Il tempo distopico che segue la morte di Giulio Cesare e segna la fine della Res publica e l’avvento del Principato è raccontato in una lastra di marmo, ritrovata in frammenti nel 1898 nelle campagne portuensi in località Santa Passera, lungo via della Magliana.
La lastra conteneva una lunghissima iscrizione latina, di cui ci sono pervenuti 132 versi: la lunghezza complessiva doveva essere di circa 180. Sebbene i versi superstiti non nominino mai direttamente la donna, gli studiosi danno subito alla lastra il nome di “Laudatio Turiæ”, l’elogio funerario di Turia.
La donna è nata nella prima metà del I secolo a.C., in una Roma cosmopolita, opulenta, frequentata da artisti e maestri greci. La sua è una famiglia agiata, con proprietà fondiarie nell’hinterland cittadino.
La sua infanzia, ci racconta la lastra, è segnata da un trauma terribile: durante una rivolta servile, gli schiavi della villa campestre in cui risiedono i genitori, uccidono i suoi genitori davanti ai suoi occhi. I servi ribelli però hanno pietà della bambina, che risparmiano.
La vita di Turia è attraversata da dure prove già dall’infanzia. Ma il dolore non la piega: anzi, le tempra il carattere.
Fin da bambina i genitori la hanno promessa in sposa a Quinto Lucrezio Vespillone: bello, nobile, oratore di talento. Lei lo ascolta parlare e, nel suo cuore di bimba, ne è già innamorata: si tratta soltanto di aspettare il tempo giusto per il matrimonio e la felicità arriverà anche per lei.
Ma Vespillone – e nel mondo latino il soprannome non è mai casuale! – è alto, magro e pungente come una vespa. È una “testa calda”: non esita a dire le parole più scomode nei momenti meno opportuni. Proprio alla vigilia delle nozze Vespillone si trova lontano, in Macedonia, coinvolto nella guerra civile tra Cesare e Pompeo. Fa sapere a Turia che, almeno per il momento, i combattimenti lo trattengono lì. Per ora insomma niente matrimonio: bisogna attendere che la Storia faccia il suo corso.
Turia non si scompone: ha affrontato prove ben peggiori. Non ha fretta: decide di aspettare il suo rientro. Così, congeda gli altri pretendenti che cominciano a bussare alla sua porta, fa la valigia e si trasferisce a casa della futura suocera, in attesa del suo futuro marito.
Turia è una “promessa sposa”, ma nel frattempo, tecnicamente, resta una “zitella”, cioè una donna nubile. E il nubilato volontario, nella società romana, è considerato una scelta quasi scandalosa.
I pretendenti bussano ancora alla sua porta, attratti ovviamente più dal suo patrimonio che da lei, ma lei li respinge con puntuale fermezza.
Nel frattempo Turia difende il ricco patrimonio ereditato dai genitori, con determinazione. La villa di campagna, quella dove i genitori persero la vita, viene assaltata da uomini armati legati a Tito Annio Milone. Siamo in un tempo convulso di lotte politiche e confische: la villa era appartenuta in precedenza a Milone, poi era stata confiscata e riassegnata ai genitori di Turia. Milone adesso era intenzionato a riprendersi la villa. Turia capisce subito: arruola un esercito più grande di quello di Milone, va alla villa e respinge gli attaccanti, salvando la sua domus campestre.
La sua forza d’animo e la determinazione cominciano a diventare leggendarie.
Nel frattempo la vita di Turia incontra la “grande Storia”. La guerra civile giunge all’epilogo. Cesare sconfigge il rivale Pompeo e torna a Roma da vincitore, deciso a concentrare il potere nelle sue mani. Per Quinto Lucrezio Vespillone, della fazione di Pompeo, è impossibile rientrare a Roma: il matrimonio va rimandato ancora.
Ma le Idi di marzo (il 15 marzo) dell’anno 44 a.C. sono un giorno che divide la Storia in due: Cesare cade vittima di una congiura. Il corpo del dittatore cade a terra sotto 23 colpi di pugnale, mentre Roma precipita in un vuoto di potere e caos. Per Turia e Quinto Lucrezio Vespillone si apre una stagione di incertezze e di paure.
Testamento di Cesare, investitura ad Ottaviano, lotta contro i Cesaricidi
Nel Foro romano viene letto pubblicamente il testamento di Cesare.
Alla lettura, Roma rimane attonita: si viene a sapere che il giovane Gaio Ottavio, appena diciannovenne, è stato adottato come figlio da Cesare e da questi è stato designato come suo erede politico.
Alla plebe toccano trecento sesterzi a testa; ad alcuni amici di Cesare spettano alcuni beni, mentre la parte restante (i 3/4) dell’immenso patrimonio di Cesare vanno a Ottavio, per finanziare la sua ascesa politica. Ottavio quell’eredità la accetta: rientra in fretta a Roma. E come primo atto cambia il suo nome, diventa Gaius Iulius Cæsar Octavianus.
La notizia incendia la scena politica. I cesaricidi si asserragliano sul Campidoglio, il popolo è inquieto, il generale Marco Antonio, considerato da tutti il “delfino” di Cesare, tenta di imporre il proprio dominio sulla città. Roma vive giorni convulsi, fatti di schieramenti improvvisati e di sospetti. Si combatte al nord, tra Forum Gallorum e Mutina, mentre in città si avvertono i contraccolpi: gli approvvigionamenti di viveri si fanno precari, e circolano continui allarmi e voci di tradimenti.
Ottaviano, sostenuto dal nome di Cesare, si muove con abilità. Il primo passo, nell’agosto del 43 a.C., è farsi nominare console. Da quel momento il aricentro del potere cambia.
Poco dopo, nel novembre dello stesso anno, è il momento di accordarsi con i suoi rivali. Nasce così il Secondo Triumvirato, che lega Marco Antonio, Ottaviano e il pontifex maximus Lepido. La spartizione a tre del potere è sancita da una legge: la Lex Titia.
I tre sono divisi su tutto: ma su una cosa sono d’accordo, la necessità di stilare sin da subito delle lunghissime liste di proscrizione, con sopra incisi i nomi degli avversari politici comuni. Da quel momento a Roma è il fuggi fuggi: le case si svuotano, le famiglie si separano, i nomi dei traditori scritti nei marmi del Foro diventano potenziali condanne a morte.
Tra quei nomi c’è anche quello di Quinto Lucrezio Vespillone, il promesso sposo di Turia.
Turia non si scompone. Il matrimonio è rimandato ancora, e nel frattempo Turia incomincia una sua personale guerra silenziosa: organizza per il marito latitante dei rifugi segreti, fa fondere oro e gioielli per assicurargli liquidità, invia al marito servitori e guardie armate.
Il marito, nella Laudatio, ricorda questo periodo con parole memorabili: “Amplissima subsidia fugæ meæ præstitisti … callide deceptis adversariorum custodibus absentiam meam locupletasti”. Che tradotto significa: “Turia, durante la mia latitanza mi hai dato aiuti enormi, e con la tua astuzia hai aggirato i sorveglianti dei Triunviri, facendomi arrivare tutto ciò di cui avevo bisogno”. Insomma Turia è l’aiutante perfetta: di giorno tesse la lana in casa della suocera, di notte salva il promesso sposo.
Poi arriva il gesto più audace. Turia sa leggere il suo tempo e ha capito che tra i Trinviri ci sono delle frizioni, che intende sfruttare.
Turia si presenta di persona da Lepido per implorare clemenza per il promesso sposo. Lepido però si rifiuta di riceverla: dice che non parlerà con una zitella, una “donna di nessuno”. Ma Turia non demorde: svicola dalle guardie e si presenta al cospetto di Lepido. Lepido reagisce in maniera folle: comincia a malmenarla brutalmente, a mani nude, infliggendole “crudelia vulnera” (ferite sanguinose).
Poi arrivano le guardie. Ricorda la Laudatio: “Pedes prostrata humi … servilem in modum rapta”. Turia viene gettata a terra, e trascinata via come si fa con una schiava ribelle.
Ma Turia non cede: anzi, la reazione violenta di Lepido è il pretesto giusto per metterlo contro l’altro triunviro, Ottaviano. Quando Turia informa Ottaviano, Ottaviano scrive subito l’ordine di revoca della proscrizione di Quinto Lucrezio Vespillone.
A quel punto Turia, scortata dalle guardie di Ottaviano, torna da Lepido: a quel punto Lepido deve cedere. Vespillone adesso può finalmente tornare a Roma.
Nella Laudatio Vespillone scriverà che deve la vita, in egual misura, a Turia e Ottaviano.
Intanto, la partita decisiva si gioca lontano da Roma. Nell’ottobre del 42 a.C., a Filippi, in Grecia, gli eserciti dei Triumviri affrontano i cesaricidi, Bruto e Cassio. La vittoria è netta: i cesaricidi sono annientati, e la Res publica adesso è nelle mani di tre padroni senza rivali.
Il Triumvirato: prima tre uomini al comando, poi due, poi uno solo
Dopo Filippi, il potere dei Triumviri è assoluto, ma l’Italia conosce adesso un nuovo trauma: per ricompensare i veterani di guerra, si devono ora confiscare le terre per ricompensarli. Le terre vengono requisite soprattutto nell’Italia centrale: tra il 41 e il 40 a.C. scoppia così un’insurrezione, la guerra di Perusia (Perugia, in Umbria).
La penisola è sconvolta da tumulti e carestie: i patrimoni nobiliari si frantumano, i magazzini a Roma si ritrovano vuoti.
Vespillone nel frattempo è rientrato a Roma. Si celebra così in fretta un frugale matrimonio: i due erano promessi sposi fin da giovani, il loro è un matrimonio tra due persone ormai adulte.
Devono subito affrontare la prima prova comune: i patrimoni fondiari di entrambi sono minacciati dalle requisizioni forzose e dalle bande dei rivoltosi. Alla fine la spuntano: riescono a proteggere i loro beni. E quando Ottaviano espugna Perusia (febbraio 40 a.C.) e concede la clemenza generale, Turia e Vespillone tirano un sospiro di sollievo.
La situazione politica resta ancora tesa, ma a Brindisi (settembre 40 a.C.) e poi a Miseno (luglio 39 a.C.) i Triumviri rinnovano i patti di accordo.
Le navi adesso tornano a risalire il Tevere cariche di grano: i granai si riempiono, la paura si stempera. Turia e Quinto Lucrezio Vespillone approfittano di questo tempo per ristabilire una quotidianità vigile, riordinando conti e contratti, restaurando le loro domus e vile dopo anni di incertezza.
La tregua tra i Triunviri, però, non dura. Nel 38 a.C. la pace con Sesto Pompeo, che controlla la Sicilia e i mari come un pirata, si rompe. Ottaviano, con l’aiuto del fidato generale Agrippa, prepara una poderosa flotta per stanarlo. Lo scontro decisivo arriva il 3 settembre 36 a.C., a Nauloco: le forze pompeiane sono definitivamente annientate.
Intanto, con il pretesto di un complotto, Lepido è esautorato ed esiliato: l’uomo che un tempo aveva trascinato Turia a terra “come una schiava” esce definitivamente dalla scena. Da allora i Triunviri rimangono due: Ottaviano e Marco Antonio.
Per Turia e Vespillone incomincia adesso il tempo della felicità. Si apre un periodo di benessere mai conosciuto prima di allora.
Ma il duopolio Ottaviano-Antonio è fragile: gli anni tra il 35 e il 31 a.C. sono segnati dalla crescente rivalità tra i due padroni del Mediterraneo: Marco Antonio controlla l’Oriente, Ottaviano Roma e l’Occidente.
Il verdetto finale arriva il giorno 2 settembre del 31 a.C., con la battaglia di Azio, in Grecia. La flotta di Ottaviano annienta quella di Antonio unito a Cleopatra, la regina egiziana che non si era mai data per vinta. Un anno dopo, con la caduta di Alessandria e la morte di Antonio e Cleopatra, la contesa è finita.
Nel 29 a.C. Ottaviano rientra trionfante a Roma, e come primo atto e gesto simbolico chiude le porte del tempio di Giano, simbolo della pace ritrovata.
Nel gennaio del 27 a.C. Ottaviano riceve dal Senato il titolo di “Augusto”. E incomincia da quel momento un tempo nuovo: quello di un uomo solo al comando, il “Princeps”.
Per Turia e VEspillone i “tempi quieti e felici” (così li definisce il marito nella Laudatio) si consolidano. Dopo anni di guerre e di proscrizioni, la loro vita è finalmente al sicuro. Insieme.
Il tempo lungo della pace augustea
Con l’ascesa di Ottaviano-Augusto, Roma cambierà aspetto e animo. Incomincerà l’epoca dei grandi cantieri guidati per Augusto dal fidato generale Agrippa. Roma di legno si trasforma in Roma di marmo: la città consolida la stabilità politica in cambio dell’autorità conferita ad un uomo solo.
Dopo anni di rovesci, Turia e Vespillone prosperano, in questo equilibrio regolato.
La loro vita privata si distende: i conti familari sono in ordine, i fondi rustici e le ville sono vigilati da guardie.
Per la coppia incomincia la stagione del prestigio pubblico. Nell’anno 19 a.C. Quinto Lucrezio Vespillone viene addirittura nominato console. La felicità della coppia è al culmine.
Ma al di là delle cariche, ciò che la Laudatio celebra è la solidità domestica: la gestione comune dei beni, la beneficenza in gran segreto verso parenti meno fortunati, una reputazione solida costruita di giorno in giorno, senza clamori.
C’è però un’ombra: la coppia non riesce ad avere figli. Il motivo è persino facile da immaginare: hanno atteso così tanto per sposarsi che per l’età ormai avanzata i figli non arrivato.
Le nuove leggi augustee sulla moralità familiare (18-17 a.C.) premiano chi genera eredi e al contrario penalizzano chi ne resta privo.
In questo clima, la pietra incisa della Laudatio Turiæ ci restituisce la scena più disarmante, l’ultimo colpo di coda di Turia. Turia offre al marito il divorzio. Un divorzio pianificato, affinché il marito possa risposarsi con una donna fertile. Lei si farà da parte, ma considererà comuni i futuri bambini e non richiederà di dividere i beni familiari. Turia insomma si prepara, insieme, alla obbedienza alla legge e alla suprema prova d’amore.
Vespillone, però, rifiuta: i due si sono scelti e rincorsi per una vita intera, lui non la lascerà mai per nessuna. Alla fine la quadratura del cerchio viene trovata: adottano delle ragazze orfane, le crescono come figlie loro. Turia e Vespillone sono così: sanno leggere i tempi che cambiano, e sanno adattarli a un sapere antico.
Il loro matrimonio, ci dice la Laudatio, durerà per quarant’anni. Per l’epoca, un traaguardo davvero invidiabile.
Poi Turia muore, per l’età avanzata, verosimilmente.
Lui, vedovo e affranto, decide di commemorare la sua “sposa senza eguali” con un monumento che è insieme ringraziamento personale e modello pubblico di virtù. L’elogio funebre viene inciso su marmo ed esposto lungo la via Campana, trasformando la memoria privata in lezione collettiva per chiunque passasse per la via.
Col tempo la lapide si spezza, i frammenti si disperdono nella terra. Finché nel 1898 degli operai li ritrovano. E gli studiosi ricompongono la storia.
Quei frammenti, oggi ricomposti, si possono vedere alle Terme di Diocleziano. Nelle loro parole rivive il catalogo delle virtù di una donna tenace: il pudore, la mitezza ma anche la forza d’animo, il rifiuto del lusso, la generosità, fino all’offerta finale (fortunatamente rifiutata) del divorzio dal marito.
La voce di Turia ci arriva così, raccontando in un’unica storia l’intimità familiare di un amore tenace lungo una intera vita, in parallelo con guerre civili, trinviri e l’inizio di un tempo nuovo, quello del Princeps Ottaviano Augusto.
(articolo aggiornato il 14 Settembre 2025)


