Dopo Caracalla e il breve intermezzo di Macrino, sul trono di Roma sale adesso Eliogabalo.
Giovanissimo ed eccentrico, proveniente dalla lontana Siria e sacerdote del Dio Sole, porta nella capitale il culto della divinità solare. Sul Palatino innalza un tempio dedicato al nuovo dio, trasformando il cuore del potere in un santuario “straniero”. Eliogabalo, al culmine della sua stravaganza, sposa una sacerdotessa vestale, infrangendo uno dei tabù più sacri della religione tradizionale: la verginità delle vestali.
Questi gesti, più che capricci, intercettano una nuova sensibilità religiosa: cresce l’attrazione per culti astrali e divinità cosmiche che abbracciano cielo, stelle e destino. Il Sol Invictus – il sole vittorioso sulle tenebre – conquista spazio nell’immaginario romano e prepara, a distanza di qualche decennio, la proclamazione del Sol Invictus come divinità protettrice dello Stato sotto Aureliano, nel 274 d.C.
Questa trasformazione culturale, inevitabilmente, lascia tracce nelle necropoli.
Nel 1966, all’incrocio tra la via Portuense e via Belluzzo, durante i lavori di costruzione di uno stabile viene intercettata una necropoli: tra gli ambienti funerari affiora un colombario romano. Da qui proviene una coppia di sarcofagi, entrambi oggi al Museo Nazionale Romano. Sono entrambi in marmo strigilato con eleganti scanalature ondulate, databili ai primi decenni del III secolo d.C.
Il primo è dedicato a “una donna che ha superato i 40 anni ma non ha ancora raggiunto i 50”. Il secondo sarcofago, più monumentale, presenta sulla fronte due clipei con i busti di Helios e Selene. Helios, dio solare, è rappresentato frontalmente, con il capo cinto da una corona radiata; sul lato opposto gli c’è il clipeo di Selene, la Luna. Selene è raffigurata come una donna matura ma ancora bellissima, con i capelli raccolti da un fermaglio a forma di “crescente”, la falce lunare. Il suo attributo, una torcia dalla fiamma d’argento, illumina il volto pallidissimo.
Il culto di Selene, sorella di Helios, è narrato nella Teogonia di Esiodo. Selene è la dea dei cicli della notte e del giorno e, per estensione, dea di nascita, morte e rinascita, in un ciclo senza fine. Selene presiede al perpetuo rigenerarsi delle cose e alle benevole eccezioni alle leggi della natura. Si dice che, quando un Romano deve chiedere una cosa davvero impossibile, bisogna “dirlo alla Luna”, chiederlo a lei, Selene.
A Selene si affidano soprattutto gli amori proibiti. La tradizione mitica le attribuisce quattro grandi passioni: l’amore incestuoso con il fratello Helios; l’unione violenta con il satiro Pan; l’amore effimero con Zeus, che la possiede per una sola notte; e infine l’amore rubato nel sonno con il giovane Endimione, figlio di Zeus, che lei fa cadere in un sonno eterno.
Cecilia, vergine cristiana data in sposa a un pagano
Dopo Eliogabalo, Roma vuole tornare alla normalità. Questa, almeno in apparenza, arriva con il nuovo imperatore, suo cugino Alessandro Severo: giovane, moderato, più un restauratore che un rivoluzionario.
Il più giovane dei Severi non sogna colossi come le Terme di Caracalla, ma si concentra sul far funzionare al meglio ciò che esiste. In questo stile prudente si inseriscono però due interventi destinati a segnare la città: l’Aqua Alexandrina e le Terme Alessandrine.
Nel 226 d.C. Alessandro Severo fa costruire l’Aqua Alexandrina, undicesimo e ultimo dei grandi acquedotti dell’Urbe. Le sorgenti si trovano 22 chilometri a est, nella zona di Pantano Borghese: l’acqua scorre prima in gallerie coperte, poi su alte arcate che entrano a Roma come un ponte di pietra, per raggiungere il Campo Marzio. Destinata a rimanere in funzione fino alle soglie del Medioevo, è una nuova arteria che alimenta terme, fontane e servizi pubblici.
Nel 227 d.C. l’imperatore avvia anche una grande riqualificazione nel cuore della città: ricostruisce e amplia le antiche Terme di Nerone, vicino al Pantheon, che da allora tutti chiameranno Terme Alessandrine. Sono alimentate dal nuovo acquedotto. Siamo in una delle zone più vive di Roma, tra botteghe, portici, templi. Per far spazio al complesso termale vengono demoliti edifici privati e ridisegnati gli isolati; accanto alle vasche si ritaglia perfino un boschetto alberato, un piccolo parco dove passeggiare, chiacchierare, combinare affari.
Le Terme Alessandrine coprono un’area di circa 190 × 120 metri: grandi sale simmetriche, vasche per acqua fredda, tiepida e calda, portici per l’esercizio fisico, ambienti coperti e cortili all’aperto, secondo il modello dei grandi complessi imperiali. Nel mosaico del Campo Marzio, tra il Pantheon e lo stadio di Domiziano, l’Imperatore offre ai Romani un impianto termale moderno e centrale, dove la giornata scorre tra sport, bagni e conversazioni.
Alessandro Severo però non è ricordato solo per mattoni e condutture. Le fonti gli attribuiscono una tolleranza religiosa insolita per l’epoca. Una leggenda, probabilmente inventata ma suggestiva, racconta che nel suo larario privato tenesse insieme le immagini di Orfeo, Abramo e Gesù Cristo.
Al di là del colore aneddotico, durante il suo regno le comunità cristiane vedono riconosciuto in modo più stabile il diritto di possedere beni e luoghi di culto: sorgono le “case-chiesa” – i “tituli” –: i piccoli complessi comunitari escono progressivamente dalla zona grigia della mera tolleranza per entrare in una forma di legittimazione giuridica.
Sotto Alessandro Severo le autorità adottano verso i cristiani un pragmatismo cauto: il cristianesimo non è riconosciuto, ma tollerato. Nelle case-chiesa di Roma – i “tituli” –, si leggono i Vangeli e si fanno proseliti.
Uno di questi tituli si trova nella regione del Trans Tiberim, il Trastevere, quartiere popolare e cosmopolita sulla riva destra del Tevere. Qui sorge la ricca domus di una famiglia patrizia: ha un atrio colonnato, ambienti affrescati e persino un balneum, un piccolo impianto termale privato.
In queste stanze vive Cecilia, giovane romana cresciuta segretamente nella fede cristiana, che ha fatto voto di verginità. Senza sapere del suo credo e del suo voto, la famiglia la dà in sposa a un pagano, di nome Valeriano.
Il martirio di Santa Cecilia e la nascita del Titulus Ceciliæ
Proprio nel giorno delle nozze, racconta la tradizione agiografica, Cecilia canta sommessamente a Dio, inquieta per il suo destino. E nella prima notte rivela allo sposo il suo segreto: è cristiana e un angelo veglia sulla sua verginità. Valeriano, colpito dal racconto, si converte al cristianesimo.
Guidato da Cecilia, percorre la via Appia fino alle Catacombe di San Callisto e lì riceve il battesimo da papa Urbano.
Poco dopo, anche Tiburzio, fratello di Valeriano, abbraccia la nuova fede. E la vita di tutti cambia. Nella domus di Trastevere i due fratelli e Cecilia pregano insieme, assistono i poveri, sostengono la piccola comunità che qui si riunisce.
L’attività ben presto richiama i sospetti imperiali: Valeriano e Tiburzio sono arrestati dal prefetto Almachio e, rifiutando di sacrificare agli dèi di Roma, vengono condannati alla decapitazione come sovversivi.
Poi tocca anche a Cecilia. Secondo il racconto agiografico, Cecilia è destinata a morire “in silenzio” nel calidarium del balneum della sua stessa casa: gettata nelle acque bollenti, invece di soccombere, Cecilia intona inni di lode a Dio. Per questo Cecilia è venerata oggi come patrona della musica.
Sorretta dalla fede, Cecilia sopravvive alle ustioni. Almachio, furibondo, ne ordina allora la decapitazione: il carnefice vibra i tre colpi consentiti dalla legge romana, ma Cecilia, anche questa volta, resta in vita, seppur gravemente ferita. Cecilia vivrà ancora per tre giorni, nella serenità e pienezza della fede.
Prima di morire, Cecilia affida a Urbano il suo ultimo desiderio: che la sua casa sia consacrata a luogo di preghiera. Il papa destina così la domus di Trastevere al culto: ne nasce il Titulus Ceciliæ, tra i primi luoghi cristiani legati al nome di una martire. Secoli più tardi sullo stesso sito sorgerà la Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, che custodisce sotto l’altare le reliquie della santa.
In una Roma che ha appena conosciuto gli eccessi orientali di Eliogabalo, Alessandro Severo ha saputo costruisce un clima di relativa convivenza religiosa e sociale, limitando i casi di zelo pagano, come quello del prefetto Almachio.
Nel 235, durante una campagna militare, proprio Alessandro viene ucciso dai suoi stessi soldati: con lui si spegne la dinastia dei Severi e l’equilibrio faticosamente costruito si infrange, alla vigilia della crisi più violenta che l’Impero dovrà affrontare.
L’epigrafe del Carmen e il Balneum degli Arvali
Spostiamoci adesso alla Magliana, nel “Lucus”, l’antico bosco sacro dei sacerdoti Arvali sulla Via Campana.
Il collegio dei Fratres Arvales celebra ancora, nel Lucus, le feste agrarie di maggio: in vesti bianche e corone di spighe, al canto del Carmen arvale in latino arcaico, sacrificano un agnello, una scrofa e una vacca e banchettano negli edifici del santuario, invocando la prosperità dei campi e dell’intero Impero.
Tutto questo ci è noto grazie agli Acta Fratrum Arvalium, le epigrafi incise su marmo affisse alle pareti del Tempio di Dia, la dea-madre venerata dagli Arvali. Gli Acta più antichi risalgono al 21 a.C., quando Augusto solennizzò la restaurazione del culto arvalico: e la serie continua fino alle soglie del IV secolo, con una delle ultime iscrizioni datata al 285 d.C.
All’Età severiana si riferisce un’iscrizione datata 29 maggio 218 d.C., rinvenuta nel 1778 in Vaticano. La sua importanza è fondamentale, poiché essa ci tramanda il testo del Carmen arvale così come riproposto da Augusto (CIL VI, 32388).
Ma al tempo dei Severi, tuttavia, il santuario arvalico sta vivendo i suoi ultimi momenti di gloria. Nel 222 d.C., sotto Alessandro Severo, viene messo in cantiere l’ultimo grande edificio del santuario: un balneum, piccolo impianto termale privato a uso dei sacerdoti arvali, completato verosimilmente sotto il successore, Gordiano III.
Il balneum misura circa 600 m², con lato maggiore di 35 metri, articolato in 15 vani e 6 piscine mosaicate. Il percorso segue la “liturgia” consolidata delle terme romane: vestibolo con tre aulette e latrine collettive, sala conviviale absidata con nicchie e colonne marmoree, frigidarium con due piscine a mosaico, piccolo tepidarium con destrictarium e laconicum, due vani di calidarium con vasche a diversa temperatura e, infine, un tepidarium di transizione per il ritorno alla temperatura ambiente e l’uscita.
Il balneum è ancora in uso nell’anno 238, il terrificante “anno dei sei imperatori”. I sacerdoti arvali sono lì nel balneum, a godersi il ristoro dell’impianto termale, mentre a Roma Massimino il Trace, Gordiano I, Gordiano II, Balbino, Pupieno e Gordiano III si litigano il trono con le armi. Alla fine, ad avere la meglio, sarà l’ultimo dei sei pretentendi: Gordiano III.
Il terzo Gordiano (238-244), detto Gordiano il Pio, viene spesso alla Magliana: si ristora nel Balneum, esercita con solerzia la sua carica di magister degli Arvali e presiede personalmente le celebrazioni per la dea Dia. Gordiano III, tuttavia, sarà l’ultimo imperatore-arvale.
Le iscrizioni successive registrano il tramonto del collegio: nel 241 compare l’ultima attestazione sicura delle attività del sodalizio alla Magliana; poi il collegio si sposta nell’Urbe e un’epigrafe del 285 è tra le ultime iscrizioni arvaliche datate. Il culto di Dia si spegne lentamente mentre l’Impero è dilaniato da guerre civili e usurpazioni.
Il Balneum resterà in uso fino al 340, poi gli ambienti vengono riutilizzati prima come fornace e quindi come casale rustico.
La riscoperta del Lucus alla Magliana comincia nel 1867, con la campagna di scavo nell’area del Tempio di Dia diretta da Wilhelm Henzen, direttore dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, sostenuto dal re di Prussia Guglielmo. Nel Novecento gli studi di Robert Schilling e le ricerche di John Scheid chiariscono topografia e funzioni del santuario. Le campagne del 1975 e del 1981 dell’École Française riportano in luce il Balneum, nascosto sotto l’edificio rurale ottocentesco noto come Casa Agolini.
(articolo aggiornato il 29 Novembre 2025)



