Sacrifici umani nella fossa della Via Campana?

Roma, padrona dell’Italia dopo la vittoria su Pirro, consolida il dominio con le sue strade. Le grandi vie consolari – Appia, Flaminia – vengono restaurate, allungate, rinforzate. Ogni strada è un’arteria di basalto che porta uomini, eserciti, merci e ordini verso mare e province. Il Tevere e il porto di Ostia sono cerniere vitali di questo sistema.

Tra fine IV e, più probabilmente, nel primo quarto del III secolo a.C., anche la Via Campana viene rimaneggiata. Antica direttrice verso saline e campagne portuensi, deve affrontare la faglia idrotermale del fondovalle tiberino: terreno instabile, vapori sulfurei, polle calde e sorgenti salmastre. I Romani la superano con un viadotto sostenuto da una sequenza di ponti in pietra.

Nel 2001, durante i lavori per la nuova Fiera di Roma e per un impianto sportivo, gli archeologi – guidati da Mirella Serlorenzi con G. Ricci e A. De Tommasi – ne riportano alla luce tredici, ma i ponti sono molti di più. Le strutture hanno spalle in calcestruzzo rivestite internamente in tufo; sopra, una volta a botte con costolature laterizie e facciata ad archi in laterizio.

Il Ponte n. 9 è il gigante: supera due polle idrotermali ravvicinate con fondazioni in cassaforma lignea, conglomerato cementizio e malta di pozzolana. Forse possiede due condotti laterali e una pila centrale piena alleggerita da un occhione. Subisce restauri classici e tardoantichi, tentativi di riempire o deviare le polle.

Lo scavo riguarda 130 metri della Via Campana, presso la vedetta semaforica della Bufalora, al km 17,500 della moderna via Portuense. Nel Saggio A emerge il Ponte n. 1; nel Saggio B, il Ponte n. 2 e il Ponte n. 3. In via Sabadino, traversa dell’attuale via Portuense, si individua un segmento di rifacimenti traianei. Le immagini satellitari mostrano ancora il tracciato verso la Chiesuola di Ponte Galeria.

Sotto il Ponte n. 9, in una fossa di fondazione, si trova un altare sotterraneo dedicato a quattro ordini di divinità: Genius loci, Nettuno, Ninfe e demoni. È un vano ipogeo predisposto tra fine IV e inizio III secolo a.C., con oggetti disposti secondo uno schema rituale: un bronzo romano-campano per il Genius loci, una conchiglia Cerastoderma glaucum per le Ninfe o Fons, un chiodo di ferro con borchietta per i demoni, frammenti ceramici da libagione e banchetto. Poco distante, una tibia umana priva di epifisi, da un corpo già sepolto.

Si tratta di una deposizione rituale legata alla costruzione del viadotto. La religio romana vede qui più tabù insieme: costruire un ponte, attraversare acque salmastre, chiudere sorgenti, affrontare acque bollenti considerate porte verso l’Ade. Serve un rito capace di placare più divinità contemporaneamente.

Il rito prevede purificazione del suolo, libagioni, focacce su piattelli Genucilia, incensi in thymiateria, quindi offerte: moneta, conchiglia, chiodo, tibia. Non un sacrificio umano, ma un sostituto simbolico da necropoli per trasferire forza vitale alla struttura.

Alla Magliana, tecnica e fede si fondono. Sotto la strada, un altare nascosto custodisce il patto con gli dèi; sopra, la pietra prosegue verso il mare.

Tre secoli prima di Cristo, la Magliana è un luogo inospitale: terreno saturo d’acqua salmastra, sorgenti termali sulfuree, faglia del fondovalle tiberino. Qui i Romani tracciano la Via Campana come viadotto su una sequenza di ponti, sfidando il cuore instabile della terra.

Nel primo quarto del III secolo a.C., la soluzione è un tracciato sopraelevato con ponti in pietra: spalle in calcestruzzo rivestite in tufo, volte a botte con costolature laterizie, archi in laterizio pieno. Il Ponte n. 9, il maggiore, supera due polle idrotermali con fondazioni in cassaforma lignea, conglomerato cementizio con malta di pozzolana, forse due condotti laterali e una pila centrale con occhione.

Tra il 2001 e il 2005, durante i lavori per la nuova Fiera di Roma, l’équipe di Mirella Serlorenzi scava a fondo le strutture. Il Saggio C intercetta la viabilità medio-repubblicana e porta alla luce un deposito rituale nelle fondazioni: due fosse sovrapposte (2,60 × 7,80 m e 2 × 6,35 m) contenenti resti di un sacrificio di espiazione.

Gli oggetti, pochi e selezionati: una moneta in bronzo romano-campano (RRC 16, 300-270 a.C.) per il Genius loci, una conchiglia Cerastoderma glaucum per Fons e le Ninfe, un chiodo di ferro con borchietta per i demoni, una tibia umana priva di epifisi da un defunto antico; frammenti ceramici da libagione e banchetto – mortai, bacini, olle, brocche, anfore, skyphos, coppe, piattelli Genucilia, coppette miniaturistiche a vernice rossa o nera, alcune a thymiaterion.

Paola Tuccimei documenta un sistema termale attivo a 60–70 metri di profondità. Tecnologicamente i Romani non temono la palude termale; culturalmente, però, violano quattro tabù: costruire un ponte, attraversare acque salmastre, chiudere sorgenti, affrontare acque bollenti considerate porte verso l’Ade. Il pontefice incaricato orchestra così un rito capace di placare Genius loci, Nettuno, Ninfe e demoni.

Il cerimoniale prevede apertura del cantiere, purificazione del suolo, libagioni, focacce su piattelli, incensi nei thymiateria, frammentazione rituale della ceramica. La moneta funge da pedaggio per Nettuno; la conchiglia è offerta alle Ninfe; il chiodo “inchioda” i demoni; la tibia richiama il sacrificio umano del Ponte Sublicio, ma in forma simbolica.

Fonti antiche confermano: Varrone distingue altaria, are e fosse per divinità celesti, terrestri e infernali; Stazio narra sacrifici fluviali per ponti; Tacito ricorda il suovetaurilia sull’Eufrate. Le Saline della Via Campana, estensione del mare, sono sotto la protezione di Nettuno, come indica un’epigrafe del “conductor Campi Salinarum Romanarum”.

Completato il viadotto, l’altare ipogeo scompare alla vista: sopra, carri e legionari sul basalto; sotto, gli oggetti custodiscono il patto tra Roma e le forze invisibili.

Il piccolo vano sotterraneo sotto l’arco del Ponte n. 9 custodisce un linguaggio di oggetti selezionati, ciascuno con un destinatario preciso. La moneta è un bronzo romano-campano (300-270 a.C.): forse pagamento al Genius loci o pedaggio a Nettuno, signore delle acque salmastre, come ricordano epigrafi delle vicine Saline; forse amuleto, poiché si credeva che gli spiriti maligni non attraversassero forme circolari metalliche.

Accanto, una conchiglia Cerastoderma glaucum, dono probabile alle Ninfe delle sorgenti – “Nullus enim fons non sacer” – o al dio Fons, venerato al VI miglio della Via Campana. Un’epigrafe di Poggio Bagnoli conferma l’associazione alle Ninfe.

Il terzo oggetto è un chiodo di ferro con borchietta, rinvenuto poco fuori dalla fossa: forse perso, o deposto per “chiudere” simbolicamente la struttura. Se rituale, richiama il clavum figendi, gesto apotropaico per “inchiodare” spiriti e demoni nel sottosuolo.

L’oggetto più inquietante è una tibia umana, da individuo sepolto da tempo. Evoca il sacrificio umano arcaico del Ponte Sublicio, qui sostituito da un surrogato simbolico prelevato da una necropoli per trasmettere forza vitale alla struttura senza violare la legge.

Le interpretazioni divergono, ma la selettività e la combinazione degli oggetti delineano un quadro rituale: ogni elemento parla a una divinità, e insieme compongono il cuore del super-rito.

Il rito affronta quattro tabù: unire ciò che la natura separa, attraversare il dominio di Nettuno, ostacolare le Ninfe, sfidare ingressi al mondo dei morti; e deve placare Genius loci, Nettuno, Ninfe e demoni.

Il pontefice conduce la sequenza: purificazione del suolo, libagioni, focacce su piattelli Genucilia, incensi nei thymiateria, frammentazione della ceramica; poi i doni – moneta, conchiglia, chiodo, tibia – ciascuno con funzione precisa.

A viadotto completato, sopra passano carri, mercanti e soldati; sotto, nella fossa del Ponte n. 9, resta fissato il patto tra ingegneria e gesto religioso.

La tibia rinvenuta sotto il Ponte n. 9 appartiene a un maschio adulto, ma non a una morte recente: le epifisi mancanti indicano un corpo sepolto da anni. È un osso esumato, non prova di un sacrificio cruento, ma la sua collocazione nella fossa di fondazione evoca il rito arcaico del Ponte Sublicio.

Nella Roma antica, costruire un ponte significava violare l’ordine naturale: per ottenere il consenso divino si celebravano i piacula operis faciundi, che secondo la leggenda prevedevano vittime umane offerte al Tevere. Varrone ricorda che il pontefice – da pontem facere – presiedeva la cerimonia per garantire la pax deorum. Con il tempo il rito fu addolcito, sostituendo ai corpi fantocci di giunco. Mircea Eliade spiega che la morte rituale, anche simulata, trasferisce alla costruzione la vis della vittima, trasformandola in spirito guardiano.

La tibia della Via Campana rientra in questa tradizione come soluzione intermedia: non un corpo vivo, ma un frammento umano, sufficiente a trasmettere forza vitale e a placare le divinità senza infrangere la legge. Resti umani in fondazioni sono documentati alla Domus Regia, nelle Mura Palatine, nell’Equus Domitiani e al Carcere Mamertino; e, nonostante il senatoconsulto del 97 a.C. vietasse i sacrifici umani, fonti ricordano eccezioni nel 228, 215, 113 a.C. e perfino durante la congiura di Catilina.

Alla Magliana, la tibia – deposta con frammenti ceramici e un thymiaterion miniaturistico – è l’ultimo dei quattro doni rituali della fossa: moneta che paga, conchiglia che placa, chiodo che blocca, osso che vitalizza. È offerta a Nettuno e alle divinità ctonie, signori di acque profonde e sottosuolo.

Si può immaginare il momento: il pontefice presiede, la tibia è posta tra il guscio marino e i piattelli Genucilia, la fossa viene sigillata. L’osso diventa parte del viadotto, custode invisibile dell’opera.

Il super-rito risponde a quattro tabù infranti: unire ciò che è separato, attraversare le acque salmastre di Nettuno, ostacolare le sorgenti delle Ninfe, sfidare acque bollenti considerate porte verso l’Ade. La Via Campana, al km 17,500 della moderna Portuense, è così un’opera ingegneristica costruita sopra un accordo: pietra e fede unite per sfidare acqua e tempo.

Nel III secolo a.C., Roma fonde tecnica e religione, inganno rituale e rispetto delle leggi: alla Magliana la pax deorum è condizione materiale, sepolta nelle fondamenta e destinata a durare finché il ponte resterà in piedi.


(articolo aggiornato il 17 Agosto 2025)