All’alba del 68 a.C. il mare di Ostia sembra quieto, ma all’orizzonte appaiono le vele di una flotta di pirati cilici. Giunti alla foce del Tevere, affondano le navi romane, sbarcano e, senza incontrare resistenza, incendiano e saccheggiano la città. Roma, colta di sorpresa, sprofonda nel panico: i corsari sono arrivati alle porte stesse della capitale. L’anno seguente il Senato reagisce con la lex Gabinia, affidando a Pompeo Magno poteri straordinari. In pochi mesi il Mediterraneo viene liberato, ma il sacco di Ostia resta una ferita e rivela la fragilità del litorale romano.
A questo punto emerge la figura di Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), console nel 63. È lui a ristabilire l’ordine a Ostia, scacciando i pirati superstiti e riaffermando l’autorità senatoria sulla colonia. La sua azione gli vale il titolo di “secondo fondatore” della città, dopo Anco Marzio. Da console, comprende bene l’importanza strategica del porto per l’approvvigionamento di grano di Roma e vi dedica attenzione, promuovendo opere pubbliche e militari.
Il suo lascito più duraturo è una nuova cinta muraria, finanziata dal Senato e completata cinque anni dopo dal tribuno Publio Clodio Pulcro. Le mura, in opera quasi reticolata di tufo monteverdino, hanno spessore di circa due metri e inglobano un’area di 69 ettari, dieci volte più ampia del castrum originario. Sul lato rivolto al Tevere non furono erette fortificazioni per non intralciare i traffici fluviali, ma vi stazionavano guarnigioni permanenti. Due torrioni quadrangolari, scoperti presso la confluenza col fiume, confermano la solidità del sistema difensivo.
Le nuove mura si aprivano in tre porte principali: la Porta Romana, sulla Via Ostiensis; la Porta Laurentina, verso Laurentum; e la Porta Marina, diretta al litorale. Tutte fiancheggiate da torri quadrate, erano concepite con un fornice arretrato per migliorare la difesa. In età domizianea la Porta Romana sarà abbellita con rivestimenti marmorei e una statua della Vittoria alata.
Il 63 a.C., anno del consolato di Cicerone, resta celebre anche per la congiura di Catilina. Lucio Sergio Catilina, escluso dal consolato, progetta un colpo di Stato. Cicerone, grazie a informatori, smaschera la trama e davanti al Senato pronuncia le celebri Catilinarie. Catilina è costretto a fuggire da Roma e morirà in battaglia contro le truppe consolari.
Negli anni seguenti Cicerone rimane difensore delle prerogative del Senato. I suoi rapporti con Giulio Cesare oscillano tra rivalità e rispetto: di lui scrive che possiede ingegno e cultura, ma mira al potere assoluto, conquistando il favore del popolo con donativi e spettacoli e degli avversari con clemenza. Un ritratto che anticipa il futuro della Repubblica.
Di Cicerone rimangono opere fondamentali come il De Officiis e il De Republica, oltre a discorsi e lettere che sono una fonte preziosa sulla vita politica e culturale di Roma. Intanto Ostia, grazie alle mura volute da lui, inaugura un nuovo capitolo: con l’istituzione dei duoviri, la colonia ottiene maggiore autonomia dal Senato e si avvia a diventare una vera città. Dalle Saline al porto fluviale, dalle fortificazioni alle nuove istituzioni civiche, Ostia entra nell’età imperiale con un’identità rinnovata, segnata dall’impronta di Marco Tullio Cicerone.
Il primo triumvirato assicura a Gaio Giulio Cesare il consolato nel 59 a.C. e, subito dopo, il comando delle province galliche. Da lì parte la lunga campagna che tra il 58 e il 50 a.C. porta alla conquista della Gallia fino all’Atlantico e al Reno. I Commentarii de Bello Gallico diffondono a Roma la fama del condottiero, celebrato come invincibile e amatissimo dai suoi legionari.
Ma l’alleanza politica si sgretola. Nel 53 a.C. Crasso muore a Carre, e poco dopo Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, scompare: il legame familiare tra i due uomini si spezza. Pompeo, allarmato dall’enorme potere dell’ex alleato, si stringe al Senato oligarchico. A Roma l’ordine vacilla e nel 52 Pompeo viene nominato console unico, segno della rottura definitiva.
Quando nel 50 Cesare torna vittorioso dalla Gallia, il Senato – spinto da Pompeo – gli intima di deporre le armi e sciogliere le legioni. Rifiuta: significherebbe perdere onore e protezione. All’alba del 10 gennaio 49 a.C. guida la legione XIII oltre il fiume Rubicone, confine sacro per la legge romana. “Alea iacta est”: il dado è tratto. Inizia la guerra civile.
La sua marcia è rapidissima. Pompeo, colto di sorpresa, abbandona Roma e fugge in Grecia con molti senatori. Cesare percorre l’Italia accolto da numerose comunità e giunge nella capitale quasi senza combattere. Trova però Roma svuotata: Pompeo si è già imbarcato con le sue truppe.
In quei giorni del 49 a.C. Cesare compie un gesto carico di significato. Acquista un vasto terreno sulla riva destra del Tevere, ai piedi del Gianicolo, nell’area oggi occupata dal quartiere Marconi. È un’area marginale, destinata al pascolo, i cosiddetti horti. Qui trasferisce la mandria dei cavalli da guerra con cui ha appena concluso la campagna gallica.
Secondo la tradizione, quegli animali avrebbero dovuto essere sacrificati a Marte come ringraziamento per la vittoria. Cesare, che sa bene di avere ancora una guerra davanti, preferisce un’altra soluzione: li consacra formalmente al dio, sottraendoli al rito, e li mantiene a proprie spese negli Horti.
L’atto, mascherato da devozione religiosa, è in realtà una mossa politica e militare di grande astuzia. I cavalli che avevano attraversato il Rubicone con lui diventano così i “cavalli di Marte”, ma restano a disposizione del generale, pronti per essere rimessi in campo. Custoditi alle porte di Roma, sotto l’apparenza innocua di una mandria sacra, rappresentano la cavalleria personale di Cesare, sempre pronta all’uso.
Mentre gli Horti Caesaris custodiscono silenziosamente la mandria, Cesare si prepara alla resa dei conti con Pompeo. La sfida decisiva si sposterà oltre il mare, ma Roma e il suo territorio conservano l’impronta di quel gesto strategico: un terreno consacrato e una cavalleria nascosta che, più di un semplice pascolo, incarnano l’ingegno politico e militare del futuro dittatore.
Nel 49 a.C., mentre Cesare ha appena aperto la guerra civile e Pompeo è in fuga, il futuro Augusto entra nella sua vita. Gaio Ottavio, nato nel 63 a.C., cresce fragile di salute e senza grandi mezzi, ma sotto la protezione di Cesare viene accolto in casa come un figlio.
La sua nascita e l’infanzia sono circondate da presagi straordinari. Azia, la madre, sogna il grembo espandersi fino alle stelle; il padre Gaio Ottavio sogna un disco solare che sorge dal ventre della moglie. Durante una campagna in Oriente, un sacrificio produce fiamme altissime, interpretate come segno che il bambino governerà il mondo.
Anche Roma conserva ricordi simbolici della sua giovinezza. Al quarto miglio della via Campana, Ottaviano bambino mangia pane e formaggio quando un’aquila – emblema di Roma – gli strappa il cibo di mano per poi restituirglielo docile, quasi in atto di sottomissione: una scena che prefigura la fine della Repubblica e l’avvento del Principato. Svetonio aggiunge che il giovane amava esplorare le sabbie del Tevere alla ricerca di ossa fossili, credute resti di giganti.
Gli studi moderni confermano che l’area portuense era allora un paesaggio di querce e castagni, disboscato solo dal I secolo d.C. per sostenere l’alimentazione della capitale.
Mentre prepara l’inseguimento di Pompeo, Cesare rafforza i suoi legami con la divinità. Nei suoi Horti lungo il Tevere e la via Campana fa erigere un tempio a Fors Fortuna, dea della buona sorte venerata da antichi santuari della zona. Tacito e Plutarco ricordano il sacello costruito da Cesare entro la proprietà, a circa un miglio dalla Porta Portuensis. Nel 1939 Jacopi ne individua i resti presso l’attuale Ponte Marconi: un podio rettangolare in opera a sacco, forse rivestito d’oro come scrive Ovidio. Una lucerna con figura femminile e cornucopia conferma l’attribuzione.
Non tutti gli studiosi concordano: Lanciani colloca il tempio più a nord, presso via Ettore Rolli, al primo miglio della via Campana. Ma le fonti parlano di più santuari della dea in quel tratto, tra il primo e il quinto miglio, frequentati da processioni popolari ogni 24 giugno. Il tempio cesariano si inserisce così nel culto plebeo di Fortuna, legando il generale alla protezione divina e alla devozione del popolo romano.
Nell’estate del 48 a.C. la guerra civile si avvicina all’epilogo. Il 9 agosto, a Farsalo, Cesare ottiene una vittoria decisiva su Pompeo, che fugge in Egitto per trovarvi la morte. Prima di imbarcarsi verso Alessandria e affrontare la crisi dei Tolomei, Cesare lascia a Roma il giovane Ottaviano e compie un sacrificio a Fors Fortuna nel tempio dei suoi Horti. È l’ultimo gesto religioso prima della partenza verso l’Oriente, preludio all’incontro con Cleopatra e a un nuovo capitolo della storia di Roma.
Nell’autunno del 48 a.C. Cesare approda ad Alessandria inseguendo Pompeo, ma scopre che l’antico alleato è stato assassinato su ordine dei consiglieri di Tolomeo XIII. L’orrore lo travolge: fa giustiziare il dignitario responsabile e si trova immerso nella guerra civile egiziana. Cleopatra, deposta, riesce a raggiungerlo di nascosto nel palazzo reale: il loro incontro segna l’inizio di un legame politico e personale destinato a diventare mito.
La guerra alessandrina infuria a lungo tra le vie della città. Cesare resiste asserragliato con poche truppe, finché Tolomeo XIII muore in battaglia e Cleopatra è reintronizzata, formalmente affiancata dal fratello minore. Dal rapporto con Cesare nasce un figlio, Cesarione. Nel 47 i due compiono un fastoso viaggio sul Nilo, celebrati come incarnazioni divine, nuovi Iside e Osiride.
Due anni dopo, nel 46 a.C., Cesare rientra a Roma dopo le vittorie in Africa e Spagna. Cleopatra decide di seguirlo. Le navi gettano l’ancora a Ostia, porto della capitale: qui Cesare è accolto dagli inviati del Senato, mentre la regina viene ospitata negli Horti Caesaris, la residenza sul Tevere che per l’occasione si trasforma in corte orientale. La sua presenza ammalia i Romani: le matrone la venerano come nuova Iside, i senatori guardano con sospetto la straniera che sembra condividere il trono col dittatore.
Cesare non cela l’unione. Nel Foro di Cesare fa collocare, accanto al tempio di Venere Genitrice, una statua dorata di Cleopatra. È un gesto senza precedenti: nessun sovrano straniero era mai stato onorato in un tempio romano.
Nel settembre del 46 Cesare celebra i suoi trionfi a Roma. Cleopatra assiste come ospite d’onore, seppur lontana dal corteo. Diverso il destino della sorella Arsinoe, catturata in Egitto: trascinata in catene per le vie dell’Urbe, incarna la vittoria di Roma sul regno tolemaico.
Lo sbarco a Ostia, l’ospitalità negli Horti e la statua eretta nel Foro segnano il momento culminante del rapporto tra Cesare e Cleopatra, intreccio di politica, religione e passione che lascia un’impronta profonda nella città e nei suoi monumenti, preludio agli ultimi drammatici capitoli del potere cesariano.
(articolo aggiornato il 16 Agosto 2025)


