La Rectaflex è una palazzina del 1949, sede della breve esperienza produttiva delle omonime macchine fotografiche. La compagine societaria si costituisce già dal 1946 con lo scopo di produrre la prima fotocamera italiana di tipo reflex nei modelli Standard, 1000 e 2000. Nel 1948 i preesistenti Stabilimenti Sara vengono ampliati e viene costruita una nuova palazzina di 4 piani, strutturata secondo i principi di Gropius, in cui trovano posto i reparti Fresatura, Tornitura, Montaggio, Accessori, Semilavorati e Collaudo, oltre all’attrezzeria, i servizi e la mensa. Nelle vecchie strutture Sara vengono alloggiati i reparti Galvanica e Verniciatura, i magazzini, la Direzione e gli uffici. La produzione in serie inizia nel 1949, con i modelli 3000, 4000 Duo-focus, Junior, 16.000, Rotor, 25.000, 30.000 e vari modelli Special. Per testare la Gold verrà in visita, nel 1952, Papa Pio XII. Il fallimento dell’accordo commerciale con il Governo americano segna la crisi societaria e la messa in liquidazione, avvenuta nel 1955. Dopo la riconversione in istituto scolastico e una fase di abbandono, lo stabilimento è oggi sede del Centro polivalente di quartiere.

 

 

  1. — Il cantiere Rectaflex

 

La Rectaflex nasce come un ramo produttivo della SARA, specializzato in macchine fotografiche. Conosciamo le vicende societarie e i dettagli costruttivi degli apparecchi grazie allo studio appassionato di Marco Antonetto, autore de Rectaflex. La Reflex magica (2001), al quale siamo debitori per la realizzazione di questa monografia.

I prototipi e i modelli semi-artigianali Standard 947 nascono ancora presso gli Stabilimenti Sara. Dopo il buon riscontro e le prime prenotazioni, ottenuti alla Fiera Campionaria di Milano del 1948, il Consiglio di amministrazione della società madre, la Cisa Viscosa, si riunisce in seduta straordinaria e delibera l’avvio della produzione in serie, costituendo per lo scopo la nuova società Rectaflex srl. L’investimento iniziale, che pare sia stato di 300 milioni di lire, consente l’ampliamento dell’esistente Stabilimento Sara e l’edificazione di una nuova avveniristica palazzina di 4 piani, dagli ambienti luminosi e aperti, alla maniera di Walter Gropius.

La prima pietra viene posata nell’autunno 1948. Vengono assunte le maestranze, formate dai tre storici capo-montatori Sara – Frajegari, Judicone e Assenza –, e nel personale vi sono numerose donne, impiegate nelle funzioni minute. Nel frattempo le Standard 947 vengono messe in vendita, prevalentemente sul mercato americano e francese, grazie ai distributori Director Products di New York e Exclusivités Télos di Parigi. Altre intese commerciali portano la Rectaflex nei cinque continenti, ma non ancora in Italia. Si tratta di una politica commerciale bizzarra ma basata sull’idea di un orizzonte largo, che rispecchia il carattere visionario dell’aministratore-progettista Telemaco Corsi. In quei giorni Corsi respira aria di fabbrica notte e giorno, perfeziona la macchina e insegue gli standard tecnici delle due principali concorrenti: Leitz e Zeiss. Con l’inverno 1948 inizia la produzione del nuovo modello, la Serie 1000, caratterizzato da numeri di matricola a partire dal numero 1001. Esteriormente il nuovo modello conserva il design della Standard 947, mentre il corpo-macchina, ricavato in pressofusione di alluminio anodizzato, si compone di quattro parti: il corpo vero e proprio, il castello (con prisma e specchio), il piano frontale (con l’imboccatura dell’ottica) e il dorso. Le ottiche sono intercambiabili e il meccanismo dei tempi lenti è migliorato.

La nuova fabbrica viene completata con invidiabile rapidità e nel gennaio 1949 il sindaco Salvatore Rebecchini può già inaugurarla. Sono gli anni della ripresa economica, del boom. Nel suo discorso Rebecchini rievoca la trasformazione della borgata del Trullo, da zona acquitrinosa a distretto industriale che porta con sé case, benessere, eccellenza. Il giornalista de Il progresso fotografico fornisce un enfatico resoconto di quella giornata:

 

Io petulante chiesi di poter visitare lo stabilimento con più tranquillità. Quando mi venne mostrato il castello della Rectaflex non ebbi bisogno di spiegazioni, per sapere che questa è l’ultimo grido delle pressofusioni, la più esatta! Entrando nel salone delle macchine utensili ebbi un grido di ammirazione, scorgendone oltre centoventi. Come si fa a non costruire bene i duecento pezzi che compongono la Rectaflex con quella attrezzatura? Sarebbe più difficile costruirli male che bene! E i controlli? non finiscono più! Ogni pezzo viene controllato con implacabile pignoleria durante il montaggio, tanto che i controlli finali, che sono i più severi, diventano forse inutili. Quindi, la Rectaflex costruisce in serie circa cinquanta macchine al giorno, occupando quattrocento persone, ma il controllo è singolo, accurato, esasperante. Organizziamo tutta la nostra industria con simili metodi e i nostri prodotti non temeranno confronti!

 

Il cronista esagera probabilmente nei toni e nei numeri, ma l’atmosfera di entusiastica fiducia nel futuro è reale.

 

 

  1. — La produzione in serie

 

Nei primi mesi del 1949 avviene un disastro: i modelli 1000, appena venduti, uno dopo l’altro manifestano problemi meccanici e vengono rispediti al Trullo per l’assistenza, tutti con difetti alle tendine e ai leveraggi del ritardatore: sui tempi di posa lunghi (dal decimo di  secondo in poi) la Rectaflex non funziona. Corsi individua subito la causa nei corpi di alluminio, prodotti dalla Fonderia Romana di Porta Portese, soggetti a dilatazione termica: succede che al variare della temperatura i componenti interni sono compressi oppure ballano. Sotto gli occhi sgomenti degli azionisti Cisa, Corsi adotta la decisione di richiamare in fabbrica tutte le macchine vendute, e di ritirare dai negozi quelle lasciate in conto vendita. L’avvocato Corsi fa eseguire delle rettifiche manuali a colpi di fresatrice, eliminando le tolleranze o interponendo lamelle di ottone. Il processo è lungo e costoso, senza contare che la Fonderia Romana ha già realizzato altre 2000 fusioni.

Corsi prende una seconda decisione coraggiosa: rimanda indietro alla fonderia i 2000 corpi in alluminio, e chiede di rifonderli di nuovo, a spese della Rectaflex, con un nuovo stampo che risolve il problema. I nuovi stampi hanno numeri di matricola dal 2128 in poi: nasce così, non da una pianificazione, ma da una serietà commerciale che sa di tempi lontani, il nuovo modello Duemila. Ma Corsi è ancora inquieto. Nella nuova Duemila inserisce anche le migliorie sperimentali elaborate nel frattempo, e un nuovo pentaprisma, ideato dallo stesso Corsi e dal fidato Picchioni, che presenta nella seconda faccia una superficie convessa e nell’ultima faccia una lente ingrandente: il risultato è che sull’oculare si vede un’immagine ancora più grande e luminosa. Questa miglioria, chiamata pentaprisma a lente convessa, viene brevettata nel febbraio 1949. Nello stesso anno Corsi e Picchioni ottengono altri due brevetti: uno sul sistema di otturazione (con una doppia tendina ad apertura fissa), un altro sul ritardatore dei tempi lenti (montato su platine anodizzate con oro 22 carati e rubini).

Intanto arriva la Fiera Campionaria di Milano, edizione 1949, dove la Rectaflex presenta la Duemila. E c’è un’altra brutta sorpresa. Corsi osserva con rabbia, nello stand accanto, la Contax S della concorrente Zeiss, che monta lo Spiegelreflexkamera, un sistema a specchio riflettore con prisma di rinvio che in pratica è la versione tedesca del pentaprisma rectaflex. Poco più in là c’è la svizzera Alpa Reflex, con le stesse caratteristiche, ma per fortuna ancora costosissima. L’aneddoto vuole che Corsi, furibondo, abbia gridato al plagio. La fiera tuttavia sorride a Corsi e fioccano gli ordinativi. E in fiera Corsi mette a segno anche un bel colpo sul mercato di Francia e Colonie, ottenendo l’abbinamento in vendita della sua macchina con il nuovo grandangolare Retrofocus 35 mm della Angénieux. Tra Corsi e il produttore Pierre Angénieux si instaura subito un’amicizia personale, che durerà tutta la vita. Nell’autunno 1949 la Rectaflex è in mostra anche al Salone della Tecnica Torino. In quell’occasione la Rectaflex annuncia l’apertura di un punto vendita a New York, la partnership con la Phototecnic Equipment per il mercato inglese e quella con la Eshmann per la Svizzera.

Succede così che tutte le Duemila prodotte trovano collocazione sul mercato e la Rectaflex rimane a magazzini vuoti. Si inizia immediatamente a produrre la terza serie, la 3000, peraltro identica alla Duemila con la sola novità del nuovo pentaprisma a doppia faccia convessa (quella della base e quella posteriore), che migliora la luminosità e porta l’ingrandimento a 2 volte e mezza. La Rectaflex si avvia a diventare quella la macchina perfetta che Corsi sogna.

 

 

  1. — Primi contrasti con gli azionisti

 

Nel 1950 l’Italia sorride, il Trullo lavora alacremente e Corsi – nel doppio ruolo di amministratore e progettista capo – è un vulcano di inventiva. Colloca i collaboratori più capaci e fidati nei punti chiave dell’azienda: all’ingegner Angelino Eleuteri affida la riorganizzazione dei reparti Produzione e Montaggio, ottenendone una vistosa riduzione dei tempi; i progettisti Emilio Palamidessi, Alfredo Ferrari e Giulio Fabricatore lo affiancano nel Laboratorio di ricerca. Con quest’ultimo, il 9 marzo 1950, Corsi brevetta la preselezione manuale, che supera i problemi della perdita di luminosità provocata dalla chiusura del diaframma. L’avvocato ha così mano libera per dedicarsi allo smercio e sanare le diffidenze degli azionisti, che chiedono in questo periodo di rientrare dell’investimento iniziale e orientare la vendita al mercato italiano. La Rectaflex, pur essendo l’unica prismatica sul mercato domestico, costa infatti 110.000 lire: un capitale! Corsi affida all’ingegner Giorgio Marini quella che oggi chiameremmo una aggressiva campagna di marketing, basata sulla diffusione di opuscoli comparativi con la concorrenza.

Un aneddoto vuole che sia stato proprio il pragmatico ma fedele ingegner Marini a mettere Corsi sull’avviso circa l’intenzione degli azionisti di relegarlo all’angolo: la Rectaflex somiglia sempre più a un istituto scientifico e Corsi fa continue sperimentazioni e cambiamenti di rotta, che appaiono incomprensibili agli investitori. Corsi deve insomma scegliere: può arrestare la sua corsa verso la perfezione e godersi utili e stima degli azionisti, o proseguire accettando le inevitabili conseguenze. Ma Corsi ha già scelto. Succede così che Corsi viene convocato dalla Direzione Cisa Viscosa, senza ulteriori spiegazioni. Si svolge un colloquio non facile in cui viene di fatto esonerato dalla direzione della linea produttiva della 3000, che viene affidata all’ingegner Eleuteri, che accetta con imbarazzo. In cambio a Corsi viene affidata una nuova serie sperimentale, che prenderà il nome di 4000. Sulla 4000 Corsi potrà adottare tutte le bizzarie che vuole, mentre la produzione della 3000 è da considerarsi blindata. Il modello 4000 non è quindi una quarta serie produttiva, ma piuttosto una versione, parallela e sperimentale, della terza. Corsi non capisce ma si adegua, e si lancia a capofitto nella 4000: cambia l’anello di innesto delle ottiche, gli ingranaggi delle tendine, i leveraggi dei tempi lenti, e testa uno speciale stigmometro su vetro smerigliato. Sulle confezioni della 4000 compare la scritta Duofocus, in ragione del binomio tra visione reflex e il nuovo stigmometro. Corsi apprende amareggiato però che la Cisa ha contingentato la produzione della 4000: solo 500 esemplari e non di più.

Arriva l’appuntamento fieristico di Milano, edizione 1950. Per Corsi è la fiera dell’incubo. La Zeiss ha triplicato i modelli reflex: c’è la vecchia Contax, la nuova Contessa e il prisma esterno Exacta, in grado di trasformare una qualunque macchina tradizionale in una reflex. E ci sono altri due produttori tedeschi, Kilar e Tewe, che espongono macchine prismatiche. Per la Reflex gli affari vanno ancora discretamente: il pubblico osserva ammaliato la 4000, ma senza rendersene gran conto acquista la 3000. È possibile acquistarla ora in abbinamento con le ottiche di due produttori italiani, Filotecnica e Galileo, e una miriade di accessori. In quella fiera, in uno stand poco distante, c’è anche la società romana Gamma, di cui Corsi anni addietro era stato tra i fondatori. La Gamma rimane fedele al vecchio telemetro e produce modelli affidabili straordinariamente economici. Il Progresso fotografico spende parole di elogio per la «piccola grande fabbrica» Gamma, situata a soli 50 metri dalla Rectaflex: «La Gamma III è veramente perfetta e merita il successo che sta ottenendo. Il colmo è che è esportata perfino in Germania».

 

 

  1. — La gabbia dorata di via Acqui

 

Corsi dedica la prima parte del 1951 alla Junior, una serie cadetta destinata al mercato italiano. Nei magazzini giacevano infatti un migliaio di macchine modello 1000, difettose nei tempi lenti e a suo tempo ritirate dal commercio. Corsi decide di dare loro una seconda vita, eliminando il ritardatore e dichiarando onestamente ai compratori che la Junior ha soltanto i tempi veloci. All’interno rimane il vecchio pentaprisma a facce piane, per cui la macchina ha una visione piuttosto chiusa e buia, ma questo ai compratori italiani poco importa: la rectaflex è ora un sogno accessibile, al prezzo più che dimezzato di 65.000 lire (la 4000 costa in quel periodo 170.000 lire).

Nel frattempo Corsi lavora al telcrom, un dispositivo esterno per la messa a fuoco che consiste in uno schermo smerigliato a due sezioni: l’immagine rimane sdoppiata fino a quando l’ottica non raggiunge la messa a fuoco ideale. Col telcrom è ora impossibile sbagliare il fuoco di una foto, sebbene il suo utilizzo sia piuttosto macchinoso. Alla Fiera campionaria del 1951 il telcrom non appassiona il pubblico, e questo era quasi prevedibile. In compenso gli ordinativi per la 3000 e la Junior sono soddisfacenti. Anche quest’anno in uno stand vicino è presente la Gamma, che presenta la Perla, un’onesta macchina di fascia bassa con ottica fissa e otturatore centrale: il suo prezzo non conosce rivali.

Corsi decide a quel punto di saldare i conti con gli odiati rivali tedeschi, portando la 4000 – con un nuovo modernissimo corpo in alluminio – nella loro tana, la fiera campionaria della Germania, la Photokina di Colonia. Corsi riesce a piazzare con facilità tutti i pezzi, al punto che al Trullo i magazzini restano per la seconda volta sguarniti. Forte dei risultati ottenuti Corsi affronta la Direzione Cisa e ottiene di soppiantare la produzione della vecchia 3000 con la sperimentale 4000, che ormai ha raggiunto buoni livelli di affidabilità. Nasce così la quarta serie produttiva Rectaflex, che, anche per ribadire il distacco con le precedenti, prende il nome di 16000.

Tutto questo ha una dolorosa contropartita. Proprio mentre risultati commerciali e corsa verso la perfezione sembrano aver trovato il punto di equilibrio, nel settembre 1951 gli azionisti comunicano a Corsi il suo allontanamento dalla fabbrica del Trullo. Per lui è stato realizzato il nuovissimo Laboratorio sperimentale di via Acqui, 9. Le attrezzature sono stupefacenti, è addirittura presente un elaboratore elettronico di calcolo. Insieme a Corsi l’editto di esilio colpisce anche Emilio Palamidessi (nominato direttore del Laboratorio) e il fidato caporeparto del Montaggio Michele Frajègari. Corsi rimane ancora formalmente amministratore delegato, ma la direzione finanziaria viene accentrata in via Sicilia, 162, presso la sede della Cisa Viscosa. La Rectafrex srl muta inoltre la ragione sociale in società per azioni. Il messaggio è inequivocabile: in Rectaflex comandano gli azionisti, e Corsi ne è solo il capo carismatico. Uno dopo l’altro però, ottengono di seguire Corsi in via Acqui anche l’ingegner Marini, l’ingegner Franco Sigismondi e il tecnico Angelo Antonelli.

Con i tecnici migliori intorno a sé, e macchinari da fare invidia, Corsi avvia a via Acqui una nuova serie sperimentale, la 20000 preserie. Mette a punto un nuovo otturatore a tendina con ingranaggi in alpacca, per consentire un maggiore scorrimento. Corsi riesce a tarare l’otturatore fino al duemilesimo di secondo. Per fare un paragone, i concorrenti tedeschi non vanno allora oltre il millesimo. Nei primi mesi del 1952 la 20000 diventa una produzione seriale, con il nome di Standard 20000, con tempi al 1300° di secondo: la quinta serie produttiva Rectaflex è l’apparecchio 35 mm più veloce di tutti i tempi.

 

 

  1. — La fabbrica perfetta

 

Nel 1952 lo stabilimento del Trullo è ormai la «fabbrica perfetta» che Corsi ha progettato, in grado di produrre e assemblare autonomamente quasi tutte le componenti. Soltanto i corpi in alluminio, le lentine e i pentaprismi sono appaltati all’esterno. Lo stabilimento è diretto dall’ingegner Angelino Eleuteri e si presenta strutturato in due divisioni: l’Ufficio Tecnico (diretto da Pietro Raucci), erede del Laboratorio sperimentale di Corsi, e l’Ufficio Produzione (Erminio Cappellani), che si occupa della produzione in serie. La Produzione è a sua volta organizzata in 8 reparti: 6 officine meccaniche 2 officine di controllo-qualità.

Le officine meccaniche sono: Progettazione, Galvanica (caporeparto Attilio Berardi), Fresatura (Aldo Pini; comprende il sottoreparto Attrezzeria), Verniciatura (Antonio Pietrini), Tornitura (Gaetano Judicone; con sottoreparto Aggiustaggio), Montaggio (Roberto Germani; con sottoreparto Precollaudo). I tre reparti Montaggio, Fresatura e Tornitura costituiscono insieme il comparto Meccanica I (capocomparto Egeo Filippini), mentre Meccanica II comprende le altre lavorazioni più delicate. Questo comparto è dotato di macchinari per la rettifica, torni e trapani di precisione, fresatrici e macchine automatiche per le minuterie in acciaio inox. Meritano di essere spese alcune parole su Roberto Germani, a cui si deve la pianificazione del ciclo produttivo dei 6 reparti meccanici su complessive 40 ore: giovanissimo, entrato in azienda appena tre anni prima, è un tecnico di grande valore. Il ciclo inizia dal reparto Galvanica, che vaglia i corpi in alluminio e i pentaprismi. La Fresatura effettua le forature e trasmette i corpi alla Verniciatura dove viene applicata a fuoco la vernice nera opaca. Dalla Verniciatura i corpi tornano in Fresatura, dove i fori vengono imboccolati per le tendine e i ritardatori. Nel frattempo l’Attrezzeria prepara le calottine e la Tornitura e la Galvanica preparano viteria e leveraggi. I corpi preparati finiscono al Montaggio, che fra i reparti è quello dalla struttura di maggior complessità. Al Montaggio lavorano tecnici con diplomi di meccanica fine (orologiai, ottici, strumentisti di precisione, pantografisti). Dal Montaggio dipende il Precollaudo, in cui i fotoreporter Francesco Maesano e Antonio Tozzi provano le macchine (i negativi vengono allegati insieme alla garanzia). L’intero ciclo di montaggio risulta suddiviso in 36 passaggi. Ad ogni passaggio corrisponde una fila di banchi del grande salone luminoso al secondo piano; a capo di ogni fila vi è un montatore specializzato: se un operaio riscontra problemi in un passaggio passa la macchina al montatore esperto.

I reparti del controllo-qualità sono: Collaudo semilavorati (caporeparto Renato Bonci) e Collaudo finale (Amedeo Cimino, aiutante Giulio Fabricatore). Giulio Fabricatore è un insegnante di tecnica fotografica alla Scuola di Polizia, misantropo e austero nel carattere. Ogni giorno, dopo le lezioni, si reca in Rectaflex dove ispeziona ogni macchina con diligenza da poliziotto. Il professor Amedeo Cimino, ingegnere, è un insegnante di matematica. È una figura molto simile a Corsi: fantasioso, creativo. Tra i due esiste una sincera e lunga amicizia. Il ciclo del controllo-qualità dura complessivamente 8 ore.

In questo scenario di successi Corsi riceve un colpo davvero duro: a metà del 1952 la Cisa Viscosa lo esonera di fatto anche dalla direzione commerciale, mettendolo sotto la tutela di Léon Baume, un abile finanziere di origine polacca. Insieme a lui collaborano il dottor Fabbri e Aldo Falcone. Allontanato dalla linea produttiva, e ora da quella commerciale, Corsi ha perduto il comando dell’azienda. È un leone in gabbia, sebbene sia una gabbia dorata.

 

 

  1. — La commessa militare americana

 

Alla Campionaria del 1952 la Rectaflex si presenta all’apice produttivo, esponendo la 16000 con nuove ottiche e il modello speciale Rotor. La Rotor nasce dall’amicizia tra Corsi e Federico Patellani, il celebre fotografo delle dive degli Studios di Cinecittà. Quando Patellani rappresenta a Corsi la difficoltà di cambiare ottica, perdendo attimi preziosi per afferrare lo «scatto fuggente», il progettista Ferrari monta su una 16000 una torretta girevole, che fa ruotare tre obiettivi a gradazioni diverse, abbinata con un’impugnatura a pistola col grilletto per lo scatto. Una foto famosa ritrae Gina Lollobrigida sul set del film Beat the Devil che impugna la Rotor. Nella fiera milanese di quell’anno c’è anche la Gamma, reduce da alcune vicissitudini in tribunale: non può più vendere la telemetrica a più obiettivi e ripiega sulle nuove versioni della Perla a ottica fissa. In quell’anno Corsi va anche alla Photokina tedesca, dove espone la nuova 24500 preserie, prodotta in soli 500 esemplari.

Ottenute le prime prenotazioni, al Trullo va in produzione la quinta serie Rectaflex, il modello 25000. Sul piano tecnico la nuova serie non è molto diversa dalla vecchia: ha una miglior taratura dei tempi veloci, l’innovativo flash Vacu-blitz a bulbo incandescente e una nuova componentistica, tutta milanese: il corpo in alluminio pressofuso prodotto dalla Simi, i pentaprismi e le lentine della Metal-Lux, e le tendine Pirelli in gomma (dopo che la Sara ha dismesso la produzione della viscosa).

All’altro capo del mondo, intanto, infuria la Guerra di Corea (1950-1953). Il Governo americano lancia un appalto internazionale per l’acquisto di apparecchi fotografici 35 mm, destinati ai cronisti di guerra. Il finanziere Baume porta subito l’affare in porto, con una commessa mastodontica da 30.000 apparecchi, da spedire in 20 lotti da 1500 macchine a trimestre. Corsi è furibondo: la Rectaflex non è in grado di produrre così tante macchine e, anche se fosse, la Rectaflex sparirebbe dal mercato civile per cinque anni. Senza contare i termini contrattuali, nei quali il maggior beneficiario è lo stesso Baume: ogni apparecchio è venduto a sole 63.000 lire, da cui va tolta la royaltee di 15.000 lire per Baume. Nel gennaio 1953 la Rectaflex assume tutto il personale Sara e lancia un’ulteriore campagna di assunzioni, arrivando a 300 dipendenti. In primavera il ritmo produttivo raggiunge le 900 macchine/trimestre. Gli azionisti Cisa gongolano e premiano Baume con la promozione a co-amministratore delegato Rectaflex.

Corsi e Baume hanno caratteri profondamente diversi: un sognatore alla ricerca della perfezione il primo; cinico abilissimo mercante il secondo. Corsi deve inchinarsi all’abilità del nuovo arrivato. Si rifugia spesso da Giorgio Cacchi, titolare del celebre emporio Casa del Fotocineamatore, dove si riunisce un cenacolo di artisti del calibro di Mastroianni, Fellini, Charles Boyer. Intanto Corsi crea il secondo modello speciale: la Gold, la reflex d’oro. La Gold è una 25000 con i corpi ricoperti in doratura e decorazioni in pelle di lucertola. La prima Gold viene regalata a Pio XII, che si reca personalmente nello stabilimento di Monte delle capre per riceverla. Papa Pacelli celebra una messa e benedice la fabbrica e gli operai. Ma l’euforia per l’illustre visitatore dura poco. La mancanza del capo carismatico si sente e succedono cose mai accadute prima: tensioni sindacali, conflittualità tra dipendenti, persino sabotaggi. Il nuovo personale, che si dice piazzato clientelarmente dai politici, è composto di fannulloni o incompetenti: le prime macchine prodotte escono difettose e necessitano di lunghi interventi di aggiustaggio. In breve si capisce che i tempi della commessa americana non saranno rispettati.

 

 

  1. — Finché c’è guerra c’è speranza

 

Corsi intanto ottiene dall’azienda il permesso di realizzare altre Gold e di donarle ai potenti del momento. Una è per il Re Farouk d’Egitto; un’altra è per il presidente Cisa Francesco Maria Oddasso; ve ne sono per il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, per il presidente degli Stati Uniti Eisenhower e una per Winston Churchill. Le ultime due sceglie Corsi a chi donarle: una è per l’importatore francese Henry Tieman, suo amico e fedele rivenditore della Rectaflex in Francia; l’ultima Corsi la dona alla Fabbrica Rectaflex, dove viene esposta accanto ad un pannello sinottico con tutti i pezzi che compongono una Rectaflex. Questo dono ha quasi il sapore dell’addio. La fine dell’esperienza Rectaflex è dietro l’angolo.

Arriva la XXXI Fiera Campionaria di Milano, edizione del 1953. La Rectaflex espone la Standard 25.000 insieme alla Rotor. Durante la Fiera Corsi e Baume si intrattengono lungamente con Robert Brockway, distributore americano della Rectaflex e presidente della Director Products. In quell’occasione viene sottoscritto con il distributore americano un accordo per la vendita, sul mercato estero, di una rectaflex a telemetro. Corsi non approva e lo considera quasi un affronto alla sua creatura a visione prismatica, ma Baume, allettato dalle prospettive di un facile guadagno, ha rapidamente ragione delle obiezioni.

Il 1953, nel complesso è un anno di crisi per le vendite delle macchine fotografiche di fascia alta: nei vicini stand delle Officine Galileo (microcamera GaMi 16 con telemetro e correttore di parallasse) e San Giorgio (prototipo Janua modello 803  sincronizzata) ci sono macchine di grande qualità, ma gli ordini di acquisto languono. Vanno un po’meglio le cose per le macchine di classe economica, con Ferrania, Bencini e Closter che commercializzano apparecchi discretamente sofisticati, ad un quarto del prezzo di una Rectaflex. Vanno bene le cose anche per la Gamma, che l’anno precedente ha interrotto la fabbricazione della telemetrica, e ha saputo riposizionarsi sulla fascia economica del mercato. C’è la Perla A con ottica Stigmar 1:3.5 e il modello Al con ottica Radionar 1:2:8); c’è poi la supereconomica Stella con otturatore Pronto e ottica Kata 1:3:5/50 mm.

C’è un aneddoto curioso legato a quella fiera. Pare che fra i visitatori vi fossero, in incognito, August e Jacques Piccard, pionieri delle esporazioni dei fondali oceanici, e loro stessi costrutturi di sottomarini in grado di resistere alle pressioni delle grandi pronfondità, chiamati batiscafi. Il motivo della loro visita era acquistare una macchina fotografica per il batiscafo Trieste, con cui poco dopo avrebbero esplorato i fondali a largo dell’isola di Ponza. Pare che l’operaio specializzato incaricato del montaggio della macchina nel batiscafo sia stato lo stesso Corsi, ovviamente in incognito. Non si sa quanto vi sia di realtà e quanto di leggenda, fatto sta che, di fronte alle insistenze dell’operaio di accompagnare i Piccard nell’immersioni, Corsi venne riconosciuto. Venne accontentato e tra Corsi e i Piccard nacque una grande e lunga amicizia. Pare dunque che l’estate del 1953 sia stata un’estate magnificamente serena per Corsi – con i Piccard tra i fondali di Ponza, sul batiscafo Trieste -, mentre già da settembre sinistre nubi si addenzano sulla fabbrica di Monte delle Capre.

A settembre 1953 negli stabilimenti Rectaflex sono pronte le prime 3000 macchine per la commessa militare americana, e altrettante sono avviate alla produzione. Si procede con la prima spedizione di 1500 macchine, anche se con un certo ritardo rispetto ai termini contrattuali. Gli Americani sono furibondi, anche perché la guerra è ormai iniziata e anzi si avvia ad una rapida conclusione. Non si sa bene cosa sia avvenuto dall’altro capo del mondo: fonti orali riportano che gli Americani abbiano fatto valere (a buon diritto) una clausola sui tempi di consegna; altre dicono che poi alla fine abbiano pagato ma i soldi siano stati dirottati altrove. La sola certezza è che alla fine i soldi americani, equivalenti a circa 100.000.000 di lire, in Rectaflex non sono mai arrivati. Un breve comunicato annuncia poi il colpo di grazia: con l’elezione del nuovo presidente Eisenhower, la Commissione militare incaricata degli acquisti di guerra è decaduta e con essa è decaduto l’intero appalto, di circa 1.900.000.000 lire.

 

 

  1. — I licenziamenti

 

Viene convocato di corsa un consiglio di amministrazione della Cisa Viscosa: siamo ad inizio marzo 1954. La riunione è turbolenta, e sul banco degli imputati, per aver rallentato la produzione, finiscono Baume e Corsi. Gli amministratori Cisa decidono che l’esperienza Rectaflex è giunta al termine, e che il tutto sarà sancito da un’assemblea straordinaria. Dall’immediato, intanto, la produzione è interrotta e si cercherà di vendere il vendibile. Di quella riunione sopravvivono diversi ricordi. Pare che Baume abbia prudentemente taciuto, mentre invece Corsi, difendendosi come un leone, di fronte alla decisione padronale di interrompere la produzione, abbia minacciato di portare i brevetti in Francia e di continuare a produrre la Rectaflex laggiù. Ma la Direzione ha deciso senza appello.

Vengono licenziati in blocco tutti gli operai addetti alla produzione, salvando, almeno per ora, i soli operai dei reparti Montaggio e Collaudo. Si concorda coi sindacati una buona uscita per gli operai, e le fonti orali riportano che la buona uscita è condizionata al fatto che nulla di quanto avviene debba essere reso noto all’esterno. Fra i giornali economici di quello scorcio di 1954, nessuno fa menzione della vicenda. Anche i negozianti ricevono puntualmente gli ordinativi.

Del resto in magazzino vi sono ancora componenti per realizzare circa 3000 macchine. Léon Baume è incaricato della vendita, al prezzo base di 20.000 lire l’una: il maggior ricavo è il suo, come buona uscita. I listini fieristici di quel periodo riportano paradossalmente che il prezzo di vendita ai dettaglianti non subisce alcuna riduzione.

Non vanno meglio le cose per Corsi: il Laboratorio sperimentale viene ceduto ad una controllata della Viscosa, la Ecom, e lì Corsi dovrà occuparsi di pianificare la ripresa della produzione: la Viscosa non ha minimamente in animo di ricominciare a produrre la Rectaflex; semplicemente, vuole vendere una fabbrica apparentemente ancora in esercizio, mostrando ai possibili compratori dei piani produttivi credibili. Viene anche nominato un nuovo amministratore delegato, il signor Fabbri, che ha anche la funzione di commissario liquidatore.

Ad aprile 1954 arrivano intanto i tradizionali appuntamenti fieristici di Colonia e di Milano. In Germania nulla traspare della crisi Rectaflex, anche se la parte del leone in quella fiera la fa una macchina telemetrica, la nuova Leica modello M3. Se la rectaflex telemetrica concordata con Robert Brockway fosse stata immessa sul mercato solo qualche mese prima, ne sarebbe senz’altro stata una valida concorrente. A Milano la Rectaflex si limita ad anticipare la serie 30.000 insieme alla Rotor, con una gamma completa di ottiche e accessori. In quell’anno si registra il definitivo sorpasso dei prodotti tedeschi rispetto a quelli italiani: la guerra è ormai alle spalle, e i fotoamatori italiani acquistano in base alla qualità e al prezzo, non più sulla base emotiva del ricordo degli orrori del nazismo. Mantengono buone fette di mercato la Closter, con la sua Princess, e la Ferrania, con la Rondine, Falco S e bionica Elioflex II. Si difende bene anche la gamma, con i vari modelli di Perla e Stella.

 

 

  1. — Le ultime meraviglie Rectaflex

 

Per quanto possa sembrare incredibile, in quel periodo Corsi, sebbene amareggiato per la consapevolezza della fine, è ancora un inventore vulcanico. Come se volesse sparare tutte insieme le ultime cartucce, sapendo che l’acqua presto bagnerà le polveri. Oppure no, forse non è ancora disposto ad alzare bandiera bianca e spera in un ripensamento della Direzione. Fatto sta che il 1954 sarà ricordato come l’anno delle meraviglie Rectaflex, in cui la tecnologia Rectaflex raggiungerà davvero livelli spettacolari.

Corsi lavora contemporaneamente a tre nuovi brevetti: il nuovo pentaprisma con tetto a doppio spiovente, il meccanismo di esposizione automatica, e un dispositivo speciale chiamato Esaflex. Il nuovo pentaprisma viene presentato ancor prima di essere brevettato, sul numero dell’ottobre 1954 del Progresso fotografico; il giornalista riporta di una presentazione per addetti ai lavori, probabilmente nella Casa del Fotocineamatore, forse persino all’insaputa della Direzione della Viscosa. Il progetto di una Rectaflex con esposizione automatica nasce invece in azienda, da una collaborazione di Corsi con l’ingegner Ferrari. Viene concepito uno speciale preselettore del diaframma, unito ad una nuova ottica con esposimetro al selenio, chiamata «lettore di luce», che, tramite un indicatore ad ago, dà la corretta impostazione del diaframma. Infine, l’Esaflex è un apparecchio reflex 6 × 6 monobiettivo ad ottica intercambiabile, dotato sia di visione prismatica che telemetrica. L’apparecchio è studiato per avere il magazzino intercambiabile: è una macchina omnibus, in grado di montare qualsiasi accessorio, volendo anche l’otturatore centrale o un visore a periscopio.

Allo stesso tempo Corsi lavora anche al Modello 30.000. Sa che è l’ultimo che uscirà dagli stabilimenti di Monte delle capre e vuole che sia un modello perfetto: sostituisce i leveraggi di carica e riavvolgimento del film, e sostituisce anche i vecchi pulsanti di scatto e di sgancio dell’ottica, con nuovi pulsanti dalla caratteristica forma a fungo.

Non è finita. Con il reporter Federico Patellani Corsi lavora ai modelli Special, dei modelli rectaflex destinati alle applicazioni scientifiche specializzate: Special 24 × 32 e la Rectaflex Silenziosa. La Special 24 × 32 prende il nome dalla dimensione ridotta del fotogramma, richiesto per particolari usi scientifici, come la microfotografia (applicando la macchina ad un microscopio) o la fotografia ospedaliera (per riprendere interventi chirurgici). In tutt’altro campo opera invece la Rectaflex silenziosa. Nasce da un’idea di Patellani ed è pensata per i safari fotografici: viene eliminato il rumoroso rimbalzo dello specchio, che avrebbe messo in fuga le fiere africane, e il corpo macchina è nichelato in nero opaco, per non riflettere la luce del sole. La prestigiosa rivista naturalistica Life ne acquista diversi esemplari.

Intanto, dalla fabbrica di Monte delle capre cominciano finalmente ad uscire le prime macchine rectaflex a telemetro, pattuite un anno prima con il distributore americano Robert Brockway. Ne escono in realtà due diversi modelli, chiamati Recta e la Director-35.

La Recta nasce sul corpo della Rectaflex Standard 30.000, su cui viene montato un grosso mirino con un telemetro speciale con il sistema di messa a fuoco a doppia finestra brevettato da Corsi nel 1951. Diversa è invece la storia della Director-35, che è in realta una nuova e diversa macchina. Monta anch’essa un telemetro con messa a fuoco su doppia finestra, ma le analogie finiscono qui. Funziona con una doppia tendina metallica rigida (non autoavvolgente), il ritardatore dei tempi  èspostato, il caricamento della pellicola è frontale. Altre modifiche sono nella leva di carica curva, e una diversa collocazione del bottone dei tempi veloci.

Nel luglio del 1954 intanto, sulla scia delle esplorazioni scientifiche condotte l’anno precedente dai Piccard sul batiscafo trieste, gli alpinisti Achille Compagnoni e Lino Lacedelli commissionano alla Rectaflex due macchine, da portare con sé nella conquista del monte K2. Il capo del Montaggio, Roberto Germani, prepara due apparecchi in grado di affrontare le rigide temperature himalayane. Una modifica su tutte: l’olio di ingrassaggio sostituito con la polvere di grafite. Pare tuttavia, che le macchine, spedite per treno, non siano mai arrivate a destinazione, e che Compagnoni e Lacedelli, per le foto, abbiano usato una vecchia macchina a soffietto della Zeiss, la sola che siano stati in grado di reperire in uno sperduto emporio himalayano.

 

 

  1. — La liquidazione

 

E questi sono davvero gli ultimi fuochi. La riserva di componenti giacente in magazzino termina nei primi giorni del 1955. Il capomontaggio Germani si dà da fare in tutte le maniere per montare i pezzi residui fino ad assemblarne qualcosa, ma non è proprio più possibile montare alcuna macchina. Le fonti aneddotiche riportano che a questo punto vengono mandati a casa anche gli operai del Montaggio e i capireparto.

I più meritevoli trovano con facilità impiego in altre aziende del gruppo: Alfredo Ferrari finisce alla Ecom; il meccanico Remo Nannini va ad occuparsi della riparazione delle macchine in garanzia al Servizio Dopo vendita. L’ingegner Cimino trova con facilità un posto alla Vasca navale.

Altri si mettono in proprio. Gli ingegneri Franco Sigismondi e Giorgio Marini, fondano la Staer, e assumono il tecnico Angelo Antonelli. Emilio Palamidessi, Manlio Valenzi e Roberto Germani aprono un’officina di riparazioni di apparecchi fotografici in via Cavour.

Altri infine, si impiegano alla concorrenza, per non disperdere il patrimonio di saperi maturati al Monte delle capre. Alcuni finiscono in Gamma, altri in Closter. Infine altri, tornano a fare i meccanici, in officine generiche.

Lo stabilimento di Monte delle Capre, vuoto di operai e di componenti, non viene più a questo punto vigilato. Le fonti aneddotiche riportano che in fabbrica regna il disordine, e che qualunque operaio abbia avuto a sentirsi indignato per l’avvenuto, si sia sentito moralmente legittimato a portarsi via un pezzo della fabbrica, a titolo di risarcimento morale.

Interviene la Proprietà, che dà ordine di vendere nella maniera più rapida possibile anche i pezzi non assemblati. Un aneddoto da più parti confermato racconta che Corsi si sia a questo punto fatto avanti per acquistare tutto in blocco, edificio e attrezzature produttive comprese, con l’intenzione di riprendere la produzione e iniziare da capo una nuova avventura. La Direzione ben conosce il genio creativo di Corsi, e sa che Corsi, con l’aiuto della fortuna, avrebbe persino potuto farcela. Soprattutto, la Direzione sa che la crisi Rectaflex non è derivata da una crisi del prodotto, che può ormai definirsi perfetto, ma da strategie commerciali errate. La Direzione gli chiede una somma spropositata, che si dice sia stata di 50.000.000 di lire. Eppure Corsi è pronto a pagarla. Si rivolge alle banche e cerca finanziatori: non ne trova alcuno.

Alla fine la spunta ancora una volta Léon Baume, che si fa consegnare le rimanenze, dietro la promessa di trovare un compratore per rimanenze, macchinari e mura della fabbrica. Da questo momento in poi Baume esce di fatto di scena, e diventa importatore in Italia della casa giapponese Konika.

Un aneddoto vuole che alla fine Baume un compratore per le rimanenze l’abbia trovato: Giorgio Cacchi della casa del fotocineamatore, insieme al ragazzo di bottega Tonino Arienzo e alcuni amici fedelissimi di Corsi, che a bordo delle loro automobili hanno dato vita ad un mesto convoglio di auto cariche di materiali obsoleti, qualche montatura di ottiche, alcuni accessori e ben 200 torrette Rotor inutilizzabili. Cacchi continuò a lungo ad esporre nel suo negozio alcuni cimeli della Rectaflex, tra cui il pannello della Rectaflex Gold con quasi tutti i pezzi della macchina scomposta, ovviamente senza le parti in oro. A quanto risulta, l’ultima rectaflex disponibile sul mercato fu venduta da Cacchi nel 1960, ad un turista accorso a Roma in occasione dei Giochi Olimpici.

Finita la produzione, negli uffici della Cisa Viscosa di Rectaflex si continua ancora ad occuparsi. Perché i muri della fabbrica non sono stati ancora venduti. Viene costituita una nuova società, la Rectaflex International, di cui Léon Baume è azionista. L’obiettivo non è riprendere la produzione, ma dare l’idea ad un potenziale compratore disposto ad investire tempo e mezzi che riprendere la produzione è possibile. Proprio per questo vengono acquistati degli spazi pubblicitari nelle riviste di settore. Alla Fiera Campionaria di Milano del 1955 la nuova società non ha uno stand, ma ci sono, si dice, diversi procuratori pronti a vedere ciò che resta al miglior offerente. Il listino prezzi di quel periodo mostra ancora la 25.000 vecchio modello, a prezzi invariati. Corsi, nel Laboratorio Sperimentale, prepara intanto un nuovo modello: la 40.000, che sul corpo della 30.000 monta un nuovo prisma più luminoso, uno specchio più grande, insomma tutto in formato maxi. Vengono realizzati i primi prototipi.

 

 

  1. — Oltre le Alpi, il colpo di coda

 

Quand’ecco che all’improvviso, siamo alla fine del 1955, il pontenziale compratore sbuca fuori, e viene da lontano. La Rectaflex annovera, tra i fornitori internazionali, la Kamerabau Anstalt, con sede a Vaduz nel Principato del Liechtenstein, di proprietà del principe Francesco Giuseppe II (1906-1989). Baume ha inviato nel piccolo principato ai margini della Svizzera tedesca alcune 30.000, assicurando che si può produrre con sole 8 ore di lavoro.

Il Principe invia a Roma il suo uomo di fiducia, l’ingegner Adolf Gasser, per valutare l’affare. Gasser è un uomo onesto, e dotato di grande esperienza. Proprio per questo la visita negli stabilimenti di Monte delle Capre si dimostra assai deludente e il tecnico, di ritorno in Liechtenstein sconsiglia al Principe l’acquisto dell’intera fabbrica, limitandosi ai brevetti.

Eppure l’accordo va in porto, negli ultimi mesi del 1956, e vede la partnership tra Cisa, Snia e la Contina AG, altra fabbrica di proprietà del Principe che produce calcolatrici tascabili e cineprese da 8 mm. Viene quindi creata una nuova società, la Établissements Rectaflex International Vaduz, della quale è azionista Léon Baume. La produzione si svolgerà nella fabbrica Contina, nella cittadina di Mauren. L’ingegner Gasser è a capo della progettazione, che prende il nome di 18.400, e della produzione. Il direttore di fabbrica è il signor Frick, mentre il Reparto Montaggio è affidato al signor Postner.

Da subito Gasser e Postner si mettono le mani nei capelli. Lamentano la mancanza di documentazione tecnica, e in particolare pare che manchi persino l’elenco dei componenti. Di ogni pezzo poi, esistono più versioni, senza sapere che pesci prendere. I due ingegneri decidono di richiamare in servizio, da Roma, Alfredo Ferrari, assunto ufficialmente nel settembre 1957. Poco dopo viene richiamato in servizio anche il meccanico Antonio Fasciani, con l’incarico di formare il personale del reparto Montaggio.

Gli ingegneri transalpini decidono di revisionare, pezzo per pezzo, tutta la componentistica, fresando i pezzi obsoleti, o scartandoli se necessario. E c’è un nuovo problema: la Contina, che non è in grado di produrre da sé tutti i componenti, deve ricorrere a fornitori esterni, facendo lievitare i costi. Alla fine del 1957 la linea di montaggio per la produzione in serie risulta ancora lontanissima. Sorgono degli attriti, e si evidenziano limpidamente le differenze di mentalità tra italiani e transalpini: geniali risolutori di imprevisti i primi; tecnici precisi che perdono le staffe ogni volta che un pezzo va fuori tolleranza i secondi. Considerando che i pezzi fuori tolleranza non sono l’eccezione, ma la regola, alla Contina sono tutti seriamente preoccupati. Fasciani propone una soluzione d’emergenza: riportare la produzione a Roma raccattando le vecchie maestranze del Trullo. La proposta viene respinta con sdegno.

I transalpini, giunti ormai alla disperazione, contro il parere dei soci italiani, richiamano in servizio, da Roma, Telemaco Corsi. Corsi, racconta la memoria popolare, pare che abbia detto sì all’istante, mettendo da parte tutte le amarezze. Porta con sé il veterano Roberto Germani, già responsabile del Servizio Dopovendita. Il miracolo riesce: le prime macchine made in Liechtenstein vengono montate. E funzionano. Pare anche che Corsi si sia subito ben inteso con le maestranze transalpine, nonostante le barriere linguistiche, ben felice di respirare aria di fabbrica a pieni polmoni.

Le macchine modello 40.000 arrivano alla produzione in preserie. C’è il comando automatico della preselezione del diaframma, e viene montato un nuovo obiettivo. I primi collaudi danno però una serie di inconvenienti, soprattutto nella velocità dei tempi. Corsi chiede che vengano sostituiti i comandi delle tendine con nuovi comandi, migliorati. Baume si oppone, il Principe del Liechtenstein non sa come schierarsi. L’ingegner Gasser studia la questione, e individua che il problema può essere risolto modificando i corpi di alluminio di futura fabbricazione. Alla fine, siamo all’inizio del 1958, la Rectaflex transalpina pare giunta a livelli qualitativi soddisfacenti. Viene approvato il piano di produzione. Dopo continui adattamenti e suggerimenti, all’inizio del 1958 le prime macchine cominciano a funzionare a dovere e sembra che si sia pronti ad iniziare la produzione in serie. Il piano di produzione prevede la realizzazione di 45 macchine al giorno.

L’ingegner Gasser chiede l’assunzione di nuove maestranze; gli azionisti frenano, fra un rinvio e l’altro. Corsi intanto perfeziona ancora la macchina, e chiede al Principe di installare sulla 40.000 l’esposimetro al selenio incorporato nel prisma. Nella silenziosa fabbrica Contina, si trasferisce in breve tutto il caos di una produzione italiana. Il tempo passa, i costi fissi scorrono, e della produzione in serie non c’è neanche l’ombra. Fra gli azionisti, nel 1959, si fa strada l’idea di essere fuori tempo massimo, anche perché il mercato di quegli anni vede affermarsi macchine giapponesi con tecnologie diversi, costi inferiori, in grado di offrire al fotoamatore scatti ugualmente belli.

A questo punto le informazioni si fanno imprecise. La produzione va avanti, tra arresti e ripartenze, ma nessuno crede seriamente in un successo. Pare che alla fine di macchine Rectaflex 40.000 ne siano stati prodotti 2500 esemplari. Pare anche che per la disperazione siano stati gettati tutti nel fiume Reno, per far capire al Principe che nel Principato transalpino non era possibile produrre all’italiana. Fatto sta che la storia si trascina ancora per cinque anni, finché la società viene rilevata dalla Hilti, interessata probabilmente ad impedire che i brevetti fossero acquistati da società concorrenti, piuttosto che proseguire la produzione.

 

 

  1. — Il centro polivalente di quartiere

 

Viene formalmente costituita la Rectaflex Srl, e nell’autunno 1948 viene posata la prima pietra. Il progetto consta di una palazzina di 4 piani, nel classico stile architettonico post-fascista. La fabbrica è strutturata in modo molto pratico, alla maniera di Walter Gropius, con larghe scale d’accesso ai piani, ampi locali open-space che prendono luce da grandi finestre rivolte ad est. I servizi e la mensa sono anch’essi completamente nuovi e modernissimi. Alcuni reparti meno importanti o forse meno puliti, come la Galvanica, la Verniciatura e il Magazzino, vengono alloggiati nelle costruzioni adiacenti. Gli uffici e gli ambienti destinati ai disegnatori tecnici rimangono invece nella palazzina centrale Sara. Si passa quindi a commissionare i torni, le fresatrici, le presse, i pantografi, e le altre attrezzature maccaniche.

Lo stabilimento romano di via Monte delle Capre è diventato, negli anni a seguire, un istituto tecnico di prim’ordine, denominato Marconi. Gli abitanti del Trullo assistevano con sempre viva soddisfazione alla discesa a frotte di ragazzi del centrocittà, che raggiungono la periferia per studiare presso questa eccellenza scolastica. Dopo la chiusura e un periodo di abbandono, l’edificio ospita oggi il centro socio-culturale e la biblioteca del quartiere.

Tra le varie attività presenti oggi nel plesso ex Rectaflex è sicuramente da ricordare il Centro Maree, un istituto di accoglienza per donne vittime di violenza, insieme ai loro piccoli. Il centro antiviolenza viene fondato nel 2000. Nel numero di Arvalia News di marzo-aprile 2015, ne troviamo sinteticamente raccontata la storia in un articolo intitolato “La Notte della Moda sostiene la ristrutturazione del Centro Maree”. «Parte dei ricavi della Vogue Fashion Night Out 2014 – vi si legge – sono stati devoluti in favore all’ass. Differenza Donna, che gestisce il Centro Maree (il centro antiviolenza che al Trullo accoglie donne e bambini vittime di abusi), per interventi di ristrutturazione. Al termine dei lavori c’è stata una vera e propria seconda inaugurazione del Centro, che segue di 15 anni la prima, avvenuta nel 2000».

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