A metà del III secolo la crisi imperiale entra nel vivo: le frontiere sono in fiamme e si susseguono usurpatori e province ribelli.
Nel 249 sale al trono Decio Traiano, un militare convinto che la salvezza di Roma passa da un ritorno rigido alla religione tradizionale: il culto degli dèi deve tornare a essere il collante dell’Impero.
Nel 250 Decio promulga un editto che impone a tutti i sudditi di sacrificare pubblicamente agli dèi di Roma. La prova è il “libellus”, una sorta di certificato-lasciapassare che attesta l’avvenuto sacrificio. Chi rifiuta rischia prigione, tortura e morte: nasce così la prima persecuzione sistematica dei non pagani su scala imperiale, in cui la religione civica diventa a Roma un test di lealtà politica. A farne le spese sono soprattutto i cristiani.
Il regno di Decio è stato una meteora. Ma l’immagine dell’Imperatore persecutore dei cristiani è forse stata cristallizzata nel marmo. Decio avrebbe fatto scolpire una sua statua, a grandezza naturale, nelle vesti del dio Ercole: ha il corpo vigoroso avvolto nella pelle del leone di Nemea, la “leontè”, che circonda spalle e capo; e ha anche una clava al fianco. Nel gennaio 2023 questa statua è stata ritrovata fortunosamente, non lontano dalla Via Appia, in un giardino di quartiere chiamato Parco Scott: la benna di un escavatore, scavando un collettore fognario, ha casualmente urtato il blocco marmoreo riportandolo alla luce.
Il volto della statua è individuale, non idealizzato. Gli archeologi del Parco dell’Appia Antica ipotizzano che si tratti proprio di Decio, ritratto come l’eroe-dio Ercole: fronte e contorno occhi mostrano le celebri “rughe d’ansia” note dai ritratti ufficiali dell’imperatore, pieghe profonde che richiamano la severità pensosa dei modelli repubblicani e la sollecitudine per lo Stato. Questo codice si fonde con il costume erculeo: forza, virtù romana, protezione divina.
Non si tratta di un modello iconografico inedito: prima di lui anche Commodo si era fatto raffigurare con indosso la pelle del leone. Decio, difensore della romanità tradizionale, può aver commissionato una statua che lo presentava come un nuovo Ercole, un nuovo Commodo.
L’identificazione, occorre precisarlo, resta ipotetica, ma l’Ercole di Parco Scott appare come il possibile volto di un imperatore che tentava di salvare un mondo in crisi rivestendo i panni di un eroe antico.
A pochi anni di distanza da Decio, un altro imperatore sceglierà una strada opposta: Gallieno.
Gallieno governa un impero lacerato da invasioni e secessioni regionali, e comprende che la repressione religiosa è inutile, forse anche dannosa. Intorno al 260 emette un editto di tolleranza che sospende le persecuzioni contro i cristiani e consente alle comunità di “uscire dalle catacombe” e riemergere in superficie. A Roma e nelle altre città i cristiani possono adesso riorganizzarsi, ricostruire luoghi di culto abbattuti, recuperare i beni confiscati. Gallieno offre così alla Chiesa circa quarant’anni di relativa pace, decisivi per il consolidamento delle strutture ecclesiastiche e delle reti urbane.
La vicenda dei martiri Abdon e Sennen ci è narrata da una Passio altomedievale, che presenta numerose incongruenze storiche.
La Passio fa risalire la cattura di Abdon e Sennen, nobili orientali, alle campagne militari condotte dall’imperatore Decio (249-251 d.C.) in Persia: i due sarebbero stati quindi condotti a Roma come schiavi e, convertiti al cristianesimo, si sarebbero dedicati alla pietosa assistenza di altri cristiani perseguitati.
Imprigionati, e condotti infine al Colosseo per essere sbranati da belve feroci, Abdon e Sennen avrebbero compiuto un miracolo, ammansendo gli animali.
Alcuni soldati li avrebbero quindi decapitati, facendo i loro corpi in brandelli.
Le Catacombe di Ponziano
Un diacono, di nome Quirino, ne avrebbe raccolto le spoglie, nascondendole.
Anni dopo le spoglie sarebbero state ritrovate dal patrizio romano Ponziano, e sepolte in un campicello di sua proprietà alle pendici di Monteverde, al II miglio della via Portuensis.
Nel tempo, accanto alle spolture di Abdon e Sennen, fiorirà un esteso cimitero catacombale e una estesa necropoli nel sopraterra. Le gallerie ipogee, su più livelli, sono scavate nella roccia arenaria e tufacea e sono purtroppo in gran parte oggi franate. Oggi è percorribile un unico livello.
Va detto che la narrazione agiografica presenta notevoli incongruenze interne e contrasta con la datazione archeologica, che colloca invece la catacomba tra la fine del III secolo e gli inizi del IV.
L’ingresso della catacomba è stato riscoperto nel 1602 da Antonio Bosio, il celebre esploratore della “Roma sotterranea”, per poi venire nel tempo gradualmente dimenticato.
La riscoperta moderna delle catacombe di Ponziano avviene nel 1917, a seguito della costruzione, su via Poerio, 55, del moderno monastero delle Monache benedettine della Divina Volontà, da cui è possibile ancora oggi visitare la catacomba.
Sol Invictus e Mura Aureliane: Roma si chiude in un bozzolo
Nel 270 d.C., dopo decenni di crisi, arriva Aureliano. Nei suoi titoli ufficiali compare “Restitutor Orbis”, il “restauratore del mondo”. Generale abituato alle frontiere, riunifica con le armi un impero che si sta sfaldando: le province ribelli ritornano sotto l’autorità di Roma, le frontiere vengono in qualche modo consolidate, le città ricominciano a guardare all’Urbe come a un riferimento solido.
Ma, come Settimio Severo, Aureliano capisce che la sola forza militare non basta: serve un collante ideologico capace di parlare a soldati e mercanti, a contadini e senatori. Lo trova nel culto del Sol Invictus, il Sole che vince la notte, divinità cara ai militari. Aureliano inaugura un monoteismo solare che prepara, senza saperlo, il terreno al cristianesimo.
Nel 272 d.C., dopo la vittoria su Palmira, fa un voto al dio Sole. Due anni dopo, nel 274 d.C., lo scioglie dedicando a Sol Invictus uno dei complessi sacri più grandiosi di Roma. Il Tempio del Sole, oggi scomparso, sorge nella regio VII Via Lata, nel Campus Agrippæ, nell’area dell’odierna piazza San Silvestro, ed è ornato con i tesori di guerra portati dall’Oriente.
Aureliano eleva Sol Invictus a divinità protettrice dello Stato, istituisce un collegio di Pontifices Solis, nuove corse annuali nel circo e gli Agones Solis quadriennali: il culto solare diventa grande collante spirituale dell’Impero.
L’architettura è concepita come un abbraccio del Sole sulla Via Lata. Un primo cortile porticato rettangolare, circa 55 × 75 metri, è chiuso sui lati lunghi da portici a due ordini di colonne; sui lati brevi si aprono esedre semicircolari e archi monumentali. Un vestibolo quadrato introduce a un secondo cortile più ampio, circa 130 × 90 metri, anch’esso porticato con nicchie e colonne. Al centro si innalza il tempio circolare del Sole, fulcro sacro del complesso, accessibile da più ingressi.
Intorno però non ci sono solo colonne e marmi: corre un vasto portico-magazzino destinato alle distribuzioni alimentari statali. Qui ha sede il deposito dei Vina fiscalia, il “vino di Stato”, che Aureliano vende al popolo a prezzo calmierato. Navate coperte custodiscono anfore di vino, sacchi di cereali, olio; ambienti specifici servono allo smistamento al pubblico.
Questa macchina rientra nelle riforme annonarie dell’imperatore. Oltre a mantenere le tradizionali frumentationes di grano gratuito, introduce distribuzioni sovvenzionate di altri generi – pane cotto, carne suina, vino – per migliorare la dieta della plebe. Il grande portico del Tempio del Sole funziona così da corona monumentale e da emporio pubblico, ultimo anello di una catena organizzata: dagli horrea di Ostia e Portus le derrate risalgono il Tevere, vengono stoccate nei magazzini urbani e infine convergono in questo centro di distribuzione vicino al Tempio del Sole.
Per oltre cinque secoli Roma non aveva sentito il bisogno di una vera cinta difensiva: bastavano da soli il suo nome e le legioni. Ma a metà del III secolo la situazione cambia. Notizie terribili giungono nella capitale: nel 267 la popolazione selvaggia degli Eruli ha saccheggiato Atene; a breve distanza le scorrerie dei barbari Juthungi e Alemanni scendono in Italia, arrivando quasi alle porte dell’Urbe. All’improvviso la capitale scopre di essere vulnerabile.
Tra il 270 e il 275 l’imperatore Aureliano corre ai ripari.
E cinge Roma con una poderosa cerchia muraria lunga circa 18-19 km: le Mura Aureliane.
Porta Portuensis e Porta Ostiensis
Il tracciato si appoggia alla riva sinistra del Tevere, che funge da barriera naturale, ma ingloba anche un piccolo tratto di Trastevere sulla riva destra. Lungo le mura si aprono varchi di servizio, non propriamente delle “porte urbane” monumentalizzate. Uno di questi varchi è in riva destra: è quello da cui esce la Via Portuensis – la futura Porta Portuensis (oggi scomparsa) –, mentre sulla riva sinistra il varco della Porta Ostiensis (l’odierna Porta San Paolo) immette sulla Via Ostiensis verso Ostia.
Per guadagnare tempo Aureliano lavora “a moduli”, aprendo contemporaneamente diversi cantieri, e reimpiega edifici esistenti. La piramide di Caio Cestio, ad esempio, viene inglobata nel bastione della Porta Ostiensis. Due grandi arcate dell’Acquedotto Claudio presso la Porta Prænestina (l’odierna Porta Maggiore), sono trasformate in passaggio fortificato.
La nuova cerchia, molto più ampia delle antiche Mura Serviane, ridisegna il rapporto tra città e campagna: chi arriva da fuori non vede più il Septizodium di Severo e una Roma distesa e aperta, ma una corona di mattoni con varchi bastionati, che la separa e isola dal mondo esterno.
Aureliano lascia ai successori il completamento dell’opera. Nel 279 l’imperatore Probo rafforza la cinta, in particolare nei tratti più esposti come quello trasteverino.
Roma è ormai chiusa nella paura: è a tutti ben chiaro che lo Stato è entrato in una crisi sistemica, con gli eserciti elevati ad arbitri del governo. I militari avanzano richieste sempre più gravose, le casse pubbliche sono esauste, la corruzione dilaga, la forza lavoro scarseggia. Nelle ville rustiche gli schiavi, sempre più rari, vengono sostituiti dai “coloni”: uomini formalmente liberi che si legano al dominus del fondo in cambio di protezione e sussistenza minima. La libertà, barattata con la possibilità di sopravvivere.
L’Urbe chiusa nel bozzolo delle sue mura somiglia ora alle città etrusche di mille anni prima: il tempo migliore è alle spalle, si puntella al meglio il tempo presente e ci si prepara a cedere spazio ai popoli emergenti: i “bar bar”, “quelli che balbettano”. I barbari stanno arrivando.
Un ultimo grande restauratore, Diocleziano, tenterà di stabilizzare la situazione con riforme dure e repressioni nel sangue.
(articolo aggiornato il 29 Novembre 2025)


