Il riordino amministrativo del 2025 ha frazionato la zona urbanistica 15C Pian Due torri (Magliana Nuova) in due: da una parte c’è l’abitato urbano, chiamato ora “Quartiere Magliana”; e dall’altra (cioè oltre l’argine fluviale, lungo la golena del Tevere) la zona funzionale “Pian Due torri”. La scelta amministrativa è la fotografia di uno stato di fatto, con l’Argine a fare da netta frontiera tra due mondi che comunicano poco, o affatto.
Il nuovo quartiere Magliana, secondo i dati comunali relativi al 2025, è una piccola città: 22.484 residenti concentrati in poco più di un chilometro quadrato. Questo tessuto urbano intensivo, ereditato dall’edificazione del secondo Novecento, ospita una popolazione che invecchia inesorabilmente (oltre il 25% ormai supera i 65 anni), con un capitale umano che nel tempo si è fatto solido, fatto di diplomati e laureati. In un contesto così denso, la qualità della vita si misura con la disponibilità di servizi di prossimità essenziali: un ascensore funzionante, un attraversamento pedonale sicuro o un ambulatorio accessibile diventano i fattori determinanti.
Di fronte ad un’apparenza esteriore omogenea, tuttavia, la Magliana al suo interno ha differenze profonde. La situazione degli alloggi è una vera e propria “linea di faglia”, che attraversa il quartiere, dividendolo di fatto in tre mondi paralleli che non si incontrano, anche se convivono talvolta negli stessi edifici. Il patrimonio immobiliare della Magliana si divide infatti nettamente in tre classi, tra case private in locazione al libero mercato; alloggi degli enti previdenziali (INPS) messi a reddito a canoni calmierati; e infine l’edilizia residenziale pubblica (ERP), a canoni sociali. Sebbene i “palazzi a stecca” della Magliana, visti dall’esterno siano identici, le condizioni economiche e sociali al loro interno creano sperequazioni profondissime.
Il divario tra i canoni di affitto è enorme. Da un lato, gli immobili ex INPS seguono i valori di mercato OMI, che possono toccare i 18€ al metro quadro. Dall’altro, i canoni sociali ERP per le fasce più deboli partono da meno di 70€ al mese. Nelle case private infine, il prezzo lo fa il libero mercato. Questa forbice di cifre finisce per diventare una “fabbrica di morosità”: gli inquilini accumulano debiti con i proprietari, che alimentano un circolo di sfratti e talvolta occupazioni, creando una tensione costante.
Nel luglio 2025 questa tensione è esplosa in proteste contrapposte. Il sindacato Asia-USB è sceso in piazza per difendere gli “inquilini senza titolo”, chiedendo il blocco degli sfratti. Pochi giorni dopo, i proprietari di alloggi ex INPS hanno denunciato una situazione invivibile, sentendosi abbandonati dalle istituzioni”. Hanno descritto una quotidianità segnata da spaccio, risse, rumore, e persino feste e barbecue accesi nelle terrazze condominiali, con annessi fuochi d’artificio e lanci di cibo e bottiglie di alcolici. Una condizione di paura costante per i figli e i genitori anziani. Episodi concreti, come la scoperta di allacci elettrici abusivi e depositi di sigarette di contrabbando a maggio 2025, danno la misura del conflitto.
L’inerzia istituzionale si manifesta in problemi quotidiani. Ad ottobre 2025, in piazza Certaldo, una scala con trenta famiglie è rimasta bloccata in casa, dopo che un principio d’incendio ha messo fuori uso l’ascensore. Ne è seguito un rimpallo di responsabilità su chi debba aggiustare l’ascensore: la proprietà dell’immobile o il Comune di Roma, che ha preso in locazione l’immobile (come “fitto passivo”) per locarlo a sua volta agli inquilini assegnatari?
Parallelamente, il complesso iter del Comune di Roma per l’acquisto di alloggi INPS si scontra con il nodo degli “occupanti senza titolo”, che complica le nuove assegnazioni: chi avrebbe diritto di vedersi assegnare quegli alloggi li trova spesso già occupati.
Le soluzioni, seppur complesse, sono comunque sul tavolo: investire in manutenzioni mirate, ricalibrare i canoni d’affitto sulla base dei redditi reali e avviare percorsi di regolarizzazione, dove possibile.
Ex Scuola 8 marzo: anatomia di uno “squat”
La tensione abitativa che frantuma il quartiere trova il suo simbolo più drammatico e visibile in un unico, imponente stabile abbandonato a se stesso: in via dell’Impruneta 51, l’ex Scuola 8 Marzo è un monumento all’inerzia istituzionale e un concentrato delle contraddizioni della Magliana.
Nata come scuola negli anni ‘70, l’8 marzo è stata abbandonata per problemi strutturali e da oltre quindici anni è stata trasformata in uno “squat”, cioè un’occupazione autogestita di uno spazio urbano che la città non vuole e non reclama più. Ad abitarvi, oggi, sono prevalentemente da famiglie di origine latino-americana.
Nel tempo inoltre, gli spazi sono stati stravolti da modifiche caotiche: anni fa comparve perfino una piccola piscina di plastica su una delle terrazze. Le ispezioni tecniche condotte nel 2010, nel 2024 e a gennaio 2025 hanno documentato una situazione di pericolo, con rischi specifici che rendono l’edificio una “bomba a orologeria”: presenza di eternit rotto e deteriorato; sovraccarichi strutturali sui solai, appesantiti da tramezzi e superfetazioni abusive; impianti elettrici precari; decine di bombole del gas usate per cucinare e riscaldarsi; totale assenza di presìdi antincendio, estintori o vie di fuga sicure.
Nell’aprile 2025 un censimento condotto dalla Polizia locale ha contato 104 nuclei familiari residenti nell’edificio, tra cui molti minori. Questa operazione ha fornito una fotografia precisa dell’emergenza, ma non è stata seguita da alcun intervento operativo, né di sgombero né di ricollocamento dei residenti.
La questione è diventata un caso politico che ha superato i confini del quartiere. Esponenti locali e nazionali hanno invocato tavoli in Prefettura, e hanno più volte sollecitato un intervento del Comitato per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, presentando un esposto in Procura. Il caso è arrivato anche in Parlamento, con un’interpellanza al Ministro dell’Interno nel settembre 2025.
A questo si aggiunge un altro problema. Durante l’estate del 2025 è stata documentata una discarica a cielo aperto, nel cortile dell’ex scuola, con cumuli di mobili e materassi. Il timore di un incendio, aggravato dal ricordo del vasto rogo del giugno 2024 in via Asciano, ha aumentato la pressione dei residenti per una soluzione definitiva.
L’edificio si trova oggi in un limbo amministrativo. Le occasioni di recupero, come il progetto di Sviluppo Italia per un incubatore d’impresa, sono fallite. Il paradosso finale è che la ex scuola è “troppo pericolante” per pensare un qualsiasi utilizzo pubblico, ma “troppo abitata” per essere liberata senza pensare prima ad un complesso piano sociale per i residenti. Un’attesa che dura da oltre quindici anni.
Dai capannoni allo Skate park: storie di degrado-recupero-ricaduta
Il destino incerto dell’ex 8 marzo è parte di un quadro più vasto: un ciclo del degrado, del recupero e della “ricaduta” che caratterizza l’intero quartiere.
La vicenda dello Skate park di largo Collodi è un caso emblematico. Ripulito a settembre 2022, è tornato rapidamente a essere una discarica a cielo aperto nel 2023. L’installazione di barriere di cemento si è rivelata inefficace, dimostrando la fragilità degli interventi non supportati da un presidio costante e da un progetto di gestione con un orizzonte lungo.
A questo fallimento, tuttavia, si contrappongono due esempi di successo, che indicano anche una possibile via d’uscita.
Il primo esempio ci racconta la “riconquista” di uno spazio pubblico: nel dicembre 2024 è stata sgomberata un’area di 3000 m² tra via Miglioli e via della Magliana Nuova, ponendo fine a un’occupazione che durava da oltre vent’anni. L’area, secondo quanto appurato dalla Polizia locale, era stata messa a reddito con dei subaffitti illegali, generando un giro d’affari illecito di circa 15mila euro mensili. Una sentenza del TAR ha permesso di smantellare l’attività e di restituire il terreno alla collettività.
Un secondo esempio, più datato nel tempo (giugno 2022) ci parla di legalità: un locale commerciale di 280 m² in via della Magliana 254, confiscato a un esponente di un clan camorristico, è stato destinato a usi sociali. La trasformazione in uno spazio per la comunità rappresenta un segnale forte di riscatto per il quartiere.
C’è infine anche una risposta sistemica. A maggio 2025 l’introduzione del nuovo sistema di raccolta rifiuti AMA con campane a caricamento bilaterale ha rappresentato un tentativo di dare una risposta strutturale al problema del decoro. Più capienti, efficienti e meno ingombranti, questi contenitori sono un segnale di attenzione ai servizi di base.
La vera sfida, tuttavia, resta la manutenzione costante e duratura, la cosiddetta “governance”. Il successo a lungo termine degli interventi di recupero dipende dal coordinamento tra molteplici attori (Municipio, Comune, AMA, Forze dell’ordine) e dal coinvolgimento attivo dei residenti. Senza un presidio continuo, ogni bonifica rischia di essere temporanea, e ogni spazio riconquistato di tornare presto nell’ombra.
La golena di Pian Due torri come “Porta del Tevere”
Dalle tensioni della “città densa” ci spostiamo adesso verso il fiume, oltre l’Argine, per parlare della nuova zona funzionale “Pian Due torri”.
Pian Due Torri è un lembo di terra stretto tra il Tevere e le infrastrutture dell’argine. Il paesaggio di Pian Due torri è ibrido: da un lato “la città del tempo libero”, con il Parco Tevere Magliana e la pista ciclabile che costeggia il Tevere; dall’altro “la città del lavoro”, con molti capannoni e depositi. La qualità dello spazio pubblico qui dipende da una “cura minuta” e costante: il taglio dell’erba nel parco, la pulizia delle rampe di accesso, la pulizia del canneto e la manutenzione della segnaletica. Quando queste piccole attenzioni vengono meno, la percezione di abbandono cresce rapidamente.
Va detto infine che la zona non è completamente disabitata. Il Comune vi ha censito 124 persone residenti (dato 2025), con una popolazione anziana e la quasi totale assenza di bambini.
Vale la pena concludere con la vicenda positiva della Torre del Giudizio, un torrione medievale dimenticato tra le sterpaglie: è un caso esemplare di rigenerazione dal basso che potrebbe diventare un modello per l’intera città.
Tutto è iniziato nel dicembre 2023, quando il Comitato di Quartiere ha denunciato lo stato di degrado dell’area, innescando un processo di attenzione mediatica e istituzionale.
La pressione civica ha prodotto risultati. Nel 2025, la Soprintendenza Speciale di Roma ha avviato il progetto di messa in sicurezza del monumento e ha lanciato il percorso di progettazione partecipata “latorreritrovata”. Attraverso visite al cantiere e incontri pubblici, il percorso ha unito istituzioni e cittadini per definire non solo il restauro della torre, ma anche gli usi futuri dell’area verde circostante. Un approccio che ha permesso di superare il problema che storicamente paralizza questi interventi: la frammentazione delle competenze tra Stato (Soprintendenza), Regione (terreno) e Municipio (manutenzione), evidenziando il metodo della co-progettazione come strada da seguire.
L’esperienza della Torre del Giudizio dimostra che la via per la rigenerazione urbana nelle periferie fragili può passare attraverso la pressione civica, una governance condivisa e micro-interventi diffusi. In un territorio dove non servono grandi progetti calati dall’alto ma la costanza delle piccole cure, la storia della torre ritrovata insegna che anche dal degrado più ostinato si può uscire, a patto di unire le forze e non distogliere lo sguardo.
(articolo aggiornato il 12 Novembre 2025)


