È l’alba del 21 aprile del 753 a.C., giorno dei Parilia, la festa dei pastori dedicata alla dea Pales. Sul colle Palatino, in un silenzio solenne, Romolo impugna un vomere di ferro, trainato da una vacca e un bue. Traccia un solco sacro in senso orario, rivoltando la terra verso l’interno: è il pomerium, il confine inviolabile della nuova città.
Dove sorgeranno le porte, solleva l’aratro, lasciando varchi rituali. Poi pianta le prime pietre di confine, accende un fuoco votivo con braci di Alba Longa e invoca Vesta. Al centro, nel mundus, depone semi di farro, argilla albana, e una manciata di terra raccolta dal tumulo di re Aventino Silvio. Sono simboli di un passato regale, di un presente contadino, di un futuro urbano.
Ma il rito si incrina. Remo, spinto dall’invidia, sfida il fratello: scavalca il solco, violando il tabù sacro. Romolo reagisce con furia. “Così muoia chiunque varcherà le mie mura!”, grida, colpendolo con una lancia. Remo cade. Il primo sangue tinge la terra consacrata. Roma nasce dal dolore di un fratricidio.
Acca Larentia, madre adottiva dei gemelli, avvolge Remo in un sudario. Il corpo viene sepolto ai piedi dell’Aventino. Romolo non si ferma. Raduna la comunità e proclama: chiunque, esule o fuggiasco, troverà rifugio nella nuova città. Roma nasce come asilo.
Il suo nome affascina gli studiosi: forse da ruma, “mammella” in etrusco, omaggio alla lupa e alla forma dei colli Palatino e Aventino. Acca Larentia, compiuto il suo compito, si reca all’Ara Maxima di Ercole nel Foro Boario. Lì cede le terre dei Septem Pagi al popolo romano, poi si immerge nel torrente Velabro e scompare. Ogni 23 dicembre il suo sacrificio è ricordato nei Larentalia, che legano la fertilità della terra alla nascita della città.
Il perimetro tracciato da Romolo viene chiamato Roma quadrata: poche capanne intorno a un solco d’aratro. Ma da quel giorno, Roma comincia davvero a esistere.
Un tempo di leggi, guerre forsennate e fusione di popoli
Romolo ora è re. Al suo fianco ci sono gli undici fratelli adottivi, cresciuti insieme a lui nella capanna del pastore Faustolo. Accanto a loro, un’umanità eterogenea: profughi, schiavi fuggitivi, uomini senza patria. Tutti rispondono al suo appello, trovando sul Palatino rifugio e una seconda occasione. Romolo li accoglie e concede la cittadinanza: Roma nasce come asilo, ma vuole diventare urbs.
È il momento di dare ordine alla comunità. Romolo struttura la società in tre tribù: i Ramnes (di origine latina), i Tities (sabini) e i Luceres (probabilmente etruschi). Ogni tribù è suddivisa in dieci curie, per un totale di trenta. È la prima architettura civica di Roma. Poi seleziona cento anziani: saranno i patres, fondatori del primo Senato. A loro si affiancano i Comitia Curiata, assemblea popolare incaricata di ratificare le leggi. Si delinea un primo equilibrio: il re comanda, il Senato consiglia, il popolo approva.
Dodici littori, armati di fasci e scuri, accompagnano Romolo: simbolo del suo potere. Alla struttura civile si aggiunge quella militare: ogni curia fornisce fanti e cavalieri. Roma è già pronta a combattere.
Nel 752 a.C., Caenina attacca. Romolo affronta in duello il re nemico, Acrone, e lo uccide. Le spolia opima – le armi del re sconfitto – vengono dedicate a Giove Feretrio sul Campidoglio: è il primo atto di culto militare della storia romana. L’anno successivo, Romolo sconfigge Fidenae e Medullia, insediando 2500 coloni solo a Fidene. Le risorse conquistate alimentano l’espansione.
Nel 750 a.C., Roma è in allarme: la potente Veio interviene per difendere Fidenae. Romolo respinge i veienti, li insegue fino alle porte della città e firma una pace di cento anni. La stabilità è garantita.
Roma cresce, ma manca qualcosa: le donne. Romolo vieta l’abbandono dei neonati maschi e delle primogenite, ma non basta. Tenta alleanze matrimoniali, che falliscono. Allora ricorre all’astuzia. Organizza i Ludi Consuales, giochi in onore di Conso, invitando le popolazioni vicine. Durante la festa, al culmine della confusione, i giovani romani rapiscono le donne sabine. È il celebre ratto delle Sabine.
I Sabini reagiscono. Il re Tito Tazio guida l’attacco da Cures. Una vestale, Tarpeia, tradisce e apre le porte ai nemici. Lo scontro esplode tra il Campidoglio e il Palatino. Nel caos, le donne rapite si frappongono tra i due eserciti, implorando la pace: sono ormai mogli, madri. Le armi si abbassano.
Nasce così una nuova alleanza: Roma e Cures si fondono. Tito Tazio affianca Romolo sul trono. I cittadini si chiamano Quiriti, dal dio sabino Quirinus. I Sabini si insediano sul colle Quirinale. Tre popoli – latini, sabini, etruschi – formano ora un solo popolo.
Le fondamenta di Roma sono poste. Una città aperta, militare, religiosa, politica. Un mito che si fa istituzione.
I Fratres Arvales e la terra sacra. Il Lucus della Magliana
Romolo non si limita a fondare una città: ne getta anche le fondamenta spirituali. Fin dai primi anni del suo regno, promuove un culto profondamente legato alla terra, alla fatica dei campi, alla sacralità del raccolto. È una religiosità semplice ma potente, che accompagnerà Roma per secoli.
Affida la protezione delle campagne a Marte, dio della guerra ma anche patrono dei lavoratori agricoli. E consacra i frutti della terra a Dia, la grande madre, simbolo della fertilità. Il legame tra città e campagna deve essere custodito, celebrato, protetto.
Per questo, Romolo riunisce gli undici figli del pastore Faustolo e li costituisce in un collegio sacro: i Fratres Arvales, i “Fratelli dei campi coltivati”. Secondo Plinio il Vecchio, lo stesso Romolo si unisce a loro, come dodicesimo arvale.
Gli Arvali hanno una casa consacrata sul Campidoglio – oggi perduta – e officiavano i riti in un lucus, un bosco sacro dedicato alla dea Dia. Si trova sulla riva destra del Tevere, a cinque miglia dal Palatino: è il Lucus Deae Diae, nell’area dell’odierna Magliana Vecchia. Con un po’ di immaginazione, quel luogo – un cerchio di alberi secolari – può coincidere con l’attuale piazzetta della Madonna di Pompei.
Con questa istituzione, Romolo imprime un principio che diventerà parte del mos maiorum, la tradizione sacra degli antenati: la prosperità dello Stato dipende dalla fertilità della terra. Non c’è città senza raccolto, né raccolto senza il favore degli dèi.
Roma nasce così: dal ferro delle armi e dall’aratro che apre la terra.
Il Tetrastylum e il rito ad benedicendum granum et agrum
Sono passati quarant’anni da quel 21 aprile del 753 a.C., quando Romolo, sul Palatino, ha tracciato con l’aratro il solco sacro della nuova città. Da accampamento pastorale, Roma è diventata una urbs con templi, leggi, istituzioni. La popolazione è mista: Latini, Sabini, Etruschi convivono sotto la guida di un re che è insieme legislatore, comandante e pontifex, ponte tra uomini e dèi.
Nel lucus della dea Dia, sulla riva destra del Tevere, nell’odierna Magliana, i Fratres Arvales continuano a celebrare i riti propiziatori per la fertilità della terra e la salute dello Stato. Qui, Romolo ordina la costruzione del Tetrastylum: un edificio sacro a cielo aperto, senza pareti, sorretto da quattro colonne. Un altare immerso nella luce, come lo descriverà secoli dopo Vitruvio. È qui che gli Arvali pronunciano l’antica formula: Ad benedicendum granum et agrum, la benedizione del grano e dei campi.
Intanto Roma cresce. E anche il destino di Romolo giunge al compimento. È il 716 a.C., secondo la tradizione. Il re si trova nel Campo Marzio, per una rassegna militare. Improvvisamente il cielo si oscura. Forse un’eclissi, forse una tempesta. Tra fulmini e nubi, Romolo scompare. I soldati restano immobili, attoniti. Subito si diffonde la voce: gli dèi hanno chiamato Romolo in cielo. Non è morto: è stato assunto tra gli immortali.
Nasce così il culto del dio Quirino, la forma divina di Romolo. Sul colle Quirinale sorgerà un tempio a lui dedicato. Ogni 5 luglio, le Feriae Quirinales ne celebrano la memoria con sacrifici pubblici. Romolo è ora Pater Patriae, padre fondatore e protettore eterno dell’Urbe.
Tito Livio racconta un ultimo episodio. Una notte, a Proculo Giulio, un anziano araldo, appare Romolo in sogno. È Quirino, che affida un messaggio: “Per volontà degli dèi, Roma sarà caput mundi.” Il destino universale della città è scritto.
Eppure, non tutti credono alla leggenda. Alcuni autori antichi, più scettici, tramandano una voce diversa: Romolo sarebbe stato ucciso in segreto da una congiura del Senato. Il suo corpo, fatto sparire, lascia spazio al mito.
Quale che sia la verità, la divinizzazione di Romolo è il sigillo sacro sull’identità di Roma. Una città nata dal solco di un aratro, cresciuta nel sangue, elevata dal culto. Terrena e divina insieme, come il suo primo re.
(articolo aggiornato il 9 Agosto 2025)


