Siamo tra il XIII e il XII secolo a.C., nell’ultima fase dell’Età del Bronzo recente. Il Lazio meridionale, con le sue scogliere tufacee affacciate sul Tirreno, è percorso da un vento caldo che scompiglia i canneti delle lagune costiere e accarezza le querce solitarie delle alture. In questa cornice mediterranea, i villaggi costieri stanno conoscendo una sorprendente vitalità. Non più solo insediamenti pastorali, ma piccoli centri agricoli e artigianali in dialogo con un mondo vasto e connesso.

Nelle capanne si maneggiano già tazze micenee a vernice rossa, crateri decorati, oggetti che arrivano da Rodi, Cipro e dalla Grecia continentale. Le rotte marittime tessono una rete che tocca la Fenicia, la Sicilia, la Sardegna, fino all’Egeo e all’oriente mediterraneo. È un’epoca di scambi, di crescita, ma anche di tensione. L’arrivo dei cosiddetti “Popoli del Mare” stravolge gli equilibri: la cultura micenea collassa, le città-stato dell’Egeo si affrontano in una guerra feroce.

Secondo Eratostene, è il 1184 a.C. quando Troia cade, assediata per dieci anni dai Greci. La leggenda narra di un cavallo di legno, dono ingannevole, al cui interno si celano guerrieri. Nella notte, i Greci escono dal ventre del cavallo e aprono le porte: la città brucia.

Tra le fiamme fugge un uomo: Enea, figlio della dea Venere e del mortale Anchise. Con sé porta il vecchio padre, il figlio Ascanio e le statuette dei Penati, gli dèi della casa. Comincia un lungo viaggio, una vera odissea. Dalla Tracia a Delo, da Creta alle coste ioniche, fino a Drepanum, in Sicilia, dove perde Anchise.

Una tempesta lo spinge poi sulle coste dell’Africa. Qui, secondo la tradizione virgiliana, incontra Didone, regina e fondatrice di Cartagine. Nasce un amore travolgente, ma il destino chiama: Enea riparte.

Naviga verso il Tirreno, doppia il promontorio del Circeo e giunge alla foce del Tevere. Qui, sulla riva sinistra, incontra il regno del saggio re Latino, sovrano di una lega di popoli con capitale Laurentum, forse l’attuale Castel Porziano. Re Latino consulta la fonte oracolare della Fons Albunea, presso l’odierna Solfatara di Pomezia. La risposta è inequivocabile: lo straniero va accolto. E sua figlia Lavinia dovrà diventarne la sposa.

La guerra italica e la fondazione di Lavinium

A Laurentum, oggi identificabile con l’area della Tenuta presidenziale di Castel Porziano, Enea e i profughi troiani vengono accolti con tutti gli onori. Ma l’armonia è breve: Turno, re dei Rutuli di Ardea, si oppone al matrimonio tra Lavinia e lo straniero. A lui, infatti, era stata promessa la mano della principessa latina. È l’inizio di una guerra destinata a segnare profondamente il mito delle origini italiche.

Le ostilità coinvolgono numerosi popoli: i Rutuli, sostenuti dagli Aborigeni e guidati da Turno, si scontrano con i troiani. Gli Etruschi si dividono: Tarchon si schiera con Enea, mentre Mezente, crudele e odiato, appoggia Turno. Lo scontro decisivo avviene sulle rive del fiume Numico, poco distante da Laurentum. In un duello epico, i due condottieri si affrontano. Turno cade. Anche Enea è ferito, ma sopravvive. La vittoria gli assicura il diritto di stabilirsi in quelle terre, che da rifugio diventano patria.

All’alba, ancora segnato dalla battaglia, Enea traccia sul terreno i primi solchi della nuova città. Con gesto solenne delimita il perimetro sacro: nasce Lavinium, in onore della sposa Lavinia. Sorge su un rilievo nei pressi dell’attuale Pratica di Mare. Qui, al centro dell’abitato, Enea erige un tempio ligneo per i Penati – gli dèi domestici salvati dalla distruzione di Troia. Il fuoco sacro, acceso con brace dell’antica patria, non deve mai spegnersi: tenerlo vivo significa custodire la memoria.

In uno spazio vicino al tempio, Enea colloca i Tredici Altari. Nonostante le evidenze archeologiche li collochino tra VII e VI secolo a.C., la tradizione li lega al fondatore: tredici strutture votive, ciascuna in onore di un popolo latino unito alla stirpe troiana.

Poco dopo, Enea scompare. Si immerge nelle acque del Numico per un rito di purificazione, ma non riemerge più. Il suo corpo svanisce. Il collegio sacerdotale lo proclama divinizzato. Un Heroon, monumento funebre per eroi divenuti divinità, ne conserva la memoria. Il più grande dei tredici altari viene dedicato a Iuppiter Indiges – Giove Indigeno – incarnazione divina dello stesso Enea.

Il comando passa ora al figlio Ascanio, detto anche Julo. È lui a custodire il fuoco sacro, a governare le genti, a distribuire terre lungo la costa. Intesse rapporti di pace con gli Etruschi di Veio e gli empori fenici.

Gli scavi a Lavinium confermano: il centro è attivo, fortificato da mura in tufo, ricco di ceramiche micenee e iscrizioni in latino arcaico. Nel museo locale, elmi miniaturizzati, fibule e rasoi a forma di nave raccontano di un Mediterraneo che, allora come oggi, unisce i suoi popoli nel segno dello scambio e della memoria.

L’età d’oro di Alba Longa: il fuoco sacro sul monte, il potere sul fiume

Sono passati circa trent’anni dalla fondazione di Lavinium. La città, sebbene fiorente, appare troppo esposta ai venti e ai pericoli provenienti dal Tirreno. È allora che Ascanio, detto anche Julo, prende una decisione destinata a cambiare la storia del Lazio antico: trasferisce il fuoco sacro degli antenati su una cresta elevata e facilmente difendibile del Monte Albano — l’attuale Monte Cavo — e lì fonda Alba Longa, la nuova capitale.

Alba Longa si sviluppa come un oppidum: un insediamento fortificato con capanne ellittiche, recinti difensivi e un culto condiviso che unisce tradizione e innovazione. La sua esatta ubicazione sfugge ancora agli archeologi, ma la memoria letteraria tramanda la lunga sequenza dei re che da qui governano il Latium Vetus.

Alla morte di Ascanio, il trono passa a Silvio, nato, secondo il mito, tra i boschi del monte Albano, la silva che gli dà il nome. Da lui prende origine la dinastia dei “Silvii”: Enea-Silvio, Latino-Silvio, Atys-Silvio, Capys-Silvio, Capetus-Silvio… una stirpe mitica, tutti con lo stesso cognomen: Silvius.

Intanto, il territorio attorno si trasforma. I Silvii bonificano le terrazze, coltivano farro e vite, scavano cisterne, fondano nuovi villaggi: Tusculum, Nomentum, Ardea. Ognuna di queste città riceve una parte del fuoco troiano, creando così una rete sacra e politica diffusa.

Per mantenere l’unità fra i centri latini, i Silvii istituiscono le Feriae Latinae. Ogni primavera, le genti del Lazio si riuniscono sul Monte Albano per sacrificare un toro bianco e rinnovare il foedus, il patto sacro di alleanza. Il paesaggio riflette questo equilibrio: sulle alture si stagliano i villaggi, accanto nascono necropoli a fossa, e nei valichi si tengono mercati stagionali.

Ma sul finire dell’XI secolo a.C., qualcosa si muove. Il baricentro del potere inizia lentamente a scivolare. Alba Longa, pur rimanendo capitale religiosa, vede sfumare la sua centralità politica. I centri d’altura si riorganizzano, i loro interessi si spingono verso valle, dove il Tevere scorre lento e le pianure sono fertili e sempre più frequentate.

Con la morte di Capetus-Silvio si chiude un’epoca. L’equilibrio federale, custodito sulle alture, comincia a incrinarsi. Nella pianura, lungo le sponde del Tevere, si animano nuovi traffici: ambra dal Baltico, ferro dall’Etruria, sale e bestiame. I guadi diventano punti nevralgici: lì nascono piazze di scambio, embrioni di mercato e futuro urbano.

La società si trasforma. Le foreste vengono disboscate, si aprono campi stabili, i sentieri commerciali seguono i crinali fino al fiume. I vecchi villaggi d’altura si riducono, mentre nei bassopiani crescono insediamenti dinamici. Nasce un nuovo potere, meno sacrale e più pragmatico. I Silvii restano custodi del fuoco e delle feste comuni, ma la realtà politica ormai si gioca altrove.

Così, senza fratture ma con lentezza inesorabile, si chiude l’Età del Bronzo. E si apre un nuovo capitolo: quello delle prime città e delle élite che non sono più re-sacerdoti, ma capi locali, commercianti, fondatori di un mondo che si sta preparando alla Storia.

Tre capanne sul Palatino e una necropoli regale a Decima

Nel IX secolo a.C. il paesaggio tufaceo dell’Agro romano inizia a trasformarsi. Il Tevere, che scorre lento tra alture e pianure, non è più solo una barriera naturale: diventa un asse di scambio.

Sui rilievi che diventeranno i colli di Roma – Palatino, Aventino, Quirinale, Velabro – le comunità latine cominciano ad insediarsi stabilmente, costruendo capanne ellittiche con pali di quercia e tetti di frasche.

Attorno ai focolari sorgono forni, dispense, spazi per lavorare cereali e conservare carne. L’economia è variegata: agricoltura, pastorizia, caccia. Il ferro, ancora rarissimo, comincia comunque a circolare: punte di lancia e coltelli, riservati ai capi-clan, diventano simboli di autorità.

Secondo la tradizione, in questi anni regna Tiberino Silvio, discendente di Capetus. La sua morte è drammatica e leggendaria: muore annegato nel fiume che intendeva far suo. Il fiume da allora prende il suo nome: Tiberinus. Il mito di Tiberino, re dissolto nel fiume, diventa simbolo della nuova civiltà fluviale.

In questa fase la città-madre di Alba Longa mantiene ormai solo funzioni rituali. Il potere reale invece si è frammentato ed è passato ai capi dei villaggi – forse rami cadetti degli stessi Silvii – che delimitano i confini, controllano guadi e rotte commerciali.

Uno degli insediamenti più importanti nasce sulla cresta meridionale del Palatino, presso il Cermalo.

Nel 1907 l’archeologo Dante Vaglieri vi scopre tre piattaforme scavate nel tufo: sono le basi di altrettante capanne. La maggiore misura 4,9 × 3,6 metri e viene soprannominata “Capanna Romulea”, in eco alla leggendaria Casa Romuli. Non è la casa di Romolo, ma l’immaginario collettivo la adotta.

Nel 1948 Salvatore Maria Puglisi, con uno scavo moderno, ritrova i fori di palo, un focolare e un canale di scolo e riesce a datare le capanne all’850 a.C. Tra il 1985 e il 2007 infine, Andrea Carandini individua un potente strato di bruciatura, datato al radiocarbonio tra il 770 e il 750 a.C. Forse si è trattato di un “incendio rituale”, una distruzione programmata del villaggio come preludio alla imminente fondazione di Roma.

Intanto, il paesaggio cambia ancora: le colline vengono disboscate, si aprono campi e pascoli, mercanti etruschi e fenici risalgono freneticamente il Tevere. A cavallo tra IX e VIII secolo a.C. Palatino, Aventino e Velabro formano ormai un arcipelago di villaggi alleati, con culti e feste agrarie comuni.

Un ulteriore segno di questa trasformazione proviene dalla necropoli di Decima, lungo il fosso di Malafede.

In questo paesaggio di lave scure si estende una vasta area funeraria. Le tombe a fossa, protette da tavolati in legno, custodiscono corredi raffinati. In particolare la Tomba 359, databile al 730 a.C., ospita una giovane donna con armille, fibule e tazze d’imitazione micenea: segni di rango e scambi a lungo raggio.

Nelle tombe maschili compaiono pugnali miniaturizzati, rasoi, borchie votive. Accanto ai bronzi locali si trovano oggetti levantini, ceramiche proto-campane, ambra baltica. Le rotte collegano il Lazio all’Etruria, alla Campania, all’Adriatico.

Come accaduto sul Palatino, anche a Decima avviene una “obliterazione rituale”: tra il 730 e il 720 a.C., le tombe più antiche vengono chiuse con strati di argilla e ciottoli. Un gesto definitivo: la fine simbolica di un’epoca.

Il potere dei Silvii sopravvive ancora nel culto, ma la realtà è nelle mani delle nuove élites. La valle del Tevere diventa il cuore pulsante di un sistema in fermento. Si chiude l’età delle capanne e si prepara un nuovo capitolo: quello della nascita di Roma.


(articolo aggiornato il 9 Agosto 2025)