Il Casa­le del­le Suo­re Euca­ri­sti­che è un edi­fi­cio rura­le vero­si­mil­men­te dell’Ottocento, sito in via Badoer al Cor­via­le. Per quan­to noto, la pro­prie­tà è di ente eccle­sia­si­co e risul­ta fun­zio­na­le; non è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00599149A, Sac­chi G. – cat. Fra­cas­so-Giam­pao­li).

Il Casa­le dell’Apostolato è un edi­fi­cio rura­le vero­si­mil­men­te dell’Ottocento, sito in via dei Buon­vi­si al Cor­via­le. Per quan­to noto, la pro­prie­tà è pri­va­ta e fun­zio­na­le; non è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00599152A, Sac­chi G. – cat. Fra­cas­so-Giam­pao­li).

La Con­gre­ga­zio­ne del­le Suo­re Euca­ri­sti­che è un con­ven­to visi­bi­le già dal cata­sto del 1807, sito in via del­la Caset­ta Mat­tei, 12, nel­le adia­cen­ze via degli Adi­ma­ri, al Cor­via­le. Per quan­to noto, la pro­prie­tà è di ente eccle­sia­si­co e risul­ta fun­zio­na­le; non è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00599148A, Sac­chi G. – cat. Fra­cas­so-Giam­pao­li).

La Casa all’830 è una casa padro­na­le di fine Otto­cen­to, desti­na­ta in ori­gi­ne a resi­den­za cam­pa­gno­la di una fami­glia bene­stan­te. Ha svi­lup­po lon­gi­tu­di­na­le su due pia­ni, con tet­to a dop­pia fal­da. Il lato mag­gio­re, che ha fun­zio­ne di fac­cia­ta, è ingen­ti­li­to da un bal­co­ne su cui si apro­no le stan­ze padro­na­li. L’edificio, oggi cir­con­da­to da un fit­to tes­su­to di palaz­zi­ne moder­ne, si tro­va sul ver­san­te di destra del­la Via Por­tuen­se pri­ma del gran­de avval­la­men­to di Cor­via­le; a fine Otto­cen­to era l’unico edi­fi­cio dell’altura, in posi­zio­ne pano­ra­mi­ca. Costi­tui­va il pun­to ini­zia­le di via del­le Vigne (cui face­va da quin­ta pro­spet­ti­ca), e gode­va di un affac­cio sul­le vigne por­tuen­si fino all’Ansa del Teve­re. È un edi­fi­cio anco­ra oggi fun­zio­na­le, di pro­prie­tà pri­va­ta (sche­da n. 970734, cat. J. R. Pei­xo­to, resp. R. Ban­chi­ni).

Il Castel­let­to risul­ta cen­si­to due vol­te negli archi­vi del­le Bel­le Arti: una pri­ma come dimo­ra signo­ri­le Vil­la Cec­ca­rel­li (sche­da n. 700713, cat. Giam­pao­li e Fra­cas­so, resp. Sac­chi), e una secon­da come arco monu­men­ta­le Por­ta­le del Castel­let­to che pre­ce­de la dimo­ra signo­ri­le (sche­da Bel­le Arti n. 700714, cat. Giam­pao­li e Fra­cas­so, resp. Sac­chi). Il Castel­let­to (Vil­la Cec­ca­rel­li) è una dimo­ra signo­ri­le dell’Ottocento, sita in Via Por­tuen­se, 791, al Trul­lo. Per quan­to noto, la pro­prie­tà è pri­va­ta e fun­zio­na­le; non è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00700713A, Sac­chi G. – cat. Giam­pao­li-Fra­cas­so). Il Por­ta­le di Vil­la Cec­ca­rel­li è un ingres­so monu­men­ta­le dell’Ottocento, rimo­der­na­to nel Nove­cen­to in for­me eclet­ti­che, sito al civi­co n. 791 di Via Por­tuen­se al Trul­lo. Per quan­to noto, la pro­prie­tà è pri­va­ta e fun­zio­na­le; è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00700714A, Sac­chi G. – cat. Giam­pao­li-Fra­cas­so).

 

Tenu­ta Somai­ni è una pro­prie­tà fon­dia­ria di 600 etta­ri, este­sa sui due lati del­la Via Por­tuen­se a ridos­so del Gran­de Rac­cor­do Anu­la­re. Si costi­tui­sce intor­no al 1930, nell’ambito del­le ini­zia­ti­ve per la boni­fi­ca dell’Agro Roma­no, soste­nu­te dal regi­me fasci­sta. Il nucleo pio­nie­re dei pri­mi colo­niz­za­to­ri è costi­tui­to da 90 fami­glie del Vene­to. La tenu­ta, orga­niz­za­ta in for­ma di impre­sa agri­co­la, col­ti­va esten­si­va­men­te il lati­fon­do a gra­no e ortag­gi, e nei pra­ti pasco­lo pra­ti­ca l’allevamento di bovi­ni da lat­te. In segui­to, si pra­ti­che­rà anche l’estrazione del­la brec­cia in cave a cie­lo aper­to. Il nucleo abi­ta­to si svi­lup­pa su case colo­ni­che ed edi­fi­ci comu­ni­ta­ri: stal­le, fie­ni­li, capan­no­ni, silos). L’Azienda si scio­glie nel 1954. Dopo i restau­ri e la ricon­ver­sio­ne ad usi diver­si la tenu­ta ha oggi il nome di Bor­go dei Mas­si­mi.

Tenu­ta Somai­ni sor­ge pres­so la loca­li­tà deno­mi­na­ta Casa Mat­tei, su una super­fi­cie com­ples­si­va di 600 etta­ri, con acqui­si­zio­ni suc­ces­si­ve dal 1922 al 1930. L’insediamento è pro­mos­so e soste­nu­to dal regi­me fasci­sta, all’epoca al pote­re, nel qua­dro del­le ope­re di boni­fi­ca e ricon­qui­sta dell’Agro Roma­no.

Il nucleo di colo­niz­za­to­ri è costi­tui­to da 90 fami­glie, tut­te pro­ve­nien­ti da pae­si pove­ris­si­mi del Vene­to.

La comu­ni­tà si costi­tui­sce nel­la for­ma del­la tenu­ta agra­ria, cioè un’impresa agra­ria di tipo cor­po­ra­ti­vo, e svol­ge prin­ci­pal­men­te le atti­vi­tà di col­tu­ra del lati­fon­do (gra­no e ortag­gi, secon­do i cicli di rota­zio­ne) e l’allevamento di bovi­ni, da car­ne e da lat­te. L’acquirente del lat­te è la Cen­tra­le del lat­te di Roma, i cui sta­bi­li­men­ti si tro­va­no poco distan­te, in dire­zio­ne di Mac­ca­re­se.

L’abitato si com­po­ne di un uni­co nucleo edi­li­zio, diste­so sui due lati del­la Via Por­tuen­se, su casa­li ad uno o due pia­ni, secon­do le archi­tet­tu­re tipi­che dei pae­si del nord-est ita­lia­no. Sono pre­sen­ti stal­le, fie­ni­li, capan­no­ni, e tut­te le altre attrez­za­tu­re comu­ni­ta­rie per la pro­du­zio­ne e lo stoc­cag­gio in silos. Vi sono anche edi­fi­ci ammi­ni­stra­ti­vi e di ser­vi­zio, dal­la scuo­la alla chie­set­ta dedi­ca­ta a San Fran­ce­sco Save­rio, del­la qua­le ci occu­pia­mo in un’apposita mono­gra­fia. Sono pre­sen­ti altre pre­e­si­sten­ze rura­li, tra le qua­li il casa­le con tor­re chia­ma­to Castel­lo dei Mas­si­mi.

I colo­ni rico­sti­tui­sco­no insom­ma un pae­si­no vene­to nel cuo­re dell’Agro Roma­no, auto­no­mo per tut­te le prin­ci­pa­li fun­zio­ni: libe­ra­ti dal­la neces­si­tà di rag­giun­ge­re Roma per prov­ve­de­re alle pro­prie neces­si­tà, man­ten­go­no a lun­go costu­mi e tra­di­zio­ni dei pae­si d’origine, e soprat­tut­to il gra­zio­so dia­let­to vene­to, anco­ra oggi par­la­to.

L’Azienda agri­co­la si scio­glie nel 1954.

Le atti­vi­tà agri­co­le pro­se­guo­no, ma nei caseg­gia­ti si inne­sta­no pro­gres­si­va­men­te usi diver­si, da quel­lo esclu­si­va­men­te resi­den­zia­le a quel­lo ter­zia­rio. Da un docu­men­to eccle­sia­sti­co del 1977 (il decre­to «Il Som­mo Pon­te­fi­ce» del Car­di­nal Polet­ti), in cui si fis­sa­no i con­fi­ni del­la nuo­va par­roc­chia di San Pao­lo del­la Cro­ce, si rica­va inci­den­tal­men­te che in que­gli anni la tenu­ta è una real­tà ormai supe­ra­ta (vi si leg­ge: «…fino all’intersezione con il con­fi­ne dell’ex Tenu­ta Somai­ni; con­fi­ne dell’ex Tenu­ta Somai­ni… »).

Nei pri­mi Anni Ottan­ta la socio­lo­ga Nico­let­ta Cam­pa­nel­la, com­pie un’ispezione nel­la tenu­ta, e rile­va già nume­ro­se dif­fe­ren­ze rispet­to all’impianto ori­gi­na­rio. In par­ti­co­la­re, rile­va la stu­dio­sa, sono già pre­sen­ti un’autocarrozzeria, uno stu­dio foto­gra­fi­co e una tipo­gra­fia. Tra gli usi diver­si del ter­re­no pren­de via via pie­de quel­lo estrat­ti­vo, nel­la for­ma di cave di brec­cia a cie­lo aper­to, che una vol­ta esau­ri­te lascia­no sul ter­re­no visto­se vora­gi­ni. Rile­va con pre­oc­cu­pa­zio­ne la Cam­pa­nel­la come al ter­mi­ne del­le atti­vi­tà estrat­ti­ve que­sti «gros­si buchi» cor­ra­no il rischio di tra­sfor­mar­si in disca­ri­che a cie­lo aper­to: «Intor­no ai Casa­li Somai­ni – scri­ve – ci sono sva­ria­te cave. Alcu­ne sono abban­do­na­te. Gli abi­tan­ti spe­ra­no che non diven­ti­no dei depo­si­ti di rifiu­ti».

Dopo alcu­ni pas­sag­gi di pro­prie­tà, il gros­so degli edi­fi­ci appar­tie­ne oggi ad una com­pa­gnia assi­cu­ra­ti­va. La com­pa­gnia ha pro­mos­so ope­re di restau­ro e ha rica­va­to dai casa­li dei miniap­par­ta­men­ti di gran­de pre­gio, desti­na­ti a bre­vi sog­gior­ni da par­te di turi­sti o per­so­na­le del vici­no aero­por­to. Anche il gran­de casa­le mer­la­to, il Castel­lo dei Mas­si­mi, situa­to all’interno del­la tenu­ta, seb­be­ne distan­te dal nucleo dei Vene­ti, ha subì­to un impor­tan­te restau­ro.

L’intero com­ples­so fon­dia­rio ha oggi il nome di Bor­go dei Mas­si­mi.

 

Via del Pon­te Pisa­no è un luo­go di fre­quen­ta­zio­ni anti­chis­si­me. Un fiu­mi­ciat­to­lo nel val­lo­ne di Cor­via­le si immet­te­va qui nel Rio Maglia­na, e sul­le col­li­ne sono pre­sen­ti i resti di due vil­le di Epo­ca roma­na. Qui esi­ste­va anche una minie­ra, al cen­tro di un con­tro­ver­so rac­con­to metro­po­li­ta­no. Secon­do il rac­con­to nel ven­tre del­la col­li­na è sepol­ta un’intera auto­co­lon­na del­la Wehr­ma­cht, con tan­to di fan­to­ma­ti­co “teso­ro dei nazi­sti”. Un’indagine del 2002, tut­ta­via, non ha dato riscon­tri. Un roman­zo del 2004 – «Seco­li di gio­ven­tù» di Eral­do Affi­na­ti – è sta­to libe­ra­men­te ispi­ra­to dal­la vicen­da. Oggi Pon­te Pisa­no è costel­la­to di viva­ci capan­no­ni arti­gia­na­li. In uno di essi, al civi­co 84, si pro­du­ce l’ormai famo­sa «Bir­ra di Arva­lia».

Tra novem­bre e dicem­bre 2001 l’Acea sta «cablan­do» il Ser­pen­to­ne con la fibra otti­ca e sca­va ingen­ti trin­cee nel val­lo­ne sot­to­stan­te. Le ope­ra­zio­ni incon­tra­no gran­di dif­fi­col­tà, che fer­ma­no più vol­te i lavo­ri: pri­ma vie­ne ritro­va­ta una bom­ba ine­splo­sa, poi un’altra, e infi­ne del­le ossa, che han­no tut­to l’aspetto di esse­re ossa uma­ne.

In quei gior­ni un mura­to­re in pen­sio­ne, Rizie­ro Aqui­lan­te, nato nel 1926 e all’epoca 77en­ne, si pre­sen­ta pres­so la Com­pa­gnia dei Cara­bi­nie­ri di Tra­ste­ve­re, diret­ta dal mag­gio­re Cosi­mo Fio­re, e con­se­gna alcu­ne memo­rie per­so­na­li, sino ad allo­ra dolo­ro­sa­men­te taciu­te. Aqui­lan­te rife­ri­sce di una stra­ge di guer­ra avve­nu­ta a Cor­via­le 58 anni pri­ma, il 3 giu­gno 1944. Solo due gior­ni dopo, il 5 giu­gno, ci sareb­be sta­ta la sto­ri­ca gior­na­ta in cui gli eser­ci­ti del Gene­ra­le Clark entra­ro­no a Roma da libe­ra­to­ri. Aqui­lan­te, allo­ra diciot­ten­ne, era sta­to da poco sfol­la­to in un casa­le di Cor­via­le, in un cli­ma di gene­ra­le con­fu­sio­ne. Tut­ti si muo­ve­va­no, in quei gior­ni: le trup­pe tede­sche ave­va­no già ini­zia­to la riti­ra­ta ver­so nord e gli aerei allea­ti le tal­lo­na­va­no dal cie­lo, facen­do pio­ve­re tri­to­lo e raf­fi­che di mitra. Aqui­lan­te rife­ri­sce di aver visto con i pro­pri occhi un’autocolonna tede­sca pas­sa­re sot­to il suo casa­le, per ripa­rar­si nel­le gal­le­rie di una minie­ra, con un camion cari­co di cas­se. Il testi­mo­ne non sa quan­ti­fi­ca­re il nume­ro esat­to di sol­da­ti, ma rife­ri­sce di «deci­ne» di uomi­ni. Suc­ce­de che di lì a bre­ve una bom­ba cen­tra in pie­no l’ingresso del­la minie­ra. Aqui­lan­te non sa dire se sia sta­to un bom­bar­die­re ame­ri­ca­no di alta quo­ta o un più pic­co­lo veli­vo­lo del­la Royal Air For­ce ingle­se, per­ché di veli­vo­li ne pas­sa­va­no tan­ti, e le bom­be cade­va­no una dopo l’altra. Ma Aqui­lan­te è cer­to che la minie­ra fu col­pi­ta, e che i sol­da­ti non mori­ro­no subi­to, ma dopo gior­ni di atro­ce ago­nia: «Per gior­ni dal­le boc­che di area­zio­ne si sono sen­ti­te le urla e i gemi­ti di que­gli uomi­ni rima­sti sepol­ti vivi. No, non li ho aiu­ta­ti e in tut­ti que­sti anni ho vis­su­to con il rimor­so»[1].

Sono le fan­ta­sti­che­rie di un vec­chio, ingan­na­to dal­la sua stes­sa memo­ria, o una dolo­ro­sa e sco­no­sciu­ta pagi­na di sto­ria che riaf­fio­ra? I Cara­bi­nie­ri pas­sa­no la memo­ria al magi­stra­to, Mar­cel­lo Mon­te­leo­ne, che ascol­ta Aqui­lan­te. Otte­nu­ti alcu­ni riscon­tri, il magi­stra­to fa recin­ta­re l’area indi­ca­ta sot­to stret­ta vigi­lan­za arma­ta e dispo­ne alcu­ni esa­mi radio­gra­fi­ci sul­la col­li­na. Gli esa­mi con­fer­ma­no l’esistenza di grot­te e cuni­co­li sot­ter­ra­nei, e que­sto è suf­fi­cien­te per dispor­re l’avvio di un’indagine appro­fon­di­ta.

Il 7 feb­bra­io 2002 si apre il can­tie­re di sca­vo, sot­to la gui­da del colon­nel­lo Gian­fran­co Caval­lo del Repar­to ope­ra­ti­vo dei Cara­bi­nie­ri. Insie­me ai Cara­bi­nie­ri ope­ra il VI Reg­gi­men­to del Genio Pio­nie­ri dell’Esercito, che ha il com­pi­to pre­li­mi­na­re di ritro­va­re l’antico ingres­so del­la minie­ra, di con­cer­to con i Vigi­li del fuo­co e gli Arti­fi­cie­ri. Que­ste ope­ra­zio­ni sono assai rischio­se e richie­do­no ben tre set­ti­ma­ne, per­ché ogni col­po di esca­va­tri­ce, in quel­la col­li­na di ter­ric­cio sab­bio­so e ghia­ia, è accom­pa­gna­to da una fra­na. Sul posto sono pre­sen­ti anche gli uomi­ni del RIS e gli spe­cia­li­sti dell’Istituto di Medi­ci­na lega­le, pron­ti a ricom­por­re le sal­me. E c’è anche un con­tai­ner vigi­la­to a vista, adi­bi­to a depo­si­to di indu­men­ti, pia­stri­ne e altri mate­ria­li appar­te­nu­ti ai pove­ri sol­da­ti: nel quar­tie­re c’è chi è pron­to a scom­met­te­re che il con­tai­ner sia lì per recu­pe­ra­re le cas­se del camion, che si sup­po­ne pos­sa­no con­te­ne­re metal­li pre­zio­si e altri beni tra­fu­ga­ti dai nazi­sti in fuga.

Aper­to un var­co nel­la cava vie­ne invia­to all’interno il robot cin­go­la­to MK8 dell’Antisabotaggio, dota­to di “occhi elet­tro­ni­ci” a rag­gi infra­ros­si, che via radio tra­smet­to­no all’esterno le pri­me imma­gi­ni. Da que­sto pun­to in poi le noti­zie si dira­da­no. A un cer­to pun­to si dif­fon­de insi­sten­te la voce che la colon­na tede­sca è sta­ta indi­vi­dua­ta, a quo­ta -10 metri sot­to il pia­no di cam­pa­gna: non solo resti uma­ni, divi­se, armi leg­ge­re e vari ordi­gni; ma anche il camion cari­co di cas­se. È pro­prio in quel momen­to che l’indagine vie­ne secre­ta­ta e cala un riser­bo stret­tis­si­mo. Non se ne saprà in effet­ti mai più nul­la. Il rac­con­to popo­la­re vuo­le che l’indagine si sia con­clu­sa non mol­to tem­po dopo, e le ossa rin­ve­nu­te sia­no sta­te rite­nu­te «non signi­fi­ca­ti­ve».

Le ulti­me noti­zie di stam­pa sul­la “Cava del­la mor­te” di Pon­te Pisa­no risal­go­no al 28 feb­bra­io 2002, quan­do la Repub­bli­ca dà per cer­to il ritro­va­men­to del­la fos­sa comu­ne dei sol­da­ti del­la Wehr­ma­cht e l’imminente avvio di un’ulteriore fase di sca­vo. Sul posto, nei gior­ni pre­ce­den­ti, si era già signi­fi­ca­ti­va­men­te reca­to Heinz Peter Sei­del, con­so­le dell’Ambasciata tede­sca, sen­za rila­scia­re dichia­ra­zio­ni; men­tre dai gior­na­li ave­va par­la­to inve­ce Fri­tz Kir­ch­meier, por­ta­vo­ce del Volk­sbund, l’Organizzazione tede­sca per i cimi­te­ri di guer­ra. In Ger­ma­nia man­ca­no all’appello un milio­ne e quat­tro­cen­to­mi­la sol­da­ti disper­si in guer­ra ed è nota l’attenzione di que­sto Popo­lo nel dare, anco­ra oggi, un nome alle mise­re spo­glie che il tem­po resti­tui­sce. La leg­gen­da metro­po­li­ta­na insom­ma, era ormai diven­ta­ta una cer­tez­za.

Ma l’indomani il quo­ti­dia­no[2] fa un par­zia­le retro-front e chia­ri­sce che «il miste­ro su cosa ci sia real­men­te sot­to Cor­via­le per­du­ra». Il Genio ha sì aper­to la stra­da fino all’ambulacro del­la minie­ra, nono­stan­te i con­ti­nui crol­li, ma le esplo­ra­zio­ni sono anco­ra con­dot­te per ragio­ni di sicu­rez­za non da spe­leo­lo­gi ma dal robot­ti­no MK8. Nul­la di con­cre­to in mano, insom­ma. Anche l’Ambasciata tede­scaRoma, in quel fran­gen­te, fa sen­ti­re la sua voce: «Aspet­tia­mo fidu­cio­si e anco­ra incre­du­li. Se vera­men­te ci sarà il ritro­va­men­to di un’ auto­co­lon­na sarà un even­to straor­di­na­rio». E per la pri­ma vol­ta (anche l’unica in veri­tà), l’articolo cita sul posto la pre­sen­za di per­so­na­le del­la Soprin­ten­den­za archeo­lo­gi­ca, per il pos­si­bi­le ritro­va­men­to di «anti­chi resti». Da quel momen­to il caso scom­pa­re dai gior­na­li. Ed emer­ge una ver­sio­ne dei fat­ti uffi­cio­sa, in gra­do di met­te­re insie­me capre e cavo­li. La minie­ra esi­ste­va, fu real­men­te bom­bar­da­ta, ma all’interno for­tu­na­ta­men­te non c’era ormai più nes­su­no. Le ossa ritro­va­te era­no «ossa archeo­lo­gi­che», resi­duo di fre­quen­ta­zio­ni lon­ta­ne nel tem­po.

La neces­si­tà di rac­con­ta­re gli esi­ti del­la vicen­da, seb­be­ne le inda­gi­ni sia­no sta­te secre­ta­te, por­ta al Pon­te Pisa­no il roman­zie­re Eral­do Affi­na­ti, allo­ra inse­gnan­te pres­so la Cit­tà dei Ragaz­zi. Affi­na­ti incon­tra uno a uno i pro­ta­go­ni­sti del­la sto­ria, e ne trae mate­ria­le per il roman­zo «Seco­li di gio­ven­tù», edi­to da Mon­da­do­ri nel 2004. Non si trat­ta, va det­to subi­to, di una rico­stru­zio­ne sto­ri­ca, ma di una sto­ria di fan­ta­sia, libe­ra­men­te ispi­ra­ta ai fat­ti, in cui si rac­con­ta più che altro un imma­gi­na­rio «segui­to» del­la vicen­da.

Il pro­ta­go­ni­sta del roman­zo è un pro­fes­so­re di let­te­re del­la Roma di oggi, in un isti­tu­to pro­fes­sio­na­le, che com­pie un viag­gio alla ricer­ca di rispo­ste agli inter­ro­ga­ti­vi di Pon­te Pisa­no. In effet­ti il roman­zo è strut­tu­ra­to nel­la for­ma let­te­ra­ria del «dia­rio di viag­gio». Lo accom­pa­gna in que­sta avven­tu­ra lo stram­pa­la­to e tene­ris­si­mo per­so­nag­gio di Roset­ta, suo allie­vo, buo­no come la «roset­ta», il pane di Roma. La neces­si­tà del viag­gio pren­de le mos­se pro­prio dai ritro­va­men­ti di Pon­te Pisa­no, che Affi­na­ti, for­zan­do la sto­ria, attri­bui­sce a Roset­ta e ai suoi com­pa­gni di gio­chi. Dal­la minie­ra, accan­to alle ossa, era­no sal­ta­ti fuo­ri anche i docu­men­ti del sol­da­to Hel­mut: la sco­per­ta che Hel­mut ha, al gior­no d’oggi, un nipo­te, spin­ge inse­gnan­te e pro­fes­so­re a voler­lo con­tat­ta­re di per­so­na, per con­se­gnar­gli ideal­men­te la sto­ria del non­no.

In Ger­ma­nia, tra Fran­co­for­te e Ambur­go, la sco­per­ta è dupli­ce: il nipo­te è infat­ti, come mol­ti gio­va­ni d’oggi, ani­ma­to da sen­ti­men­ti con­tra­stan­ti e inquie­ti: è insie­me nazi­skin, black block e no glo­bal; e soprat­tut­to il gio­va­ne è scom­par­so, duran­te un miste­rio­so viag­gio sul­le rive del Gan­ge. Ini­zia così un «viag­gio nel viag­gio», che por­ta pro­fes­so­re e allie­vo fino in India, fra Nuo­va Delhi e Bena­res, e a con­fron­tar­si con le tema­ti­che care allo scrit­to­re Affi­na­ti: la «memo­ria come cer­ti­fi­ca­zio­ne d’identità», e il «biso­gno stre­nuo e dolo­ro­so da par­te dei figli di scon­ta­re le col­pe dei padri».

In tem­pi recen­ti si tor­na a par­la­re di Pon­te Pisa­no – da sem­pre lega­to alle memo­rie sini­stre del­la pre­sun­ta stra­ge di guer­ra –, per fat­ti com­ple­ta­men­te diver­si e posi­ti­vi. Nell’area sono oggi pre­sen­ti nume­ro­si capan­no­ni di atti­vi­tà arti­gia­na­li. Una di esse, al civi­co 84, ha assun­to par­ti­co­la­re rile­van­za per l’idea inge­gno­sa e i rico­no­sci­men­ti che essa sta otte­nen­do. Si trat­ta del pro­get­to ECB, acro­ni­mo di «Eter­nal City Brewing» (let­te­ral­men­te: bir­ri­fi­cio arti­gia­na­le del­la Cit­tà Eter­na), attra­ver­so il qua­le dal 2013 una pic­co­la com­pa­gi­ne di tren­ten­ni di Cor­via­le (Gia­co­mo, Ales­san­dro, Enzo, Simo­ne e “Er Poma­ta”) pro­du­ce ben 11 varie­tà di bir­ra ad alta fer­men­ta­zio­ne in sti­le anglo­sas­so­ne.

La “svol­ta” è avve­nu­ta nell’ottobre 2015, quan­do vie­ne com­ple­ta­to l’impianto pro­dut­ti­vo. Una pas­sio­ne con­di­vi­sa che diven­ta impre­sa a chi­lo­me­tri zero, con l’obiettivo di arri­va­re lon­ta­no. E le cro­na­che di Arva­lia Today[3] ce ne tra­smet­to­no il rac­con­to, attra­ver­so la voce di uno dei ragaz­zi, Gia­co­mo Mon­di­ni: «Sia­mo pas­sa­ti dal firm beer, ovve­ro dal­la bir­ra fat­ta pres­so un impian­to ester­no, a rea­liz­za­re un bir­ri­fi­cio tut­to nostro, dove abbia­mo modo di segui­re la lavo­ra­zio­ne dall’inizio alla fine». Nel feb­bra­io 2017 è arri­va­to un rico­no­sci­men­to pre­sti­gio­so. «Abbia­mo vin­to il pri­mo pre­mio, al Beer Attrac­tion, la fie­ra inter­na­zio­na­le che si svol­ge a Rimi­ni e che vede oltre mil­le par­te­ci­pan­ti».

Il pro­dot­to di pun­ta dei ragaz­zi di Cor­via­le è la «bir­ra Arva­lia», ispi­ra­ta sin dal nome al Bosco degli Arva­li, gli anti­chi sacer­do­ti volu­ti accan­to a sé dal fon­da­to­re di Roma, Romo­lo. Ma i Roma­ni, vie­ne subi­to da chie­der­si, beve­va­no bir­ra? Sì, ci rispon­de Pli­nio il Vec­chio nel XXXVII libro del­la «Natu­ra­lis Histo­ria», anche se la par­te del leo­ne nell’Urbe la face­va il vino e la tec­ni­ca pro­dut­ti­va non era par­ti­co­lar­men­te affi­na­ta. Il pro­ces­so pro­dut­ti­vo del­la bir­ra Arva­lia non recu­pe­ra quin­di anti­che sapien­ze e tec­ni­che, ma vuo­le esse­re un omag­gio al genius loci, al frut­to moder­no di quel­le stes­se ter­re che in un pas­sa­to nobi­le era­no con­sa­cra­te alla Dea Dia e alla pro­du­zio­ne dei cerea­li. Una bevan­da insom­ma che rac­con­ta il suo ter­ri­to­rio ed è capa­ce di rein­ter­pre­tar­lo. Sul pia­no pret­ta­men­te tec­ni­co, la bir­ra Arva­lia è una bir­ra dora­ta ad alta fer­men­za­zio­ne (5,5%), che appar­tie­ne alla tipo­lo­gia del­le “bel­gian ale”. Ha al suo inter­no mal­to pils, fru­men­to e ave­na. I lup­po­li Comet e Saaz – assi­cu­ra­no i mastri bir­rai – por­ta­no al naso il loro tipi­co aro­ma.

Il capan­no­ne di ECB con­sen­te agli avven­to­ri di con­su­ma­re le bir­re diret­ta­men­te sul luo­go di pro­du­zio­ne, attra­ver­so un «tap beer», uno spa­zio infor­ma­le dove d’estate è pos­si­bi­le anche tro­va­re con­vi­via­li­tà e musi­ca dal vivo. «Ma non sia­mo un pub – si affret­ta a pre­ci­sa­re Gia­co­mo –. Sia­mo aper­ti solo dal lune­dì al vener­dì e dal­le 10 a mez­za­not­te, per­ché la mat­ti­na ci dob­bia­mo alza­re alle set­te. La pro­du­zio­ne ha i suoi tem­pi».

 

[1] Bis­so, M.; Casa­li­ni, S., Il miste­ro del­la grot­ta dei nazi­sti, in Repub­bli­ca, 7 feb­bra­io 2002.

[2] Onel­li, D., A un pas­so dal miste­ro del­la cava del­la mor­te, in Repub­bli­ca, 1° mar­zo 2002.

[3] Gril­li, F., Eter­nal City Brewing, il bir­ri­fi­cio di Cor­via­le che rac­con­ta la sto­ria di Roma con le sue bir­re, in Arva­lia Today, 3 apri­le 2017.