616 a.C. Un carro lascia Tarquinia diretto a Roma. A bordo viaggiano Lucumone, figlio dell’esule corinzio Demarato, e la moglie Tanaquil, nobile etrusca ed esperta augure. Alle porte dell’Urbe, raccontano Livio e Dionigi, un’aquila piomba dal cielo, afferra il cappello del giovane e lo restituisce. Tanaquil lo interpreta come segno di un destino regale. Lucumone assume il nome di Lucio Tarquinio e si prepara a entrare nella storia.
Alla morte di Anco Marzio, in un sistema in cui la monarchia non è ereditaria, Tarquinio conquista il favore popolare ed è eletto quinto re di Roma. Inizia una stagione di trasformazioni: amplia il Senato con l’ingresso di cento nuovi membri, riforma la cavalleria raddoppiando le centurie equestri, introduce i simboli monarchici etruschi — trono eburneo, toga praetexta, scettro con aquila — e riceve i segni supremi del potere, dalla corona d’oro ai dodici littori.
Il primo conflitto lo oppone ai Sabini. Sul ponte Sublicio ordina di incendiare cataste di legna trascinate dalla corrente: la passerella cede dietro al nemico, i Sabini si disperdono, Roma vince. Il trattato fissa il Tevere come confine e porta la dedizione di Collazia con la consegna di ostaggi.
Il ponte Sublicio diventa un nodo vitale. Primo ponte stabile in legno di quercia, già costruito sotto Anco Marzio, ora assume ruolo strategico. Da quel varco giungono mercanti e aristocratici etruschi con bronzi, buccheri, stoffe pregiate. Il mercato sul Tevere si anima; i dazi su sale e carne finanziano nuove opere. Probabili insediamenti senatori sorgono sulla Velia, mentre il re costruisce argini a protezione del mercato. Resti di palificate datate al 600 a.C. sembrano confermarlo.
Parallelamente nascono i primi giochi pubblici. Tarquinio istituisce corse di carri e danze armate sul modello etrusco, i protoludi Romani, antesignani dei futuri ludi. Ogni primavera le sei centurie equestri sfilano in Campo Marzio, compiono tre giri intorno all’ara di Marte e offrono le lance al dio. Dalla tribuna, più tardi detta Rostra, il re distribuisce parte del bottino, rinsaldando il legame con il popolo.
Sul fronte delle grandi opere le fonti divergono. Livio attribuisce a Tarquinio Prisco l’avvio della Cloaca Maxima, del Circo Massimo e del tempio di Giove sul Campidoglio, votato in guerra. Dionigi assegna invece al successore Tarquinio il Superbo il completamento di questi cantieri. Una lettura conciliativa vede in Prisco l’ideatore e in Superbo il realizzatore. Durante gli scavi del Capitolium emerge intatto un teschio umano: un presagio che lega il nome stesso del colle al destino di Roma.
Cloaca Maxima, Circo Massimo e Tempio di Giove
Nella valle tra Palatino e Campidoglio l’acqua piovana ristagna, creando una zona paludosa. Lucio Tarquinio Prisco vede in quel disordine una sfida e avvia i lavori di canalizzazione che daranno origine al primo tratto della Cloaca Maxima, grande collettore a cielo aperto rivestito di cappellaccio, completato poi da Tarquinio Superbo. Le analisi dendrocronologiche datano l’intervento al terzo quarto del VI secolo. Quando la falda si abbassa resta una spianata di limo compatto: il futuro Foro.
Gli schiavi etruschi lavorano senza sosta tra ceste di fango e carrucole di legno. La tradizione racconta che il re segue di persona i cantieri, segnando ogni deviazione d’acqua con cippi. Alcuni frammenti con iscrizioni arcaiche, rinvenuti secoli dopo, sono stati messi in relazione con quei lavori. Tarquinio avrebbe disposto anche un primo esproprio, ordinando la rimozione di steccati privati dal collettore.
Per celebrare la bonifica istituisce giochi sul modello etrusco. Nella valle Murcia, tra Palatino e Aventino, traccia la pista del Circo Massimo: una spianata lunga sette stadi, con gradinate lignee e una spina di pietre. Qui si svolgono i primi Ludi Romani, con danze armate, corse di quadrighe e flauti etruschi. Uno strato compatto di limo, datato tra 580 e 560 a.C., testimonia la stabilizzazione del terreno.
Sul Campidoglio prende forma l’ambizione più alta. Sulla vetta meridionale Tarquinio avvia i lavori di spianamento e costruzione del podio destinato al tempio di Giove Ottimo Massimo. La pianta è tuscanica, con tre celle dedicate a Giove, Giunone e Minerva. Le fondamenta in blocchi ciclopici di tufo, visibili nei Musei Capitolini, sono attribuite a maestranze di Veio. Durante gli scavi emerge un cranio umano intatto: gli auguri lo interpretano come presagio che lì sorgerà la “testa” dell’impero, dando origine al nome Capitolium, da caput.
Per trasportare i materiali e difendere l’area dalle piene, viene ampliata la rampa che collega il Foro al Campidoglio ed eretti terrapieni verso sud-ovest, base della futura cinta arcaica. Gli stessi materiali rinforzano anche il margine del Circo.
Le fonti divergono sull’attribuzione: Livio assegna a Tarquinio Prisco l’avvio, Dionigi adotta Tarquinio Superbo come completatore. Una sintesi vede nel primo il pianificatore, nel secondo l’esecutore. In meno di un secolo la dinastia etrusca trasforma Roma: Cloaca Maxima, Circo Massimo e Capitolium diventano i pilastri della nuova città monumentale.
La Porta Trigemina e il Foro Boario
I carri carichi di sale risalgono la riva destra del Tevere. Alla fine della Via Campana, prolungata da Tarquinio Prisco oltre il Ponte Sublicio, si apre una fenditura nel tufo: è la Porta Trigemina, varco sud dell’Urbe alla base dell’Aventino. Non è monumentale, ma decisiva: da qui Roma inizia a respirare come emporio.
Il nome richiama tre passaggi affiancati o una struttura lignea tripartita. Solino e Dionigi ricordano che vi furono esposte le teste di Caco, il mostro ucciso da Ercole presso l’Ara Massima. Attraverso questa porta passano pastori dalla Via del Sale, mercanti dall’Aurelia, coloni dall’Ostiense.
Oltre il varco si apre il Foro Boario, centro commerciale dell’età arcaica. Sul pianoro alluvionale, livellato con ghiaia rullata, i solchi dei carri del VI secolo a.C. sono ancora leggibili sotto Santa Maria in Cosmedin. Attorno sorgono cantieri navali, magazzini, posti di guardia. Il porto fluviale, attivo su entrambe le rive, è il cuore dei traffici fino alla fondazione di Ostia.
Tra i banchi del mercato emergono presenze sacre. Al centro, l’Ara Massima di Ercole, dove i mercanti versano vino greco prima di ogni contratto. All’angolo nord, il tempio rotondo di Ercole Vincitore, in tufo dell’Aniene, legato a mercanti di Crotone. Poco più a est, su un dosso argilloso, sorge il tempio di Portuno, dio dei porti e dei guadagni, databile all’inizio del V secolo a.C.
Tra i due santuari si stendono teli di canapa, si affumicano carni, si appendono salumi. Le colonne svaniscono nei fumi del mercato, i buoi muggiscono, le campane scandiscono le trattative. Il dazio si paga in loco: un quadrante per bue, due assi per carro, come rivela una tessera in osso rinvenuta nel 2019.
Per agevolare i traffici, Tarquinio prolunga la Via Campana con un tratto largo dodici piedi, sostenuto da pali di ontano, documentato negli scavi del 2008. La strada piega poi verso il Vicus Tuscus, canale di botteghe etrusche, dove si forgiano bronzi, si modellano buccheri, si vendono oggetti raffinati. Un frammento di lucerna marchiato “Tursk”, scoperto nel 2022, testimonia una comunità etrusca radicata.
La Porta Trigemina diventa cerniera di traffici e mura. Tarquinio la integra nelle nuove fortificazioni, fondendo difesa e accesso, sacro e quotidiano. In età augustea, nel 2 d.C., i consoli Cornelio Lentulo Scipione e Quinzio Crispino Valeriano la trasformano in arco a tre fornici, con fregi bovini e statua equestre. Più tardi i resti vengono inglobati in una torre medievale, poi scomparsi.
La posizione esatta resta discussa: c’è chi la colloca presso via della Greca o il Clivus Publicius, chi verso Rocca Savella, vicino all’Isola Tiberina. Oggi la si tende a situare fra la Bocca della Verità e le pendici dell’Aventino, ma le prove archeologiche non bastano a fissarne i contorni.
Nel crepuscolo del Foro Boario un barcaiolo etrusco getta una moneta sull’ara di Ercole, un mercante greco conta i suoi oboli, un bambino sabino addenta un’alga. Roma cresce così: intrecciando rotte, riti e racconti.
Un varco per gli Inferi sulla Via Campana
La Via Campana corre lungo la riva destra del Tevere, collegando il Foro Boario alle saline presso la foce. È percorsa da carri carichi di sale, guidati da salinatores dal volto segnato dal vento. Strabone la definisce “via d’acque e di sale”; Plinio racconta i tratti più insidiosi, dove i buoi vengono slegati dai timoni e i carri spinti a mano nel fango. Il punto più temuto si trova alla Magliana, in un paesaggio ribollente e velenoso. Vitruvio descrive un bosco da cui sgorga una fonte circondata da ossa di animali.
Quel luogo viene identificato nel 1996 durante i lavori per la nuova Fiera di Roma, al km 17,5 dell’attuale via Portuense, località Torre della Bufalora. Qui, nel 2001, riemerge un tratto della Via Campana: tredici ponti in pietra attraversano una palude idrotermale. La sopraelevazione risale a Traiano, ma sotto affiora un basolato tufaceo su pali di ontano, datato al 643 a.C., in piena età tarquinia.
Il paesaggio è spettrale: zampilli sulfurei, croste ferruginose, nebbie dense e sorgenti bollenti. Dieci camini idrotermali eruttano gas e acqua, e ancora nel 2005 una polla sprigiona anidride carbonica al 25%. Il fondovalle tiberino agisce come valvola del Vulcano dei Colli Albani, liberando vapori e fanghi. Luoghi simili punteggiano il Lazio, dalle Acque Albule a Tor Caldara, fino a Cava de’ Selci: per gli antichi sono vere porte degli inferi.
Secondo la studiosa Serlorenzi, la Via arcaica non giunge fino al mare, bloccata dalle paludi. Solo i salinatores osano attraversarle, forse servendosi di passerelle o ponti lignei in età tarquinia. All’alba i convogli scricchiolano sul legno, i buoi ansimano, i guidatori bruciano lentisco per purificare l’aria, mentre il sole filtra tra vapori sulfurei.
Intanto, a Roma, la dinastia regia è scossa da intrighi. I figli di Anco Marcio, esclusi dalla successione, si travestono da pastori e, con asce celate sotto pelli di capra, colpiscono a morte Tarquinio Prisco. Nella confusione, la regina Tanaquil proclama che il re è solo ferito e affida il potere al genero Servio Tullio. L’esercito resta fedele, il popolo obbedisce, e la morte del sovrano viene celata finché la transizione non è compiuta.
Con fermezza Tanaquil guida la successione, consentendo a Servio di consolidare il potere. L’episodio rivela l’influenza delle donne etrusche nelle vicende monarchiche, la stessa che più tardi Tullia eserciterà nella tragica fine di Servio e nell’ascesa di Tarquinio il Superbo.
Nel Comizio, l’augure Attio Navio taglia una mola di tufo con un rasoio, gesto che consacra le riforme. La pietra rimane esposta come segno di un’epoca nuova. Roma si trasforma in una generazione: una cavalleria moderna, un senato ampliato, un ponte sul Tevere, un apparato regale solenne.
Sul Palatino, al tramonto, Tanaquil osserva il fiume e ricorda il volo dell’aquila che aveva annunciato la regalità del marito. Sa che il potere a Roma non è mai dono, ma eredità da difendere con decisione e sangue.
Le fonti divergono sul tracciato della Via Campana e sul suo legame con Ostia. Alcuni ritengono che in età arcaica si arrestasse alle saline interne; altri ipotizzano un prolungamento già in epoca serviana o tarquinia. Una visione intermedia riconosce che la funzione primaria fu l’accesso ai sali, mentre solo più tardi la strada raggiunse stabilmente il mare.
(articolo aggiornato il 24 Agosto 2025)



