Cara Mam­ma,

la mia let­te­ra dal cuo­re, oggi, che è una gior­na­ta per me bislac­ca. Dovreb­be regna­re il silen­zio, nel rispet­to del tuo fre­sco e dolo­ro­so ricor­do, ma come è mio soli­to non rie­sco a sta­re zit­to, a chiu­de­re il bec­co riguar­do quel­lo che m’accade intor­no.

Vedo gen­te stram­ba, egoi­sta e distrat­ta, in un Pae­se fat­to ad imma­gi­ne e somi­glian­za dei fos­si­li, dei vec­chi bacuc­chi che rime­sco­la­no le loro mine­stre ormai già trop­po riscal­da­te, dismes­se. Per­so­ne che la loro pol­tro­na se la ten­go­no ben stret­ta, come se qual­cu­no levar­glie­la voles­se, che non sono capa­ci di lasciar anda­re la loro “gre­ve gio­vi­nez­za” e ceder il pas­so alla ven­ta­ta di fre­schez­za che bus­se­reb­be alla por­ta del­la nostra  cul­tu­ra, se for­se loro la lascias­se­ro pas­sa­re, ahhh… se s’impegnassero a far­la respi­ra­re! Inve­ce no, meglio met­ter­si davan­ti, occu­pa­re la cor­sia pre­fe­ren­zia­le pre­ten­den­do d’egoismo e pre­po­ten­za, le scel­te coman­da­te dal padro­ne di tur­no, “per­chè sem­pre così s’è fat­to”, sen­za lasciar spa­zio alcu­no all’invettiva, alla moti­va­zio­ne, alla bril­lan­te ini­zia­ti­va. Quin­di vedi i pue­ri pro­sti­tuir­si pur d’avere spa­zi vita­li, sacri­fi­car tem­po, digni­tà ed inu­ti­li ener­gie a tene­re i cate­te­ri alza­ti.

Ammet­to d’essere un pove­ro scle­ra­to, ma non mi ten­go il “cece in boc­ca” man­co se mi met­to­no alla gogna. Quan­ta fati­ca si deve fare per sca­la­re la mon­ta­gna, sem­pre più alta, sem­pre più irta d’inutili osta­co­li – ne son con­sa­pe­vo­le –, ma se non sei capa­ce di tener il pas­so, fat­ti da par­te. Non c’è biso­gno di mol­lar lo sgam­bet­to, per far­mi cade­re, sedut’astante o peg­gio igno­rar­mi, per non sen­tir la gen­te che m’acclama, che mi sen­te.

 

Ed ecco in un momen­to a par­lar­vi d’un mera­vi­glio­so even­to, che m’ha diret­ta­men­te coin­vol­to il 5 di dicem­bre di quest’anno. Rodol­fo Rodrí­guez arri­va in Ita­lia e nel pre­sti­gio­so sce­na­rio del Tea­tro Lo Spa­zio di via Locri, 42 (a San Gio­van­ni) e con­se­gna il pre­sti­gio­so Pre­mio Inter­na­zio­na­le “Simòn Bolì­var”, rico­no­sciu­to Une­sco a cin­que arti­sti ita­lia­ni: il sot­to­scrit­to, poe­ta e gior­na­li­sta, Sal­va­to­re Angius, la poe­tes­sa gior­na­li­sta Maria Rita Par­roc­ci­ni, l’attrice Ilea­na Riga­no del Tea­tro Sta­bi­le di Cata­nia, il per­for­mer Fabri­zio Lo Pre­sti e, dul­cis in fun­do, il com­po­si­to­re Fran­ce­sco Ver­di­nel­li.

 

 

Il pre­mio, attri­bui­to in pas­sa­to a per­so­nag­gi come Nel­son Man­de­la, Vaclav Havel e Aung San Suu Kyi, pas­sa let­te­ral­men­te in sor­di­na, come il fat­to che il per­so­nag­gio sto­ri­co di cui por­ta il nome a Roma non solo c’è sta­to, ma vi ha fat­to un gran­de avve­ni­men­to come si ricor­da su Mon­te Sacro. “El Jura­men­to”, che ven­ne qui fat­to da Simon Boli­var (1783−1830) il 15 ago­sto 1805. “Giu­ro per il Dio dei miei geni­to­ri, giu­ro per il mio ono­re e per la mia patria, che non darò ripo­so al mio brac­cio né pace alla mia ani­ma fin­ché non avrò rot­to le cate­ne che ci oppri­mo­no per volon­tà del pote­re spa­gno­lo”. Cito sto­ri­ca­men­te: “in occa­sio­ne del bicen­te­na­rio è sta­ta posta una colon­na atti­ca pro­get­ta­ta dall’architetto Jor­ge Castil­lo.

Simon Boli­var, creo­lo, cioè discen­den­te dei colo­ni bian­chi, figlio di ric­chi pro­prie­ta­ri ter­rie­ri, nato a Cara­cas, il futu­ro “liber­ta­dor” del suo pae­se tra il 1803 ed il 1806 fa un viag­gio di Euro­pa. Il 15 ago­sto 1805 è a Roma con il suo ami­co e mae­stro Simon Rodri­guez. Men­tre per­cor­ro­no la via Nomen­ta­na, Rodri­guez gli indi­ca una col­li­net­ta, spie­gan­do­gli che quel­lo è il Mon­te Sacro dove si era riu­ni­ta la ple­be roma­na ribel­la­ta­si al pote­re dei nobi­li. Il fat­to sto­ri­co col­pi­sce pro­fon­da­men­te Boli­var, che vi vede del­le ana­lo­gie con la situa­zio­ne del­le colo­nie ame­ri­ca­ne, e la sera del 15 ago­sto pro­nun­cia il suo giu­ra­men­to sul Mon­te Sacro.

Ad oggi pur­trop­po lo stes­so par­co tra­scu­ra­to dal­le auto­ri­tà è diven­ta­to un luo­go per tos­si­co­di­pen­den­ti e disca­ri­ca­to­ri abu­si­vi. Sono con­sa­pe­vo­le di esse­re uno dei tan­ti che fa denun­cia del momen­to di degra­do gene­ra­le e cul­tu­ra­le del­la cit­tà, ma sono fer­ma­men­te con­vin­to che si deb­ba pas­sa­re ai fat­ti veri e con­cre­ti, per­ché del­le chiac­che­re da cor­ti­le sia­mo tut­ti stan­chi.