Dalla misteriosa polmonite di Wuhan al silenzio delle strade romane: il racconto dei primi giorni del 2020, scandito da controlli aeroportuali, ricoveri d’urgenza, isolamenti e immagini destinate a restare nella memoria collettiva.
Allarme sanitario a Fiumicino per la “polmonite atipica” di Wuhan
“La vita è quello che accade mentre stai facendo altro”, cantava John Lennon in Double Fantasy (1980). Così anche il nostro racconto della Storia locale si è intrecciato con il tempo distopico della pandemia. Un tempo nuovo, o forse un déjà vu della peste seicentesca, sotto le forme della malattia Covid-19, “Coronavirus disease 2019”. Aggiungiamo, così, un capitolo imprevisto.
Tutto ha inizio nella seconda metà del 2019, nella remota Wuhan, dove emerge un virus sconosciuto e altamente contagioso: parente del comune raffreddore, ma assai più aggressivo, capace di scatenare gravi polmoniti. Il 31 dicembre 2019 l’OMS riceve la segnalazione ufficiale di un focolaio di polmonite atipica. La nuova malattia viene presto identificata come Covid-19. I primi studi la collegano a un coronavirus simile a quello della SARS. I sintomi principali sono febbre, tosse secca, mal di gola e difficoltà respiratorie; nei casi più gravi si sviluppa una polmonite interstiziale bilaterale, con rapido peggioramento clinico.
Nei primi giorni del 2020, il Ministero della Salute italiano diffonde una circolare rivolta alle autorità sanitarie locali, invitandole a vigilare su casi di polmonite “a eziologia ignota”. L’8 gennaio prendono avvio i primi controlli negli aeroporti principali, a partire dal “Leonardo da Vinci” di Fiumicino: ai passeggeri dei voli diretti viene misurata la temperatura tramite termo-scanner e viene garantito un percorso sanitario dedicato. Nel Terminal 3 si allestiscono postazioni mobili presidiate da personale medico. Poco dopo, i controlli si estendono a tutti i voli provenienti dalla Cina.
Il 23 gennaio atterra a Fiumicino l’ultimo volo diretto da Wuhan prima della sospensione ufficiale dei collegamenti. La compagnia aerea, in via precauzionale, interrompe la tratta, seguendo l’esempio di molte altre. I 202 passeggeri vengono monitorati in un canale sanitario dedicato, senza riscontrare casi sospetti. I voli da altre aree cinesi continuano comunque, sebbene sotto misure di controllo rafforzate.
I primi contagi romani. L’ospedale Spallanzani in prima linea
Il 29 gennaio 2020 viene diagnosticato il primo caso italiano di Covid-19: una coppia di turisti cinesi in vacanza a Roma, proveniente dalla provincia di Hubei, ricoverata all’Istituto Spallanzani. I test confermano la positività al nuovo coronavirus. Le loro condizioni, serie ma stabili, vengono gestite attivando immediatamente i protocolli speciali già predisposti in ospedale, in stretta collaborazione con il Ministero della Salute.
Il 30 gennaio l’OMS dichiara l’emergenza sanitaria globale. Il giorno seguente, il Consiglio dei Ministri italiano proclama lo stato di emergenza nazionale per sei mesi e sospende il traffico aereo da e per la Cina. Lo Spallanzani viene designato centro di riferimento per la gestione dell’epidemia.
Il 2 febbraio 2020 il Laboratorio di Virologia dello Spallanzani isola per la prima volta in Europa il nuovo coronavirus, analizzando i campioni prelevati dai due pazienti. La scoperta, accolta con entusiasmo, apre la strada a studi fondamentali per comprendere e forse contenere il Covid.
I riflettori si accendono sul laboratorio di virologia: una piccola struttura dove operano solo quattro ricercatrici, costantemente alle prese con la carenza di fondi. Tra loro c’è Francesca Colavita, precaria in attesa da anni dello scorrimento di una graduatoria. Vive al Trullo, un quartiere romano dove pochi conoscono il suo lavoro e dove sarebbe difficile spiegare perché l’Italia investa su malattie considerate “lontane”. Lontane, ma non impossibili da raggiungere. La sua storia avrà un lieto fine: viene assunta “per la lodevole attività professionale durante l’emergenza sanitaria”.
Intanto, le autorità confermano che il livello di allerta resta alto, ma la situazione sembra sotto controllo. Lo Spallanzani continua a monitorare attentamente la coppia cinese.
Il 3 febbraio un volo militare riporta in Italia 56 connazionali evacuati da Wuhan. Atterrati a Pratica di Mare, vengono trasferiti nella città militare della Cecchignola per la quarantena. Nei primi giorni non emergono criticità, ma il 7 febbraio un ricercatore 29enne di Luzzara (Reggio Emilia) risulta positivo. Trasferito allo Spallanzani con sintomi lievi, guarisce senza complicazioni. È il primo cittadino italiano a sviluppare il contagio nel Paese.
L’Italia sotto assedio: il virus esplode, la paura dilaga
Spostiamoci ora nel Nord Italia. Dal 20 febbraio 2020 si registrano nuovi casi di contagio tra Lombardia e Veneto. A Codogno (Lodi), viene individuato il primo focolaio di “trasmissione interna”, indipendente da viaggi recenti in Cina. Nelle ore successive si segnalano rapidamente 15 contagi. Il 22 febbraio si registrano i primi due decessi.
Seguono misure di isolamento severissime: dieci comuni del basso lodigiano e Vo’ Euganeo (Padova) vengono dichiarati “zona rossa”, con divieto di accesso e uscita. Dal 23 febbraio anche altre regioni adottano provvedimenti cautelativi, come la sospensione delle attività scolastiche.
A Roma, pur senza casi conclamati, la percezione del rischio cresce. Il 24 febbraio si formano lunghe code nei supermercati e i negozi, soprattutto a Porta Pia, esauriscono rapidamente mascherine e disinfettanti. Il giorno seguente vengono sospesi alcuni eventi pubblici e rafforzati i controlli sui viaggiatori. L’ospedale Spallanzani, con 257 posti letto, si organizza predisponendo nel piazzale una tensostruttura per il pre-triage.
Il 23 febbraio, Stefania, commessa in un market di casalinghi alla Magliana, si sente male. “Ho un raffreddore, niente di più”, racconterà al Messaggero. Stefania sarà la prima positiva al Covid nella Capitale. A distanza di una settimana i sintomi sono ancora lievi: tosse sporadica e febbre che “va e viene”. Il medico di famiglia la rassicura: “Ma dai, Stefà, ti pare che ce l’hai tu il Coronavirus!”. La febbre, tuttavia, persiste. È il 4 marzo, giorno in cui in tutta Italia si chiudono le scuole.
Il 4 marzo vengono introdotte le prime restrizioni nazionali: distanza interpersonale di almeno un metro e sospensione delle lezioni in scuole e università. Il giorno dopo, la decisione viene confermata anche per Roma, dove le aule si svuotano: è il preludio a misure più drastiche.
Il 7 marzo la situazione di Stefania precipita. “La mattina mi sento benissimo, faccio un sacco di cose”, racconta. Nel pomeriggio, però, sopraggiunge una crisi respiratoria. Trasportata nella tensostruttura dello Spallanzani, un operatore in tuta protettiva ne dispone il ricovero immediato. Il tampone conferma la positività.
Con grande senso di responsabilità, Stefania avvisa subito il datore di lavoro, che chiude il centro vendita, e informa tutti i contatti attraverso i social: “Penso a tutte le vecchiette che la mattina vengono in cassa a portarmi un caffè e mi danno il bacino”. Nonostante gli insulti di alcuni, Stefania è orgogliosa della reazione della comunità: “Alla Magliana, devo dire, hanno reagito bene. Mi sono arrivati tanti attestati di solidarietà”.
Scatta il lockdown: silenzio nelle strade, corsa negli ospedali
L’8 marzo 2020 il Governo estende la zona rossa all’intera Lombardia e ad altre 14 province del Nord. Dal 10 marzo le misure si applicano a tutta Italia. Le strade si svuotano, la vita cambia: ora si vive il lockdown, un inedito “confinamento domiciliare”. Si può uscire solo per lavoro, spesa, salute o necessità. A Roma, piazza Venezia è deserta e pattuglie presidiano i dintorni della stazione Termini, controllando i pochi passanti muniti di “autocertificazione”.
Dall’11 marzo chiudono tutte le attività commerciali non essenziali. Le mascherine entrano nella quotidianità; i ragazzi studiano con la “dad”, la didattica a distanza; i genitori attendono cassa integrazione e “reddito d’emergenza”. Emergono comportamenti irrazionali: file ai supermercati per carta igienica e lievito madre, abbandoni di animali domestici. Ogni giorno, alle 18, si canta dai balconi, sbattendo pentole nel flashmob antivirale.
Nel frattempo, allo Spallanzani la signora Stefania viene curata con energia. Lentamente migliora e, infine, ottiene il via libera per rientrare a casa. Ma al ritorno si verifica l’immancabile fattaccio, riportato da RomaToday: suo figlio, mentre le porta la spesa, viene aggredito da un residente che lo insulta urlando che sua madre è un’untrice e minacciando di “staccarle la testa”. L’uomo, impazzito, sale in auto, sperona la vettura del giovane, poi estrae un crick e lo insegue a piedi. Intanto gli ospedali si organizzano. Tra il 16 e il 17 marzo nasce il Columbus Covid 2 Hospital presso il Policlinico Gemelli: in dieci giorni, l’ala privata viene riconvertita, offrendo oltre 130 posti letto, di cui 59 in terapia intensiva, il primo ospedale interamente Covid del centro-sud. Anche altri reparti cittadini si ampliano. Il 18 marzo una lunga fila di mezzi militari trasporta le bare fuori da Bergamo, diventata tragico epicentro dell’epidemia. Il 22 marzo arriva un’ulteriore stretta: vietati gli spostamenti tra comuni diversi e sospesa tutta la produzione industriale non indispensabile.
(articolo aggiornato il 26 Aprile 2025)


