Il Terzo secolo d.C. è ricordato come secolo della crisi dell’Impero: si apre con l’avvento di una nuova dinastia, i Severi, salita al trono nel sangue grazie all’esercito; e si chiude nell’anarchia militare, con i soldati ormai completamente fuori controllo.

L’anno di svolta è il 193 d.C., “l’anno dei Cinque imperatori”. Dopo l’uccisione di Pertinace a opera della Guardia pretoriana e la breve parentesi di Didio Giuliano, che ha comprato all’asta il trono vacante, entrano in scena tre generali provinciali: Pescennio Nigro in Oriente, Clodio Albino in Occidente e l’ultimo dei tre, Settimio Severo, in Africa, che alla fine rimarrà l’unico padrone di Roma. Il 193 è un anno corto ma letale, dove l’esercito è arbitro di tutto: decide chi regna, e per quanto può regnare.

Ma Settimio Severo non è uno sprovveduto: giunto a Roma, azzecca subito le mosse giuste.

Per prima cosa, per non fare la fine di Pertinace, scioglie subito la vecchia Guardia pretoriana: con un pretesto la fa uscire dalla città, la circonda con le sue legioni e la licenzia in blocco. La sostituisce con soldati scelti delle province, veterani fedeli alloggiati nei “Castra Nova” presso il Laterano. I soldati provinciali portano a Roma culti nuovi: Epona, dea celtica dei cavalli, e soprattutto il culto personale del Genius dell’Imperatore. Da qui in avanti il potere a Roma si ammanta di un’aura quasi divina.

La seconda mossa di Severo riguarda l’Annona, cioè l’approvvigionamento del grano per la capitale. Per nutrire la plebe romana Severo interviene sui porti alla foce del Tevere, Ostia e soprattutto Portus. Qui, intorno al bacino esagonale scavato da Traiano, si apre un cantiere colossale: si ampliano magazzini e banchine, si sistemano darsene e canali, si migliora la via Portuensis che risale verso la città. In quest’area prende forma il grande complesso dei cosiddetti “Magazzini severiani”, a pianta a “L”, in mattoni e calcestruzzo, affacciati su più livelli sul bacino tramite corridoi e portici interni.

Subito a ovest sorge il Palazzo imperiale: un passaggio voltato collega direttamente i magazzini alla residenza marittima del sovrano, corridoio protetto dove si controllano documenti e carichi. In sostanza il palazzo funziona come dogana e dazio del porto. Portus torna così a essere un organismo brulicante, come al tempo di Traiano: moli, horrea, darsene e canali convogliano grano, olio e vino verso l’Urbe.

Il figlio di Severo, Caracalla, proseguirà i lavori con dragaggi dei fondali, rinforzi alle banchine e una nuova arteria costiera, la Via Flavia-Severiana, che segue la linea dei canali e collega l’impianto di Portus con l’abitato residenziale di Ostia e il vecchio porto fluviale.

Nel 203 d.C. l’azione di Severo si sposta nel cuore di Roma. Nel Foro innalza un arco trionfale per celebrare le sue campagne orientali. Sull’iscrizione compare anche il nome dell’altro suo figlio, Geta. Una curiosità: quel nome si presenta oggi cancellato a colpi di scalpello, quando, dopo la sua tragica uccisione, Geta sarà colpito da damnatio memoriæ.

Intanto, ai piedi del Palatino, rivolto verso la Via Appia, l’Imperatore fa costruire il Septizodium. Non è un edificio, destinato ad essere abitato, ma soltanto la facciata spettacolare di un edificio, alta tre piani, fatta di colonne, nicchie e giochi d’acqua: dietro, praticamente, non c’è nulla. Chi arriva a Roma da sud, dall’Appia, vede prima di tutto questa enorme quinta monumentale che accompagna l’ingresso a Roma. Il nome rimanda probabilmente alle sette divinità planetarie, con l’imperatore identificato con la principale di esse, il dio Sole: un manifesto politico che proclama un potere assoluto, esteso non solo sulla terra, ma anche sul cielo e sull’intero cosmo.

La Tomba dei Geni danzanti: la perpetua danza della vita

Mentre il centro urbano di Roma celebra il potere dei Severi, ai margini dell’Urbe, lungo le vie consolari, le necropoli suburbane raccontano però dell’altro. La morte è il momento della verità: le necropoli parlano con linguaggi espliciti, indifferenti alla propaganda.

Nel 1951, su via della Magliana antica, nell’area di Pozzo Pantaleo, è emersa una coppia di tombe. La prima, famosissima, è quella dei Campi Elisi, di epoca adrianea. Ma accanto è emersa una seconda tomba, più tarda, risalente proprio al tempo dei Severi. È la Tomba dei Geni danzanti.

È un piccolo sepolcro a camera, scavato nel tufo. La tomba misura appena cinque metri quadri: una camera ad uso di una sola famiglia, con nicchie per le urne cinerarie e fosse per l’inumazione, testimonianza di un momento di transizione in cui cremazione e sepoltura convivono.

La volta ha un impianto geometrico originale, basato sull’intersezione di cerchi e quadrati, che crea una sorta di scacchiera. In questo reticolo trovano posto una trentina di medaglioni modulari in stucco bianco-avorio. La metà di esse presenta un motivo ripetuto: un fiore al centro di un quadrato dai lati concavi, iscritto in un cerchio con gigli stilizzati alle estremità; le concavità dei quadrati generano a loro volta nuovi cerchi.

Negli altri medaglioni compaiono figure tutte diverse, unite dal tema della “danza della vita”: il genio alato danzante, con lunghi capelli e panneggio in movimento; un satiro e una ninfa nuda; un’altra figura femminile dalle vesti mosse dal vento; cupidini (putti alati) alla guida di una biga; i Dioscuri al galoppo; genii a cavallo di un ariete; una tigre, un caprone, un grifone.

Sulla parete frontale il tema continua con due cupidini in stucco che sorreggono festoni vegetali; sotto di loro una siringa, il flauto di Pan, evoca una musica pastorale. Alla luce tremolante delle lucerne dei rituali funebri, i rilievi degli stucchi proiettavano ombre mobili: figure e animali sembrano correre e danzare sulle pareti, avvolgendo il defunto in un vortice di movimento.

Le dimensioni ridotte e la ricchezza delle decorazioni rimandano a un piccolo nucleo familiare agiato, che affida alle immagini un messaggio consolatorio: la morte come passaggio in un ciclo che si rigenera senza fine, una primavera eterna alle porte di Roma, lontano dalle grandi cerimonie ufficiali.

Nel 1951 il sepolcro è stato intagliato dalla parete in un unico blocco di tufo. Con un’operazione non facile è stato trasportato al Museo Nazionale Romano, dove è stato restaurato nel 2008. Oggi la Tomba dei Geni danzanti è visitabile: ci si affaccia nella piccola camera funeraria e ci si ritrova al centro di quella danza sospesa, in ascolto muto di una voce privata dell’antica Via Portuensis.

Un ipogeo per Dike, la dea (sconfitta) dell’Età dell’Oro

Anche la necropoli di Vicus Alexandri, lungo la via Campana alla Magliana, ci racconta il tempo dei Severi.

Qui, sotto la moderna chiesina di Santa Passera, nel suo livello più basso, si trova l’Ipogeo di Dike, un piccolissimo sepolcro sotterraneo. Il sepolcro originario era probabilmente di un’epoca precedente: il vano ipogeo destinato al culto della dea Dike è probabilmente un’aggiunta, quando il riempimento degli spazi e il diritto di edificare “ab inferis ad cælum” spingeva i proprietari a scavare verso il basso o ad aggiungere piani verso l’alto, trasformando le tombe in torri precarie.

Per accedervi, oggi si scende nell’ipogeo per una stretta scaletta: il cubicolo misura meno di due metri di lunghezza e poco più di uno in larghezza, senza finestre né aerazione, un ambiente davvero terrificante per chi soffre di claustrofobia.

Le pareti sono intonacate di chiaro, incorniciate da fasce rosso porpora. La famiglia proprietaria resta fedele alla religione tradizionale: le immagini attingono tutte all’iconografia pagana. Sulla parete lunga, però, un ciclo pittorico raffigura una divinità insolita: la dea Dike, affiancata da un volatile e da un pugile, figure dense di colore, senza contorni netti.

La dea Dike dei greci, identificata con la latina Vergine Astrea, è la personificazione divina della giustizia: protegge chi subisce torti e punisce chi sfugge ai tribunali umani. Porta una bilancia per soppesare le colpe e una spada per punirle. Il suo culto si diffonde a Roma dal I secolo d.C. e richiama l’immaginario dell’Età dell’oro, un tempo mitico in cui dèi e mortali vivevano in armonia. Il poeta Ovidio, nelle Metamorfosi, ne descrive la partenza dal mondo corrotto degli uomini: “Victa iacet pietas et Virgo cædet madentes terras” (Metamorfosi I, 149): la pietà giace sconfitta e Dike abbandona una terra intrisa di sangue.

Pregare Dike, nell’ipogeo della Magliana al tempo dei Severi, è quasi una sfida al culto imperiale: la dea è un giudice inflessibile, che trascende poteri e stagioni politiche. Il suo ritorno significherebbe una nuova età dell’oro e la condanna di un ordine percepito come ingiusto, frutto dell’arbitrio. L’affresco di Vicus Alexandri la mostra come una vergine guerriera, con bilancia e spada; accanto, il volatile ad ali spiegate e il lottatore nudo compongono un motto implicito: “Riposa sereno / chi ha lottato / per la giustizia”. La decorazione è un sussurro contro le angherie del tempo dei Severi, una speranza affidata alle pareti che la Giustizia divina riporti equilibrio sulla bilancia del mondo.

Sulla parete opposta resiste la figuretta corrosa di una pecora, mentre sulla volta si riconoscono ancora stelle a sei o otto punte.

Poco distante dall’Ipogeo di Dike, in via Teodora alla base della medievale Torre del Giudizio, si trova un’altra tomba, probabilmente coeva, oggi non visibile: i restauri in programma lasciano intravedere la possibilità di restituire alla Magliana un ulteriore frammento del paesaggio funerario severiano.

Forma Urbis e Terme di Caracalla

Ritorniamo nell’Urbe, nel cuore cittadino del Foro. L’anno è il 203 d.C.

Una squadra di scalpellini è all’opera, nella Bibliotheca Pacis, all’interno del complesso del Tempio della Pace, su una parete di circa 18 × 13 metri. Su circa 150 lastre di marmo prende forma una mappa senza precedenti: è la Forma Urbis Severiana, la grande pianta marmorea di Roma voluta da Settimio Severo.

La Forma Urbis raffigura in scala 1:240 la pianta al suolo di Roma: con templi, palazzi, insulæ, persino i vicoli più minuti. Nasce probabilmente dopo il grande incendio del 192, per aggiornare una precedente pianta di epoca flavia, ai tempi di Vespasiano. La Forma Urbis sembra una sorta di catasto urbano: un archivio di pietra per edifici, isolati, proprietà.

Ma al di là del suo utilizzo pratico, la Forma Urbis è soprattutto un manifesto ideologico. La pianta esalta il centro monumentale: templi, palazzi imperiali e complessi termali compongono una Roma compatta, ordinata, trionfante. Le periferie, i quartieri popolari dove vive la maggior parte degli abitanti, sono rese in modo più sommario, ai margini della scena. E non si tratta di una svista: è la Roma che il potere vuole far vedere, armoniosa e eterna nonostante le tensioni del tempo.

Col passare dei secoli le lastre vengono smontate, spezzate, riutilizzate nelle nuove costruzioni: la pianta si disgrega e i frammenti si perdono nelle murature medievali e moderne.

Nel 1562, presso la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, nell’area dell’antico Tempio della Pace, riaffiorano i primi pezzi. Nei secoli successivi ne emergono oltre un migliaio: oggi conosciamo circa 1200 frammenti, cioè solo il 10-15% della superficie originaria. Alcuni tasselli sono stati copiati dagli antiquari del Cinquecento, salvandone almeno il disegno.

Tra il 1903 e il 1924 i frammenti sono esposti nei cortili dei Musei Capitolini, poi trasferiti all’Antiquarium del Celio. Nel 2002 un progetto digitale dell’Università di Stanford cataloga e fotografa tutti i pezzi noti, proponendo nuovi accostamenti: il grande puzzle di marmo entra nell’era dell’informatica e la mappa di Roma antica comincia a ricomporsi. La Forma Urbis diventa così una fonte fondamentale per la topografia dell’Urbe.

Dal 2024 i frammenti trovano un allestimento dedicato nel Parco archeologico del Celio, collocati su una grande pianta moderna di Roma, la Pianta di Nolli del 1748, che ne suggerisce l’immagine globale.

Ritornando al nostro racconto, nell’anno 211, quando la mappa è ormai pronta, Settimio Severo muore, durante una campagna militare in Britannia. Lascia l’impero ai suoi due figli, Caracalla e Geta: dietro la facciata marmorea della Forma Urbis si prepara la frattura che disgregherà l’Impero.

L’anno 211 d.C. è un anno di sangue. Nel palazzo imperiale Caracalla, divenuto imperatore alla morte di Settimio Severo, convoca il fratello e co-imperatore Geta. Davanti alla madre, dà ordine alle guardie di ucciderlo, mentre Geta cerca l’ultimo rifugio tra le braccia della madre. Questo è l’esordio sanguinario di un regno di terrore, che Roma e il Senato subiscono attoniti.

Eppure Caracalla – uomo esecrando, sovrano lungimirante – lascerà alla città eredità durature.

Nel 212 emana la Constitutio Antoniniana: quasi tutti gli abitanti liberi dell’Impero diventano ora cittadini romani. Dietro c’è un calcolo fiscale – più cittadini, più contribuenti – ma anche un disegno politico e religioso: unificare un impero immenso sotto un’unica legge e sotto gli stessi dèi, creando un’unica comunità nazionale.

Uniformando lo status giuridico, però, Caracalla rende più fitta la rete di città e strade: le idee circolano meglio e di più, comprese quelle dei culti “altri” rispetto al paganesimo. È da allora che la nuova fede del cristianesimo, comincia a radicarsi in tutto l’Impero.

Tra il 212 e il 216 d.C. l’imperatore dona all’Urbe un gigantesco “parco giochi”: le Thermæ Antoninianæ, sul margine meridionale dell’Urbe, tra Aventino e Celio. Il Romani di oggi le conoscono con il nomignolo di una filastrocca: “Le Terme di Caracalla, dove i Romani giocavano a palla”.

Il complesso è enorme: copre oltre 13 ettari, può accogliere fino a 1600 bagnanti contemporaneamente, cioè decine di migliaia al giorno. Caracalla rende le terme “un gioco per tutti”. Per costruirle Caracalla ha fatto sbancare un intero pendio e ha rimosso circa mezzo milione di metri cubi di terra, con muri di sostegno, per portare tutto in piano, alti fino a 14 metri. Nei cantieri lavorano migliaia di operai, affiancati da artigiani, artisti e ingegneri da tutto l’Impero.

All’interno le terme appaiono come una piccola città dello sport e dello svago: con palestre, biblioteche, giardini, sale rivestite di marmi policromi e mosaici, viali costellati di statue colossali. Sono templi del benessere, aperti a ricchi e poveri, pensati per elevare insieme corpo e mente dei cittadini.

Nei sotterranei si apre anche un mitreo, santuario del dio orientale Mitra, dove i militari partecipano a rituali riservati e segreti, lontani dai culti ufficiali dei grandi templi urbani.

Per integrare il nuovo colosso nel tessuto urbano, Caracalla ridisegna anche strade e acquedotti. Nasce così la Via Nova Antoniniana, che collega le terme alla via Appia e all’area del Circo Massimo, incanalando qui i flussi di visitatori. L’enorme fabbisogno idrico è garantito da una derivazione dell’Acqua Marcia, l’Aqua Antoniniana, un nuovo acquedotto che attraversa la Via Appia appoggiandosi al preesistente Arco di Druso e riempie le cisterne dell’impianto termale, alimentando anche fontane monumentali.

Inaugurate nel 216 d.C., le Terme di Caracalla resteranno in funzione per oltre tre secoli. Imperatori come Aureliano e Diocleziano ne cureranno i restauri. L’abbandono arriva nel 537 d.C., durante l’assedio dei Goti, quando il taglio degli acquedotti spegne per sempre i flussi d’acqua che alimentavano il grande impianto termale.


(articolo aggiornato il 29 Novembre 2025)