Nel 264 a.C. Roma affronta per la prima volta una potente nemica: Cartagine. La contesa per la Sicilia apre la Prima guerra punica e costringe la Repubblica a combattere sul mare. Fino ad allora potenza terrestre, Roma deve trasformarsi in forza navale. I cantieri si moltiplicano e Ostia, alla foce del Tevere, diventa centro strategico della logistica militare.
All’interno del pomerium, la città è divisa in quattro parti dal decumano massimo – l’antica Via Ostiensis – e dal cardo, che si incontrano in un quadrivium. Alle estremità, quattro porte arcuate con torri di guardia si aprono verso i punti cardinali. Il cardo, uscendo dalla porta meridionale, piega a est verso l’antica strada costiera per Laurentum; il decumano, oltre la porta occidentale, si biforca: un ramo lungo la foce del Tevere, l’altro lungo la spiaggia.
Alle mura sul fronte marino si appoggiano da tempo le tabernae, luoghi di ristoro per marinai, tenuti lontani dal centro per ordine pubblico. Nella Caupona di Alexander è stata trovata la fossa di fondazione di quel tratto di mura: un altare sotterraneo con resti ceramici di un banchetto rituale in onore degli dèi. Delle fortificazioni restano porzioni agli Horrea Epagathiana, all’Officina degli Stuppatores e presso il piccolo mercato. Attorno corre la via pomeriale, circonvallazione esterna dell’abitato.
Tra il pomerio e la riva sinistra del Tevere sorgono gli impianti portuali. Il litorale sabbioso non offre approdi sicuri, ma la foce del fiume, con fondale profondo, accoglie anche navi di grande pescaggio. Qui è attestata dal 267 a.C. la base navale, affidata a un “quæstor Ostiensis”.
Del porto fluviale resta un tratto di circa cento metri, il cosiddetto Molo repubblicano: una calata completa, in opus quadratum, lunga cento metri e larga quindici, con testata occidentale e murale orientale in opus reticulatum. La piena del 15 settembre 1557 deviò il corso del Tevere, lasciando il molo all’asciutto, ma al tempo della guerra era il cuore della logistica: vi si assemblavano le triremi, si stoccavano legname, catrame e corde, si radunavano gli equipaggi.
L’innovazione decisiva fu il corvus, ponte mobile con uncino che trasformava le battaglie navali in scontri terrestri. Ostia forniva spazio e maestranze: tronchi dall’Appennino via fiume, officine per chiodi e ancore, cantieri a cielo aperto.
Quando la guerra si spostò in Africa, Ostia divenne anche centro di raccolta di derrate per le truppe: grano, vino e olio partivano su navi onerarie. Gli horrea custodivano scorte strategiche, le banchine restavano pronte all’imbarco.
Nel 241 a.C., la vittoria alle Egadi concluse la guerra. Roma ottenne la Sicilia e un’ingente indennità; Ostia, da base militare, si avviò a diventare fulcro mercantile, mantenendo però un ruolo difensivo.
Dopo la vittoria nella Prima guerra punica, Roma entra in una fase di espansione commerciale: dall’Iberia arrivano metalli, vino e olio; dal Nord Africa cereali. Ostia resta il cuore della logistica marittima, ma il Tevere diventa un’autostrada liquida verso la città.
Pochi chilometri a monte della foce nasce il piccolo scalo strategico di Vicus Alexandri, sul III miglio della Via Campana, presso l’attuale chiesina di Santa Passera. Qui, in un tratto di fiume protetto e accessibile da entrambe le sponde – Santa Passera alla Magliana e il Valco San Paolo – sorge un porto fluviale di età repubblicana.
La banchina, lunga circa dieci metri, funge da capolinea per le onerarie dal mare, impossibilitate a proseguire oltre le secche dopo l’odierno Ponte Marconi. Le merci vengono qui trasbordate su imbarcazioni più piccole per l’Emporium di Testaccio o caricate su carri lungo la Via Campana o l’Ostiense.
Attorno al porto si sviluppa un borgo rivierasco. Toponomastica ed epigrafi rivelano una comunità grecofona originaria di Alessandria d’Egitto, da cui il nome del vico. È un crocevia di lingue e culture, dove circolano merci, idee e riti d’Oriente.
Le strutture sono funzionali al traffico fluviale: banchine, piani inclinati per carico e scarico, magazzini presso l’acqua, aree di sosta per animali, corridoi per le manovre. Oggi resta poco, ma nei periodi di secca emergono cippi di attracco, una banchina in tufo e blocchi isolati.
La Seconda guerra punica (218-201 a.C.) interrompe la prosperità. Annibale infligge a Roma gravi sconfitte e Vicus Alexandri assume ruolo militare: grano, armi e rinforzi passano di qui verso il fronte.
Con la vittoria di Zama (202 a.C.) e la fine della minaccia cartaginese, lo scalo riprende il traffico commerciale di vino iberico, olio africano, marmi, legname e spezie. Nei giorni di magra del Tevere, a Santa Passera affiora ancora questa “Atlantide fluviale”, testimone di un porto che collegava le rotte mediterranee al cuore di Roma.
Il Mediterraneo del II secolo a.C. è un mosaico di rotte commerciali e tensioni politiche. Roma, reduce dalle guerre in Grecia e Macedonia, guarda ancora a Cartagine con sospetto. La potenza africana, pur ridimensionata dalla pace di Zama, conserva una vitalità economica che inquieta il Senato. Gli attriti sfociano nella Terza guerra punica (149-146 a.C.).
Mentre le legioni assediano Cartagine, i porti sul Tevere ricevono carichi crescenti dall’Africa: cereali, olio, vino, marmi e materiali da costruzione. Le derrate viaggiano via terra, lungo la Via Ostiense, in riva sinistra, per i carichi leggeri, e la Via Campana, in riva destra, per quelli pesanti trainati da animali. Imbarcazioni minori, dal porto fluviale di Ostia, risalgono il Tevere fino a Roma.
Nel II secolo a.C. si formano nell’Urbe i grandi impianti portuali interni di Testaccio: i Navalia, già attivi dal V secolo a.C., con cantieri navali su entrambe le rive, e gli Horrea Galbana. Accanto, una piazza commerciale per la vendita all’ingrosso delle derrate. L’insieme, detto Emporium, diventa un nuovo quadrante urbano.
Le merci comprendono grano, olio, vino e marmi. Il settore del marmo, corrispondente all’attuale via Marmorata, è destinato allo stoccaggio e talvolta alla prima lavorazione. Ai margini cresce il Mons Testaceus, oggi Monte dei Cocci, formato dalle anfore di terracotta frantumate e disposte a gradoni, coperte di calce per limitare gli odori. Alto oggi quaranta metri, poteva raggiungerne ottanta. Un curator ne sovrintendeva la gestione.
Gli scavi, avviati nel 1881, hanno ricostruito la rete commerciale grazie ai tituli picti, iscrizioni che indicavano contenuto, data, spedizioniere, origine e talvolta destinazione. Heinrich Dressel stabilì che l’ultima deposizione avvenne nel 251 d.C.: quasi cinque secoli di accumulo.
La guerra si chiude nel 146 a.C. con la distruzione di Cartagine da parte di Scipione Emiliano. Roma domina il Mediterraneo occidentale e l’Emporium, con i magazzini e il monte di cocci, ne è il simbolo.
Intorno a questo centro si stratificano secoli di vita: sotto viale Marconi giacciono murature di età romana, interrate e non visibili, così come la Necropoli di viale Marconi e quella di via Blaserna, entrambe di epoca romana. In via Portuense, all’angolo con via Q. Majorana, si trovano le Murature alla Casa ebraica, struttura di età arcaica sotto il piano stradale.
Tra il 2000 e il 2009, presso la “Casa dello Studente” di Roma Tre, scavi hanno rivelato resti dall’età arcaica a quella contemporanea, a cinque metri sotto il piano di campagna, documentando continuità di frequentazione per oltre due millenni in quest’area a ridosso del Tevere.
Nel 146 a.C. il Mediterraneo cambia volto. Cartagine cade sotto il fuoco di Scipione Emiliano, Corinto è saccheggiata da Lucio Mummio: Roma domina ormai l’Occidente e l’Oriente. Le flotte nemiche scompaiono e i traffici, prima divisi, confluiscono verso l’Urbe.
Terminate le guerre puniche, la colonia marittima di Ostia può svilupparsi in sicurezza anche oltre le mura rettangolari del pomerium. L’urbanizzazione esterna, non pianificata, segue la via pomeriale, la strada per Laurentum e la via costiera verso la spiaggia.
Il porto fluviale riduce gli spazi militari e rafforza la vocazione mercantile. Ostia si specializza nel rifornire Roma di grano per la plebe urbana, ma arrivano anche vino e prodotti esotici. La sconfitta di Cartagine apre due nuove rotte: dalla Bizacena (Africa) e dalla Betica (Spagna), con olio, metalli e altro grano.
Le grandi onerarie provenienti da queste rotte ancorano in mare aperto, vicino alla foce del Tevere; piccole imbarcazioni a fondo piatto trasbordano le derrate al porto fluviale. Il traffico è incessante e la foce diventa un ingorgo di barche.
Dal porto il grano prende due vie: via fiume, su barche fluviali, o via terra, lungo la Via Ostiense (riva sinistra) per carichi leggeri e la Via Campana (riva destra) per quelli pesanti. Facchini, schiavi e liberti svuotano le stive, mentre scribi e funzionari registrano i carichi: l’annona, distribuzione gratuita di grano, è anche strumento politico.
Oltre il pomerio sorgono magazzini, horrea e piazze di scarico. Le banchine si allungano e si rinforzano in opus incertum e reticulatum, con bollards in pietra per ormeggiare navi più grandi. Quartieri interi ospitano mugnai, carrettieri, mercanti e carpentieri navali. L’espansione ingloba zone agricole, popolandosi di romani, africani, spagnoli e orientali.
Il porto segue il ritmo agricolo: in autunno arrivano i carichi africani, in primavera quelli spagnoli. D’inverno, con mare pericoloso, il traffico rallenta ma continuano riparazioni, pulizie e preparativi.
(articolo aggiornato il 17 Agosto 2025)



