Siamo nel VI secolo a.C. Roma è giovane ma già protesa verso il futuro. Sul trono siede Servio Tullio, figlio di una schiava della regina Tanaquil secondo la leggenda, ma soprattutto riformatore capace di ridisegnare l’identità dell’Urbe.
Nel 579 a.C. introduce il primo censimento. Nel Campo Marzio i cittadini dichiarano beni, armi e famiglia. Non è un atto burocratico: è la nascita di una nuova organizzazione politica. La popolazione viene divisa in cinque classi centuriate, più i proletarii, troppo poveri per combattere ma registrati comunque. Nelle assemblee i più ricchi votano per primi e orientano il risultato: la ricchezza diventa potere, incanalata in un sistema rappresentativo.
Parallelamente Roma viene suddivisa in tribù urbane e rustiche, non più per stirpe ma per residenza. Dal Foro partono strade lastricate che raggiungono Esquilino, Viminale e Aventino: tracce sono riconoscibili ancora sotto via dell’Olmata. Servio amplia il pomerium, il confine sacro, includendo Esquilino e Viminale: un primo passo di pianificazione delle nuove aree urbane.
Fondamentale è la questione delle mura. A metà del VI secolo a.C. Roma si dota di una cinta difensiva: un agger di terra e cappellaccio, con fossati e rampe. Resti datati tra il 570 e il 550 a.C., rinvenuti nel 1999 sotto la stazione Termini, ne confermano l’esistenza. I tratti monumentali in tufo che vediamo oggi appartengono invece al IV secolo a.C., dopo il sacco dei Galli. È probabile che Servio racchiuda davvero i colli entro un perimetro sacro e difensivo, ma le cosiddette Mura Serviane che conosciamo derivano dalla ricostruzione repubblicana del 378 a.C.
La tradizione ricorda un circuito di circa sette chilometri con sette porte arcaiche, una per colle: Mugonia sul Palatino, Saturnia sul Capitolino, Querquetulana sul Celio, Collina sul Quirinale, Viminalis sul Viminale, Oppia e Cespia sull’Esquilino. L’Aventino resta escluso dal pomerium serviano; solo in età repubblicana la cerchia difensiva si estenderà fino a sedici porte principali.
Servio non è soltanto architetto di mura. Nel 571 a.C. fonda sull’Aventino il tempio di Diana, santuario federale che coinvolge Alba Longa, Tuscolo e Ariccia. Il tempio, ispirato all’Artemision greco, sorge su un podio in cappellaccio con pronao tuscanico. Una leggenda narra di una vacca miracolosa destinata a garantire il primato alla città che l’avrebbe sacrificata: i sacerdoti romani, con astuzia, compiono il rito sull’altare di Diana e fissano le corna dell’animale nel vestibolo, sancendo la supremazia di Roma.
Ogni 13 agosto, nel Dies Natalis di Diana, le città latine offrono focacce di farro e latte di capra. A portarle sono schiavi e liberti, segno di uguaglianza davanti al sacro. La festa, legata alle Feriae Latinae sul monte Albano, trova così un centro urbano. Gli scavi sull’Aventino hanno restituito resti di falò rituali e legni combusti di quercia e leccio, che evocano i riti notturni descritti da Ovidio e Properzio, con fiaccole e celebrazioni in onore della dea.
Roma non è più un insieme di villaggi: è una città unita, cinta da mura, attraversata da strade, ordinata in classi e tribù. Una civitas dove aristocratici e popolani iniziano a condividere un destino comune. Tutto nasce dalla visione di un re figlio di una schiava: Servio Tullio, che con un solco tracciato nella terra segna l’inizio di una nuova civiltà.
Il porto sacro di Sant’Omobono
Tra il 580 e il 540 a.C. Roma, ancora giovane, si affaccia sul Tevere con un progetto straordinario: la costruzione del primo porto sacro. Poco oltre la Porta Trigemina, sulla sponda sinistra del fiume, sorge il complesso monumentale oggi noto come Sant’Omobono, in posizione strategica accanto al Foro Boario, su un terrazzo argilloso che domina le banchine fluviali.
Due podi paralleli in tufo di cappellaccio sorreggono altrettanti templi tuscanici rivolti verso l’acqua. Le tecniche costruttive richiamano Veio e lasciano intravedere la mano di maestranze etrusche, forse legate a Servio Tullio. Fin dall’inizio il santuario unisce funzione religiosa e commerciale.
Sul podio orientale sorge il tempio di Mater Matuta, antica dea dell’aurora e delle nascite. Il suo culto è riservato alle matrone sposate una sola volta, le univirae. Ogni 11 giugno, alle prime luci, si celebrano i Matralia: solo le univirae accedono al tempio, offrono focacce di farro e colpiscono simbolicamente una schiava con la mano sinistra, gesto che evoca la luce che scaccia l’oscurità. Le donne pregano non per i propri figli, ma per quelli delle sorelle, in memoria del mito di Ino-Leucotea. Resti votivi in bronzo a forma di culla, tra cui uno con l’iscrizione MATUTA DONO, testimoniano questa devozione.
Sul podio occidentale si trova il tempio di Fortuna, protettrice degli scambi portuali. I mercanti la invocano allo sbarco, versando decime di vino sugli altari per ottenere la sua benevolenza. Gli scavi hanno restituito numerose anfore bollate provenienti da Chio, Samo e Rodi: tracce dei traffici che collegano Roma all’Egeo e all’Africa settentrionale, probabilmente regolati da un controllo doganale.
Tra i due templi corre un passaggio lastricato con canalette per raccogliere i liquidi sacrificali. Al centro, un altare in tufo annerito dalle offerte ricorda il deposito votivo di Tarquinio il Superbo dopo la conquista di Suessa Pometia.
La storia del santuario è segnata da incendi e ricostruzioni. Intorno al 390 a.C., forse durante il sacco gallico, un rogo distrugge gran parte delle strutture: lo strato di travi carbonizzate, la “F-cinerite”, ne è la prova. Poco dopo Marco Furio Camillo ricostruisce il tempio di Mater Matuta, sopraelevando il podio e introducendo statue acrolitiche. Nel 212 a.C. il console Lepido restaura l’aedes di Fortuna, decorandola con antefisse a rosetta. Un nuovo incendio, nel 111 a.C., porta all’uso di blocchi di peperino e cornici dipinte: elementi oggi conservati alla Centrale Montemartini.
Nel II secolo a.C. il complesso si arricchisce di un portico marmoreo e di un sacellum dedicato a Fortuna Virile. Un frammento epigrafico con la dicitura FORT VIR, rinvenuto nel 2019, ne conferma l’esistenza. Va distinto dal cosiddetto “Tempio della Fortuna Virile” al Foro Boario, in realtà consacrato a Portuno. Nuove statue, giovani velate scolpite da artigiani greci, introducono un gusto ellenistico, ma l’impianto resta fedele all’origine: due templi affiancati, Mater Matuta e Fortuna, simboli di nascita e prosperità. Non a caso il calendario prenestino ricorda insieme, l’11 giugno, le feste delle due dee.
All’alba di quel giorno, dal ponte Emilio, si offre uno spettacolo sospeso nel tempo: le matrone in processione avanzano con ghirlande d’alloro e culle votive, mentre sul podio occidentale gli ostiarii di Fortuna registrano le offerte dei mercanti su tavolette cerate. Le facciate intonacate di rosso cinabro riflettono la luce del fiume: Roma, in quell’istante, respira fuoco e futuro.
Il Fanum Fortunae Fortis nel lucus degli Arvali
Con l’ascesa di Servio Tullio, il culto di Fortuna si diffonde a Roma come mai prima. Il re, legato alle sue origini umili, attribuisce alla dea il proprio destino e le dedica numerosi santuari. Tra i ventisei templi, il più importante sorge lungo la via Campana, in un’area boscosa e paludosa nei pressi della Magliana: il Fanum Fortis Fortunae, cuore arcaico del culto.
Ogni 24 giugno, nel giorno del solstizio d’estate, qui si celebra la processione fluviale di Fors Fortuna. All’alba, schiavi, liberti, mercanti e cittadini risalgono il Tevere su barche ornate di ghirlande, cantando. Ovidio nei Fasti evoca la scena: un corteo gioioso che approda tra le querce del lucus, dove i pellegrini offrono vino e corone di verbena alla dea che capovolge la sorte.
La festa abbatte le barriere sociali. Fortuna, con l’epiclesi Fortis, protegge plebe, viaggiatori e commercianti. I suoi epiteti ne svelano i volti: Virile per le nubili, Redux per chi ritorna, Obsequens per i mutamenti di stato, Muliebris lungo la via Latina, Primigenia a Preneste, fino a Huiusce Diei, istituita dopo la vittoria su Antioco.
Il Fanum della Magliana ricalca modelli etruschi: un tempio tuscanico in legno e argilla, a tre vani, con facciata a timpano decorata da terrecotte dipinte e acroteri della scuola veiente. L’area sacra, circondata da fossato e palizzata, accoglie la folla del solstizio.
Il rito prevede tre momenti: al tramonto della vigilia si accende un fuoco d’alloro; a mezzanotte il flamine spezza un pane d’orzo e lo getta nel Tevere “perché la fortuna sia condivisa e non trattenuta”; all’alba il corteo attraversa il fiume in silenzio. Giunti al tempio, uomini e donne sciolgono i capelli, gesto che, secondo Plutarco, richiama il diritto di mutare destino.
Fonti e reperti confermano l’importanza del sito. Nel 1888, fuori Porta Portese, vennero ritrovate circa cento statuine votive in bronzo raffiguranti donne con cornucopia, timone e tamburo, datate al VI secolo a.C., in piena età tarquinia.
Una leggenda narra che Fortuna, innamorata di Servio Tullio, lo raggiungesse ogni notte entrando da una finestra. Allegoria o mito, il messaggio resta: Fortuna è cieca, ma sa bene dove andare.
Al tramonto, mentre le barche risalgono il fiume e il lucus degli Arvali sprofonda nel silenzio, una brezza tra le querce sfiora le lanterne spente e sembra mormorare: “Fortes Fortuna adiuvat.”
Un genero ambizioso e una figlia pronta a tutto
Gli ultimi anni del regno di Servio Tullio scorrono in un clima di tensione. Salito al trono grazie a Tanaquil, vedova di Tarquinio Prisco, il re ha consolidato il potere con riforme profonde, mantenendo un fragile equilibrio tra aristocrazia e plebe. Ma nella sua domus sulla Velia esplode una tragedia destinata a cambiare il destino di Roma.
Servio ha due figlie, entrambe chiamate Tullia: la maggiore, mite; la minore, ambiziosa. Per bilanciare i caratteri, il re le unisce ai figli di Tarquinio Prisco: Tullia Maggiore al focoso Lucio Tarquinio, Tullia Minore al mite Arrunte. L’esperimento fallisce. Tullia Minore disprezza il marito, Lucio rifiuta la placidità della moglie. I due si incontrano di nascosto, poi tramano. Arrunte muore improvvisamente, poco dopo anche Tullia Maggiore. I sospetti cadono sulla nuova coppia, ma le prove mancano.
Celebrato un matrimonio fulmineo, Lucio e Tullia Minore diventano la coppia più temuta di Roma. È lei a spingerlo al colpo di Stato: “Sei figlio di un re, perché servi il genero d’una schiava?”, lo incalza, alludendo alle origini servili di Servio. Tarquinio raccoglie intorno a sé i malcontenti: senatori ridimensionati dalle riforme, giovani patrizi privati di privilegi, clienti delusi.
All’alba, Lucio indossa la toga purpurea, si circonda di littori armati e si presenta al Foro. Si siede sulla sedia curule davanti alla Curia, convoca Senato e popolo come fosse già re. Avvertito, Servio accorre. “Con che audacia osi convocare i Padri, con me ancora vivo?”, esclama secondo Livio. Tarquinio lo insulta come “figlio di schiava” e lo spinge giù dai gradini della Curia.
Le fonti divergono. Livio racconta che Servio, caduto a terra, viene finito da sicari di Tarquinio; Dionigi di Alicarnasso parla di un’aggressione diretta del genero; Festo lo colloca invece lungo il Vicus Cyprius. Tutti concordano sulla violenza del colpo di Stato e sulla complicità empia di Tullia.
La giovane regina sale su un cocchio e raggiunge il Foro per salutare Lucio come re. Lui, freddo, la rimanda a casa. Ma sulla via dell’Esquilino, al bivio che diventerà il Vicus Sceleratus, il cocchiere si ferma: sul selciato giace il corpo di Servio. Tullia urla: “Che esiti? Spingi avanti il carro!” Le ruote passano sul cadavere del padre, macchiando di sangue la veste regale. L’attuale via San Francesco di Paola, nel rione Monti, conserva il ricordo di quel crimine.
Cicerone citerà il gesto come esempio supremo di empietà. Le fonti tramandano finali diversi: per Festo Tullia muore di febbre e delirio dopo aver visto l’ombra del padre tra le fiamme; per Valerio Anziate Tarquinio la rinchiude; per Dionigi è uccisa dal marito. Nessuna versione concorda, ma tutte raccontano l’impossibilità di trovare pace dopo un simile delitto.
Intanto, Tarquinio si impone come re senza passare dai comitia. Non consulta il popolo e proclama che “la forza crea il diritto”. Il Senato tace, i littori lo scortano con i fasci: Roma ha un nuovo sovrano. Lo chiameranno Superbo, non per sfarzo ma per arroganza.
Il suo regno nasce dal sangue. Servio aveva costruito una monarchia fondata su censimento, infrastrutture e inclusione; Tarquinio la trasforma in dominio personale, basato su paura e repressione. È una frattura profonda che prepara l’ultima rivolta monarchica di Roma. Per ora, il selciato dell’Esquilino conserva la scia del cocchio di Tullia, mentre nella sala del trono risuona il comando di un re che governa “nec iure nec auspicio”: senza diritto né volontà divina.
(articolo aggiornato il 24 Agosto 2025)


