fon­da­no la Staer, e assu­mo­no il tec­ni­co Ange­lo Anto­nel­li. Emi­lio Pala­mi­des­si, Man­lio Valen­zi e Rober­to Ger­ma­ni apro­no un’officina di ripa­ra­zio­ni di appa­rec­chi foto­gra­fi­ci in via Cavour.

Altri infi­ne, si impie­ga­no alla con­cor­ren­za, per non disper­de­re il patri­mo­nio di sape­ri matu­ra­ti al Mon­te del­le capre. Alcu­ni fini­sco­no in Gam­ma, altri in Clo­ster. Infi­ne altri, tor­na­no a fare i mec­ca­ni­ci, in offi­ci­ne gene­ri­che.

Lo sta­bi­li­men­to di Mon­te del­le Capre, vuo­to di ope­rai e di com­po­nen­ti, non vie­ne più a que­sto pun­to vigi­la­to. Le fon­ti aned­do­ti­che ripor­ta­no che in fab­bri­ca regna il disor­di­ne, e che qua­lun­que ope­ra­io abbia avu­to a sen­tir­si indi­gna­to per l’avvenuto, si sia sen­ti­to moral­men­te legit­ti­ma­to a por­tar­si via un pez­zo del­la fab­bri­ca, a tito­lo di risar­ci­men­to mora­le.

Inter­vie­ne la Pro­prie­tà, che dà ordi­ne di ven­de­re nel­la manie­ra più rapi­da pos­si­bi­le anche i pez­zi non assem­bla­ti. Un aned­do­to da più par­ti con­fer­ma­to rac­con­ta che Cor­si si sia a que­sto pun­to fat­to avan­ti per acqui­sta­re tut­to in bloc­co, edi­fi­cio e attrez­za­tu­re pro­dut­ti­ve com­pre­se, con l’intenzione di ripren­de­re la pro­du­zio­ne e ini­zia­re da capo una nuo­va avven­tu­ra. La Dire­zio­ne ben cono­sce il genio crea­ti­vo di Cor­si, e sa che Cor­si, con l’aiuto del­la for­tu­na, avreb­be per­si­no potu­to far­ce­la. Soprat­tut­to, la Dire­zio­ne sa che la cri­si Rec­ta­flex non è deri­va­ta da una cri­si del pro­dot­to, che può ormai defi­nir­si per­fet­to, ma da stra­te­gie com­mer­cia­li erra­te. La Dire­zio­ne gli chie­de una som­ma spro­po­si­ta­ta, che si dice sia sta­ta di 50.000.000 di lire. Eppu­re Cor­si è pron­to a pagar­la. Si rivol­ge alle ban­che e cer­ca finan­zia­to­ri: non ne tro­va alcu­no.

Alla fine la spun­ta anco­ra una vol­ta Léon Bau­me, che si fa con­se­gna­re le rima­nen­ze, die­tro la pro­mes­sa di tro­va­re un com­pra­to­re per rima­nen­ze, mac­chi­na­ri e mura del­la fab­bri­ca. Da que­sto momen­to in poi Bau­me esce di fat­to di sce­na, e diven­ta impor­ta­to­re in Ita­lia del­la casa giap­po­ne­se Koni­ka.

Un aned­do­to vuo­le che alla fine Bau­me un com­pra­to­re per le rima­nen­ze l’abbia tro­va­to: Gior­gio Cac­chi del­la casa del foto­ci­nea­ma­to­re, insie­me al ragaz­zo di bot­te­ga Toni­no Arien­zo e alcu­ni ami­ci fede­lis­si­mi di Cor­si, che a bor­do del­le loro auto­mo­bi­li han­no dato vita ad un mesto con­vo­glio di auto cari­che di mate­ria­li obso­le­ti, qual­che mon­ta­tu­ra di otti­che, alcu­ni acces­so­ri e ben 200 tor­ret­te Rotor inu­ti­liz­za­bi­li. Cac­chi con­ti­nuò a lun­go ad espor­re nel suo nego­zio alcu­ni cime­li del­la Rec­ta­flex, tra cui il pan­nel­lo del­la Rec­ta­flex Gold con qua­si tut­ti i pez­zi del­la mac­chi­na scom­po­sta, ovvia­men­te sen­za le par­ti in oro. A quan­to risul­ta, l’ultima rec­ta­flex dispo­ni­bi­le sul mer­ca­to fu ven­du­ta da Cac­chi nel 1960, ad un turi­sta accor­so a Roma in occa­sio­ne dei Gio­chi Olim­pi­ci.

Fini­ta la pro­du­zio­ne, negli uffi­ci del­la Cisa Visco­sa di Rec­ta­flex si con­ti­nua anco­ra ad occu­par­si. Per­ché i muri del­la fab­bri­ca non sono sta­ti anco­ra ven­du­ti. Vie­ne costi­tui­ta una nuo­va socie­tà, la Rec­ta­flex Inter­na­tio­nal, di cui Léon Bau­me è azio­ni­sta. L’obiettivo non è ripren­de­re la pro­du­zio­ne, ma dare l’idea ad un poten­zia­le com­pra­to­re dispo­sto ad inve­sti­re tem­po e mez­zi che ripren­de­re la pro­du­zio­ne è pos­si­bi­le. Pro­prio per que­sto ven­go­no acqui­sta­ti degli spa­zi pub­bli­ci­ta­ri nel­le rivi­ste di set­to­re. Alla Fie­ra Cam­pio­na­ria di Mila­no del 1955 la nuo­va socie­tà non ha uno stand, ma ci sono, si dice, diver­si pro­cu­ra­to­ri pron­ti a vede­re ciò che resta al miglior offe­ren­te. Il listi­no prez­zi di quel perio­do mostra anco­ra la 25.000 vec­chio model­lo, a prez­zi inva­ria­ti. Cor­si, nel Labo­ra­to­rio Spe­ri­men­ta­le, pre­pa­ra intan­to un nuo­vo model­lo: la 40.000, che sul cor­po del­la 30.000 mon­ta un nuo­vo pri­sma più lumi­no­so, uno spec­chio più gran­de, insom­ma tut­to in for­ma­to maxi. Ven­go­no rea­liz­za­ti i pri­mi pro­to­ti­pi.

 

 

  1. — Oltre le Alpi, il col­po di coda

 

Quand’ecco che all’improvviso, sia­mo alla fine del 1955, il pon­ten­zia­le com­pra­to­re sbu­ca fuo­ri, e vie­ne da lon­ta­no. La Rec­ta­flex anno­ve­ra, tra i for­ni­to­ri inter­na­zio­na­li, la Kame­ra­bau Anstalt, con sede a Vaduz nel Prin­ci­pa­to del Lie­ch­ten­stein, di pro­prie­tà del prin­ci­pe Fran­ce­sco Giu­sep­pe II (1906−1989). Bau­me ha invia­to nel pic­co­lo prin­ci­pa­to ai mar­gi­ni del­la Sviz­ze­ra tede­sca alcu­ne 30.000, assi­cu­ran­do che si può pro­dur­re con sole 8 ore di lavo­ro.

Il Prin­ci­pe invia a Roma il suo uomo di fidu­cia, l’ingegner Adolf Gas­ser, per valu­ta­re l’affare. Gas­ser è un uomo one­sto, e dota­to di gran­de espe­rien­za. Pro­prio per que­sto la visi­ta negli sta­bi­li­men­ti di Mon­te del­le Capre si dimo­stra assai delu­den­te e il tec­ni­co, di ritor­no in Lie­ch­ten­stein scon­si­glia al Prin­ci­pe l’acquisto dell’intera fab­bri­ca, limi­tan­do­si ai bre­vet­ti.

Eppu­re l’accordo va in por­to, negli ulti­mi mesi del 1956, e vede la part­ner­ship tra Cisa, Snia e la Con­ti­na AG, altra fab­bri­ca di pro­prie­tà del Prin­ci­pe che pro­du­ce cal­co­la­tri­ci tasca­bi­li e cine­pre­se da 8 mm. Vie­ne quin­di crea­ta una nuo­va socie­tà, la Éta­blis­se­men­ts Rec­ta­flex Inter­na­tio­nal Vaduz, del­la qua­le è azio­ni­sta Léon Bau­me. La pro­du­zio­ne si svol­ge­rà nel­la fab­bri­ca Con­ti­na, nel­la cit­ta­di­na di Mau­ren. L’ingegner Gas­ser è a capo del­la pro­get­ta­zio­ne, che pren­de il nome di 18.400, e del­la pro­du­zio­ne. Il diret­to­re di fab­bri­ca è il signor Frick, men­tre il Repar­to Mon­tag­gio è affi­da­to al signor Post­ner.

Da subi­to Gas­ser e Post­ner si met­to­no le mani nei capel­li. Lamen­ta­no la man­can­za di docu­men­ta­zio­ne tec­ni­ca, e in par­ti­co­la­re pare che man­chi per­si­no l’elenco dei com­po­nen­ti. Di ogni pez­zo poi, esi­sto­no più ver­sio­ni, sen­za sape­re che pesci pren­de­re. I due inge­gne­ri deci­do­no di richia­ma­re in ser­vi­zio, da Roma, Alfre­do Fer­ra­ri, assun­to uffi­cial­men­te nel set­tem­bre 1957. Poco dopo vie­ne richia­ma­to in ser­vi­zio anche il mec­ca­ni­co Anto­nio Fascia­ni, con l’incarico di for­ma­re il per­so­na­le del repar­to Mon­tag­gio.

Gli inge­gne­ri tran­sal­pi­ni deci­do­no di revi­sio­na­re, pez­zo per pez­zo, tut­ta la com­po­nen­ti­sti­ca, fre­san­do i pez­zi obso­le­ti, o scar­tan­do­li se neces­sa­rio. E c’è un nuo­vo pro­ble­ma: la Con­ti­na, che non è in gra­do di pro­dur­re da sé tut­ti i com­po­nen­ti, deve ricor­re­re a for­ni­to­ri ester­ni, facen­do lie­vi­ta­re i costi. Alla fine del 1957 la linea di mon­tag­gio per la pro­du­zio­ne in serie risul­ta anco­ra lon­ta­nis­si­ma. Sor­go­no degli attri­ti, e si evi­den­zia­no lim­pi­da­men­te le dif­fe­ren­ze di men­ta­li­tà tra ita­lia­ni e tran­sal­pi­ni: genia­li riso­lu­to­ri di impre­vi­sti i pri­mi; tec­ni­ci pre­ci­si che per­do­no le staf­fe ogni vol­ta che un pez­zo va fuo­ri tol­le­ran­za i secon­di. Con­si­de­ran­do che i pez­zi fuo­ri tol­le­ran­za non sono l’eccezione, ma la rego­la, alla Con­ti­na sono tut­ti seria­men­te pre­oc­cu­pa­ti. Fascia­ni pro­po­ne una solu­zio­ne d’emergenza: ripor­ta­re la pro­du­zio­ne a Roma rac­cat­tan­do le vec­chie mae­stran­ze del Trul­lo. La pro­po­sta vie­ne respin­ta con sde­gno.

I tran­sal­pi­ni, giun­ti ormai alla dispe­ra­zio­ne, con­tro il pare­re dei soci ita­lia­ni, richia­ma­no in ser­vi­zio, da Roma, Tele­ma­co Cor­si. Cor­si, rac­con­ta la memo­ria popo­la­re, pare che abbia det­to sì all’istante, met­ten­do da par­te tut­te le ama­rez­ze. Por­ta con sé il vete­ra­no Rober­to Ger­ma­ni, già respon­sa­bi­le del Ser­vi­zio Dopo­ven­di­ta. Il mira­co­lo rie­sce: le pri­me mac­chi­ne made in Lie­ch­ten­stein ven­go­no mon­ta­te. E fun­zio­na­no. Pare anche che Cor­si si sia subi­to ben inte­so con le mae­stran­ze tran­sal­pi­ne, nono­stan­te le bar­rie­re lin­gui­sti­che, ben feli­ce di respi­ra­re aria di fab­bri­ca a pie­ni pol­mo­ni.

Le mac­chi­ne model­lo 40.000 arri­va­no alla pro­du­zio­ne in pre­se­rie. C’è il coman­do auto­ma­ti­co del­la pre­se­le­zio­ne del dia­fram­ma, e vie­ne mon­ta­to un nuo­vo obiet­ti­vo. I pri­mi col­lau­di dan­no però una serie di incon­ve­nien­ti, soprat­tut­to nel­la velo­ci­tà dei tem­pi. Cor­si chie­de che ven­ga­no sosti­tui­ti i coman­di del­le ten­di­ne con nuo­vi coman­di, miglio­ra­ti. Bau­me si oppo­ne, il Prin­ci­pe del Lie­ch­ten­stein non sa come schie­rar­si. L’ingegner Gas­ser stu­dia la que­stio­ne, e indi­vi­dua che il pro­ble­ma può esse­re risol­to modi­fi­can­do i cor­pi di allu­mi­nio di futu­ra fab­bri­ca­zio­ne. Alla fine, sia­mo all’inizio del 1958, la Rec­ta­flex tran­sal­pi­na pare giun­ta a livel­li qua­li­ta­ti­vi sod­di­sfa­cen­ti. Vie­ne appro­va­to il pia­no di pro­du­zio­ne. Dopo con­ti­nui adat­ta­men­ti e sug­ge­ri­men­ti, all’inizio del 1958 le pri­me mac­chi­ne comin­cia­no a fun­zio­na­re a dove­re e sem­bra che si sia pron­ti ad ini­zia­re la pro­du­zio­ne in serie. Il pia­no di pro­du­zio­ne pre­ve­de la rea­liz­za­zio­ne di 45 mac­chi­ne al gior­no.

L’ingegner Gas­ser chie­de l’assunzione di nuo­ve mae­stran­ze; gli azio­ni­sti fre­na­no, fra un rin­vio e l’altro. Cor­si intan­to per­fe­zio­na anco­ra la mac­chi­na, e chie­de al Prin­ci­pe di instal­la­re sul­la 40.000 l’esposimetro al sele­nio incor­po­ra­to nel pri­sma. Nel­la silen­zio­sa fab­bri­ca Con­ti­na, si tra­sfe­ri­sce in bre­ve tut­to il caos di una pro­du­zio­ne ita­lia­na. Il tem­po pas­sa, i costi fis­si scor­ro­no, e del­la pro­du­zio­ne in serie non c’è nean­che l’ombra. Fra gli azio­ni­sti, nel 1959, si fa stra­da l’idea di esse­re fuo­ri tem­po mas­si­mo, anche per­ché il mer­ca­to di que­gli anni vede affer­mar­si mac­chi­ne giap­po­ne­si con tec­no­lo­gie diver­si, costi infe­rio­ri, in gra­do di offri­re al fotoa­ma­to­re scat­ti ugual­men­te bel­li.

A que­sto pun­to le infor­ma­zio­ni si fan­no impre­ci­se. La pro­du­zio­ne va avan­ti, tra arre­sti e ripar­ten­ze, ma nes­su­no cre­de seria­men­te in un suc­ces­so. Pare che alla fine di mac­chi­ne Rec­ta­flex 40.000 ne sia­no sta­ti pro­dot­ti 2500 esem­pla­ri. Pare anche che per la dispe­ra­zio­ne sia­no sta­ti get­ta­ti tut­ti nel fiu­me Reno, per far capi­re al Prin­ci­pe che nel Prin­ci­pa­to tran­sal­pi­no non era pos­si­bi­le pro­dur­re all’italiana. Fat­to sta che la sto­ria si tra­sci­na anco­ra per cin­que anni, fin­ché la socie­tà vie­ne rile­va­ta dal­la Hil­ti, inte­res­sa­ta pro­ba­bil­men­te ad impe­di­re che i bre­vet­ti fos­se­ro acqui­sta­ti da socie­tà con­cor­ren­ti, piut­to­sto che pro­se­gui­re la pro­du­zio­ne.

 

 

  1. — Il cen­tro poli­va­len­te di quar­tie­re

 

Vie­ne for­mal­men­te costi­tui­ta la Rec­ta­flex Srl, e nell’autunno 1948 vie­ne posa­ta la pri­ma pie­tra. Il pro­get­to con­sta di una palaz­zi­na di 4 pia­ni, nel clas­si­co sti­le archi­tet­to­ni­co post-fasci­sta. La fab­bri­ca è strut­tu­ra­ta in modo mol­to pra­ti­co, alla manie­ra di Wal­ter Gro­pius, con lar­ghe sca­le d’accesso ai pia­ni, ampi loca­li open-spa­ce che pren­do­no luce da gran­di fine­stre rivol­te ad est. I ser­vi­zi e la men­sa sono anch’essi com­ple­ta­men­te nuo­vi e moder­nis­si­mi. Alcu­ni repar­ti meno impor­tan­ti o for­se meno puli­ti, come la Gal­va­ni­ca, la Ver­ni­cia­tu­ra e il Magaz­zi­no, ven­go­no allog­gia­ti nel­le costru­zio­ni adia­cen­ti. Gli uffi­ci e gli ambien­ti desti­na­ti ai dise­gna­to­ri tec­ni­ci riman­go­no inve­ce nel­la palaz­zi­na cen­tra­le Sara. Si pas­sa quin­di a com­mis­sio­na­re i tor­ni, le fre­sa­tri­ci, le pres­se, i pan­to­gra­fi, e le altre attrez­za­tu­re mac­ca­ni­che.

Lo sta­bi­li­men­to roma­no di via Mon­te del­le Capre è diven­ta­to, negli anni a segui­re, un isti­tu­to tec­ni­co di prim’ordine, deno­mi­na­to Mar­co­ni. Gli abi­tan­ti del Trul­lo assi­ste­va­no con sem­pre viva sod­di­sfa­zio­ne alla disce­sa a frot­te di ragaz­zi del cen­tro­cit­tà, che rag­giun­go­no la peri­fe­ria per stu­dia­re pres­so que­sta eccel­len­za sco­la­sti­ca. Dopo la chiu­su­ra e un perio­do di abban­do­no, l’edificio ospi­ta oggi il cen­tro socio-cul­tu­ra­le e la biblio­te­ca del quar­tie­re.

Tra le varie atti­vi­tà pre­sen­ti oggi nel ples­so ex Rec­ta­flex è sicu­ra­men­te da ricor­da­re il Cen­tro Maree, un isti­tu­to di acco­glien­za per don­ne vit­ti­me di vio­len­za, insie­me ai loro pic­co­li. Il cen­tro anti­vio­len­za vie­ne fon­da­to nel 2000. Nel nume­ro di Arva­lia News di mar­zo-apri­le 2015, ne tro­via­mo sin­te­ti­ca­men­te rac­con­ta­ta la sto­ria in un arti­co­lo inti­to­la­to “La Not­te del­la Moda sostie­ne la ristrut­tu­ra­zio­ne del Cen­tro Maree”. «Par­te dei rica­vi del­la Vogue Fashion Night Out 2014 – vi si leg­ge – sono sta­ti devo­lu­ti in favo­re all’ass. Dif­fe­ren­za Don­na, che gesti­sce il Cen­tro Maree (il cen­tro anti­vio­len­za che al Trul­lo acco­glie don­ne e bam­bi­ni vit­ti­me di abu­si), per inter­ven­ti di ristrut­tu­ra­zio­ne. Al ter­mi­ne dei lavo­ri c’è sta­ta una vera e pro­pria secon­da inau­gu­ra­zio­ne del Cen­tro, che segue di 15 anni la pri­ma, avve­nu­ta nel 2000».