Cammino per le strade del rione Sallustiano, un quartiere dove villini liberty e palazzi eleganti convivono con resti millenari.
A nord di via Veneto, questo quartiere nasce sulle orme dei leggendari Horti Sallustiani, i giardini di Gaio Sallustio Crispo, poi diventati rifugio imperiale. Dopo saccheggi e secoli di abbandono, nel XIX secolo nell’area sorgono nuove vie, piazze, architetture borghesi, legate all’espansione di Roma Capitale. Oggi, tra scorci di mura antiche, chiese barocche, palazzi razionalisti e sedi di creatività contemporanea, scopro storie di santi, nobildonne eccentriche, soldati, artisti e sogni di modernità. Questo itinerario mi guida in dodici tappe: dalla mistica Santa Maria della Vittoria al digitale Villino Rattazzi, sede di Netflix, passando per musei nascosti, giardini sotterranei, ricordi di guerre e speranze d’arte viva. Un cammino per respirare Roma, un passo dopo l’altro.
❶ Esco dalla metro A “Repubblica / Teatro dell’Opera” e in pochi minuti risalgo via XX Settembre. Qui sorge la candida facciata di Santa Maria della Vittoria, una chiesa barocca carica di storia e incanto.
Costruita tra il 1608 e il 1620 da Carlo Maderno, prende il nome da una vittoria cattolica a Praga, nel 1620, attribuita all’intercessione mariana. All’interno, mi rapisce la Cappella Cornaro con l’Estasi di Santa Teresa del Bernini: la santa trafitta dall’amore divino, la luce che piove dall’alto, i membri della famiglia Cornaro scolpiti come spettatori di teatro. Un capolavoro di teatralità sacra, dove marmo e luce raccontano l’estasi mistica. Tra gli altari si celano anche opere del Guercino e di Domenichino. Un aneddoto curioso: Dan Brown ambienta qui una scena di “Angeli e Demoni”. Lascio che la solennità di questo spazio mi avvolga, prima di tornare all’aria aperta e riprendere il mio cammino.
❷ Pochi metri più avanti, in Largo Santa Susanna, incontro Palazzo Canevari, un palazzo imponente dal colore giallo ocra.
Questo edificio ospitava il Regio Ufficio Geologico voluto da Quintino Sella nell’Italia appena unita. Costruito tra il 1873 e il 1881, era un tempio della scienza: custodiva collezioni di minerali, fossili, cristalli che raccontavano la storia della Terra. Oggi è chiuso, in attesa di rinascere come museo moderno. Ma sotto le sue fondamenta dormono ancora segreti: negli anni Novanta scavi casuali riportarono alla luce resti delle Mura Serviane e un tempio arcaico, prova di quanto Roma ami celare tesori sotto strati di storia. Osservo la facciata severa, con la scritta “Museo Geologico” scolorita dal tempo. Immagino scienziati ottocenteschi chini sui reperti, mentre fuori le carrozze solcavano via XX Settembre. Ancora oggi, Palazzo Canevari resta sentinella muta della scienza di ieri, pronta a rinascere domani.
❸ Proseguo su via XX Settembre e salgo fino a Porta Pia, un capolavoro tardorinascimentale firmato da Michelangelo per Pio IV nel 1561. Qui, lungo Corso d’Italia, mi fermo davanti alla Breccia di Porta Pia: un varco aperto dai bersaglieri il 20 settembre 1870.
Quel colpo di cannone pose fine allo Stato Pontificio, unendo Roma all’Italia. Davanti a me la spaccatura restaurata, mattoni chiari tra quelli antichi, e lapidi commemorative narrano il Risorgimento. Immagino i bersaglieri con i pennacchi svolazzanti, le grida di Vittorio Emanuele II proclamato re. Un aneddoto popolare racconta che alcuni romani segassero le grate delle finestre per aiutare i soldati a penetrare più facilmente. Storia o leggenda, poco importa: qui il muro cadde e la storia cambiò direzione. Rimango qualche istante con la mano sulla pietra fredda, sento il peso del passato che pulsa, mentre intorno auto e bus corrono ignari.
❹ Dal Risorgimento scivolo nel Novecento. Percorro via Piave fino al civico 64: il Condominio razionalista del 1955 rompe la continuità umbertina con linee nette, intonaco bianco e finestre a nastro.
È un esempio di architettura razionalista, firmata da Mario Loreti, testimonianza di una Roma che rinasce dalle macerie belliche. Nel dopoguerra, famiglie borghesi sognavano un vivere moderno, spazi ampi, luce e comfort. Sotto il nuovo intonaco furono nascosti i segni dei bombardamenti: rimuovere le ferite, ricostruire con dignità. L’edificio oggi ospita appartamenti privati e alcuni studi professionali. Un dettaglio interessante: i parapetti tubolari in ferro, sottili e lineari, sono ancora quelli originali, simbolo di una sobrietà elegante che sfidò stucchi e barocchismi. Mi fermo sotto l’ingresso, immagino un architetto del dopoguerra spiegare ai committenti come la bellezza poteva essere funzionale. Roma sa cambiare forma, rimanendo sempre se stessa.
❺ Proseguo su via Piemonte fino al civico 51, dove si nasconde uno dei villini più affascinanti del quartiere: il Villino Casati Stampa, gioiello liberty edificato nel 1906.
Un cancello in ferro battuto custodisce una facciata di stucco chiaro, decorata con volute floreali, mascheroni e balconcini ornati di fregi vegetali. Ma la vera leggenda qui dentro è la marchesa Luisa Casati: nobildonna eccentrica, musa di D’Annunzio, amava stupire Roma con il suo gusto esagerato. Si dice che passeggiasse per via Veneto all’alba, drappeggiata in veli neri e accompagnata da un ghepardo al guinzaglio. Organizzava feste leggendarie tra queste mura, con artisti, poeti, scultori e scandali sussurrati in tutta Europa. Oggi l’interno non è accessibile, resta proprietà privata, ma basta sostare qui per percepire quell’aura di decadenza aristocratica. Sospiro davanti al cancello: la Marchesa vive ancora, nel mito che avvolge questo villino.
❻ Dal liberty salto nel presente e raggiungo Piazza Sallustio, dove si erge l’Art’otel Rome, primo art’otel in Italia, inaugurato nel 2024.
Cinque stelle di lusso e galleria d’arte aperta al pubblico: dentro, opere di Pietro Ruffo animano la lobby, con mappe stellari, carte geografiche immaginarie, installazioni che raccontano viaggi e migrazioni. Un hotel che dialoga con la storia: a pochi metri, i resti degli Horti Sallustiani. Mi fermo nel caffè interno, respiro profumo di espresso e sento lingue di tutto il mondo mescolarsi tra arredi di design e tele contemporanee. Interessante notare come la collezione cambi spesso: tornare qui significa trovare ogni volta una sorpresa. L’arte diventa ospite fissa, in un salotto internazionale che custodisce il segreto di Roma: trasformarsi senza mai rinnegare il passato. Esco di nuovo nella piazza assolata, pronto a scendere nei giardini imperiali che dormono sotto i miei piedi.
❼ Sempre in Piazza Sallustio scendo di quota: quattordici metri sotto l’asfalto moderno si aprono gli Horti Sallustiani, un complesso di padiglioni, portici e giardini voluti da Gaio Sallustio Crispo, storico e uomo potente.
Passati a Tiberio, divennero rifugio segreto per imperatori in fuga dal Foro. Oggi si possono ammirare il Ninfeo e l’Aula Adrianea: una grande sala rotonda coperta da cupola, un tempo decorata di marmi e mosaici. Qui furono trovati capolavori come il Galata Morente e la Venere Callipigia, oggi sparsi tra musei di Roma e Londra. Passeggio tra i resti guidato da luci soffuse, ascolto l’eco di banchetti imperiali e complotti di palazzo. Un aneddoto: si dice che Nerone amasse qui rinchiudersi con pochi fidati, lontano dagli occhi del Senato. Risalgo verso la piazza: sopra è traffico e uffici, sotto resta un frammento di Roma eterna, silenziosa testimone del potere e della sua fragilità.
❽ Raggiungo via Friuli, dietro l’Ambasciata Americana. Qui, nascosto sotto un’ala dell’edificio diplomatico, corre un corridoio sotterraneo di epoca augustea: il Criptoportico degli Horti Sallustiani.
Un passaggio coperto, usato per muoversi tra i vari padiglioni dei giardini senza essere visti. Pareti in opus reticulatum, qualche traccia di affresco, ma soprattutto un dettaglio enigmatico: un graffito risalente al III secolo, in cui convivono una croce cristiana, un simbolo ebraico e la parola “MARTYR”. Un segno di fede clandestina o di convivenza? Nessuno lo sa davvero. Oggi il sito è chiuso, visitabile solo virtualmente o in rare giornate di open day. Immagino torce di schiavi e servitori, risate di cortigiane, bisbigli di cospiratori tra queste mura umide. Sotto l’asfalto corrono storie di imperatori e schiavi, sopra ruggiscono i motori del traffico e le sirene di auto blindate. Roma: palinsesto infinito.
❾ Risalgo verso via Sallustiana. Al numero 24 mi accoglie la Basilica di San Camillo de Lellis, dedicata al santo patrono dei malati, fondatore dell’Ordine dei Ministri degli Infermi.
Inaugurata nel 1910 in stile neoromanico, unisce austerità e calore: mattoni rossi, travertino chiaro, una navata interna luminosa, archi rotondi e vetrate colorate. Qui si fermano malati, infermieri, anziani del quartiere: un luogo di conforto nel cuore di un rione signorile. Un dettaglio prezioso: l’organo fu donato dalla regina Margherita di Savoia. Raccolgo un momento di silenzio, osservo le candele tremare, respiro incenso misto a speranza. Camillo de Lellis trasformò la cura dei malati in un gesto di amore assoluto, portando conforto anche in tempi di peste. Oggi questa basilica resta baluardo di misericordia e protezione. Varco di nuovo il portone, con un pensiero a chi trova qui riparo tra una diagnosi e una preghiera.
❿ Pochi passi ancora lungo via Boncompagni e arrivo al civico 28. Il Villino Levi, raffinata costruzione eclettica di fine Ottocento, si mostra con la sua eleganza sobria: fregi, cornicioni aggettanti, finestre contornate di stucchi.
Ma dietro questo garbo architettonico si cela una tragedia. Qui abitava Giorgio Levi delle Trezze con sua moglie Xenia Poliakoff, entrambi deportati dai nazisti nel 1944, direzione Auschwitz. Non fecero ritorno. Oggi due pietre d’inciampo in ottone lucidate dal tempo ricordano quei nomi. Le sfioro con la punta delle dita, come si fa con una preghiera silenziosa. Oggi dentro ci sono uffici legali e studi professionali, ma nessuno cancella il peso di quelle vite spezzate. Penso a quante case romane conservino storie simili: muri eleganti e infissi laccati, dietro i quali la Storia ha bussato senza pietà. Continuo a camminare, portando con me questo muto monito alla memoria.
⓫ Al civico 18 di via Boncompagni si apre un cancello elegante: varco la soglia della Casa Museo Boncompagni Ludovisi.
Costruito nel 1901 in un raffinato stile barocchetto romano, questo villino era la residenza di una delle famiglie più influenti dell’aristocrazia umbertina. Oggi è un museo statale, gratuito, dedicato alle arti decorative, alla moda e al costume. Cammino tra saloni ornati di stucchi, soffitti decorati, pavimenti in parquet lucido. Esposti vedo abiti d’haute couture, bozzetti di stilisti celebri, porcellane, quadri Art Nouveau. Un aneddoto: la principessa Blanceflor de Bildt Boncompagni ospitava qui salotti culturali frequentati da pittori, poeti, persino da reali europei in incognito. Immagino brindisi, danze, risate soffocate dai ventagli. Oggi questo luogo racconta un’epoca di eleganza discreta, di mecenatismo illuminato. Esco di nuovo alla luce di via Boncompagni, consapevole di aver camminato tra le stanze di un mondo che ancora respira.
⓬ Ancora pochi passi e raggiungo la mia ultima tappa: al civico 12 B sorge il Villino Rattazzi, una residenza costruita intorno al 1900, decorata con motivi classici, archi e un piccolo cortile interno. Fu proprietà di una delle famiglie di spicco della nobiltà liberale italiana.
Oggi, in un cortocircuito perfetto tra antico e futuro, questo villino è la sede italiana di Netflix. Dietro le finestre ora si discutono contratti per serie TV, progetti di produzioni internazionali, strategie di distribuzione. Penso a quando qui sostavano carrozze, dame in pizzo e ministri di governo. Ora sostano furgoni di troupe, creativi con zaini e idee da lanciare in streaming mondiale. Non è visitabile all’interno, ma basta osservare la facciata per capire come Roma sappia sempre trasformarsi, cucendo il presente sul tessuto del passato. Mi fermo un attimo: la tradizione e l’innovazione si stringono la mano. E il Sallustiano continua a sorprendere.
Il mio viaggio nel Rione Sallustiano finisce qui, davanti a un villino che ospita la piattaforma più globale del nostro tempo.
Ho percorso dodici tappe che intrecciano storia antica, fede barocca, architetture liberty, memorie di guerra, arte viva e innovazione digitale. Ho camminato su strade che sussurrano segreti a chi sa ascoltare, tra marmi imperiali e vetrine contemporanee, tra lapidi di eroi dimenticati e gallerie di artisti visionari. Questo è il genius loci del Sallustiano: un quartiere che non si mostra a chi corre, ma regala meraviglia a chi rallenta. Roma insegna così a convivere con la Storia, a rispettarla senza paura di reinventarsi. Chiudo gli occhi, ringrazio questi luoghi per le storie donate e riprendo fiato. So che in questa città nulla finisce davvero: tutto cambia, si nasconde, riemerge. A chi sa osservare, Roma parlerà sempre. Qui, ora, domani.


